CRITICA: ALESSANDRO MANZONI

 MANZONI E IL ROMANTICISMO

 AUTORE: Francesco De Sanctis         TRATTO DA: Alessandro manzoni e la sua scuola

 

Alessandro Manzoni fu tirato per le falde nel romanticismo; i seguaci lo battezzarono romantico e forse egli stesso vi credette; ma era uno di quegli ingegni stampati in Italia, la cui natura, le cui facoltà di uomo e di artista ripugnavano al corrotto romanticismo francese e tedesco.
Il Manzoni in Italia ha lasciato tre grandi cose che hanno oltrepassato la sua personalità e costituito una scuola non ancor morta. Egli che si presenta come negazione del classicismo senza metter i piedi nel romanticismo - ha cristianizzato il contenuto già esistente -, egli gli ha dato una forma diretta e popolare dissipando l'atmosfera classica ha disfatto quel processo ideale astratto e reso reale, positivo. Ecco tre grandi lineamenti, ognuno dei quali basterebbe a rendere immortale un uomo, e che, presi insieme, costituiscono tutta una rivoluzione letteraria.
Non ha preso il cristianesimo che sorgeva allora come reazione romantica, in opposizione al contenuto patriottico, ma come suggello e consacrazione di quello. In una formula potrei dire quel che costituisce lo spirito intrinseco delle creazioni manzoniane: - Quel ch'è vero per diritto naturale, è vero anche secondo Dio, secondo il Vangelo. - È il Vangelo che consacra la democrazia, diventata democrazia cristiana; è il Vangelo che consacra la libertà, diventata libertà cristiana; le idee del secolo XVIII sono messe sotto il manto della Madonna e di Dio. Il contenuto antico è battezzato, eppure solo trasponendo i termini, dal diritto naturale passando ad un diritto superiore, quel contenuto si ringagliardisce, piglia nuove forme, nuovi colori, e nuovi motivi e tendenze, e nuove corde; e tra queste corde la più possente è quella che si avvicina al femminile, alla soavità, alla dolcezza; l'umiltà, la carità, la preghiera, l'invocazione di Dio, la rassegnazione.

Ecco il movimento operato nel contenuto dal Manzoni: più grande è il movimento nella forma.
Manzoni ha combattuto a morte quell'atmosfera classica; egli vince i suoi avversari anche nel campo della critica, quantunque quella benedetta forma ancora risuoni nelle Accademie e nelle scuole. Egli vi ha sostituito un forma diretta e popolare. Diretta, perché non è fatta secondo preconcetti, a priori, nasce dal seno stesso del suo contenuto. Popolare, perché non l'ha cercata in questo o quel circolo o accademia; ma nel popolo e l'ha resa accessibile a tutte le classi.
Ha trasformato lo stesso processo di formazione, che, maneggiato da lui, non è più un ideale astratto e preconcetto su cui si concentri tutta la luce a discapito della vita, ma è la stessa vita, l'ideale calato nella realtà.
Non ricorderò i tentennamenti, i contrasti, i tentativi di Manzoni per realizzare se stesso. Da quelle dispute, da quelle forme in cui a volta a volta s'è espresso, che si stacca? Tre cose: un contenuto ringiovanito, abbiamo detto, una forma popolare diretta, un processo storico e positivo sostituito da un processo ideale astratto, tre cose che rimangono caratteri di una scuola.
Aggiungete la sua possente personalità. In Manzoni avete tre uomini il critico, lo storico, l'artista.
Il critico, novatore che ripudia le regole volgari e nondimeno non trascende nel puro fantastico, nella licenza dell'immaginazione; portato da un'intima misura, getta via regole e ne crea altre, crea catene in cui si agita l'artista e che non esistono. Sono i dubbi e i tentativi d'uno spirito che in quella confusione di romanticismo e di classicismo cerca una via sua. C'è del falso in quella critica, ma la dote di colui che ha vero ingegno, è che quando vero e falso son prodotto del suo cervello, l'uno e l'altro diventano stimoli e aiuti alla sua produzione. Così avvenne a Dante, a Tasso, così è avvenuto a Manzoni.

Quei giudizi, quelle opinioni, non interamente vere, ma venuti dal suo cervello, lo seguono, lo investono, non lo lasciano acquetare in una forma, lo spingono da una in un'altra finché non si sente realizzato ed esaurito.
La storia interna di Manzoni è la storia di questo contrasto tra il vero e il falso, dagli inni alla tragedia, dalla tragedia al romanzo.
È in lui lo storico: storico d'opposizione, perché in quel momento di reazione generale non poteva accettare storie italiane dettate con preconcetti, quantunque in favore della libertà e del patriottismo. Gli pareva questo un falsificare la storia, mentre lo storico deve, senza giudizi anticipati, seguire il cammino de' fatti. Benché la tendenza reazionaria traluca nelle linee di quegli scritti, e ci si veda ancora il desiderio di dare una smentita agli storici anteriori, dal Machiavelli al Sismondi; pure vi si trova la tendenza ad una grande imparzialità, per cui se dà torto al re longobardo, non dà ragione a Carlomagno.
C'è l'artista. Dico a disegno artista e non poeta. L'anno scorso ebbi tra le tante la lettera di un tale che mi chiedeva conto di questa differenza. Ed è differenza non solo letteraria, essendo artista il genere e poeta la specie; ma più profonda. Il poeta stesso quando scrive è più poeta che artista o più artista che poeta. L'artista non è posseduto tutto intero dal contenuto che vuol rappresentare, il contenuto non investe tutta la sua intelligenza, tutto il suo cuore, non gli toglie il possesso di sé. Gli rimane la forza di poter guardare a distanza il contenuto, come fa il pittore del suo modello; non è tanto intelligenza o sentimento, quanto calore d'immaginazione in quel momento. Il poeta invece è tutto investito dal suo contenuto, non si calma con l'immaginazione, non ha un mero calore di frasi, di fantasia; ha in sé una forza che lo spinge all'azione, a propugnare tra gli altri quel che sente in sé: e spesso questo soverchiante contenuto impedisce al poeta di essere artista. Ecco perché dissi Dante più poeta che artista, Petrarca più artista che poeta, ed aggiungo che Manzoni è artista più che poeta. Tutto quel suo mondo religioso, morale, patriottico, non è possente abbastanza da tirarlo nell'azione; ma è possente abbastanza per riscaldare la sua immaginazione e far nascere il bisogno di estrinsecare al di fuori quel che sente in sé, e insieme la forza di tener lontano il contenuto, contemplarlo, restargli tranquillo dinanzi. Ciò rende men forte il poeta, ma fortissimo l'artista che, padrone del contenuto, lo volge a suo talento.

Ne nasce una grande potenza d'analisi. L'uomo investito tutto dal suo contenuto, non ha la quiete necessaria per analizzarlo, è sintetico un'immagine e passa innanzi. L'analisi si sviluppa se l'uomo è tranquillo abbastanza per mettersi innanzi il suo contenuto, guardarlo, studiarlo. I fatti meno importanti, le più fuggevoli apparenze sono analizzate da Manzoni in guisa che ne cava un vero processo psicologico; in mezzo alla più grande elevazione del suo contenuto, si arresta ad un tratto per quello spirito d'analisi, e abbandonando la tessitura, i personaggi, il movimento delle passioni, si mette a contemplarlo, a fare un processo psicologico.
E ancora quella quiete beata che i tedeschi chiamano olimpica e attribuiscono a Goethe, che gli dà la misura e la temperanza, lo tiene al di sopra del contenuto e gli fa trovare nella rappresentazione il "fin qui basta", quella gradazione di tinte che rappresenta la stessa misura, si che non vi spinge alle lagrime, non produce commozione profonda. Questa quiete è spinta spesso fino ad una leggera tinta ironica, pare quasi senta che quello è un fantoccio della sua immaginazione, vi si spassa, rivelando poca potenza del contenuto nel suo cuore, ma grande nell'immaginazione.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis