Luigi
De Bellis

 


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Cronache di poveri amanti

 
 

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Vasco Pratolini



CRONACHE DI POVERI AMANTI: Romanzo


Sebbene fosse stato progettato già dal 1936, il romanzo fu scritto, complici le mutate condizioni politiche, solo nel 1946, come indica la data apposta dall'autore al termine del libro, e quindi pubblicato l'anno successivo. Una nuova edizione si ebbe poi a Milano, nel 1960, 2 voll., seguita da altre ristampe in diverse collane dello stesso editore (nei «Narratori italiani», 1962, negli «Scrittori italiani e stranieri», 1977).

Fa da sfondo alla vicenda una via popolare di Firenze, via del Corno, la stessa in cui l'autore passò alcuni anni della sua giovinezza. Attraverso la memoria il narratore si sente parte integrante delle storie che racconta, e testimone diretto degli avvenimenti. Il libro è un'«amorosa fatica» tributata a personaggi dimenticati dalla grande storia, "vinti" che celano dietro la loro esistenza, apparentemente piatta e sempre uguale, una carica vitale degna dei più grandi eroi. La loro storia è un'«umile epicità» e per questo viene rappresentata coralmente, attraverso una struttura aperta agli intrecci tra i protagonisti, all'equilibrio tra gli eventi, alle gioie e ai dolori che si sovrappongono creando una tensione continua. Le vicende private dei vari personaggi vanno a intrecciarsi con i drammatici eventi che segnarono, nel biennio 1925-26, la storia d'Italia: l'inasprirsi del regime fascista e la sua intolleranza a ogni forma di dissenso. La "cronaca" è riportata attraverso una precisa scelta temporale, il presente storico, che dà alla vicenda il senso dell'eternità, della continuità, inframmezzato da occasionali passati prossimi (che hanno la funzione di permettere brevi flashback), e da rari imperfetti.

Il testo è diviso in tre parti: la prima ripartita in nove capitoli, la seconda in sei e la terza in dieci. La prima parte è una sorta di presentazione dei vari personaggi, la seconda contiene le loro trasformazioni, la rottura degli equilibri, e la terza infine compie, attraverso una maggiore consapevolezza, il ritorno rassegnato all'eterna armonia e inamovibilità del mondo popolare. Questi elementi sono presenti lungo tutto il percorso narrativo, proprio in virtù della polifonia che lo caratterizza. Di questa strada buia e sporca, via del Corno, è difficile dire quale sia la figura di maggior spicco. Ognuna può raccontare di sé una storia di dolore, sia che si perda sulle scale di un bordello, come la giovane Elisa, sia che viva appartata come la «Signora», una vecchia e temuta donna che dal suo letto domina e controlla tutti gli avvenimenti della strada.

Il bene e il male sembrano confondersi nell'animo di ciascuno dei «cornacchiai», ma avviene che ad un certo punto, sotto l'urto degli eventi - come nella «Notte dell'Apocalisse» del quindicesimo capitolo - ogni personaggio sia spinto a una rivelatrice scelta etica. Le leggi eccezionali, le spedizioni punitive fasciste nel quartiere e la conseguente morte di Maciste l'onesto fabbro, modello di coerenza per gli abitanti della via persuadono infatti tutti gli attori, direttamente o indirettamente, a riflettere sulla propria vita e a schierarsi rispetto al regime.
L'incarnazione del Potere, in via del Corno, è la «Signora», una ex maitresse, dapprima temuto personaggio della via, poi reale detentrice della proprietà immobiliare di tutte le sue case e infine preda della follia ed esposta al pubblico ludibrio. Una figura che da non pochi critici è stata associata all'immagine di Mussolini. Parallelamente alla politica, l'amore, in tutte le sue forme, gioca nel libro un ruolo fondamentale: da quello sensuale, e perfino spregevole (la storia di Nesi e Aurora o la libidine che la «Signora» sfoga con le ragazze che vivono con lei), a quello più puro, che si nutre di una comunione profonda tra due giovani (Mario e Milena), apparentemente riservati a tutt'altro destino ma che finiscono per riconoscersi l'uno nell'altro. Centri irradiatori di queste diverse forme d'amore sono gli «Angeli Custodi» di via del Corno, quattro ragazze quasi coetanee.

Il romanzo si chiude con l'incontro tra la giovanissima Musetta e un nuovo arrivato, il giovane Renzo. Il loro incontro è il preludio a una nuova storia simile a quelle fin qui narrate. e al contempo chiude circolarmente la struttura del romanzo. Renzo è, infatti, lo stesso Pratolini nel momento in cui, ancora ragazzo, si trasferì in quell'angolo di Firenze, aprendosene le storie dagli altri abitanti. Ma a questo punto il lettore si accorge che quelle vite quegli avvenimenti, quelle ricche «storie di poveri amanti», appunto, li ha già ascoltati, li ha vissuti attraverso le parole di un ammaliante cantastorie; d'altra parte, lo svela Musetta, tutto ciò che il ragazzo ascolterà sarà incredibilmente semplice ma, nello stesso tempo, tanto speciale: «le storie di via del Corno sono da cantarsi sulla chitarra».

«Per la prima volta Pratolini esclude sé dal racconto, taglia fuori il pronome io. Momento sempre importante nella vita di un narratore che nacque poetico; perché quel primo e Poetico io gli era pur misura e freno alle cose», scrisse Pietro Pancrazi, che proseguiva notando nel suo stile «un eccesso di abbandono o languore o corrività».
Con questo romanzo, tradotto in varie lingue, Pratolini ha imposto il proprio nome all'attenzione della critica e dei lettori.
Nel 1954 Carlo Lizzani ha diretto un film ispirato al libro, con lo stesso titolo, interpretato da Marcello Mastroianni, Antonella Lualdi, Cosetta Greco, sceneggiato da Sergio Amidei, Giuseppe Dagnino, Massimo Micia e dallo stesso regista. Malgrado i problemi di censura, il film ha vinto nello stesso anno il premio speciale della giuria al Festival di Cannes.

 

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