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Coffee Break

Le immagini di Zoelly

Antonino Saggio
Pierre Zoelly. Elements of an Architect's Language è un libro quadrato con lato di 30 cm. Contiene prevalentemente fotografie, disegni tecnici stampati in rosso e riportati tutti al 500, schizzi anche molto grandi, e alcune foto a colori che, allungandosi per oltre mezzo metro, ci succhiano dentro le pagine.

L'oggetto è l'architettura, anzi cinquanta anni di architetture del suo autore. Centinaia di opere diverse, dalle case agli arredi, dai musei alle parti di città vengono presentate attraverso alcune parole: montagna, alberi, percorsi, coreografie oppure, mattone, acciaio vetro, legno. Il modello di autopresentazione del proprio lavoro di progettista inventato da Le Corbusier (vedi l'Oeuvre Complète realizzata in A4 orizzontale, chiarezza e completezza di documentazione, organizzazione per progetti, dialogo in terza persona) viene ribaltato.

Qui lo schizzo di una montagna occupa tre quarti della pagina aperta e accanto si presentano foto di case costruite secondo l'accrescersi piramidale delle Alpi. Nella pagina "percorsi" c'è l'interno di una stazione del metrò, in quella "albero" delle tettoie per l'autobus, in quella "tetto" delle tensostrutture, o delle case guscio. A foto e disegni si accoppiano brevi testi (in inglese, francese e tedesco) con cenni estetici, o tecnici o filosofici o autobiografici o operativi (per esempio: "il carattere di un tetto si legge al suo bordo").

Girare le pagine è un evento, una continua sorpresa. Ogni volta troviamo un'impaginazione diversa, un montaggio che ci fa riflettere. Un albero ispira una struttura radicata al suolo che si alza con mensole, la basilica un percorso, una montagna una sezione stratificata, una scala la necessità di un arrivo simbolico, una fessura o una crepa l'anticipazione di un dramma, il legno una tessitura, il cemento la forza, il mattone la versatilità, l'acciaio l'ossatura, il vetro una energia algida, la luce una magia. E poi i temi della concentricità, della modulazione, dello scontro nuovo antico o della coreografia: dove vita, architettura spazi interni ed esterni si mescolano e si muovono uno sull'altro come nella pagina conclusiva dove l'autore mostra "dei grafici spontanei - degli psicodiagrammi - nei quali forze differenti sono messe in relazione, e in cui tutto si muove".

È un libro prepotentemente di immagini. Ma attenzione, l'immagine è il modo, per un architetto-costruttore come Pierre Zoelly, di pensare, anzi di essere.

Insomma, cosa succede veramente, in questo libro? Possiamo cercare una chiave leggendo la prefazione di Mario Botta o quella dello stesso autore, ma entrambe sono giocate sull'understatement. Invece, vale la pena sottolinearlo, questo libro è di particolare pregio, come la qualità della ricerca architettonica che vi si presenta.



Pierre Zoelly è un architetto sostanzialmente ignorato dallo star system internazionale anche per il suo porsi nei confronti dei media con un sentimento di aristocratica superiorità. 

Si laurea nel 1946 a Zurigo e si specializza poi alla Carnegie-Mellon di Pittsburgh. Rimane negli Stati Uniti per un decennio insegnando in Ohio e svolgendo una intensa attività professionale. Realizza in legno o in cemento armato strutture a guscio, in aggetto e reticolari, e dà vita a spazi interni che si allontanano dalla rassicurante domesticità americana per affermare - con l'ampio ricorso all'acciaio anche negli arredamenti - i temi della "macchina per abitare". 



Torna in Svizzera all'inizio degli anni Sessanta e in questi anni inizia la sua maturità espressiva che si coagula attorno a tre filoni: innanzitutto lo sviluppo espressivo del processo di costruzione, con una inclinazione molto simile a quella di architetti come Renzo Piano o Norman Foster, poi l'architettura industriale, dalla centrale termo-elettrica di Zurigo alla sede di smaltimento dei rifiuti di Glarus, e infine lo studio delle strutture sotterranee, di cui è uno dei massimi esperti. 



Questo temi si ritrovano tanto nel disegno di stazioni e snodi di trasporti su rotaia che in due importanti realizzazioni. Nel museo di Orologeria a La Chaux-de-Fonds, crea una struttura sotterranea con uno sviluppo lineare di travi che emergono al suolo con i ritmi ondulati dell'acqua di uno stagno. Nel museo per la Croce rossa a Ginevra fa arrivare i visitatori alla piazzetta antistante il museo attraverso una fenditura nella collina e poi li guida nel sottosuolo per ripercorrere una storia fatta di speranze e tragedie. Uno scasso di luce centra la scultura del fondatore, Henry Dunant.



Questi musei, come la bellissima e per certi versi scarpiana Galleria di tradizioni popolari a Friburgo, sono tra i più intensi e drammatici costruiti negli anni Ottanta. Parallelamente Zoelly realizza un esemplare progetto su un'area dismessa sulle sponde del lago di Zurigo combinando nuove residenze, commercio, uffici, un museo attorno alle strutture in parte recuperate, in parte riattate, in parte aggiunte del mulino Tiefenbrunnen.

Nel volume queste opere sono illustrate insieme a moltissime altre e una bibliografia completa permette l'ulteriore approfondimento dei singoli progetti. Ma il libro ha ancora una chiave di lettura. Quella di tracciare o meglio di rintracciare, non tanto i risultati di una vita di lavoro, ma la forza e la gioia stessa del proprio sguardo sul mondo.

Antonino Saggio
[15nov2000]

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