Luigi
De Bellis

 


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Giovanni Pascoli



NUOVI POEMETTI: Raccolta di poesie


La raccolta di undici componimenti è la continuazione dei Primi Poemetti, ed è dedicata agli studenti dei licei e delle università in cui Pascoli insegnò. In epigrafe reca l'emistichio virgiliano paulo maiora.

Tutti i componimenti, a eccezione di uno, sono in terzine dantesche e riprendono la storia dell'amore tra Rigo e Rosa (già cantata nei Primi Poemetti) che, dopo la dichiarazione d'amore del giovane (L'usignolo), alla fine si sposano. Il testo più singolare della raccolta è certo La morte del Papa, lungo poemetto che si sofferma sulle ultime ore di una vecchia contadina, nata lo stesso giorno del papa (Leone XIII), la quale attende di chiudere la propria vita insieme con l'augusto coetaneo. Il poemetto, intessuto di espressioni dialettali lucchesi, termini arcaici e gergo legato al mondo del lavoro rurale, accompagna il mesto ma dignitoso commiato della donna dai suoi cari e dalle sue povere cose, oltre che dalla domestica realtà dei campi. L'inserzione nel finale di una sorta di visione, in cui la vecchia crede che il papa stesso le venga incontro in un tripudio di stelle, rimane il segno più sicuro dell'arte pascoliana, capace di vertiginose impennate, dove la terzina dantesca torna alla sua esemplarità: «Per quella via... Ma quella era la via / dell'Universo, l'alta sui burroni / dell'Infinito ignota Galaxia: // e prima d'essa Cani Idre Leoni / raggianti nelle tenebre celesti / gelide: stelle, costellazioni: // Soli: sciami di Soli, anzi, con mesti / pianeti ognuno, dove il fuoco primo / par che si spenga e che l'amor si desti».

Anche in La vertigine, un tema scientifico, la gravità terrestre, suggerisce un curioso spaesamento notturno, afflitto questa volta da un vago terrore pascoliano: «Oh! se la notte, almeno lei, non fosse! / Qual freddo orrore pendere su quelle / lontane, fredde, bianche azzurre e rosse, // su quell'immenso baratro di stelle». Non mancano paesaggi campestri e meridiani ritratti al vivo, accompagnati da una sensibilità che non esita davanti all'immedesimazione, ben oltre l'impegno civile per un'improbabile restaurazione contadina: «Il grano biondo sussurrava al vento. / Qualche fior rosso, qualche fior celeste, / tra i gambi secchi sorridea contento» (Tra le spighe). Ma è in Il Chiù, che l'intera vicenda dell'amore tra i due giovani, Rosa e Rigo, chiarisce le sue implicazioni biografiche. Di nuovo in una notte scandita dal verso dell'uccello, la sorella di Rosa, Viola (i cui sentimenti sono la chiara trasposizione di quelli dello stesso poeta e della sorella Maria davanti al matrimonio dell'altra sorella Ida), esprime tutto il suo addolorato stupore per quello che vive come un inspiegabile tradimento: «E Violetta si chiedea sommesso / dov'era quella che non c'era più. / Col dolce verso sempre mai lo stesso // le rispondeva di lontano il chiù». In Piada l'identificazione si fa ancora più esplicita: «Sul liscio faggio danzi corra voli, / Maria, lo staccio! Siamo soli al mondo: / facciamo il pane che si fa da soli!».

Il libro si conclude con un lungo poemetto, Gli emigranti nella luna, in cui poveri contadini russi apprendono da un misterioso forestiero che la luna è abitabile. In sogno sbarcano sul bianco satellite dove credono di risolvere i loro problemi, che invece si riproducono come sulla terra. Simmetricamente alla chiusa dei Primi Poemetti, anche i Nuovi Poemetti terminano con un inno all'Italia, Pietole (lasse di endecasillabi liberi), dove avviene l'incontro tra un contadino che vuole abbandonare la patria e Virgilio, nuovo e antico cantore della virtù dei campi, profeta nostalgico di un popolo che ha radici nella madre terra: «Ritorni ai campi, o già dai campi uscito, / uscito in riva all'infecondo mare».

Emilio Cecchi è stato forse il più attento a cogliere le modulazioni e le motivazioni della poesia pascoliana in un lungo articolo del 1909: «La poesia del Pascoli, disperazione di critici e di contradditori di critici, ci apparirà risultato naturale, conseguenza necessaria e perciò non più qualcosa di avversabile nelle sue limitatezze, sibbene da ricercare e rigodere nelle sue forme espressive, dopo averne compresa e dominata l'intima ragione, se riusciremo a determinare di che sorta sia ciò che ne costituisce il fondamental contenuto; e poiché questo contenuto è dolore, di qual sorta sia il dolore di questo poeta». Cecchi, nel tentativo di precisare la particolare forma del dolore pascoliano, confrontandolo con Leopardi e Carducci, concludeva dicendo: «Qualunque scala serve a Giovanni Pascoli per salire alla finestra donde il suo sguardo spazii sull'oscuro deforme mistero».

 

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