ORIGINI E DUECENTO

  • LE LETTERATURE ROMANZE E LA PRIMA LETTERATURA ITALIANA
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    Autore: Antonio Viscardi Tratto da: Dalle origini al rinascimento in letterat. italiana

     
         

    Quando si riconobbero i segni premonitori della vitalità e della continuità, nel medio evo, della tradizione culturale classica comunque immiserita, il dogma delle origini assolutamente popolari delle lingue delle letterature romanze, e in particolare della letteratura alto-francese del tutto immune da ogni influenza della cultura latina, si salvò postulando due mondi nettamente separati nel medio evo, il mondo dei chierici, depositari di quel tanto che s'era potuto salvare del patrimonio culturale legato dall'antichità, e il mondo dei laici, da quello dei chierici completamente distaccato e isolato...

    Ora, questa nozione di un ambiente popolare e di un ambiente culto assolutamente indipendenti ed estranei l'uno all'altro, ciascuno con una sua propria tradizione linguistica e culturale, senza reciproci rapporti e influenza apparve - già nel 1898, quando il sistema romantico era ancora ben saldo - del tutto inconsistente e astratta e illusoria a un grande filologo italiano, Francesco D'Ovidio, che così scriveva: «...pur nella stria della lingua si è troppo spesso disconosciuto il continuo inframmettersi delle forme semidotte tra quelle di conio strettamente volgare, e si é quasi dimenticato che, alla fine, una classe più o meno colta vi fu sempre... e tra essa e il volgo s'ebbe uno scambio e una convivenza non mai interrotta; sicché la derivazione del volgare dal solo latino popolare è da intendersi in senso molto discreto... Sull'assoluta popolarità della poesia cosiddetta popolare molte illusioni si son venute dileguando; e checché si possa immaginare delle letterature di primaria formazione e dei popoli che dal nulla assursero via via a un embrione di letteratura, ognuno intende che non è il medio evo latino quello cui le formazioni ex nihilo si attaglino di più. In quella età di decadenza, ma non di assoluta barbarie, la tradizione latina era pure la traccia luminosa a cui tutti gli occhi si volgevano... i chierici componevano i canti liturgici, ma in chiesa non c'era il popolo Non ne usciva con certe melodie e certi ritmi nell'orecchio? non li ebbe ad accompagnare anche con la voce? in latino e in volgare? O vi fu tempo in cui religione e clero invadessero di più ogni manifestazione della vita? Chiunque, insomma, avesse attitudine pur a creare di sana pianta, non aveva vergine il suo sentimento... bensì educato a qualche cosa di preesistente. Gli stessi giullari erano più o meno passati per la trafila delle scuole...».
    Così il D'Ovidio, un trentennio dopo che il Paris aveva affermato la littérature latine ne s'est pas continuée dans la nótre », riconosce gli stretti contatti del mondo popolare con quello della cultura e il continuarsi, nelle letterature romanze, dei modi tecnici - specialmente della versificazione - della letteratura medio-latina, erede e continuatrice della tradizione classica; e lamenta che ancora la critica e la storiografia letteraria non abbiano saputo liberarsi - nei casi singoli e concreti, se pur se n'eran liberate in massima  da quelle idee ch'eran divenute idee fisse o canoni della filosofia della storia, e cioè: il rinnegamento dell'azione individuale nella storia spirituale dei popoli, la glorificazione delle forze collettive, irriflesse spontanee, involontarie, incoscienti nella genesi e nello sviluppo del linguaggio o delle forme letterarie o religiose, ecc.
    In realtà che la nozione dei mondi separati sia assolutamente astratta e aprioristica agevolmente si riconosce considerando che rapporti strettissimi necessariamente devono intercorrere tra il mondo aulico signorile e il mondo ecclesiastico, per il fatto che le funzioni amministrative che i sovrani e i signori debbono esercitare non possono essere assolte che per 1'opera degli scribi o cancellarii o notarii; che sono - come abbiamo dimostrato - formati nelle scuole episcopali o cenobiali; le quali, come abbiamo reso evidente, sono scuole professionali che preparano, appunto, all'esercizio delle funzioni curiali oltre che sacerdotali. Le cancellerie regie o imperiali, almeno da Carlo Magno in poi, strettamente dipendono dai circoli clericali e scolastici, e basterà citare l'esempio della curia di Berengario, che è tutta costituita da maestri o alunni della scuola capitolare di Verona; dal 908 al 922 capo della cancelleria berengariana è Giovanni, chierico veronese promosso poi vescovo di Cremona che si proclama della scuola veronese allievo prima e poi maestro, ed è molto probabilmente, l'autore del Panegirico di Berengario, dei Gesta Berengarii imperatoris, in cui si rappresentano travestiti di classici paludamenti uomini e case della vita italiana degli anni tra 1'88 e il 915, secondo il gusto della scuola classicistica e gli interessi politici del sovrano.
    E in tutte le corti minori, ducali e comitali, la condizione è la stessa: sempre e dovunque nelle aule signorili vivono e operano i chierici palatini, funzionari della curia e ministri della Cappella.
    E d'altra parte - come sappiamo per numerose testimonianze - le scuole clericali son frequentate dai figli dei principi che vi apprendono i rudimenti della grammatica, cioè del latino, e della dottrina cristiana e gli elementi di una informazione generale nel campo del diritto; e anche vi ricevono un'educazione intesa a dare norma alla vita morale e sociale; quella che noi chiamiamo la buona educazione; e vengono a conoscere quell'interpretazione generale del mondo della natura e della storia che i chierici avevano ricavato dai libri degli autori classici e dai libri rivelati, ch'erano appunto oggetto e strumento dell'insegnamento scolastico...
    Luogo d'incontro, la corte, del mondo clericale con il mondo laico signorile; il luogo dove i chierici suggeriscono ai signori l'ideale di una vita leggiadra e culta, e, d'altra parte, accettano dai signori l'ideale della prodezza, la nozione cioè di una vita eroica e guerriera, che è proprio del mondo aristocratico feudale.
    Dalla sintesi delle due idealità nasce, appunto, l'originale concezione del mondo e della vita che troviamo realizzata nella grande poesia francese dei secoli XI-XII, la concezione cavalleresca-cortese. Realizzata nella grande poesia romanza dei secoli XI-XII, la concezione cavalleresca-cortese: ma il processo di sintesi tra le idealità clericali e le idealità signorili, di cui quella concezione è lo splendido frutto, è processo che si svolge attraverso un lungo corso di secoli, come ha mostrato di recente il Bezzola: l'opera di educazione della società aristocratica da parte dei chierici, eredi e custodi della civilitas e dell'humanitas classiche incomincia già nelle aule dei re goti e merovingi, nel secolo VI: già nella corte di Ravenna Cassiodoro insegna ai barbari l'humanitas e divulga il gusto della cultura, della poesia. della musica; e nell'aula merovingia Venanzio Fortunato - il primo poeta cortese, com'è stato scritto - addita un ideale di vita che è tradotto dal termine dulcedo, insistentemente ricorrente nei versi del poeta, con cui si esprime «un ideal de moeurs agréables, de bonnes manières et de noblesse de caractère, telles qu'on les rencontre chez une personnalité cultivée», e che implica un riconoscimento di un «ròle relativemerit important» della donna, cui il poeta dedica «ses hommages respectueux» e si accosta con una certa «tendresse de sentiment» senza tuttavia desiderarla, perché il desiderio «détruirait ce quelle a de plus digne d'amour, son intangible pureté». Vivo il gusto della cultura e della poesia nell'aula longobarda già nel secolo VII, ma più nell'VIII, quando è poeta della corte di Desiderio Paolo Diacono, cui è affidata l'educazione della principessa Adelperga, seguita dal Maestro anche a Benevento, quand'ella andò sposa al duca Arechi...

    In conclusione, la cortesia - cioè la nuova e originale concezione della vita che il mondo occidentale romano-germanico attinge risolvendo la lunga crisi spirituale in cui per sei secoli si era dibattuto - nasce da un'interpretazione nuova dell'ideale classico che per secoli la tradizione scolastica aveva custodito, ma solo passivamente conservando, senza saperne ricavare energia, e luce per intraprendere vie nuove e nuove conquiste.

    In altri termini, l'eredità del pensiero antico - gelosamente conservato e instancabilmente trasmesso dalla scuola clericale, ma in modo sterile e meccanico - è rinnovato profondamente e diventa energia vigorosa che fa luogo a una concezione nuova della vita e del mondo, fuori dell'ambiente scolastico strettamente inteso, nell'ambiente laico delle aule signorili : che è, tuttavia, già nell'età, dei regni romano-barbarici, all'ambiente scolastico saldamente congiunto; sicché, come accennavamo; il mondo clericale e il mondo signorile vengono a costituire un unico ambiente.
    Ambiente attivo e creativo, l'ambiente cortese, tanto quanto era stato, per secoli, recettivo e passivo l'ambiente scolastico; ma i semi da cui la civiltà cavalleresca-cortese germoglia son quelli che la scuola ha conservato; e vigoreggiano quando son gettati in un terreno fecondo...
    In quanto usano il volgare come strumento dell'espressione letteraria, le nuove letterature romanze rappresentano, certo, un fatto rivoluzionario: attuato, però, nell'ossequio alla tradizione che le letterature romanze continuano sia negli atteggiamenti del gusto, sia nell'impiego dei modi tecnici e formali, sia nella scelta dei temi poetici.

    La «rivoluzione» è, dunque, solo nella adozione del volgare come lingua scritta, nell'abbandono, per l'uso letterario, di una lingua ormai assolutamente remota dalla coscienza linguistica attuale degli scriventi; ed è «rivoluzione» che ha i suoi precedenti tentativi, compiuti già nell'alto medio evo, di reazione ai moduli troppo vincolativi del latino accademico tradizionale...

    In Francia si attua quell'originale interpretazione del patrimonio ideale legato dall'antichità e fedelmente conservato dalla scuola, che è alla sorgente della moderna civiltà letteraria d'Europa; in Francia sorgono e dalla Francia si irradiano i primi movimenti spirituali e letterari del mondo moderno, che conquistano l'intera Europa romana-germanica ; sicché Gaston Paris poteva, nel 1871 mentre le vittoriose armate prussiane stringevano Parigi d'assedio - proclamare che, nel XII secolo, tutti i paesi europei sono culturalmente province francesi.
    In realtà, nei secoli XI-XIII la Francia è al centro della vita spirituale d'Europa e all'Europa impone la nozione della vita e del mondo che i suoi poeti hanno elaborato e tradotto in immagini immortali, impone le sue mode e i suoi gusti, il suo modo di vivere e di sentire e di operare.
    Ma a partire dalla fine del secolo XIII, alla Francia succede l'Italia nell'ufficio di guida spirituale d'Europa: non solo si irradia dall'Italia il grande movimento umanistico del XV secolo che invade tutta l'Europa; bensì, già nel secolo XIV, in Italia si attuano lo svolgimento e il rinnovamento del messaggio che all'anima moderna annunciava la Francia cavalleresca e cortese.

    Messaggio che è, dapprima, umilmente ascoltato e accolto dagli italiani del XIII secolo, che alla scuola dei trovieri francesi e dei trovatori provenzali devotamente si mettono; e li imitano fedelmente, usando in un primo tempo le lingue stesse che a quei primi maestri erano state strumento dell'esperienza letteraria, le lingue d'oc c d'oil. In provenzale dettano le loro rime amorose Lanfranco Cigala e Sordello, Rambertino Buvaletti e Bartolomeo Zorzi : in un provenzale correttissimo ed esatto, che rivela il lungo studio e il grande amore con cui gli italiani hanno acquisito il possesso della lingua poetica dei trovatori; in francese un anonimo padovano della fine del XIII secolo compone una canzone di gesta, l'Entrée d'Espagne che è non un freddo riecheggiamento, ma originalissima e audacissima interpretazione della matusa romanzesca venuta di Francia: che, meglio, rappresenta una radicale innovazione e anzi una « rivoluzione » della tradizione epica franca, in quanto compone e fonde in una nuova unità la materia carolingia con quella brettone, dando origine alla tradizione italiana della narrativa cavalleresca che mette capo al capolavoro ariostesco.

    Non dunque solo passivamente recettiva della tradizione francese l'Italia, ma, già nel XIII secolo, interprete energicamente attiva; e ancora più quando altissima suona, nel XIV secolo, la voce delle tre corone fiorentine, Dante, Petrarca, Boccaccio; che la tradizione accolgono e profondamente rivivono e rinnovano, ed esprimono nelle parole solenni e nelle immagini grandi, che, sono, in realtà, parole e immagini nuove, segni di nuove esperienze e di intuizioni e visioni nuove : consegnati a libri immortali che, pur essendo espressione del mondo ideale contro cui insorge violentemente il moto umanistico non sono, né possono essere, dal moto umanistico, cancellati e ripudiati o travolti; e, anzi, dopo le discussioni e le condanne dei primi umanisti, sono dagli umanisti stessi accettati con devota reverenza e posti accanto ai libri grandissimi degli antichi, come punti fermi e segni eterni e insopprimibili cui gli uomini tutti, per progredire, devono necessariamente richiamarsi e rifarsi. Sintesi e trasfigurazione, insieme, delle esperienze e delle istanze del mondo medievale; segno di orientamenti nuovi e di nuove esigenze, la Commedia, il Canzoniere, il Decameron in quanto traducono ed esprimono lo spirito di personalità altissima che stanno al di fuori e al di sopra di ogni angustia di tempo e di luogo, sono il tramite dell'ideale continuità del medioevo, attraverso il rinascimento, nella civiltà moderna.

    Ideale continuità, non rottura tra civiltà medievale e civiltà moderna, anche se il grande movimento spirituale del secolo XV possa apparire - e sia, in realtà, nella coscienza degli umanisti - insurrezione e ribellione violenta e sdegnosa.
    Ma al verbo annunciato dall'Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio non ripugnano, né possono, i grandi ribelli del XV secolo, perché in quello è bensì contenuto tutto ciò che essi ripudiano e condannano, ma anche tutto ciò in cui essi credono e sperano : perciò il Rinascimento - che è fatto grandissimo della storia spirituale europea - è, certo, risultato di un rinnovamento radicale. e profondo, in cui, però, viva e valida, resta l'eredità dell'esperienza medievale.
     

     
         
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    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis