Luigi
De Bellis

 


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Gabriele D'Annunzio



L'INNOCENTE: Romanzo


Scritto in pochi mesi di romitaggio nel convento di proprietà di un suo amico e sodale, il pittore Francesco Paolo Michetti (presso Francavilla al Mare in provincia di Chieti), il romanzo si compone di materiale narrativo e descrittivo già preparato in precedenza. Cominciato nell'aprile del 1891, fu quasi tutto completato il 14 luglio, quando D'Annunzio iniziò le trattative epistolari per la pubblicazione con l'editore Emilio Treves. Questi, però, giudicando poco originale e soprattutto scabroso il tema trattato, ne rifiutò la stampa lasciando libero l'autore di trovare un altro editore. Il romanzo, infatti, uscì nell'aprile del 1892 per l'editore Bideri di Napoli, dopo essere stato già pubblicato a puntate sul «Corriere di Napoli». Soltanto quattro anni dopo, Emilio Treves pubblicò L'Innocente, quando il romanzo comparve come secondo titolo (il primo era stato Il Piacere) della trilogia «I romanzi della rosa». Nel 1929 costituirà il XIII volume dell'Edizione Nazionale.

Il romanzo si apre con un ampio antefatto, cui seguono cinquantuno capitoli. In realtà, come avverte la breve epigrafe («Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno. A chi?»), esso è la lunga confessione di un infanticidio commesso consapevolmente, lucidamente e con la convinzione di essere incolpevole. Tullio Hermil, il protagonista, è un uomo che vive abbandonandosi alle proprie passioni, consumando i suoi amori per varie donne pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto coniugale con la legittima moglie, verso la quale non ha mai smesso di nutrire stima e affetto. In realtà egli si sente quasi autorizzato a una vita di tradimenti perpetrati in virtù della propria eccezionale personalità: «Io ero convinto», confessa lo stesso Tullio, «di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse ogni mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio». Così, durante la convalescenza della moglie Giuliana a seguito di un delicato intervento chirurgico, Tullio, pur rinnovandole le promesse di fedeltà, si abbandona tra le braccia dell'ex amante, Teresa Raffo. Giuliana si accorge della rinnovata relazione tra il marito e l'amante, ma preferisce tacere e soffrire in silenzio sia per amore della tranquillità familiare, sia perché riconosce l'eccezionalità dell'uomo. È proprio a questo punto della storia che, invece, Hermil comincia a nutrire sospetti nei confronti della moglie: «Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica. Lessi sul frontespizio una dedica, di pugno dell'autore: - A voi Giuliana Hermil, TURRIS EBVRNEA, indegnamente offro». La dedica, alquanto equivoca, dell'autore del libro fa nascere in Tullio il seme del dubbio sulla fedeltà della moglie: «se Giuliana gli si abbandonasse, avendogli appunto riconosciuta qualcuna di quelle attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?».
Contemporaneamente all'insorgere di questi sospetti, si interrompe la relazione fra Tullio e Teresa Raffo, e si interrompe anche il lungo antefatto che introduce alla storia narrata nei successivi capitoli. In verità, come già era avvenuto nel Piacere, la trama non va intesa nel senso tradizionale del termine: è, infatti, una storia organizzata su pochi eventi importanti, ma strettamente legati attraverso indugi sulla psiche del protagonista, sulle connessioni della memoria, su una sorta di studio dell'animo umano e delle sue passioni. Durante un periodo di riposo nella campagna di Villalilla, luogo che fu teatro della loro antica felicità, i coniugi ritrovano i momenti del trascorso amore, confessandosi a vicenda che nulla dei loro sentimenti è andato perduto per sempre. La vacanza, così, si riempie di silenziosi e commoventi ricordi, di ansiose aspettative, di delicate rispondenze tra gli stati d'animo e il paesaggio circostante, di sottili e acute riflessioni sul presente, sul passato e sul futuro, di ferme promesse di rinnovato amore, ma anche di un languido malessere fisico di Giuliana che Tullio tenta di alleviare: «Oh, vedrai, anima: sarò più dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima». A turbare l'idillio, interviene la madre di Tullio informandolo sulla gravidanza di Giuliana: «Non ti sei accorto che Giuliana è incinta? Percosso come da un colpo di maglio nel mezzo del petto, da prima non afferrai la verità». A Tullio basterà molto poco per capire che quella gravidanza è un frutto adulterino, sia pure di un adulterio commesso con tutte le attenuanti create da lui stesso. Ciononostante, egli è costretto a una mal simulata gioia mentre i parenti fanno progetti rosei per il nascituro; Giuliana, invece, è combattuta da un'ansia di colpevolezza, tanto che desidererebbe togliersi la vita, Tullio tenta di perdonarla, ma decide ugualmente di recarsi a Roma per stordirsi nell'oblio della vita mondana e dissoluta di un tempo. Giunto a Roma, però, viene a conoscenza del male incurabile che ha colpito Filippo Arborio, lo scrittore amante di Giuliana e padre della creatura che ella porta in grembo; così, egli torna dalla moglie e insieme, uniti da un senso di bontà vicendevole e dall'odio verso il frutto dell'adulterio, cominciano ossessivamente a meditare l'uccisione del nascituro.
Quando il bambino nasce, alla generale gioia dei parenti più prossimi si oppone l'angoscia di Giuliana per quella «innocente» testimonianza di un adulterio commesso e non più riparabile, ma soprattutto vi si oppone la volontà di Tullio di cancellare la traccia dell'infamia; al superuomo «multanime» non resta altra scelta che trasformarsi in un infanticida. Durante la novena di Natale, Tullio espone fuori della finestra l'inerme corpicino del neonato al gelo notturno, provocandogli una polmonite che presto lo condurrà alla morte. Il romanzo si chiude con la scena delle esequie del piccolo.

Al tempo della prima edizione, e fino a tutta la prima metà del Novecento, L'Innocente è sempre stato accusato di una debolezza strutturale che, nell'opinione di molti critici, ne avrebbe inficiato la validità. Oggi si riconosce senza dubbio al romanzo un passo avanti rispetto al Piacere: la scelta della voce narrante in prima persona, infatti, garantì all'autore di poter più facilmente spezzare la storia narrata in un labirintico gioco di introspezioni e di richiami analogici ancora più evidenti e funzionali che nell'altro romanzo. In più, il gioco della disgregazione o incoerenza emotiva del personaggio principale sembra avvicinare di colpo D'Annunzio non solo alle poetiche simbolistiche, alle più recenti mode dello psicologismo francese e dell'evangelismo russo, ma anche a un antico progetto di una «prosa fluida e musicale» che sappia imitare ogni sfuggente stato d'animo come in un petit poème en prose: poiché «Tullio Hermil sentiva la vita come "discontinuità" e "parallelismo", il suo racconto attivava una "arte alchimistica" della memoria con frammenti di sensazioni, lembi di immagini, lampi di analogie, schegge di citazioni interne, in una scrittura fluida e precisa di intermittenti modi musicali» (Ezio Raimondi).

L'Innocente fu il primo romanzo che assicurò a D'Annunzio una vera e propria eco di rilievo nell'intera Europa. Già prima dell'uscita in Italia, Georges Hérelle (traduttore del Piacere e, successivamente, di molte altre opere dannunziane in Francia) prendeva accordi per una immediata traduzione che avvenne pochi anni dopo.

La riduzione cinematografica muta del romanzo, supervisionata dallo stesso D'Annunzio, fu realizzata nell'aprile 1912, per la regia di Eduardo Bencivenga, con Febo Mari (Tullio) e Fernanda Negri Pouget (Giuliana). Un'altra versione filmica è stata realizzata in Russia nel 1916 per la regia Petr Cardynin. E del 1976 la prima grande produzione cinematografica italiana per la regia di Luchino Visconti, con Giancarlo Giannini (Tullio) e Laura Antonelli (Giuliana).

 

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