ORIGINI E DUECENTO

  • IL CANTICO DI FRATE SOLE
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    Autore: Luigi Foscolo Benedetto Tratto da: Il Cantico di frate sole

     
         

    Il Cantico di frate Sole è tutto un lavoro d'arte. Si modella sui grandi cantici della Bibbia e vuol essere risolutamente una poesia. Francesco adotta il versetto biblico colla sua libertà di lunghezza e di pause, ma non se ne appaga. Avvezzo alle rime degl'inni e delle sequenze, non ignaro della nuova poesia volgare, egli fa del versetto biblico una sorta di strofe mercè la rima o l'assonanza. Sa conservare alla sua laude, colla semplice ripetizione dello .stesso inizio di lassa - laudato sie mi' Signore - l'effetto potente che la poesia biblica ottiene col ritorno costante, tra versetto e versetto, della stessa battuta intercalare. Dà alla laude un'unità di costruzione e di tono. Siccome la destina a coronare liricamente le prediche dei suoi frati, ad accentuare e a confermare nelle anime degli astanti gli effetti che deve avere una predica volgendole verso l'alto, egli trova il tono che si conviene allo scopo : un tono ove ci sono ad un tempo la gravità del monito sacro e la dolcezza serena delle celesti promesse. Anche i lettori meno vicini spiritualmente a S. Francesco, anche i critici meno disposti ad ammettere che una preghiera o una preghiera-predica possano essere poesia, sono costretti a riconoscere che il Cantico di frate Sole arriva a comunicarci una sua suggestione poetica. È purtroppo perduto, e forse per sempre, il motivo melodico ch'era parte integrante dell'opera. Nel manoscritto 3 3 8 di Assisi è rimasto vuoto il rigo tracciato per ricevere i neumi di canto. Ma il Cantico ha anche da solo una sua linea musicale: una dolce litania di note lente e pacate su cui di tanto in tanto si stacca, senza turbare l'impressione generale di calma devota, una nota più chiara e più alta.

    Un'opera può rivelare delle intenzioni letterarie e restare al di fuori della poesia. Si può vedere nel Cantico di Frate Sole una sequenza meno rozza di quanto a primo aspetto non paia, qualcosa di più che dei semplici gridi, e non aderire perciò in nessun modo al giudizio entusiastico di un Renan, secondo cui quel canto sarebbe <il più bel pezzo di poesia religiosa dopo il Vangelo ». Ciò che abbiamo detto non basta ad escludere che il Cantico sia, da un punto di vista estetico, un'opericciola più che modesta, né ad impedire il sospetto che nessun critico forse si sognerebbe di esaltarlo se non ne fosse conosciuto l'autore.

    Crediamo per nostro conto si abbia più che il diritto di parlare, per il Cantico, di vera ed alta poesia.
    Non ci fa velo la paternità illustre. L'essere quel canto di S. Francesco ci fa solo più attenti, meglio orientati a comprenderlo. Sapendo da che anima si è sprigionato ne cogliamo meglio l'intima essenza.
    Se è poesia il dono di fissare colle parole la luce che la nostra anima getta sulle cose (quando abbiamo un'anima ed un'anima capace di irradiare una sua luce!), non si può non chiamare poesia, in tutto il senso della parola, il Cantico di fiate Sole. Esso ha una sua atmosfera lirica: una mestizia serena entro cui tutte le cose appaiono più staccate e più pure. Ci fosse o non ci fosse nel cantore la « coscienza apollinea », quali che siano i mezzi dell'artista e le dimensioni del mondo evocato, certo si è che quel canto arriva ad esprimere, e a farci sentire nella sua bellezza, lo stato di un'anima che si è elevata all'accettazione tranquilla e alla speranza.

    C'è nel Cantico la preghiera, colla sua intimità e col suo abbandono; ci sono la meditazione ascetica e l'appello sacerdotale... Ma c'è soprattutto un senso di distacco e di pace: come una serenità di aurora. Ci sentiamo lontani dalle contingenze, dalle tristezze terrene. In un ciclo più terso. Più alto.
    S'indovina dalla semplicità delle parole e del tono, che il poeta è avvezzo a quell'altitudine. S'intravede, per entro quella pace ch'egli attua come poeta, la catarsi che lo ha consolato come uomo nel suo travaglio religioso e morale.
    Chiunque si sia un po' avvicinato al dramma religioso ed umano di S. Francesco riconosce facilmente nella luce serena ond'è permeato il suo canto la famosa « letizia spirituale » nel cui concetto si riassume il suo grande messaggio. È la tanto sospirata « letizia », ma nel senso che ha tale parola quando è fatta sinonimo di « consolazione ». Non ci sono più né
    la febbre della lotta né l'ebbrezza della vittoria. Ma c'è ancora in quella quiete la segreta melanconia delle tempeste a cui succede. Se ci è permessa un'immagine suggeritaci dagli agiografi, è un sorriso, ma un sorriso mesto, in occhi divenuti ciechi per il troppo piangere...

    Francesco visse coll'intensità più straziante tutti i presupposti della religiosità del suo tempo. Lo prova il tipo di esistenza a cui si voto, inspiegabile senza quei presupposti. Il suo programma di rinuncia totale di povertà, d'ininterrotta preghiera, scaturisce dal convincimento che sola realtà sia Dio, che all'uomo rimanga soltanto di prostrarsi davanti a lui, che sempre e dovunque vegli ai nostri danni il Nemico. La semplicità e la povertà - la rinuncia, in altre parole, a tutte le gioie dell'intelligenza e a tutti i beni della terra - sono un mezzo innanzi tutto per svuotare lo spirito di ogni contenuto ché non sia Dio, per farne « una vuota forma pronta a riceverlo »; sono anche un mezzo per evitare le insidie del demonio, ché può celarsi un'insidia in tutto ciò che « anche un peccatore può possedere ». La preghiera è l'arma con cui si tiene lontano il Maligno.
    Cristiano del suo tempo, Francesco accettò senza discussione i tragici postulati in cui ogni cristiano del suo tempo credeva. Ma non si rassegnò al tormentoso dualismo che faceva di Dio e dell'uomo due entità incomunicabili. Non si rassegnò al concetto teocratico di un Dio monarca assoluto e di un uomo schiavo in catene. Intuì che all'uomo restava un mezzo per riscattarsi, ed era di trasformare quel servaggio fatale in un servaggio volontario. Le belle chimere cavalleresche onde s'erano nutriti i suoi giovani anni gli suggerirono che poteva esserci tra l'uomo e Dio lo stesso vincolo che c'è tra un cavaliere e il suo signore. Non era il più grande degli onori avere per signore il signore stesso della terra e dei cieli? Non era il più dolce dei doveri obbedire fedelmente ai suoi ordini eseguire, propagare, difendere la sua legge, quella legge ch'egli ci ha amorosamente largita colla bocca dei profeti da lui ispirati, colle parole e coll'esempio del Cristo? Per sanare ogni opposizione tra l'umano e il divino bastava ricordarsi che Din era buono e che l'uomo poteva ricambiare la sua bontà meritandola, mostrandosi col cuore e colle opere un suddito riconoscente e fedele. La vita diveniva così una generosa milizia sotto le bandiere del più grande dei re, per la più gloriosa delle conquiste, il Paradiso. Di fosca e triste diveniva bella. La letizia francescana è il sentimento di quella bellezza...

    Si deve soprattutto al Cantico di frate Sole se si usa contrapporre la letizia francescana all'incubo medievale dell'inferno e del demonio, come se l'umanità a lungo tormentata dal dualismo manicheistico avesse finalmente ritrovato, grazie a S. Francesco, l'unità e la serenità nell'ammissione di un solo principio, quello del bene. Si contrappone al Cantico il
    Dies irae Molti parlano di un vero e proprio Rinascimento, cioè di una riscoperta della natura, dell'uomo, della bellezza, della vita. Si dimentica che la letizia francescana è la consolazione che Dio concede proprio a quelli che hanno più strenuamente lottato contro il « nemico ». Si dimentica che il Cantico stesso ci lascia scorgere il lugubre sfondo che ora abbiamo evocato. Fa da esordio proprio il concetto più desolato : quello del nulla umano di fronte all'unico Essere. Breve ma potente è l'accenno centrale alle discordie e alle tribolazioni che ci opprimono. Volutamente pauroso quello alle punizioni infernali (Guai a quelli...). Le ultime strofe, rievocando i novissimi, ne rievocano anche la suggestione sinistra. Non dobbiamo fare in grande quello che ha fatto in piccolo il rifacitore di cui già abbiamo parlato, il Crescimbeni, quando cancellò dal Cantico quel cupo guai per sostituirvi un più francescano grazia a quelli! La bellezza del Cantico, ciò che ne fa inconsapevolmente la soluzione di un vero e proprio problema d'arte, è l'unità ch'esso conserva, nonostante quei foschi riflessi, in quanto cantico della santa « letizia »...

    Il Cantico di frate Sole è il cantico della bontà divina. Non solo l'Altissimo, l'Onnipotente, è anche buono, ma è, nel Cantico, soltanto buono. È il Padre. La lode che sale verso di lui è un omaggio figliale. Le diverse forze della creazione, in cui il suo volere si manifesta, ci son presentate unicamente nel loro aspetto benefico. Il sole vuol dire la soavità delle aurore, la limpida chiarità degli spazi; vuol dire la luce e il calore prodigati regalmente a tutto il creato, quasi a simboleggiare l'infinita misericordia d'Iddio. La luna e le stelle sono state fatte da Dio perché l'uomo avesse l'incanto dei pleniluni e delle notti stellate. Il vento e le nubi, lungi dal suggerire delle immagini di tempesta, diventano delle vicende provvidenziali necessarie alla vita. Nulla, tra le lodi tributate a « sor acqua », che lasci sospettare le sue insidie; le sue terribili collere. Del fuoco son menzionate la « robustezza » e la « forza », ma anche, ed in primo luogo, la bella giocondità, in modo da farci pensare non alla fiamma devastatrice, ma al calore che ritempra e rallieta. La terra è la sostentatrice e la regolatrice della nostra vita corporea. Non solo tutto è utile, ma tutto è bello. Bello è il sole, belle sono la luna e le stelle, bello è il fuoco. L'epiteto di preziose, ch'egli applica alle stelle ed all'acqua, contiene forse, più che un'idea di utilità, un'idea di bellezza: un'idea di bellezza più nobile e rara. Qua e là l'astrattezza sentimentale di quel bello si risolve e determina in luce: il sole è radiante cum grande splendore, clarite sono le stelle, coloriti i fiori. Ogni cosa creata insomma esegue verso il resto della creazione, verso l'uomo soprattutto, un comando di bontà. Della bontà è un aspetto la bellezza, gioia e refrigerio dei sensi umani. La creazione resta una prova della bontà divina anche quando, dopo il sole, dopo le stelle, dopo il fuoco... si passa all'umanità. Certo il poeta non può pensare agli uomini senza pensare anche subito agli odi che li separano e li armano, alle lacrime che sono costretti a versare, all'Inesorabile che li atterra e dissolve. Ma non ne resta intaccata l'azzurra purezza della sua visione. Al di sopra del dolore umano si inarca un lembo di paradiso ove si vedono « incoronati » quelli che hanno sofferto senza rivolta e quelli che in punto di morte si sono trovati concordi con Dio.

    Ma il Cantico di frate Sole è soprattutto il cantico dell'umiltà. Ne siamo avvertiti dalla stessa umiltà delle sue parole: le più candide, le più disadorne che mai sieno state adoperate in un inno. A quella straordinaria umiltà formale corrisponde una non meno straordinaria umiltà nei sentimenti e nelle idee. Esce da ogni particolare del Cantico la figura inconfondibile dell'orante: « frater Franciscus, homo inutilis et indigna creatura Domini Dei ». La laude si apre con una professione d'indegnità (nullu homo ene dignu...) e si chiude con un invito esplicito alla « grande humilitate ». Sono, chi ben guardi, momenti ed aspetti dell'umiltà i vari atteggiamenti che assume la lode: l'estasi ammirativa dinanzi alle cose create, quasi forante assista al loro uscire dal nulla; il commosso riconoscimento di tutto ciò che dobbiamo al Creatore; il senso della nostra dipendenza da lui, la coscienza cioè che ogni cosa è nelle sue mani e che è lui, sempre e dovunque, la sola volontà, la sola forza operante (« Allumerai noi loi », « in celu l'ai formate », « per lo quale a le tue creature dai sustentamento », « per lo quale ennallumini la notte »). I nomi di « frate » e di « Bora » con cui vengono chiamate le diverse creature, la bella fraternità francescana abbracciante tutte le creature d'Iddio, sono indici anch'essi di umiltà. Francesco rinuncia in tal modo ad ogni regalità di fronte al creato; si mette al livello di qualunque cosa esistente, anche della più modesta e della più vile; riconosce un fratello nel sole, è vero, ma anche nel vermicciolo e nel filo d'erba. Nessuna ebbrezza panteistica, nessun orgoglio di animo che si allarghi alla misura dell'universo e che in sé assorba il Tutto. Francesco si sente elemento infimo e impercettibile in una moltitudine infinita di esseri, tutti come lui opera di Dio, tutti attestanti la bontà e la potenza divina, tutti bisognosi che Dio li vesta della sua luce e fissi loro il compito su cui giudicarli e redimerli. L'amore di Francesco per le creature è comunanza di « servizio e di attesa. Comunanza anche di dolore. Francesco le solleva con sé nella chiarità sovrumana dell'estasi, ma perché riconoscano con lui la loro nullità dinanzi al Creatore, perché lo ringrazino di aver fatto di esse un suo
    strumento. Si aggiunga che l'amore di Francesco va di preferenza alle creature più umili e che ciò traspare anche dal Cantico. Non solo sono menzionati, accanto alle cose più eccelse della creazione, accanto al sole e alle stelle, anche i coloriti fiori e l'erba, ma quei coloriti fiori sono la sola cosa del Cantico per cui non ci sia, a nostra saputa almeno, nessun riscontro nei testi sacri. E quello un particolare nuovo, personale; ed è tale che basta per riconoscervi tutto l'ingenuo candore, la pia simplicitas, illustrataci così ampiamente dagli agiografi e specialmente da quel meraviglioso commento del Cantico che sono i Fioretti. È ancora umiltà l'ideale simplicitas che spira da tutto il Cantico, l'idea che da esso si effonde di una vita prodigiosamente semplificata, ridotta alle cose essenziali, alle cose più necessarie e più sante: nel campo materiale, la luce, l'acqua, i cieli stellati... nel campo dello spirito le sole eterne voci del cuore. È l'umiltà la « pace » che il Cantico esalta: la rassegnazione di chi perdona invece di vendicarsi, di chi soffre in silenzio invece di protestare e di lamentarsi. Più in generale è umiltà la « santa obbedienza », la disciplina di chi compie fedelmente il suo compito. Ché ogni cosa creata ha la sua speciale missione: come è compito degli astri rischiarare ed abbellire la notte, della terra produrre le cose necessarie all'umana famiglia, così è compito dell'uomo mantenere intatta nel suo spirito l'effigie divina, riconquistare il cielo come Cristo ha insegnato, baiulando crucem. Conoscere ed attuare la propria legge, sentirla come atto della volontà di Dio e quindi di una volontà buona, ecco il modo con cui l'uomo e le cose possono fin da questa vita redimersi, e mutare il dolore in « perfetta letizia ». Nel Cantico non domina soltanto il concetto di volontà divina; vi si tende ad una sintesi del creato in quanto attui una legge fissata da Dio.
    Le varie creature son definite mediante il particolare compito a ciascuna assegnato. L'invito finale che tutte le abbraccia non è soltanto al ringraziamento e alla lode, ma all'obbedienza : « serviteli cun grande humilitate».
    Degli uomini sono ricordati soltanto quelli che accettano ed attuano la missione di amore predicata dal Cristo. S'intona con questo carattere fondamentale del Cantico il richiamo finale alle « santissime voluntati » in cui bisogna che la morte ci colga se vogliamo ch'essa ci schiuda i regni della felicità eterna. Né può sorprenderci che tra le qualifiche tributate a « sor acqua » ci sia anche quella di humile.

    Il Cantico di frate Sole è sì il cantico dell'umiltà, ma dell'umiltà francescana umiliarsi per essere esaltato. Non è la genuflessione di un imbelle o di un vinto. Con quell'inginocchiarsi dinanzi a Dio Francesco celebra il suo sogno più grande e più bello, il mondo luminoso che la sua dolorante. umanità ha costruito al disopra del triste mondo reale. Ché Francesco ha subìto anche lui, come testé avvertivamo, lo spietato teologismo dell'epoca; ha avuto anche lui delle ore di mistico annientamento; ma è qui, nel Cantico, soprattutto un uomo e un poeta. Religione ed umanità restano congiunte. Si alleano per aprirgli i regni dell'idillio e per procurargli un anticipo di serenità paradisiaca.
     

     
         
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    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis