Complessi Beat

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La storia / Gli stranieri in Italia / Il Cantagiro / I concorsi

 Storia

Dopo il successo clamoroso in Gran Bretagna e in tutto il mondo, dei gruppi musicali, i Beatles, i Rolling Stones, e i moltissimi che sono seguiti, anche in Italia negli anni '60 e' iniziato un prevedibile processo di imitazione . Confluivano a sostenere il nuovo fenomeno due elementi: la egemonia culturale che stava esercitando sul costume la Gran Bretagna (e più in generale il mondo anglosassone) e la fame di musica e di novita' del mercato italiano, uno dei più ricchi del mondo.

Formare un "complesso", come venivano chiamati allora, non era difficile, il repertorio poteva essere ricavato dai successi inglesi, recuperabili sul posto dopo qualche viaggio, oppure ascoltando Radio Caroline o Radio Luxembourg, le radio private musicali inglesi.
La capacità tecnica non era un problema, bastava un minimo di capacità di padroneggiare gli strumenti, sia per la semplicità del beat, sia per gli standard piuttosto bassi ai quali tutti si uniformavano (i virtuosi di chitarra dovevano ancora arrivare, così come gli assoli di basso e batteria mutuati dal jazz). Ascoltando i primi 45 giri dei successi italiani ci si può farsene una idea.

La formazione tipica era mutuata dai Beatles, chitarra ritmica (di accompagnamento) e voce, chitarra, basso, batteria. La chitarra ovviamente era elettrica, tipicamente una semplice Fender spesso usata senza distorsore o altri effetti.
Alcuni seguivano la variante Stones, con un cantante front-man aggiunto, libero da strumenti da suonare, se non un tamburello con cui sottolineare il ritmo. Altri cercavano la originalità attraverso uno strumento ulteriore, tipicamente l'organo Hammond, secondo il modello degli americani
Doors o, più tardi, degli inglesi Procol HarumMoody Blues. Nel momento magico del Rythm & Blues qualcuno tentò anche l'innesto del sax.

I complessi cercavano, sul modello dei Beatles e dei Rolling Stones, di darsi una immagine riconoscibile e che consentisse di emergere dalla massa, nonchè di identificare i musicisti come partecipanti a un gruppo. Poteva essere il tagli di capelli, o i vestiti - travestimenti da utilizzare. Molti usavano abiti tutti uguali, sempre del tipo giacca e cravatta, come i Beatles degli inizi, che potevano trasformarsi anche in una specie di trasferimento se l'abito era particolarmente estroso (per esempio una divisa militare, o un abito di colore insolito).

L'uniformità non doveva però essere eccessiva, per consentire di fare emergere individualità e qualche fenomeno di proto-divismo, soprattutto incentrato sul cantante, che era solitamente il front-man. E che infatti, sul modello straniero, spesso era tentato di abbandonare il gruppo e tentare la carriera solistica.

Gli stranieri in Italia

Oltre ai complessi formatisi in Italia, molti gruppi stranieri, praticamente tutti inglesi, che trovavano difficoltà a trovare spazio nel competitivo mercato di casa, si trasferirono sul mercato italiano, cantando nella nostra lingua e nazionalizzandosi.
Il mercato italiano era estremamente vasto, incomparabile con gli standard attuali (per arrivare ai primi posti della hit parade occorreva vendere centinaia di migliaia o milioni di copie, con le vendite attuali da primi posti, 10 mila o 20 mila copie, si entrava sì e no nella top-100, ma si rientrava comunque ampiamente delle spese, inoltre il mercato era ampiamente dominato dal singolo, il 45 giri, dal costo di produzione, ma anche di acquisto molto basso, 500-600 lire, un LP costava 1800 lire ). Un mercato quindi che attraeva in modo naturale chi aveva un prodotto già pronto da offrire.

Il Cantagiro

Il lancio per il grande pubblico del fenomeno die complessi, fino a quel momento un fenomeno giovanile, vagamente protestario e alternativo, è avvenuto con una manifestazione musicale allora molto popolare, il Cantagiro, nella edizione del 1966. Il Cantagiro, una manifestazione vagamente ispirata al Giro d'Italia ciclistico e prodotta dal noto impresario Ezio Radaelli, prima edizione nel 1962 (e vinta da Celentano con Stai lontana da me) prevedeva una serie di tappe, il trasferimento dei cantanti con auto addobbate con i loro nomi, e una manifestazione canora in ogni località, tipicamente di vacanze, con votazioni effettuate da giurie popolari, scelte sul posto, e vincitori di tappa. Alla edizione del '66 parteciparono praticamente tutti i complessi di capelloni attivi sulla scena musicale italiana, in un girone apposito (gli altri due gironi erano dedicati ai big e alle promesse). Nelle varie tappe i giovani erano attirati più che dai big (per la cronaca, in questa categoria vinse Gianni Morandi), dai complessi capelloni, il nuovo fenomeno. Quindi grande risalto grazie alla copertura televisiva, contrasti tra sostenitori dei cantanti tradizionali e di quelli nuovi, con contestazioni ai capelloni più spinti. Processo alla tappa, come nel ciclismo, ripreso dalla televisione, con i giornalisti al seguito schierati tra conservatori e moderni.
La gara fu un testa a testa tra i due gruppi di maggiore di successo, i Rokes e la Equipe 84, che alla fine vinse di un soffio.
Per i curiosi: la classifica finale del Cantagiro del 1966 e il referendum di "Ciao amici" dello stesso anno

 

I concorsi

La grande diffusione di complessi amatoriali o semi-professionali fu anche all'origine della proliferazione di concorsi e gare tra complessi, organizzate in teatri da sponsor di vario tipo (per esempio la Davoli, che vendeva strumenti musicali ed era ovviamente interessata al fenomeno). I finalisti potevano accedere a manifestazioni e festival ufficiali o vincere la pubblicazione di un disco.
Per i curiosi: la cronaca del concorso Davoli del 1967 e tutti i complessi partecipanti

 

Bilancio

I complessi che sono riusciti a lasciare una traccia pubblicando dischi in questo periodo d'oro della musica popolare italiana sono stati moltissimi, almeno centinaia (su migliaia che si sono affacciati, semi-professionalmente sul settore). Decine sono quelli che sono arrivati alla notorietà, ad avere articoli sui giornali specializzati (Ciao Giovani, Big, Tutto Beat), presenza alla radio, magari un po' di televisione. La maggior parte non hanno superato la fine dell'era beat, alcuni si sono riconvertiti al pop melodico all'italiana. Di tutti soltanto due, diversissimi, sono ancora attivi, i Nomadi e i Pooh, anche se i secondi sono stati realmente un complesso beat per pochissimo tempo, all'inizio della loro carriera.

 

Camaleonti (front man Riki Maiocchi e poi Tonino Cripezzi)

Nati a Milano come cover band, specializzata in brani dei gruppi inglesi di maggiore seguito dell'epoca (Manfred Mann, Animals, Herman's Hermits, con qualche coraggiosa puntata a Rolling Stones - Get Off Of My Cloud, e Beatles, addirittura una temeraria Norwegian Wood). La etichetta Velvet diede loro fiducia e pubblicò un LP di cover e successivamente alcuni 45 giri, consentendogli di diventare uno dei complessi di riferimento della prima era del beat. Dopo la uscita del cantante e front man Riki Maiocchi (anche indicato a volte come Ricki, o Ricky), lanciato in una breve carriera vagamente arrabbiata, come esponente di punta della Linea verde (C'e' chi spera, Uno in più), hanno operato una svolta verso il pop melodico all'italiana, sotto la guida del nuovo front-man Tonino e del nuovo acquisto Mario Lavezzi, già con Cripezzi in un precedente complesso. Complice la fortunata versione del successo annunciato Homburg dei Procol Harum (il singolo che seguiva il successo planetario di Whiter Shade Of Pale, in italiano L'ora dell'amore), e la immagine di Tonino, ebbero un nuovo momento d'oro, e iniziarono a recuperare addirittura successi degli anni '30 (Portami tante rose, secondo una effimera moda dell'epoca) per poi puntare a brani melodici come Eternità o Applausi.

Gerry Manzoli, Livio Macchia, Tonino Cripezzi, Paolo Di Ceglie, Riki Maiocchi (poi Mauro Lavezzi)

                                    

Equipe 84

Assieme ai Camaleonti e ai Dik Dik, il complesso più noto e di maggiore successo dell'era beat e immediatamente successiva. Formatisi a Modena, sotto contratto da subito con la Ricordi, iniziarono come gli altri a proporre cover tradotte (dei Beach Boys, Papà e mammà, dei Rolling Stones, Quel che ti ho dato). Il nome ben scelto assieme alla immagine stravagante del gruppo (uno riccio, Vandelli, uno altissimo, lo scomparso bassista Victor Sogliani, uno basso, il batterista Alfio Cantarella, uno bello il secondo chitarrista Franco Ceccarelli) consentirono al gruppo di farsi riconoscere subito. Alcune traduzioni azzeccate e tempestive (Bang Bang di Cher, You Were In My Mind, Ho in mente te, di Barry McGuire) fecero dei 4 il complesso italiano più popolare degli anni '60, nonché quello con i migliori risultati in termini di successi discografici.
Il nome, secondo la versione ufficiale, deriva dalla somma dell'eta' dei 4 (al momento della formazione, ovviamente), in realtà all'epoca i 4 avevano in tutto 85 anni, e secondo una testimonianza di Vandelli venne cambiata in 84 in assonanza al noto brandy Stock 84, che faceva allora una pressante pubblicità televisiva su Carosello. Addirittura Vandelli ha raccontato che la loro speranza era strappare un contratto pubblicitario con i produttori del brandy; probabilmente è uno scherzo, brandy, Carosello e TV erano quanto di più lontano dal mondo giovanile beat e capellone nel quale l'Equipe 84 era calata.

Dopo la fase delle cover Vandelli, con ottimo fiuto musicale, legò le sorti del gruppo ai nascenti autori della musica italiana, in particolare Mogol e Battisti, ma anche Guccini e Paolo Conte. Da notare e apprezzare la scelta coraggiosa di inserire sul lato B del loro smash-hit del 1966 Bang Bang un brano ostico ma che avrebbe anticipatore come Auschwitz di Francesco Guccini, peraltro ottimamente interpretato. Con Mogol e Battisti otterranno i loro massimi successi di fine anni '60, a era beat ormai archiviata. Parliamo quindi di 29 settembre e Nel cuore, nell'anima; poi altre cover tradotte/reinventate, ma non più di genere beat: Tutta mia la città, Un angelo blu, Pomeriggio ore 6, fino a Una giornata al mare di Paolo Conte. Con la partecipazione, peraltro fortunata, 3° posto, al Festival di San Remo del 1971, in coppia con Lucio Dalla, con il noto e bellissimo brano 4 marzo 1943, si chiuse sostanzialmente la carriera del gruppo, superato dalla nuova invasione rock e progressive, sul versante della musica influenzata dagli esempi stranieri e, sul fronte interno, dai cantautori, rimanendo attivo il solo Vandelli.

Maurizio Vandelli (ch,vc), Franco Ceccarelli (ch), Victor Sogliani (b) [in precedenza Romano Morandi], Alfio Cantarella (bt)

                                   

Dik Dik

Assieme a Camaleonti e Equipe 84, nel gruppo di testa per vendite. Immagine assolutamente plain, ma grande intuito nell'intercettare e tradurre i successi esteri del momento, assieme a una professionalità superiore alla media, la ricetta vincente. Loro le versioni di Se fossi un falegname, Sognando la California, Senza luce. Pronta anche la riconversione verso Mogol e Battisti (erano tutti della casa discografica Ricordi, come l'Equipe 84), dei quali proposero con enorme successo Il vento, e poi più avanti Un panino una birra e poi. Anche loro con gli anni '70, dopo alcuni ultimi successi (Il primo giorno di primavera, sono entrati in stand-by, per riemergere negli anni '80 con le varie operazioni nostalgia ruotanti intorno alle trasmissioni televisive di Red Ronnie (Roxy Bar, Una rotonda sul mare).
Per la cronaca il nome Dik Dik deriva da una razza di gazzella africana.

 Pietro Montalbetti, Giancarlo Sbrizziolo, Mario Totaro, Sergio Panno, Erminio Salvadori

                                   

New Dada (front man Maurizio Arcieri)

Ispirazione colta (il movimento artistico dadaista degli anni '20), immagine uniforme (giacca e cravatta nera, camicia bianca, insomma come i Blues Brothers o le Iene, e capelli lunghi a caschetto), un front man particolarmente d'impatto, bello e carismatico, che ballava un po' come Michael Jackson (forse la moon dance l'ha inventata lui), Maurizio Arcieri, sono stati gli ingredienti del successo del gruppo di Maurizio e Pupo, assieme ad una casa discografica, la Bluebell, e un produttore, Leo Watcher, che ha creduto in loro e li ha proiettati alla notorietà dando loro il ruolo di complesso spalla in occasione della prima (e unica) tournee dei Beatles in Italia, nel 1965, per bissare la esperienza anche con il successivo tour dei Rolling Stones.

Dal punto di vista musicale si differenziavano dagli altri complessi soprattutto per la line-up, che vedeva 6 musicisti, con l'aggiunta di un cantante solista, appunto Maurizio, e delle inusuali tastiere, affidate a Ferry Sansoni; particolare anche il ruolo del batterista, Pupo (Gianfranco Longo), secondo personaggio immagine del gruppo dopo Maurizio. Un interessante miscela di proto-divismo, trasgressione musicale: una certa propensione al rock-blues stile Rolling Stones, modello da imitare almeno per Maurizio, e buon marketing hanno fatto dei New Dada uno dei gruppi beat più seguiti.

Riguardo ancora a Maurizio, che era poi anche il più grande del gruppo (aveva 24 anni nel '66, mentre gli altri erano intorno ai 20-22)  e' arrivato anche per lui presto il momento della carriera solistica, con il melodrammatico brano 5 minuti e poi, e quindi la cover dai Blood Sweet & Tears (24 ore spese bene con amore), prima di un provvisorio oblio e di un ritorno alla fine degli anni '70, come gruppo punk, i Krisma, assieme alla sua nuova compagna Cristina Moser.
Per saperne di più: Chinese Restaurant - Intro)

Maurizio Arcieri (vc), Gianranco "Pupo" Longo (bt), Ferruccio "Ferry" Sansoni (tastiere), Giorgio Fazzini (bs), Franco Ladenza (ch), Renato "René" Vignocchi (ch)

Kings (front-man Dino, poi Renato Bernuzzi)

L'altro complesso che completa il gruppo di testa del beat italiano. Gli inizi furono ampiamente inquinati dal carisma del cantante del gruppo, Dino, del quale i discografici (Teddy Reno e la RCA in questo caso) intuirono subito, e giustamente, il grande potenziale, cercando quindi di indirizzare lui e il gruppo verso i brani e i generi con maggiore probabilità di successo. Dopo i primi 45 e il primo LP bi-standard (parte cover, soprattutto dei Beatles, e parte brani melodici) ed il lancio come Dino e i Kings, l'inevitabile separazione. Dino ebbe il grande successo che ci si aspettava da lui, e i Kings si riorganizzarono attorno ad Ennio Ottofaro e Pierpaolo Adda (rispettivamente chitarra solista e batterista), ingaggiando un nuovo cantante, Renato Bernuzzi, già attivo con alcune cover. Line-up e ispirazione del gruppo erano ora molto più grintose, il cantante era della scuola "Mick Jagger" come Maurizio dei New Dada e la attenzione alla qualità del suono ed all'impatto dal vivo era tra le più alte dell'epoca. I Kings divennero quindi per i fan i "puristi" del beat, da contrapporre ai gruppi più commerciali come Rokes e Equipe 84, naturalmente con un riscontro di vendite minore ma una popolarità apprezzabile. I brani da ricordare: Cerca (Cantagiro '66), Dedicato alla mia ragazza, Caffè amaro, la loro versione di Ho in mente te (la prima). Dopo il periodo d'oro del beat la loro carriera si concluse, il solo Renato ha continuato con il nome "Renato e i Misfits" e poi "Renato e i Kings", con formazioni diverse.

 

Giganti

Un complesso particolare, forse più vicino al cabaret dei Gufi che al beat, anche se non sono mancate all'inizio le solite cover scelte nella hit-parade britannica. Anche il look era più da studenti o intellettuali con la barba, che da classici capelloni. Il loro smash hit è stato infatti Tema, che di beat aveva ben poco, solo il fatto di essere leggermente ritmata. Tutta l'originalità del brano era nel testo, che ricordava e citava i temi di italiano a scuola, argomento ovviamente l'amore. Sul quale si faceva teoria, come fece poi anni dopo mirabilmente Herbert Pagani con Teorema. Il personaggio che veniva fuori era poi il batterista del gruppo, Enrico Maria Papes, dalla voce baritonale oltre che dal nome altisonante e annunciato, a lui la conclusione del tema e il ruolo maggiormente caratterizzante, anche se non era il cantante. Al Festival di S.Remo del 1966 portarono un pezzo vagamente di protesta, Proposta ("Mettete dei fiori nei vostri cannoni"), e in altri brani si caratterizzarono come gruppo che diceva la sua sui fatti del mondo. Musicalmente si caratterizzavano per l'impasto delle voci, tutti e quattro i Giganti infatti cantavano, con voci dalle caratteristiche molto diverse. Dopo lo scioglimento alla fine degli anni '60 il cantante e il chitarrista (i due fratelli Giacomo "Mino" De Martino e Sergio De Martino) ebbero una breve carriera in duo, come "Mino & Sergio".

Enrico Maria Papes, Sergio De Martino, Giacomo De Martino, Francesco Marsella

    

Corvi

La prima garage band italiana, secondo alcuni. In ogni caso il complesso al quale la divisione dei ruoli, non si sa se decisa a tavolino o dal mercato, assegnava il ruolo di cattivi ragazzi, di estranei al sistema, specie di Rolling Stones italiani. Ottimo fiuto nella scelta delle cover, anche americane, come I Ain't A Miracle Worker dei Brogues, diventata il loro primo successo Un ragazzo di strada (come al solito estrapolando e stravolgendo il testo originale) e più avanti il brano psichedelico ante litteram degli Electric Prunes I Had Too Much To Dream, diventato Sospesa ad un filo.
Per la cronaca arrivarono alle incisioni discografiche vincendo uno dei più affollati trofei Davoli tra complessi, con finale a Parma.

Non e' mancata una loro interpretazione della solita Bang Bang, ovviamente più arrabbiata di quella dei rivali Equipe 84, anche per differenziarsi. Il loro posizionamento alternativo li ha ovviamente spiazzati alla fine del beat, troppo caratterizzati per riciclarsi nel nascente prog rock all'iitaliana (Orme, New Trolls), troppo arrabbiati per riciclare il nome conquistato sul vasto mercato del pop melodico all'italiana, come fecero i Camelonti o i Pooh.

Fabrizio Levati, Italo Ferrari, Claudio Benassi, Angelo Ravasini

Jaguars

I Jaguars di Roma erano un complesso beat dell'ala beat "purista". Si differenziavano dagli altri gruppi per due caratteristiche contrastanti: una immagine vagamente dark, un modo di cantare e di presentarsi sul palco che anticipava i gruppi rock di qualche anno dopo, con effetti scenici, suoni distorti e altre "stranezze" e un repertorio basato inizialmente sullo stile Beach Boys, quindi cori e miscela di voci, o su canzoni italiani anche commerciali. Incisero infatti sigle di trasmissioni televisive ("Lei non si preoccupi", con il maestro Simonetti e Isabella Biagini) e addirittura una partecipazione al festival della canzone napoletana, che allora era un po' una continuazione di San Remo, in coppia con l'ex "urlatore" in fase declinante Tony Dallara.
Formatisi nel 1962 a Roma, nel popolare quartiere della Garbatella, si ispirarono all'inizio al rock'n roll o al pop dell'epoca (Cliff Richards, Brian Poole, ovviamente Elvis Presley) per poi abbracciare poco dopo il beat, iniziando con serate nei locali, tra cui il Piper Club di Roma, e poi diventando per un breve periodo il gruppo di accompagnamento di Ricky Shayne. Dei Beach Boys presero alcune canzoni per trasporle in italiano, tra cui Barbara Ann, primo singolo e primo relativo successo (anche se oscurato dall'originale, che in questo caso arrivò da noi, tra l'altro le parole e il loro significato non erano davvero significative in questo caso).
In questa fase erano già sotto contratto con una tipica casa discografica dell'epoca, la CDB di Carmine De Benedictis, che aveva in scuderia anche altri gruppi dell'epoca come i Delfini, i Ragazzi dai capelli verdi, i Rokketti.
La casa discografica, secondo gli interessati, era però votata al solo guadagno immediato e all'ammorbidimento dei gruppi per puntare a un pubblico più vasto, e quindi i Jaguars faticarono a evidenziare e valorizzare le loro caratteristiche peculiari, come la voce "sporca" e "nera" del cantante Silvio Settimi, l'uso intenso di distorsori o addirittura dell'archetto di violino sulla chitarra elettrica (in netto anticipo sui Led Zeppelin), l'interesse per i nuovi sviluppi del rock, ad iniziare da Jimi Hendrix, e altre loro idee.
All'inizio degli anni '70 si sciolsero come altri gruppi dell'epoca, Silvio Settimi abbandonò il settore musicale dove invece è rimasto come insegnante il batterista Giovanni Gallo. Come altri gruppi poco commerciali dell'epoca sono stati rivalutati nella fase di revival iniziata negli anni '80, dagli appassionati e dai collezionisti.
(Singoli: Barbara Ann, Non devi piangere, Ritornerò in settembre / Non sei sincera, Oggi sì [la sigla di "Lei non si preoccupi"], Il treno della morte, Devi combattere, Grande come il nostro amore [l'ultimo singolo])

Silvio Settimi (voce), Giovanni Gallo (batt.), Pino (ch.), Luigi (basso)

  

La pattuglia azzurra

Un gruppo milanese ricordato più che per il valore musicale o il seguito avuto, perché è stato il primo gruppo di due personaggi poi diventati molto popolari nella televisione e nel cinema, vale a dire Claudio Lippi e Massimo Boldi. Lippi era infatti all'epoca, metà anni '60, già un cantante discretamente affermato, che si accompagnava in precedenza con un altro gruppo (I Dragoni), e nel 1968 ebbe l'idea di formare un complesso beat "italiano vero", in polemica con la calata dei gruppi stranieri che venivano in Italia a "trovare l'America". Con parole anticipatrici degli attuali timori sugli extra-comunitari, diceva, in una intervista a Giovani (2/5/1968) «Invadono il mercato. E magari solo perché hanno la pelle di un  altro colore o si servono di un nome che, in un modo o nell'altro richiama immagini esotiche, sfondano qui da noi e non se ne vanno più. In Italia trovano la loro America, trovano tanta fortuna, tanti soldi e tanto tutto» «Non voglio fare nomi», aggiungeva il fratello Franco Lippi, produttore, «ma è ora di finirla con questi stranieri.»
Quindi, appunto nel maggio 1968, mentre qualcun altro era impegnato in altre cose, si accordò con il gruppo Epoca 70, formato da Fabio Boldi (chitarra e voce), il fratello Massimo Boldi (batteria), Giulio Cavalli (organo) e Carlo Cecconi (basso), già attivo sulla scena milanese, fondò assieme al fratello la casa discografica Disco Azzurro e lanciò il gruppo con il nome Pattuglia Azzurra, il titolo del loro primo (e probabilmente ultimo) singolo era Bandiera Azzurra, che riecheggiava ovviamente Bandiera Gialla, si trattava quindi di un brano in largo anticipo sui tempi, coerente con i successivi fasti di Lippi e Boldi a Canale 5 e anche adatto come eventuale inno di Forza Italia, ma non si sa se sia stato preso in considerazione per questo scopo.
Una ultima curiosità, Massimo Boldi ha citato questa sua lontana esperienza nel suo ultimo film, del 2002, Vacanze sul Nilo, nel quale cita un sé stesso adolescente e batterista, frenato nella sua vocazione di musicista beat dal padre maresciallo dei carabinieri, e poi costretto a entrare nell'arma.
 

                                      

Nico e i Gabbiani

Il gruppo di Nico Tirone a tutti gli effetti non era un complesso beat, era un complesso che aveva la formazione come altri complessi beat, con l'organo hammond in questo caso, e che ha avuto successo nell'era del beat, arrivando anche al n.1 della hit parade, però con brani del tutto melodici all'italiana, solo leggermente ritmati, e con un arrangiamento moderno dove spiccava appunto l'organo elettrico. Al tutto si aggiungeva una immagine del tutto plain, da ragazzi di tutti i giorni, più che da ragazzi arrabbiati o bizzarri come andava di moda per gli altri complessi beat.

   

Nomadi

Troppo noti per un ritratto anche breve. La voce particolare di Augusto Daolio e la sincerità di fondo del gruppo ha accompagnato tre periodi. Gli esordi come complesso beat, più protestatario e diretto degli altri, grazie anche alle canzoni di Guccini. Il ripiegamento verso un pop melodico, sempre declinato con originalità e una particolare epica sentimentale, nei primi anni '70, in cui il pubblico voltava le spalle a tutti i gruppi del decennio precedente. La rinascita e il riposizionamento di nuovo verso l'impegno nei secondi anni '70, auspice sempre il canzoniere di Guccini. Poi la lunga stagione dei concerti e del popolo dei Nomadi, che continua a seguirli ancora oggi, anche se purtroppo Augusto non c'e' più, con i Nomadi in testa alle classifiche a oltre 35 anni dal loro esordio con un dimenticato 45 giri Donna la prima donna, da un gruppo vocale americano di fine anni '50 (Dion & The Belmonts).

Augusto Daolio, Beppe Carletti, Gianni Coron, Franco Midili, Gabriele Coppellini

                                   

Pooh

Il nome, secondo quanto raccontavano loro (in una intervista a una rivista giovanile del periodo), era nato per caso, i 4 ragazzi attorno a un tavolo e uno che fa la canonica domanda, "Allora, che nome ci mettiamo?", e la risposta, in coro, fu "Pooh?". Gli inizi furono come complesso beat, capelli lunghi e tutto il resto. Il brano che soprattutto si ricorda di quel periodo e' Brennero 66, una canzone non d'amore ma di protesta, e su un tema certo inusuale, gli attentati terroristici perpetrati in quegli anni ai danni di militari italiani dai nazionalisti alto atesini. La canzone venne presentata anche al Festival delle Rose, una manifestazione canora posteriore al Cantagiro (si svolgeva in autunno) che completava gli eventi musicali dell'epoca (Festival di San remo, Disco dell'estate, Cantagiro, Festival delle Rose, Festival di Castrocaro), in coppia con un noto cantante e autore beat di quel periodo, Roby Crispiano (Roberto Castiglione, suo principale successo Uomini uomini). Ebbe anche problemi con la censura RAI, non per motivi politici, in fondo il testo era filo governativo, ma per motivi di opportunità, non erano temi adatti per una canzone. Il secondo grande successo che si ricorda dei Pooh e' pero' gia' fuori dal beat, sia musicalmente che come ispirazione. Si tratta ovviamente di Piccola Cathy, in clasifica nel 1968, la "canzone" di molti adolescenti dell'epoca.

Poi un periodo di semi oblio, come avvenne per molti gruppi e cantanti anni '60 all'inizio del decennio successivo, un decennio in cui tutto, nella moda, nella musica e nel costume, doveva essere nuovo e non visto prima. In quel periodo si situa anche l'uscita del cantante storico del gruppo, Riccardo Fogli, con motivazioni sia artistiche sia personali. Fogli infatti lascia la moglie Viola Valentino per una nuova relazione con Patty Pravo, uscita bene dagli anni '60 ed entrata trionfalmente negli anni '70 come simbolo din una (moderata) trasgressione e libertà dei costumi. A una delle ultime edizioni del Cantagiro (si era ribattezzato Cantagiro Show, poi arrivera' a sostituirlo il Festivalbar) ad inizio anni '70 Patty Pravo e Riccardo Fogli sono le attrazioni, lui fa musica rock e suona la chitarra con un suo gruppo, gli Ozimandas.

Roby Facchinetti e gli altri pero' non mollano, il cantante Red Canzian prende il posto di Fogli e, complici i soliti Arbore e Boncompagni che spingono il pezzo alla loro trasmissione Alto Gradimento, ritornano al successo con il brano melodico, celeberrimo, Tanta voglia di lei.

E' l'inizio di un nuovo filone pop, melodico ma aperto alle novità tecnologiche e alle mode musicali, che i quattro Pooh non abbandoneranno più, inanellando già negli anni '70 altri successi come Pensiero, Un attimo ancora, raggiungendo i trionfi da stadio negli anni '80, il successo a San Remo negli anni '90, in coppia con la grande cantante jazz Dee Dee Bridgewater (Uomini soli).

In parallelo andavano le carriere musicali di Riccardo Fogli, Patty Pravo e della moglie di Fogli, Viola Valentino. Infatti gli anni '80, anni del riflusso verso la famiglia e i valori tradizionali, vedono tramontare (temporaneamente) la stella trasgressiva della Pravo, che si rifugia esule in California, vedono un Fogli che abbandona le velleità rock per virare anche lui a un genere pop e melodico, e infine la rivincita della un tempo abbandonata Viola Valentino, che entra nel mondo della musica con grande successo, abbracciando quel genere pop con sottofondo di batteria elettronica lanciato in quegli anni da artisti come Rober Palmer. Il contrasto tra la mora, forte, sana e trionfante Valentino e la emaciata e super pallida Patty esprime in modo plastico il passaggio da un decennio all'altro.

Ma, come si dice, "chi ha più filo da tessere, tesserà", e nel decennio successivo Patty Pravo risorgerà come una fenice, non scalfita del tempo e di nuovo baciata dal successo.

Quel successo che i Pooh invece non hanno mai abbandonato, rimanendo per 30 anni nel gruppo di testa della canzone leggera italiana (con addirittura qualche episodica incursione rock-progressive), fino ai giorni nostri,

           

Ribelli (front man Demetrio Stratos)

Un complesso milanese, raccolto intorno al dinamico cantante e chitarrista Gianni Dall'Aglio, notato da Celentano che da un lato aveva bisogno di un gruppo spalla, dall'altro stava costruendo la sua etichetta discografica, il Clan, primo tentativo di indipendenza dalla industria discografica, e aveva bisogno di un complesso per coprire l'ala giovani.

Professionalmente un gruppo valido, efficace dal vivo, con l'aiuto del Clan i Ribelli raggiungono il successo e la notorietà presso il grande pubblico partecipando ad una specie di operazione mediatica organizzata dal vulcanico Celentano: la attesa per il lancio della cantante del Clan, che poi sarebbe Milena Cantù, allora compagna dello stesso Celentano. Individuata una canzone straniera adatta, Keep On Dancin', di Brian Poole & The Tremeloes, venne sovrapposto ad essa il testo Chi mai sarà la ragazza del Clan?, la operazione ebbe successo ed i Ribelli entrarono nel ristretto gruppo dei complessi da classifica.
Subito dopo una deludente partecipazione a San Remo, con un pezzo assolutamente inadatto e lontano dal beat (A la buena de dios), oltre a tutto in coppia con un gruppo dalla immagine altrettanto distante dal mondo giovane (i New Christy Minstrels), avvenne il passaggio alla casa discografica Ricordi, e contemporaneamente l'arrivo come cantante e front-man di un grosso personaggio della musica italiana, Demetrio Stratos.
Il musicista di origine greca era già attivo in alcuni circuiti milanesi e la Ricordi, intuendone il potenziale, era alla ricerca di un gruppo adeguato, e così avvenne il cambio di formazione. Con Stratos alla voce i Ribelli firmarono i successi del 67, '68, in parte cover ed in parte originali, a cominciare dalla notevole Pugni chiusi. Stratos già cominciava ad usare quella impostazione particolare della voce che poi arriverà alla sperimentazione della voce-strumento con il gruppo rock-jazz degli Area negli anni '70, quel modo di cantare particolare che influenzerà, tra gli altri, Piero Pelù dei Litfiba.

Stormy Six

Gli Stormy Six sono un caso singolare di complesso beat, uno dei pochi comunque che ha superato la fase iniziale del beat mantenendo la popolarità ma anche lo spirito del beat.
Gli inizi, come in molti altri casi, vedono una cover di "All Or Nothing" del gruppo inglese degli Small Faces di Rod Stewart, titolo italiano "Oggi Piango", poi un altro successo "Lui verrà", e subito dopo una convinta virata verso la nascente psichedelia, sotto la forte influenza del bassista del gruppo, Claudio Rocchi (in precedenza già bassista di un complesso chiamato significativamente "Gli Sconosciuti"), con l'album "Le idee di oggi per la musica di domani" (del 1969). Rocchi abbandona però il gruppo (e viceversa) per la sua carriera solistica, che lo porterà ad esplorare tra i primi la spiritualità della musica indiana e la ricerca interiore, fino a decidere, dopo alcune esperienza anche di conduttore radiofonico, proprio di stabilirsi laggiù (con annunciato nel 45 giri "Vado in India").
Rocchi ritornerà poi alla sua vecchia passione, la radio, partecipando alla creazione di una radio in Nepal, HBC 94, ascoltabile anche via internet http://www.hbc.com.np/.
Il resto del gruppo, guidato da Franco Fabbri, dopo una breve parentesi volutamente (e forse ironicamente) disimpegnata, il brano "Sotto il bam/bu" presentato al Disco per l'estate del 1972, fa invece una convinta svolta verso l'impegno politico, partecipando attivamente alla stagione politica degli anni '70, alla quale le loro canzoni forniscono una convincente colonna sonora, soprattutto con l'LP "Un biglietto del tram", dove sono contenute i loro brani "Stalingrado" e "Dante Di Nanni". Negli anni successivi i vari componenti degli Stormy Six hanno continuato ad occuparsi professionalmente di musica, e ad organizzare periodiche reunion, in particolare Franco Fabbri è diventato un apprezzato musicologo.

 

Bit-Nik

Il nome e' una voluta storpiatura di beatnik, il nomignolo affibbiato con disprezzo da un giornalista ai giovani alternativi americani dei primi anni '60. Un nome che però i primi poeti e scrittori che si riconoscevano in quel nuovo clima generazionale, e i giovani che si riconoscevano in loro, accettarono e accolsero come proprio. Un nome che e' anche nella radice del beat e del gruppo che farà esplodere il beat, i Beatles, ovviamente. I 5 ragazzi italiani volevano evidentemente ricollegarsi a quel clima e a quel movimento, senza usare banalmente lo stesso termine. In tutto pubblicarono 5 dischi, 45 giri, nella loro breve stagione, quasi tutti originali, a cominciare dal loro primo successo Preghiera per un amico beat, improntati ad un germinale impegno e caratterizzati dal suono dell'organo elettrico Vox. Un ultimo tentativo di risalire sul carro del successo con la ennesima cover di Nights In White Satin dei Moody Blues, alias Ho difeso il mio amore, poi il progressivo abbandono.

Califfi

Un complesso formatosi a Firenze alla metà degli anni '60, per un breve periodo scelto da Edoardo Vianello come proprio gruppo spalla. In proprio hanno inciso un LP e una decina di 45 giri, raggiungendo una buona popolarità nell'area beat dell'epoca sia con brani di produzione italiana, sia con cover. Il primo brano fu una cover dei Kinks (You Really Got Me - Ti giuro, è così). Il maggiore successo è stato probabilmente Così ti amo, cover di un successo internazionale dei Bee Gees (To Love Somebody). Come molti altri gruppi beat hanno chiuso l'attività all'inizio degli anni '70.
Da rimarcare la presenza nel line-up del gruppo del chitarrista Paolo Tofani, che sarà nel decennio successivo, assieme a Demetrio Stratos, il fondatore del principale gruppo di avanguardia italiano, gli Area. Anche il bassista del gruppo Maurizio Boldrini ha avuto una storia musicale successiva, rifondando nel '72 il gruppo con lo stesso nome, ma formazione completamente diversa, che includeva il fratello minore Franco, e producendo il disco progressive Fiore di metallo, con tipico uso e abuso di tastiere e moog, comunque apprezzato dai cultori del genere anche a distanza di tempo (e molto ricercato dai collezionisti).
Anche il batterista Marcovecchio entrerà a far parte di un gruppo progressive attivo nel decennio successivo, i Campo di Marte.

Paolo Tofani (ch) / Giacomo Romoli (tastiere) / Franco Boldrini (basso) / Carlo Felice Marcovecchio (batt.)

 Delfini

Un gruppo originario di Padova, attivo già dal 1961 in concerti e serate dal vivo. Un elemento distintivo nella loro formazione a cinque era la presenza di un sax. Inizi, come in molti altri casi, con cover di successi inglesi (I wanna be your man dei Beatles, loro primo 45 giri del 1965) e altri brani degli Shadows, degli Stones e degli Animals (vedi l'elenco delle cover). Dopo questa fase iniziale, a differenza di altri gruppi, hanno puntato maggiormente su brani originali, raggiungendo un buon successo con Tu te ne vai, prima a Bandiera Gialla nel 1966, e della quale prepararono anche una versione inglese (che non ebbe però il riscontro sperato). Parteciperanno al Disco dell'estate dell'anno successivo con Beat Beat Hurrà, ma con la fine dell'era beat si riduceva lo spazio per i complessi e anche i Delfini sospesero sostanzialmente la attività, pur senza scogliersi ufficialmente (altri successi: Stasera sono solo, Delfino Time, Quella dei miei sogni)

Renzo Levi Minzi, Franco Capovilla, Sergio Magri, Mario Pace, Giorgio Castellani

 Profeti (front-man Renato)

Un gruppo di grande seguito nella seconda metà degli anni '60, apprezzati soprattutto come produttori di lentoni per le feste delle medie e del ginnasio. Sin dagli inizi votato più che al beat, ad una sua versione moderata e molto pendente sul lato della melodia. In pratica del beat sono presenti alcuni aspetti esteriori (il look originale, in questo caso lunghe tuniche da profeti) e gli strumenti base del quartetto beat. Il primo 45 giri è del 1964 e presenta brani originali in stile beat moderato o folk-beat (Bambina sola e Le ombre della sera). Incidono anche loro Per fare un uomo e si affidano come altri alle cover, in questo caso il successo degli Stones Ruby Tuesday, che diventa Rubacuori. Il successo di pubblico aumenta con una virata sempre più decisa su brani dall'impatto melodico e con una esposizione maggiore del cantante Renato Brioschi, decisamente adeguato sia per voce sia per presenza. Presentano prima dei Nomadi una loro versione di Nights in White Satin dei Moody Blues (stessa traduzione adulterata), ma ottengono i maggiori successi con Gli occhi verdi dell'amore (una  cover, vedi la lista), La tua voce, La mia vita con te, Non si muore per amore. Con la fine del beat il cantante Renato (mantenendo nella ragione sociale il nome "Renato dei Profeti") inizia una breve carriera solistica nella quale ottiene un grande successo con il brano vagamente medievaleggiante Lady Barbara, e si conclude la vicenda artistica del gruppo.

Renato Brioschi, Nazareno La Rovere, Roberto Margaria, Osvaldo Bernasconi, Raffaele Favero

 

Inglesi in Italia

Il mercato italiano era molto ricco negli anni '60, una grande domanda di musica, in sintonia con il boom economico, la diffusione di massa dei giradischi, non più oggetti di lusso di produzione tedesca ma elettrodomestici di consumo, fino all'economico ma micidiale (per i dischi) mangiadischi a 45 giri.

In Gran Bretagna invece, nonostante una domanda di musica forte (ma che trovava anche nelle prime radio libere una risposta), c'era un eccesso di offerta, nel senso di un gran numero di gruppi di media e discreta professionalità che non riuscivano a sfondare sul mercato interno. Lo sbocco primario, come a suo tempo per i Beatles, era rappresentato dalla Germania, dove era anche presente un forte contingente militare americano (e si trattava di giovani di lingua inglese). Il mondo che iniziava ad accorciarsi fece però venire la idea a molti gruppi di spingersi più a sud, in Italia, o ad alcuni discografici di trovare gruppi, e possibili successi, in UK, a cui affidare canzoni da cantare in italiano (con forte accento inglese, gradito, dava un tono di autenticità) e da presentare come già noti internazionalmente. Esiste addirittura un caso sospetto, di un cantante beat che parlava e cantava con forte accento inglese, si chiamava, o si faceva chiamare Ricky Shayne e il suo grande successo fu la drammatica canzone Uno dei Mods. Lui diceva di essere americano, del Massachussets, le malelingue che fosse di Trani  in Puglia. Tuttora non si sa la verità.

Motowns, Primitives, Renegades, Rokes, Sorrows

Motowns

Un gruppo inglese, di Liverpool, con un cantante carismatico e capellone (Lally Stott, vero nome Lally Marchelle, quindi un gruppo con tutte le carte in regole per ottenere successo nel ricettivo mercato italiano. Il nome derivava forse dalla nota casa discografica di Detroit (MOtor TOWN: la città delle macchine) specializzata in soul e rythm & blues, allora ai primi posti nelle vendite in tutto il mondo. Al Cantagiro del 1967 presentarono con grande successo il brano Prendi la chitarra e vai (cover di Lovers Of The World Unite, di David & Jonathan). Dopo altri minori successi il gruppo si sciolse, e continuò una carriera solistica il solo Larry Stott, virando la produzione maggiormente verso il genere pop.

Primitives (front-man Mal Ryder)

In Italia nell'era beat non c'era solo fame di musica da comprare su disco, ma anche da ascoltare nei locali, e sulla quale scatenarsi e ballare. Tra i locali non si può non citare il Piper, con la storica sede di Roma poi bissata a Milano. Non era facile trovare gruppi convincenti e trascinanti dal vivo e così l'avvocato Crocetta, patron del Piper, ingaggiò questo solido gruppo rock - r&b per una stagione in Italia. Ebbero anche un ottimo successo discografico con Yeeeeh! e si parla di esibizioni trascinanti e molto apprezzate, e quindi restarono nel nostro paese.
Il cantante e front-man Mal (vero nome Paul Bradley Couling, in UK lo pseudonimo completo, con il quale è conosciuto, era Mal Ryder, in Italia divenne semplicemente Mal) venne però notato dai discografici per il gradevole aspetto fisico e lanciato come cantante solista pop-melodico (ovviamente lui era consenziente), ci fu un passaggio di casa discografica, e così il notevole complesso beat divenne il gruppo spalla di Mal, accompagnandolo nelle sue avventure festivaliere e sanremesi (nel '71 in coppia con i Nomadi, "Non dimenticarti di me"). Mal continuò la sua carriera di simpatico cantante confidenziale per tutti, ma con marcato accento inglese, fino a "Furia cavallo del west", e con contorno di film e fotoromanzi. Gli altri Primitives rimasero nel mondo della musica professionale, il chitarrista Dave Sumner è un apprezzato turnista, il batterista Pique "Pick" Whiters è addirittura diventato il batterista dei Dire Straits di Mark Knopfler, nel loro periodo d'oro di Sultans Of Swing e Communiquè.
Non solo, secondo alcune fonti il grande chitarrista Jimmy Page, poi colonna dei Led Zeppelin, avrebbe partecipato quasi esordiente alle registrazioni dei primi dischi inglesi dei Primitives (Help Me, You Said) affiancando o forse sostituendo la chitarra solista ufficiale Geoff Eaton.
Per completare la confusione esiste anche un altro gruppo con lo stesso nome, questa volta americano, con il quale iniziarono la carriera Lou Reed e John Cale, insomma il nucleo da cui poco dopo sarebbero nati i Velvet Underground.

                                   

Renegades (front man Kim Brown)

Questo gruppo inglese aveva avuto invece successo in patria, con il brano quasi blues Cadillac. Per motivi sconosciuti loro emigrarono in un primo tempo in Finlandia, per poi approdare in Italia. Docile strumento nella mani dei discografici, incisero ogni pezzo di ogni stile che gli veniva proposto, fino all' Amore e' blu o Io tu e le rose. Del complesso mantenevano la immagine, con i capelli lunghi, il nome "cattivo",  la bellezza efebica del biondissimo front-man Kim Brown, e il vezzo di travestirsi tutti e 4 uguali. In questo caso, in qualche attinenza con il nome, (Rinnegati, disertori), si vestivano da soldati nordisti della guerra di secessione americana. Da notare anche un tremendo brano celebrativo, sulla scia di pezzi buonisti come Abraham Martin and John di Dion and The Belmonts, dedicato al presidente Kennedy ("John Fitzgerald Kennedy, sei tornato tra di noi, per dire a tutti quanti, vogliamoci più bene..."). Dopo un ulteriore imbarazzante passaggio nel genere bi-folk (Il ballo di Simone, interpretato dagli Amici di Simone), finita la popolarità, finalmente affrancato dai discografici, Kim Brown negli anni '70 ha potuto tornare ai primi amori rock blues fondando un nuovo gruppo, in qualche modo erede dei Renegades, Kim & the Cadillacs.

Rokes

Il più fortunato, tra i complessi inglesi che hanno trovato fortuna in Italia. Dove praticamente si rifondarono, dopo alcuni tentativi di poco seguito in patria. Guidati dal singolare cantante e musicista Shell Shapiro (tuttora attivo nel mondo della musica), erano dotati di un professionismo in campo musicale superiore alla media, a detta di chi li ha sentiti dal vivo in storici concerti al Piper di Roma a metà anni '60.
In realtà erano già attivi da tempo sulla scena inglese, Shell Shapiro infatti aveva iniziato a suonare nei primi anni '60 nel gruppo Rob Storm & The Whisper, e poi aveva lavorato nel gruppo che accompagnava Gene Vincent in tour, poi ancora nella band di Colin Hicks, infine formando poi un proprio gruppo, che poi sarebbe stato il nucleo per i Rokes, chiamto Cabin Boys, con Johnny Charlton alla seconda chitarra, Bobby Posner al basso, e Roger Shepstone alla batteria. Registrarono qualcosa con Colin Hicks, ma vennero notati da un manager discografico italiano, cioè il noto ex cantante e attore Teddy Reno, che gli propose prima di accompagnare i concerti della moglie Rita Pavone, dopo questa esperienza e qualche traversia decise anche di fare incidere al gruppo alcuni 45 giri, cambiando però il loro nome nel più efficace, in Italia, Rokes. La prima uscita discografica fu una cover, in inglese, del classico "Shake, Rattle and Roll", cui seguì, eravamo ormai nel 1965, questa volta con buon successo, le cover in italiano (con l'inconfondibile accento inglese di Shell) di I'm Alive di Clint Ballards e When You Walk In The Room di Jackie DeShannon. Le canzoni, chiamate in italiano Grazie a te e C'è una strana espressione nei tuoi occhi, arrivarono al 12° e 11° nella hit-parade e consentirono quindi ai Rokes l'ingresso tra i gruppi più noti.

Dopo questo buon inizio azzeccarono lo smash hit, complice il solito Giulio Rapetti - Mogol, e la scelta della cover giusta, con il brano che divenne il simbolo del beat "Che colpa abbiamo noi" (l'originale era Cheryl's Going Home di Bob Lind), con il quale arrivarono secondi, testa a testa con la Equipe 84, allo storico Cantagiro del 1966, quello nel quale c'era addirittura un girone apposito per i complessi. Poi il brano, complice una altrettanto storica apparizione alla trasmissione del sabato sera Studio 1 (conduttore Lelio Luttazzi), sbancò le classifiche e aprì ulteriori successi per i Rokes.

Tra questi non si può non  citare Piangi con me. I Rokes infatti non avevano abbandonato il mercato inglese e americano, e incidevano molti dei loro dischi anche in lingua inglese. In particolare questo pezzo composto da Shell Shapiro fu proposto in UK come Let's Live For Today, ebbe come gli altri un riscontro modesto, ma ne venne fatta prima una cover dai Living Daylights, e poi una ulteriore cover in USA, con un arrangiamento più energico, dovuto a P.F.Sloan e Steve Barri, dai Grassroots. Questa terza versione ebbe un enorme successo in USA nel 1967, divenne una delle canzoni simbolo del periodo, la preferita dai reduci del Vietnam, vendette oltre due milioni di copie, e secondo alcuni fu anche uno dei modelli per il rock energetico di Bruce Springsteen.

I Rokes non beneficiarono di questo successo internazionale e rimasero un fenomeno italiano. Quando il beat iniziò a dare segni di esaurimento i Rokes iniziarono a oscillare tra le aspirazioni a salire verso le nuove atmosfere che si respiravano nel mondo della musica, la psichedelia in particolare, sotto la spinta del leader Shell Shapiro, e le spinte contrarie dei discografici a capitalizzare la notorietà del nome per brani di presa immediata e graditi al grande pubblico. Così arrivarono da un lato brani ambiziosi come "Finché c'è musica mi tengo su" o "When the Wind Arises", proposto in UK, e dall'altro versioni di successo di cavalli di battaglia dell'entertainment internazionale, lontanissimi dal beat, come "Lascia l'ultimo ballo per me". Inevitabile la uscita di scena nel 1970, troppo caratterizzati come gruppo del passato, pur se recente, per trovare ancora spazio.
(Per saperne di più: http://www.geocities.com/fficco/rokdisc.html - Sito ufficiale italiano)

Norman David "Shel" Shapiro (vc,ch),Bobby Posner (bs),Johnny Raimond Charlton (ch.sol),Mike Shepstone (bt)

DISCOGRAFIA

   

Sorrows

Un gruppo inglese musicalmente notevole, comunemente considerato uno dei più sottovalutati del periodo, anche dalla critica anglosassone. Esponenti del cosiddetto hard-beat, caratterizzato da un battito più ossessivo e incalzante, in qualche modo vicini ai Pretty Things del primo chitarrista e co-fondatore dei Rolling Stones Dick Taylor. Anche loro arrivarono in Italia alla ricerca di un mercato più ricco, dopo accoglienze altalenanti in patria, dove però il loro brano Take A Heart aveva avuto un buon riscontro. Parteciparono con grande successo al Cantagiro del 1966, presentando Take A Heart, ovviamente tradotto in italiano, Mi si spezza il cuor (erano hard-beat, ma i parolieri erano italiani e la mania di troncare le parole come nelle poesie dell'ottocento, per tentare di adattare l'italiano ai tempi del rock, ancora non se la erano tolta). 
Un altro successo sempre di genere hard-beat  fu Verde, rosso, giallo e blu, i Sorrows si erano stabiliti ormai in Italia, ma la loro fedeltà a un genere e uno stile musicale forse troppo difficile per le attese del mercato italiano ancora alla ricerca del ritornello e della melodia di facile presa, li fece allontanare presto dal centro del successo. Il cantante e leader Don Fardon tenterà poi una carriera solistica in UK e in USA, con un minor-hit (top-20 nel 1968) con una sua versione di Indian Reservation.
Discografia e formazione

Per segnalazioni, osservazioni, integrazioni, scrivere a Webmaster@Musicaememoria.com

Fonti: "Anni '60" (fanzine di C.Scarpa) / "C'era una volta il beat" (Sisto) / All Music Guide / "Storia della canzone italiana" (Borgna)

 

 © Alberto Truffi - Musica & Memoria 2002

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