FRANCESCO PETRARCA

  • IL MONDO SENTIMENTALE DEL CANZONIERE
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    Autore: Attilio Momigliano Tratto da: Storia della letteratura italiana

     
         

    Nel Petrarca delle rime non è rimasto nulla dell'angustia dell'uomo: l'arte, la coscienza di un grande sentimento ha allontanato la vanità e le quisquilie. Il Canzoniere è una situazione fantastica che il Petrarca si è formato sopra un fondamento morale isolando nel suo temperamento ciò che esso aveva di più profondo, quella tendenza malinconica affettuosa e meditativa che ha messo il suo capolavoro nel novero di quelli che esprimono insuperabilmente uno degli stati d'animo caratteristici dell'uomo.
    Il Canzoniere ha iniziato nella storia della psicologia poetica un'era nuova e ha insegnato per molti secoli, in Italia e fuori, un'intonazione di sentimento fino allora ignorata. Per questo riguardo il Petrarca può esser detto il primo dei romantici, se per romanticismo s'intende la tendenza dell'anima a scrutare se stessa, ad ascoltar le voci dell'intimo, a tenere come un diario poetico delle interne vicende, a fare dei sentimenti personali, il proprio mondo. Il Canzoniere è la storia d'un amore durato per quasi tutta una vita. Anche dopo la morte di Laura il Petrarca continuò a nutrire della sua immagine e del suo rimpianto la fantasia tutta ripiegata sui ricordi del passato. Questa malinconica costanza, questo ritorno incessante, per tanti decenni, sopra una sola figura di donna, sopra un solo sentimento, variato soltanto dai mutamenti naturali che porta con sé il tempo, dà al Petrarca una fisonomia unica. Molti, sulle sue orme, si finsero poi questa costanza, ma senza quella ricchezza meditativa, senza quell'accento profondo, senza quella capacità di irradiare dai versi quell'aura remota e contemplativa.
    Il Canzoniere, se si astrae da non molte rime d'argomento vario -principalissime le politiche -, segue con un ordine vagamente cronologico e psicologico le vicende di quell'amore, in cui in fondo si assomma e intorno a cui si concentra tutta la vita dello spirito del Petrarca.

    La morte di Laura, secondo la tradizione, divide le rime in due parti: e nella seconda quella tendenza del poeta a pascersi delle immagini creategli dall'amore e dalla fantasia, ad appartarsi nella solitudine dei luoghi e della coscienza, trova le occasioni più vere e più grandi. Già in vita Laura era stata un'immagine vagheggiata da lungi, una donna reale ma allontanata dalla realtà e chiusa nel cerchio magico di una fantasia di sognatore; morta, quell'aria di sogno che l'aveva circondata fino allora, diventa anche più naturale: e ad essa si accompagnano, ad approfondirla, il ricordo e il rimpianto.
    L'amore di Laura fu sempre per il Petrarca una dolcezza c un mite dolore. Dolore per quella lontananza, che pure era necessaria per mantenerlo vivo, e anche - di quando in quando - per la coscienza di quanto di peccaminoso era in quel sentimento. Il pensiero di consumare i suoi giorni in « non degni affanni » gli turbava l'animo, sinceramente ma non fortemente religioso: ma dava insieme al suo amore una grazia nuova, ne aumentava la mestizia, con questo senso di fragilità umana. Via via che il tempo passava, questo rimorso cresceva; ma l'amore rimaneva. Anche questo dissidio è tutto del Petrarca. La coscienza della fugacità della vita terrena, della vanità delle belle forme, si esprime nel suo canzoniere con una desolazione non meno poetica dei malinconici rapimenti dietro le immagini di Laura. L'uno e l'altro sentimento risuonano ne' suoi versi con uguale tristezza e con uguale profondità. E così, sospeso fra la visione di Laura e quella dell'eternità, il Petrarca giunse alla chiusa del Canzoniere, a quell'invocazione alla Vergine che non risolve il dissidio malo riassume ed esprime l'animo del poeta, convinto che le apparenze terrene traviano e si dissolvono, ma incapace di dire: - Le ho dimenticate .

    Il tentativo lo fece nei Trionfi, opera della maturità e della vecchiezza, che esprime concettualmente ma senza vera poesia la condanna degli ideali terreni - l'amore e la fama - e il trionfo dell'eternità.
    Questo diario d'amore, di malinconia, di rimpianto e di rimorso ha un'unità che manca ai canzonieri dei poeti precedenti: appena gli assomiglia la Vita Nova, che però è una storia assai più breve e risolve più facilmente il problema dell'unità con i collegamenti della prosa. Il Canzoniere ha un'introduzione - il sonetto iniziale che riassume desolatamente le vicende di quest'amore caduco -, e una chiusa - la canzone alla Vergine, in cui quell'amore cerca la purificazione e l'oblio -. Si venne formando in un periodo di oltre trent'anni, e perfezionando fin quasi alla morte del poeta: singolare potenza di una fantasia che seppe mantenersi costante e fresca sopra una trama di poche note e su questa intessere e a questa ridurre la storia di un'anima. Il Petrarca, infatti, è tutto nella solitudine che fa da scena al suo capolavoro, e in quel sottile indugiar del pensiero sopra l'immagine di Laura sopra un gesto sopra un suo ricordo, in quella crescente coscienza della vanità e fugacità di un amore fondato sopra un bel corpo, in quell'incalzante paura della morte che ogni giorno si avvicina e annullerà le apparenze splendide del mondo. Questa storia, scritta con minimi particolari di fatto e con meditazioni un po' convenzionali nei libri ascetici e nelle lettere, qui è assottigliata e sollevata in un'aura remota, dove le immagini si dipingono più lievi e non dimenticabili, e i sentimenti - le gioie, i presentimenti, i rimpianti - acquistano un suono che insieme accarezza e rattrista. Anche i romitaggi in cui il Petrarca si rifugiò nella sua vita, qui hanno un colore diverso: il colore attenuato, un po' grigio, del sentimento da cui il poeta è dominato; sono l'atmosfera e lo scenario della sua anima che si ascolta e si sconforta.
    La nota dominante del suo canzoniere è la tristezza: « Pochi lieti, e molti penser tristi ». Ma è sempre temperata dalla dolcezza che gli dà il rievocarla, il farne oggetto di poesia; il Petrarca ha detto una volta « Cantando il duol si disacerba »: e questa è la chiave per intendere la soavità che si diffonde da tutto il capolavoro. La musica della parola, amata come espressione e sfogo della pena e mezzo per contemplarla e non dimenticarla, attenua la desolazione e dà un'intimità affettuosa e gradita anche alle selvagge solitudini fra cui il poeta si aggira. Va per campi deserti, e Amore lo insegue: ma voi sentite che quell'inseguimento il Petrarca lo ama e lo cerca. Dice: « Passer mai solitario in alcun tetto Non fu quant'io, nè fera in alcun bosco »; « Le città son nemiche, amici i boschi »: ma, anche se qualche volta pare, questi non sono lamenti ma espressioni d'un bisogno: alti monti, selve aspre sono il suo riposo, perché quanto maggiore è la solitudine tanto più il pensiero vi si distende, e tanto meglio la fantasia, non disturbata, si dipinge l'immagine di Laura. Va attraverso la foresta inospite delle Ardenne, e ha negli occhi Laura; e gli sembra di veder con lei donne e donzelle, e sono abeti e faggi; e sente i rami e le acque e gli uccelli, e gli sembra d'udirla: « Raro un silenzio, un solitario orrore D'ombrosa selva mai tanto mi piacque ».

    La verità è che il Petrarca ama il suo amore, qualunque sia il frutto che ne coglie, e gli pare che nulla al mondo valga quel sentimento che lo riempie tutto: « Viva o mora, o languisca, un più gentile Stato del mio non è sotto la luna » .
     

     
         
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    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis