CRITICA: DALL'ILLUMINISMO AL PREROMANTICISMO

 GIORNALI LETTERARI DEL SETTECENTO

 AUTORE: Walter Binni    TRATTO DA: Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento

 

«IL CAFFÈ»


«La diffusione dei giornali - dicono i compilatori del Caffè nello articolo di presentazione - fa che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi o Lombardi ora sieno tutti presso a poco Europei». L'ingenua fede europea alimentata dall'uguaglianza di interessi eruditi degli archeologi e dei numismatici si fa più concreta e civile in questi letterati che si proponevano come fine del loro foglio quello di «spargere delle utili cognizioni fra i nostri concittadini divertendoli come già altrove fecero e Steele e Swift e Addison e Pope», indicando così i loro modelli di civiltà letteraria e portando in luce per la prima volta quella intima disposizione lombarda ad una pratica di illuminismo militante che non abbandonerà più la regione di Cattaneo. E proprio questo impasto così naturale di lumi entusiastici, ma scesi in mezzo alle operazioni più precise e terrene, e di milanese fervore (con quel tanto di praticone e di troppo sicuro e perfino a volte di ottuso che comporta un'aderenza così intera alla tecnica della civitas), costituisce sempre il punto in cui simpatia umana e gustosa attenzione si incontrano alla lettura di queste prose così fresche e combattive. Come la leggera cornice così poco raffinata e pure a suo modo pallidamente poetica (quella bottega del Caffè linda e odorosa in cui si incontrano illuminati e uomini qualunque - absit iniuria verbo -, torpidi benpensanti e sensibili progressisti in una lieve trama scenica di ingenua efficacia, con signori sconosciuti che di colpo rivelano le loro brillanti qualità e lasciano a bocca aperta i rappresentanti dei luoghi comuni, con il levantino Demetrio, generoso e impeccabile, che trascina la sua zimarra da Lettres persanes e la sua autorizzata originalità di orientale in un milieu di dormienti ai quali il caffè porta la sua eccitazione di facile simbolo settecentesco di modernità attiva e disinvolta nelle volute del suo profumo di moda esotica) ci fa sentire che siamo pur sempre in mezzo a dei letterati. Ribelli si, amanti del concreto e della statistica, precursori della più ambrosiana praticità, ma letterati che amano un'aria di gusto intorno ai loro articoli e che perfino al loro linguaggio efficace (cose e non parole) adibiscono inflessioni poetiche proprio nella sua rapidità spregiudicata: più valida di tanta prosa toscaneggiante di quegli anni '64-'66, in cui i soci della Società dei Pugni prolungarono più utilmente le loro letture e le loro discussioni di Casa Verri (di cui ognuno possedeva una chiave usufruendo a piacer suo del silenzio o della compagnia che vi si radunava) nella pubblicazione del foglio illuministico.

Ma è proprio tutta aria illuministica quella che circola attraverso il Caffè e lo rende così odoroso di profumi diversi e perfino bizzarri nell'alito costante di una bonaria e decisa umanità civile? Non è solo qualche traccia di grazia arcadica e l'eco di un mondo di relazioni frivole e affascinanti nelle loro misure brevi e perfette a sensibilizzare le discussioni progressiste, i vari Templi dell'ignoranza o gli Elementi del Commercio o il Saggio d'aritmetica politico o i moralistici e scherzosi Intorno alla malizia dell'uomo, Dello bugie ecc., né l'esatta indagine sensistica nei suoi limiti più autorizzati bastava a far vibrare certe venature di «sensiblerie» che con le più sottili conseguenze di uno stile preciso e brioso, con il vigore libero di un giornalismo di vera cultura, creano certi impasti di lingua che superano il piacere di una programmatica rivolta alla pedanteria, di una Rinunzia avanti notajo degli autori del presente foglio periodico al vocabolario della Crusca. E un incanto di questa lettura nasce appunto dalla ricchezza di spunti preromantici che si celano a volte in raffinati «scherzi» sensistici (Frammento sugli odori), in paradossi che esitano fra la «causerie» illuministica e il nuovo sentimentalismo o spuntano ancora equivoci da ragionamenti pieni di intenzioni utilitarie e civili (come nel discorso del Lambertenghi sulle Sepolture) oscillando fra virtù del buon cittadino e sensibilità di animi istintivi. Ma più spesso, come la più decisa intonazione illuministica e la più ricca è portata da Pietro Verri, l'aura preromantica si leva dagli scritti paradossali e appassionati del giovane Alessandro Verri (era allora un moins de vingt-cinq ans e aveva tempo di evolvere ad esperienze più direttamente romantiche e neoclassiche), che, con uno stile alla brava, un po' a mano libera, combatteva contro ogni aridità in favore del «cuore» e degli «errori utili» quasi delle leopardiane illusioni». Letterato come «àme sensible», letterato come riformatore progressista: questo coesistere di elementi illuministici in pieno rigoglio e di succhi preromantici offre una singolare durata al concetto di letteratura attuato dal Caffé, tanto da sembrare vivo anche ai tempi romantici del Conciliatore. Letteratura fiduciosa ed umana, di tempi non burrascosi, ma intensi ed onesti: e concreta preparazione di nuova civiltà e di nuova letteratura.

« L'OSSERVATORE »

Il moralismo sempre vigoroso e rinnovatore, anche nel suo tradizionalismo, della Frusta, si presenta invece tenue ed elegiaco nei giornali di Gasparo Gozzi, e mentre nel Bareni era vitale e quasi eroico nutrito di una letteratura che giungeva all'assimilazione di Shakespeare e al rifiuto di tutti i travestimenti arcadici, nel poligrafo veneziano era pretesto amato e sentito di un esercizio letterario sottile e vigilato. Quel moralismo del letterato bennato che confina psicologicamente e stilisticamente con un edonismo saggio ed intimo, che può appoggiarsi così su di una classica temperanza come su un leggero pessimismo cristiano e svolgersi con quel tanto di rigidezza che richiede un disegno traendo un gustoso risultato anche da lievi punte più acri e risentite. E mai così bene come nel Gozzi (il saporoso scrittore rimasto scolasticamente celebre per i suoi tenui sermoni e per i ritrattini dell'ipocrita o dell'egoista) si è sentita la misura del moralismo settecentesco nei suoi toni di società a suo modo perfetta, ma ormai tale che i suoi effluvi più raffinati portanonelle loro volute il saporino acidulo della novità non barettianamente e alfierianamente rivoluzionaria. E il milieu veneto dove poco più tardi fioriva l'educata novità del Pindemonte, era certamente il più adatto - nobiliare e commerciale senza vigore ma senza inutilità, cittadino e campagnolo - a quella espressione della moralità settecentesca più fine e meno incisiva, che furono i giornali di Gaspare. Una fecondità continua, una sottile e poco eloquente grafomania assicurarono l'uscita di ben tre periodici personali, in cui il Gozzi mostrò le sue qualità giornalistiche e il suo gusto di calligrafo moralista, di classicista spregiudicato e sensibile ad ogni mondo formato che suscitasse le sue delicate reazioni di stilista e le avviasse ad una composta vibrazione, a disegni bizzarri e leggeri, perfino a lunatiche audacie, ma senza tempesta e clamore. Il severo e biblico Klopstock con la sua Morte di Adamo può alternarsi, in una traduzione che smorza ogni eco troppo prepotente in toni decorosi e pensosi, con una versione dall'illuministico Pope e inserirsi nel Mondo morale, in un fiorire un po' cartaceo e illustrativo di allegorie poco accese, fantasie moraleggianti che si svolgono poi con maggiore coerenza nell'Osservatore. Non nella Gazzetta che, come struttura esterna e conte gusto cronachistico, è il giornale più «giornale» del Gozzi, il quale riprendendo i giornali inglesi (e a Venezia era già uscita perfino una Spettatrice addisoniana) volle dare al suo foglio un sapore di utilitarismo, di interesse cittadino giungendo ad una formula giornalistica valida ancor oggi, ma tutta personale e da letterato: «Il pubblico dee spontaneamente somministrarmi di che impinguare la Gazzetta...»; e spargendovi un'aria di falsa praticità commerciale che subito rivela la mano del letterato, il gusto del calligrafo curioso di vita tagliata in minute immagini levigate, di piccoli documenti capaci di arricchire una scrittura ambigua fra ironia di costume ed edonismo stilistico. Ci sarà così nella Gazzetta l'annuncio di «tutto quello ch'è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore dei cambi, ed altre notizie, parte dilettevoli e parte utili all'uomo». E ne esce una piccola cronaca veneziana, cittadinesca, piena di pezzi brevi, magistralmente immediata e raffinatissima, alternata con nozioni diversissime di enciclopedia di un disegno piacevole e letteratissimo : «Rosa moglie di Michele Levantino ebreo, sabbato portorì tre figliole, una delle quali morì subito e l'altre due il lunedì. Per essere quella giornata mi pare che facesse troppo». Gusto di documenti volti a leggeri scherzi o a bizzarri e quasi surrealistici rabeschi («Ne' passati giorni fu licenziato un cameriere, perché giunto il suo padrone a casa, il quale ha per uso di non cenare, ma di andar subito a dormire, in cambio d'adoperare lo scaldaletto ficcò con grandissima fretta tra le lenzuola la torcia accesa, e cominciò a tirarla su e giù, come se fosse stato lo scaldaletto»), o, sulla base di un tenue realismo, a disegni tra amari e sorridenti e sempre poco impegnativi: «La mattina del passato martedì fu ritrovato un bambino nato di fresco, sopra una via, morto. Sono due possenti deità Amore e Vergogna; il primo è degno di scusa, appresso al mondo, perché almeno accresce il popolo; ma la seconda, giunta a tal segno rende le donne più crudeli d'ogni bestia».

Nell'Osservatore questo calligrafismo così esperto, questo gusto spesso un po' scialbo di piccola cronaca, cedono di fronte a disegni più vasti, a un favoleggiare sempre allegorico e moralistico, a una ripresa di quella tradizione moralistica cinquecentesca rinforzata da un nuovo contatto lucianesco, che sarà così presente al Leopardi delle «Operette». Si stende su questo giornale una nebbiolina di monotonia, di stucchevole saggezza, sovente l'eccesso di allegorie diluite, di chiacchiera veneziana (e quasi un riflesso di diceria cinquecentesca e secentesca ravvivata dalla verve del nuovo secolo) che unisce bene l'immagine del letterato chino sui suoi volumi classici e del nobile conversatore in salotto e in villa, del lepido amante di riforme e del sognante predicatore poco combattivo e fondamentalmente edonistico.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis