Luigi
De Bellis

 


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Opere riportate:

     
 

Divertimento 1889

 
 

Dissipatio H.G.

 
 

 

 

 





Guido Morselli



DISSIPATIO H.G.: Romanzo


Scritto nel 1973, uscì postumo nella collana «Narrativa contemporanea».
Ultimo romanzo di Morselli, e da molti ritenuto il suo più rappresentativo, Dissipatio H.G. (la sigla sta per humanis generis) presenta un consuntivo delle motivazioni che portarono l'autore al suicidio, pochi mesi dopo, nel luglio del 1973. In venti capitoli si ripercorre la vicenda di un uomo il quale, di ritorno dalla caverna in cui avrebbe voluto uccidersi, scopre che il mondo è rimasto completamente privo di esseri umani. Il titolo dell'opera richiama un supposto testo del neoplatonico Giamblico riguardo una possibile «evaporazione» dell'intero genere umano che, in questo romanzo fantastico e surreale, scompare nella notte tra il 1 e il 2 giugno. L'unico superstite è proprio l'aspirante suicida, ex giornalista nella detestata città di Crisopoli (nome dietro cui si cela Zurigo), dove il protagonista ha abitato a lungo, prima di ritirarsi a Widmad, in una valle. Di contro alla sparizione degli esseri umani, si sente la continua ed ossessionante presenza delle macchine che persistono nelle loro ormai inutili funzioni. Gli animali, adesso, occupano gli spazi una volta occupati dagli uomini e dalle donne, di cui non rimangono che piccole tracce. La natura, in silenzio, accoglie l'unico uomo rimasto. La sua reazione è la paura, il panico. Anche lui dovrà scomparire come gli altri? Ora gli si è aperto l'accesso a un tempo eterno, in cui ripercorre eventi del passato legati alla presenza degli altri esseri umani. Riscopre, così, l'attaccamento a oggetti quotidiani, come una foto, un tappeto, la propria macchina per scrivere oppure la Browning 7 e 65, la pistola che diventa la sua «ragazza dell'occhio nero».

La sua storia, ormai, coincide con la Storia dell'Umanità e dell'intera Società.
Non esiste, infatti, che il suo io: l'lo. La città di Crisopoli, piena di banche e di chiese, è una «città-borsa» tutta in ordine, ma per chi? Sembra già congelata in un'epoca lontanissima e archeologica. Il bisogno dell'io di sentire voci umane si esaurisce nell'ascolto dei messaggi registrati sulle segreterie telefoniche, oppure nella ricerca di qualcuno all'aeroporto Teklon, desolante con i suoi aerei immobili, mentre i tabelloni luminosi continuano a segnalare le partenze e gli arrivi dei voli. La sua «fobantropia» si trasforma lentamente in una dolorosa nostalgia per gli esseri umani. Nella silenziosa solitudine in cui è scivolato, comincia a capire la loro importanza. Si è avverato, tuttavia, il suo sogno di una realtà legata solo a se stesso, dove gli altri non ci sono. Dice, infatti, a se stesso: «Per chi dovrei cambiarmi vestito? Mi faccio la barba, solo perché i peli lunghi mi danno noia quando dormo, e finché il rasoio funzionerà, finché ci sarà corrente». Ma la fine dell'uomo sulla terra vorrebbe dire la fine del mondo? L'«evaporazione» del genere umano e la riappropriazione della natura e delle cose da parte degli animali sono la riprova della vanità di tale assioma. L'unico modo per intrattenere ancora un dialogo con il mondo degli «scomparsi» è la rievocazione del dottor Karpinsky che gli aveva curato, anni prima, una neurosi ossessiva. Medico anticonformista e fiducioso nelle possibilità di guarigione, era morto durante una lite tra infermieri nell'asilo psichiatrico distrettuale. Solo superstite, l'anonimo protagonista, divenuto un nuovo Robinson, erige un monumento agli «scomparsi». A lui spetta la custodia della terra che gli altri hanno abbandonato. Prescelto dal Caso a essere l'unico sopravvissuto, non sa se il suo sia un destino da eletto o da dannato. Il mondo è divenuto per lui coincidenza di monarchia e anarchia, regno di uno solo e insieme abbattimento del principio di proprietà. Può disporre di ogni cosa e per tutto il tempo che vuole. Ma la realizzazione del suo desiderio di solitudine gli fa ora cercare nella città di Crisopoli - dove è tornato dal rifugio montano - le tracce di Karpinsky, fino a immaginare un incontro con lui, tenendo in tasca un pacchetto delle sigarette che il dottore preferiva.

«Con uno di quei suoi straordinari salti fantastici che hanno un gelo mentale matematico, Morselli ha rovesciato i termini di una corrispondenza cosmica. Il suicida è vivo, i vivi sono, non già "morti", ma "la morte". Morselli scrisse questo romanzo nello stesso anno in cui si tolse la vita, 1973. E forse mai era giunto ad una così calma gestione del suo astratto e lucido gioco intellettuale. Un gioco mortale e tuttavia capace di una intima grazia, oserei dire letizia» (Giorgio Manganelli).

 

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