Luigi
De Bellis

 


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Gabriele D'Annunzio



LE FAVILLE DEL MAGLIO


(Tomo I, Il venturiero senza ventura e altri studii del vivere inimitabile; tomo II, Il compagno dagli occhi senza cigli e altri studii del vivere inimitabile; raccolta di prose.
Le faville del maglio, dopo una pubblicazione parziale in riviste, uscirono in due tomi. Il progetto di un terzo tomo, che si sarebbe intitolato La serva meschinella dal gran cuore e altri studii del vivere inimitabile, non si realizzò; materiali ancora sparsi non mancavano, tant'è vero che, subito dopo l'uscita del secondo tomo, un gruppo ulteriore di faville denominate involate furono stampate sulla rivista «Secolo XX» il 20 ottobre del '28.

Un primo tempo delle faville è segnato dalla serie di uscite sul «Corriere» di Luigi Albertini tra il 1911 e il 1914, che apparvero senza titolo, sotto l'indicazione complessiva già di Faville del maglio, sottotitolo Memoranda (le chiameremo per brevìtà Faville-Memoranda), in realtà in quattro blocchi, come ha illustrato Clelia Martignoni: il primo di quattordici faville rifluite nei due tomi a stampa, il terzo costituito dal Compagno incompiuto, mentre il secondo era una lunga narrazione inconclusa, la cosiddetta Violante dalla bella voce, pubblicata postuma in tempi recenti; il quarto era composto da tre pezzi, L'angoscia, Lo sgomento, La preghiera (27 luglio-3 settembre 1914), diario di attualità in tempo di guerra in Francia, rifluito nella Licenza unita alla Leda senza cigno in volume del 1916.

L espressione faville del maglio, a indicare le scintille che sprizzano durante il lavoro del poeta fabbro, poeta-artiere (alla Carducci, rivisitato), sottolinea l'aspetto residuale di queste prose, quasi scampoli preziosamente infuocati di un'arte più grandiosa, spesso momenti di riflessione su quell'arte stessa, cioè materiali metaletterari, o resoconto di abbozzi, frantumi di organismi potenziali. Così erano intesi all'inizio dall'autore stesso, che in un'intervista apparsa su «La Tribuna» del 1909 (4 giugno) ebbe a dire: «E in riguardo a tutti questi frammenti di cose rimaste allo stato di disegno, ho con Treves l'impegno di un'opera dal titolo Le faville del maglio in cui faccio la storia delle cose che non ho scritte, e che verrà a essere come una specie di mia storia interiore, un edificio documentale del mio spirito e del mio istinto». In realtà molte faville sono legate a opere realizzate (quasi efflorescenze parassitarie), sono storia interna, desultoria, di esse o sprazzi balenanti nelle more compositive delle medesime. Le faville sono anche «saggi di analisi interiore a cui il luogo e la data non sono se non pretesti» (da una lettera a Emilio Treves del 19 marzo 1913), quindi lacerti di introspettività non cronologicamente ordinata, se non per via fittizia. Sono comunque sempre, più o meno, faville dell'ego, grappoli di memoria e visionarietà che adornano il monumento del Vate.

La necessità di una svolta autobiografica (autocelebrativa, ma anche nelle forme più intime e segrete dell'introspezione) si fa cogente nel D'Annunzio cosiddetto "notturno", di cui le Faville-Memoranda erano già significativo introibo; la favilla più narrativamente ampia è senz'altro quel Compagno che, nella versione in volume del 1928, sarà arricchito di un nuovo episodio e concluso. Dopo le faville sul «Corriere» del 1911, prose brevi e intense, ma "trucioli" in una nuova estetica del frammento, Gabriele avverte il desiderio di costruire un organismo narrativo più espanso, ha di nuovo bisogno di scrivere un "libro": sul «Corriere» usciranno allora l'incompiuta Violante e, fra il '12 e il '13, il Compagno dagli occhi senza ciglio. La datazione del racconto è fittizia, 1900, durante la composizione del romanzo Il fuoco. Dario, un compagno dì collegio, dopo una vita malvissuta, tisico all'estremo, viene a trovare Gabriele nella sua villa di Settignano: è ridotto all'immagine della morte, sputa sangue, è disperato. Il protagonista lo accoglie con un sentimento misto di affetto, angoscia, repulsione, e sprofonda nel ricordo degli anni del collegio Cicognini di Prato, quando il culto per Napoleone Bonaparte univa lui e Dario in una amicizia profondissima. La narrazione procede con mesti ritorni al presente e larghe aperture al passato, finché (e parte da qui la giunta posteriore) si arriva all'episodio eroico che separa Gabriele dall'amico e da tutti gli altri umani, isolandolo in un destino di sublimità e consacrazione all'arte. Il giovane collegiale sale sul tetto a contemplare le rondini, a contatto con il cielo, in una condizione «aerosa», divina e perfetta, al di sopra delle meschinità dei preti e dei compagni, al di sopra di tutto; si rifiuta di scendere, nonostante le insistenze dei maestri e dello stesso amico Dario; affronta la pioggia torrenziale, esponendosi al rischio di cadere e infine si mette in salvo con abilità sovrumana. Nelle pagine finali, l'ultimo ritorno al presente pone il compagno in una luce ancora più ignobile: egli chiede a D'Annunzio un prestito in denaro e il perdono per aver contraffatto la sua firma. Gabriele lo aiuterà, naturalmente, e l'addio fra i due è disperatamente malinconico; il protagonista sente ormai tutta la distanza che lo separa da Dario, fin da «quel giorno della ribellione e del coraggio e dell'orgoglio, quando senza di lui nacqui alla gloria».

La parte nuova del racconto, scritta per l'edizione del '28, sposta il baricentro dell'interesse sulla glorificazione del poeta, sul suo destino di altezza, comportando così la deminutio integrale del compagno, icona di uomo senza destino che non sia di morte e ignominia. L'identità storica di Dario non è accertata, diversamente da altre figure di collegiali evocate nel testo (per esempio quel Gian da Luni, detto Aronta, presente in un episodio anch'esso scritto nel secondo momento compositivo, che cela il carrarese Giovanni Cucchiari); si tratta forse di personaggio d'invenzione, incarnazione disforme della malattia e della morte, con cui l'artista deve confrontarsi senza avertere oculos, quasi al modo delle esercitazioni medievali di contemplazione della morte: «Artista, artista, ecco, tieni, mordi la vita. Questa è la malattia, questa è la sciagura, questo è il crollo d'ogni bene. Non distogliere la pupilla dall'amico che si trascina e s'affanna. Ma guardalo, ma sopportalo intero. Ha uno specchio per te, perché tu vi ti miri, nel suo petto cavernoso». Per D'Annunzio, Dario è speculum mortis, è colui che deve sminuirsi perché Gabriele possa crescere, come suonano nel Vangelo le parole del Battista a proposito di Cristo. E affondare lo sguardo nella putrefazione dell'amico rappresenta per il superuomo vitalistico un atto di coraggio assoluto: l'ingordigia della vita non può fermarsi neppure davanti alla morte e al disfacimento, deve anzi assimilarli a sé e così vincerne il fantasma. D'altronde il motivo dell'agonia e del trapasso è presente in molte delle faville, particolarmente nel secondo tomo: si veda la bella prosa Esequie della giovinezza, dove la sabbia scorre nella «clessidra funebre» (e si pensa al madrigale d'estate sull'appressarsi dell'autunno); si veda la rievocazione di Giosue Carducci in Di un maestro avverso, o ancor più quella di Giuseppe Giacosa in Della malattia e dell'arte musica («La malattia e la morte sono due muse bendate che ci conducono a scoprire in silenzio la spiritualità delle forme. [...] Così, andando verso l'amico, io credevo avere in mela sua infermità e la sua malinconia»); si pensi alla prosa penultima, Dell'amore e della morte e del miracolo, a proposito della terribile malattia dell'amante Alessandra di Rudinì, operata tre volte per un tumore all'utero, «creatura malata del più feroce male che possa devastare una carne vivente», che però si salva (e il secondo torno delle Faville si chiude sul tema della convalescenza). Si rammenti poi che, sul «Corriere della sera» dell'aprile-maggio 1912, D'Annunzio aveva pubblicato la Contemplazione della morte, in occasione della scomparsa di Pascoli e dell'amico Adolphe Bermond, quattro prose vicine allo stile e all'atmosfera di certe faville.

L'altra sezione più ampia delle Faville, la serie Il secondo amante di Lucrezia Buti, fu scritta in occasione dell'uscita in volume, fra il maggio e il luglio 1924 (e il primo tomo uscì in agosto), in un raptus creativo che dilata a dismisura l'evocazione memoriale fusa con l'autoglorificazione. «Sono, nel tempo medesimo, beato e disperato. M'è impossibile di arrestare la vena», scrive D'Annunzio, irrefrenabile, in una lettera del 4 giugno all'editore. Il tìtolo della serie di brevi prose fa riferimento a un episodio della vita del pittore Filippo Lippi, che a Prato si innamorò di Lucrezia, figlia di Francesco Buti, e la rapì, come racconta l'autore stesso rammentando la propria giovinezza toscana. E la lingua del Secondo amante è tutta «intoscanita», assolutamente cruscante, per la magnificazione del sé orchestrata con queste più di cento prosette che si concludono con una corona di nove sonetti. È la realizzazione più vasta di quella Laus mei che l'autore annuncia nell'«Avvertimento» preposto al Venturiero. Al centro è sempre il soggetto, nella sua ebbrezza vitalistica e muscolare, a cavallo, uomo-cavallo, centauro, sempre al colmo della vita, ovidiano in quanto metamorfico, in perenne fluire di rinnovamento, tracciando encomi della propria arte a ripresa, poeta fanciullo e dio, eroico erotico, che guarda indietro nella memoria ritrovando i segni della propria predestinazione. Vivere e scrivere si sovrappongono e si fondono: «Vivo, scrivo. Le mie vene pulsano, i miei polmoni respirano, la mia penna scorre, nello stesso mistero continuo, nello stesso prodigo misurato, nel medesimo gioco inimitabile. Scrivere è per me il bisogno di rivelarmi, il bisogno di risonare, non dissimile al bisogno di respirare, di palpitare, di camminare incontro all'ignoto nelle vie della terra. Scrivere è per me obbedire alla legge profonda dell'essere». Così in una favilla che sembra rispondere alle accuse mosse a Gabriele da Pirandello, il quale, nel discorso commemorativo di Verga del 2 settembre 1920, aveva sentenziato: «Perché la vita o si vive o si scrive», contrapponendo allo «stile di parole» dannunziano lo «stile di cose» verghiano (sulla scia del Berni del capitolo a Sebastiano dal Piombo: «e' [Michelangelo] dice cose e voi [i petrarchisti] dite parole»).

Il primo nucleo di faville 1911-13, le Faville-Memoranda (scritte da D'Annunzio in Francia, nel suo rifugio di Arcachon, sull'Atlantico, dopo la fuga dall'Italia per tracollo finanziario, mentre venivano messe all'incanto le ricchezze della villa di Settignano «La Capponcina», in un momento quindi doloroso e difficile), si presenta con una fisionomia autonoma e compatta, dìfferenziandosi per la sua natura di diario intimo e non meccanico, di articolazione memoriale e veggente, di scandaglio psichico, visionario ed evocativo, talora già "notturno", dall'eccesso egomaniaco che caratterizzerà le nuove faville in volume, particolarmente la serie ipertrofica del Secondo amante. «Solo al lettore distratto il lotto delle faville '11-13 può parere in conclusione un giornale casuale, occasionale e saltuario. Dotato di unità profonda di genere e stile, si rivela tassello dopo tassello diario del letterato che registra ritmi, meccanismi, e segreti del suo lavoro, diario che provoca la scrittura agli esiti più diafani e allucinati con lo strumento privilegiato dell'attenzione» (Clelia Martignoni). Da queste Faville-Memoranda si passerà, nei volumi, alla piena autocelebrazione; con le nuove faville, infatti, «deflagra un narcisismo che vede nell'autobiografia lo sbocco obbligato» (Annamaria Andreoli). Tra le faville già pubblicate dal «Corriere della sera» troviamo le pagine probabilmente più introspettive e delicate, certamente le più compiute, come Esequie della giovinezza, Contro la speranza, La cicala vespertina ed altre. Tuttavia è raro che la supremazia tematica dell'ego venga meno; più spesso può capitare che l'energetico slancio ceda a una estetizzante malinconia senza fine, ma l'attenzione è sempre concentrata sul valore supremo del sé inimitabile. In ogni caso un diverso D'Annunzio, in queste precoci prose, venne ravvisato anche dalla critica coeva; in particolare Renato Serra ebbe a scrivere nel 1913: «E' uno spettacolo bellissimo, D'Annunzio che si ferma sopra un punto, un ricordo, una sensazione e la esprime; ne cava una pagina e poi ha finito».

Le faville del maglio furono smembrate in tre volumi per l'Edizione Nazionale pubblicata in vita dell'autore (1929), separando il secondo amante dal Venturiero e dal Compagno; così sono passate nel secondo tomo delle Prose di ricerca, di lotta, di comando.

 

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