Radio pirata, radio libere, radio private

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Come è iniziato (in America)

In Italia
In Europa Le radio pirata in Gran Bretagna 
Le radio inglesi ascoltate in Italia La radio in Italia negli anni '60
Qualcosa si muove anche in Italia Per voi giovani
Ma le radio libere? Aprire una radio libera
Le radio libere dilagano Le leggi economiche vincono sempre
Diritti di copia E la musica?
Com'è finita Note

Sempre per schegge di storia della musica e dintorni una breve cronistoria delle radio libere.
In realtà all'inizio le chiamavano radio pirata, erano quindi fuorilegge, ma un po' avventurose e fuori dagli schemi, poi sono diventate libere, sempre alternative ma più o meno legali, ora sono semplicemente private, il che significa in molti casi proprio imprese private.

Ora le radio libere, o per meglio dire le radio private, fanno parte del panorama musicale, sono il nostro accompagnamento, soprattutto quando si sta in macchina, e facciamo zapping con i segni + e - tra una radio e l'altra non appena parte la pubblicità.
Oltretutto la radio è diventata un mezzo di minore importanza, quasi residuale, rispetto alla televisione è ormai in Internet. È un mezzo che trova la sua principale in ragione di utilizzo quando si sta in macchina quindi quando si possono utilizzare soltanto le orecchie mentre tutti gli altri sensi sono occupati nel guidare.
Ma torniamo agli anni nel quale era il mezzo principale per la diffusione della musica.

Come è iniziato, in America, ovviamente
gli investimenti per realizzare una radio sono stati notevoli fino a pochi anni fa, e quindi alla portata soltanto di grandi organizzazioni, nei primi tempi della radiofonia quindi le radio erano statali, ma negli Stati Uniti d'America già negli anni '40, organizzare e mettere in piedi una radio era un investimento alla portata anche di imprenditori di non grandi capacità finanziarie. Quindi iniziò, complici anche la libertà di azione garantita dalla costituzione americana, la struttura federale e la estensione del territorio, una proliferazione di radio libere, cioè di radio indipendenti, nel caso americano, dalle grandi reti nazionali.
Era quella fase raccontata raccontata nel film di Woody Allen "Radio Days" , citato nel recente film dei fratelli Cohen "Fratello, dove sei" (Brother, Where Are Thou?, enorme successo della colonna sonora negli USA), che si riferisce anche a qualche anno prima. E' stato anche il tema di un album che è una pietra miliare della musica pop, il famoso disco del 1982 The Nightfly di Donald Fagen.
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In Italia
In Italia in Europa le cose erano piuttosto diverse. In Italia, dove peraltro la radio è stata inventata, da Guglielmo Marconi, tutti sanno che la radio ha iniziato le trasmissioni regolari ai tempi del fascismo e, anzi, è stata il mezzo principe di diffusione della propaganda del regime, che organizzava radiodiffusioni pubbliche nelle piazze dei discorsi del Duce, a beneficio di chi non aveva l'apparecchio in casa.

Dopo la guerra la radio è ripartita come strumento di intrattenimento, il principale mezzo di intrattenimento, assieme al cinema, almeno fino alla definitiva affermazione della televisione nei primi anni '60.
La radio in Italia era fornita da un solo gestore, ovviamente la RAI (erede della EIAR dei tempi del fascismo) e trasmetteva solo tre programmi nazionali; il primo e secondo canale di intrattenimento generale e di informazione, il terzo canale dedicato la musica classica e in generale a programmi culturali e di approfondimento. Esisteva poi la filodiffusione, a regola non era radio, ma trasmissione via doppino telefonico di programmi musicali su due o tre canali tematici (classica, leggera, un po', in piccolo, come il servizio radio fornito dai canali satellitari attuali o dai canali radio internet), sempre gestita dalla RAI.

La filodiffusione non era hi-fi, ma almeno era stereofonica, a differenza della radio, che in Italia rimaneva monofonica sia sulle onde medie (dove non si poteva fare altrimenti) sia sulla modulazione di frequenza, che consentiva una maggiore qualità e che in USA, già negli anni '50 era trasmessa in stereo e garantiva una qualità della musica riprodotta al livello, o forse superiore, degli LP e dei giradischi di allora.

Già dagli anni '60 la radio in Italia era meno centrale di dieci anni prima, in quanto la televisione si stava velocemente diffondendo in tutte le case; sempre meno erano quindi le famiglie che, come avveniva dieci anni prima, si riunivano alla sera attorno agli apparecchi radiofonici a sentire i "radiodrammi" (le telenovele per radio) o una trasmissione di intrattenimento. La radio rimaneva però un mezzo di intrattenimento importante, in quanto la televisione all'epoca non trasmetteva tutto il giorno ma praticamente dal primo pomeriggio, con le trasmissioni per i ragazzi, fino a mezzanotte circa, con la famosa "fine delle trasmissioni", che inquadrava con una carrellata interminabile una antenna gigantesca con il sottofondo della ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. La radio invece trasmetteva nella gran parte delle ventiquattr'ore.

La radio era naturalmente rigidamente controllata dall'unico gestore, e gli elementi musicali e di costume degli anni '60 erano recepiti in maniera minima e attentamente filtrata, riflettendo un orientamento tra il conservatore e il moralista della direzione RAI di allora (il mitico Bernabei) che vedeva con sospetto i complessi beat con i capelli lunghi e gli atteggiamenti vagamente trasgressivi che cominciavano a affacciarsi.

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In Europa
La situazione era più o meno come in Italia, radio statali, rigidamente controllate, tra le quali spiccava per qualità e professionalità la famosa BBC inglese, e naturalmente tempi diversi tra paese e paese nel passaggio di testimone tra la radiofonia e la televisione come strumento di diffusione (broadcast) principale.

Le prime radio libere, le radio pirata
A differenza degli Stati Uniti, dove non c'era alcun monopolio o concessione statale da violare, ma solo un problema di accesso a finanziamenti sufficienti e di registrazione e omologazione all'ente tecnico regolatore delle attrezzature, in Europa per trasmettere via radio, senza essere il gestore statale, bisognava violare la legge. D'altra parte la premessa per nuovo mercato c'era, tanta musica alternativa che esplodeva, sulla scia del successo planetario dei Beatles e dei Rolling Stones, tanta voglia da parte dei giovani di sentirsi parte di un circuito diverso e alternativo a quello degli adulti.
Insomma c'erano tutte le condizioni per imprenditori realmente intraprendenti che se la sentivano di buttarsi in quest'avventura; la stessa cosa è successa vent'anni dopo con la televisione, e vent'anni dopo ancora con Internet.

La radiotrasmissione però era rigidamente regolamentata e le frequenze, limitate e date in concessione, erano controllate, se non dall'esercito, almeno dalla polizia (la Polizia postale, in Italia).
Alcuni imprenditori inglesi però violarono l'embargo ad inizio anni '60, nel 1964 per la precisione, ebbero infatti l'idea di trasmettere utilizzando navi ancorate fuori dalle acque territoriali inglesi, sfruttando il fatto che le onde radio non conoscono i confini. Era la mitica
Radio Caroline. Una radio pirata quindi, che agiva in mezzo al mare, aggirando ingegnosamente la legge.

E tutto ciò non avveniva a caso nella Inghilterra della swinging London, che era allora il paese più brillante e più all'avanguardia d'Europa e forse del mondo, e quindi più insofferente delle gabbie e delle restrizioni.
E questo si affiancava  alle trasmissioni ospitate da altri paesi, per aggirare i divieti, come Radio Luxembourg (ovviamente dal Lussemburgo) e altre che si aggiunsero, perché il successo naturalmente fu grande da subito.

Trasmettevano in inglese, ma soprattutto trasmettevano musica, che è un linguaggio universale e abbatte le barriere linguistiche, avevano bisogno di musica per riempire le trasmissioni, ed erano quindi strettamente connesse ad una industria discografica, allora decisamente aperta al nuovo.
La radio ufficiale inglese, la BBC, peraltro non rimase a guardare, e rispose con trasmissioni dedicate ai giovani, dove debuttarono sia i Beatles sia i Rolling Stones.
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Le radio libere inglesi le sentivano anche in Italia
Se durante la guerra gli italiani sentivano le notizie dal mondo libero tramite Radio Londra, che trasmetteva in italiano per le zone occupate dall'invasore tedesco, ovviamente ora si poteva, con apparecchi potenti, sentire Radio Caroline o Radio Luxembourg.
Gli ascoltatori non erano il pubblico di massa, ma soprattutto gli addetti ai lavori, i musicisti dei primi complessi beat, gli autori delle canzoni, ed erano infatti per essi la principale fonte di ispirazione e lo strumento per aggiornarsi al veloce succedersi delle mode.
Raccontano infatti i complessi dell'epoca (per esempio quelli della Equipe 84, secondo una loro testimonianza) le serate passate ad ascoltare le radio inglesi, a prendere nota o a registrare le canzoni più interessanti o quelle che erano in classifica, a scegliere tra quelle canzoni quelle da riproporre in italiano, trascrivendo la musica e traducendo il testo, o inventandolo daccapo, quando il testo non era facilmente decifrabile, perché, naturalmente, la musica è universale, ma capire testo della canzone inglese, a volte non è facile neanche per un'inglese.
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La radio in Italia negli anni '60
La radio in Italia nel frattempo continuava ad essere rigidamente controllata, esisteva una commissione di ascolto, in pratica una commissione di censura, non potevano essere trasmesse le canzoni di Fabrizio De Andrè, in quanto trattavano temi non adatti o usavano parole non consentite, una sola canzone era ammessa, era "Fila la lana", ma erano proibite sia quelle licenziose come Re Carlo, oppure poco rispettose della magistratura, come "Il gorilla", sia quelle antimilitariste, come "La guerra di Piero", ma erano proibite anche le canzoni che in qualche modo uscivano dal perbenismo, anche di autori notissimi, come Domenico Modugno, proibitissima la sua canzone "Nuda", dedicata peraltro alla moglie.
(La RAI e le canzoni oscurate).
Esistevano naturalmente trasmissioni specializzate per trasmettere le novità discografiche collegate all'industria discografica, come "Il discobolo", una trasmissione curata dal giornalista Vittorio Zivelli, celebrata nella canzone "Rollo & his Jets" di Francesco De Gregori: erano di solito piazzate in orari strani, riempitivo, e sempre troppo corte, per esempio Il discobolo presentava in tutto un pezzo straniero al giorno.

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Qualcosa si muove anche in Italia
Ma la spinta della nuova cultura era troppo forte anche per la radio italiana fino ad allora totalmente controllata dal partito cristiano, ed in parallelo al primo centro-sinistra negli anni '60, qualche segno di rinnovamento venne introdotto. Così iniziarono a fine delle anni 60 le due trasmissioni storiche, prototipo per tutte quelle successive, vale a dire Bandiera gialla e Per voi giovani, entrambe uscite dalla fantasia di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore
Un altro benemerito della diffusione della nuova musica era stato anche Sandro Mazzoletti, in realtà un curatore di trasmissioni di musica jazz, che iniziò a fine anni '60 a curare trasmissioni dedicate al rock, anzi anche più avanzate di "Per voi giovani" in quanto a musica trasmessa.
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Per voi giovani
Era una trasmissione contenitore, come si direbbe adesso e come venne di moda anche in televisione molti anni dopo, dove si parlava di musica ma anche di temi che interessavano i giovani, di informazione, di viaggi, e con persino all'interno corsi di inglese o altre amenità considerate interessanti per i giovani.
I conduttori erano tutti personaggi poi diventati noti giornalisti e dirigenti della Rai, come Paolo Giaccio, come Carlo Massarini, come Mario Luzzato-Fegiz, come Raffaele Cascone, come Fiorella Gentile, come Enrico Bassignano.
Buona parte della nuova musica, almeno quella considerata da Renzo Arbore accessibile ai giovani italiani, passava nella trasmissione, a cominciare dalla sigla, che era Glad dei Traffic di Steve Winwood, uno dei loro pezzi più belli, dall'album John Barleycorn Must Die.
Così i ragazzi italiani scoprivano le nuove proposte musicali, soprattutto di provenienza inglese, meno frequentemente quelle americane, ed entravano in contatto con il mondo della musica rock.
"Per voi giovani" ebbe un ruolo fondamentale soprattutto nella stagione dei cantautori, trasmettendo all'inizio degli anni 70, oltre ovviamente a Battisti, che era già un fenomeno da classifica, i primi lavori Francesco Guccini, che veniva presentato come l'autore delle canzoni dei Nomadi, o i primi brani di Venditti e di De Gregori, presentati assieme, proprio perché assieme avevano prodotto, una facciata per uno, il loro primo disco Theorious Campus. Praticamente tutti gli altri cantautori italiani del periodo hanno avuto Per voi giovani , come trampolino di lancio, da Edoardo Bennato a Lucio Dalla, a Rino Gaetano, a Claudio Rocchi che ebbe anche per un periodo un ruolo di conduttore, oltre ovviamente a De Andrè, non più ormai al bando (ma diventato famoso al di fuori dei canali ufficiali).
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Ma le radio libere?
Non se ne sospettava neanche l'esistenza, mettere su una radio sembrava un'impresa fuori alla portata di chi non controllasse perlomeno un governo, se ne sentiva parlare le prime volte proprio a Per voi giovani, per esempio dal grande Herbert Pagani, che spesso collaborava alla trasmissione; inviato in Cile, allora nella breve stagione del governo di  Salvador Allende, con il suo stile entusiasta, Pagani ne parlava come di un paese pieno di libertà, e per provarlo faceva sentire un nastro registrato dalla radio della sua macchina a noleggio, girando le sintonia e sintonizzando una stazione dopo l'altra. Sembrava una cosa fuori portata da noi, dove girando la manopola della FM di radio se ne trovavano 4 (quelle della Rai più Radio Vaticana) oltre a qualche radio estera che cominciava a trasmettere per l'Italia in certe zone, come Radio Montecarlo, un esempio di libertà negata (ma mancavano due o tre anni all'esplosione).
Perché il tappo saltasse mancavano solo due cose, una tecnologia alla portata se non di tutti, di molti, e una spinta che travolgesse i controlli e la legalità. 
Due cose , che arrivarono puntualmente a metà degli anni '70.
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Aprire una radio libera
Sul lato tecnico la strada venne aperta dalla cosiddetta banda cittadina (Citizen Band o CB): rice-trasmettitori radio di bassa potenza (e bassa qualità) che avevano sostituito, o per meglio dire integrato, il piccolo popolo dei radioamatori. 

I radioamatori infatti esistevano da sempre, da decenni, ed erano gli unici che potevano trasmettere via radio in modo privato, erano però strettamente regolamentati, erano quegli appassionati con antenne enormi, di grande costo, che facevano a gara fra di loro a chi riusciva mettersi in contatto con paesi remoti, l'Argentina, l'isola di Pasqua o magari a captare le trasmissioni degli astronauti nel cielo. I radioamatori erano censiti e conosciuti della polizia postale, regolamentata la loro attività. 
Con la banda cittadina l'accesso alla tecnologia e alla funzionalità si abbassava drammaticamente. 
Era un mezzo gli comunicazione bidirezionale, che serviva a chi voleva contattare magari gli amici; era in pratica un antesignano dei telefonini e il compagno di viaggio dei camionisti in viaggio per l'Italia.

La regolamentazione era carente, in pratica il CB era vietato, una stazione CB doveva essere trattata come quella di un radioamatore, ma la spinta congiunta dei produttori, che volevano vendere gli apparati, degli esempi stranieri, dove era utilizzata già, della esigenza degli utenti, camionisti in primo luogo, del generale momento sociale, fece saltare tutte le regole, e i CB proliferavano, occupavano le frequenze parlando uno sull'altro e sovramodulando per farsi sentire, mentre le autorità alzavano le mani e facevano finta di non vedere, bastava evitare almeno di occupare le frequenze della polizia.
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Le radio libere dilagano
A questo punto il passo successivo era quasi naturale, passare dalla comunicazione uno a uno alla comunicazione uno a molti, cioè broadcast, gli apparati non erano molto diversi, e i produttori e distributori e negozi più o meno gli stessi, l'antenna doveva essere più grande e gli investimenti un po' superiori, ma ormai ci eravamo, e la tolleranza delle autorità travolte dai CB garantiva la impunità.

Per aprire una radio libera quindi bastava a questo punto un amplificatore, anche da pochi watt, una frequenza libera (cioè non ancora occupata da un'altra radio), un'antenna, e soprattutto un gruppo di amici che potevano coprire le ventiquattr'ore della giornata, o  perlomeno la maggior parte, perché la prima  differenza con la radio ufficiale che era che la radio libera era sempre disponibile e sempre pronta a farti compagnia, e soprattutto, se la frequenza era lasciata libera anche per mezz'ora, veniva occupata da qualche altra radio.
Quindi i fornitori di apparati della banda cittadina garantivano la tecnologia, la libertà sociale e la spinta alla deregolamentazione degli anni '70 garantivano la caduta dei controlli, assieme all'entusiasmo per il nuovo mezzo di comunicazione e di contatto con gli altri, assieme al piacere di accedere a un mezzo di comunicazione finora limitata ad una elite, alla quale era difficile fare parte, il piacere di diventare senza sforzo giornalisti o DJ, garantivano la massa di volontari, tecnici, conduttori, giornalisti, che facevano le radio.

In pochi anni, o forse pochi mesi, tutte le frequenze disponibili, almeno nelle grandi città, vennero occupate da decine di radio libere, anzi non era frequente il caso di frequenze occupate da due radio, di radio che trasmettevano volutamente fuori dalle regole, in sovramodulazione, per sopravanzare le altre radio e che, almeno per una certa area, trasmettevano sulla stessa frequenza.

Per coprire le ventiquattr'ore naturalmente la musica era fondamentale. Sarebbe stato difficile riempire il palinsesto con trasmissioni autoprodotte, con inchieste giornalistiche o con tutte le altre tipologie di trasmissioni che faceva tipicamente la radio di Stato, quindi il palinsesto della radio libere era essenzialmente costituito da musica di vari generi e stile, strutturata per rubriche (la rubrica di musica classica e di jazz, l'immancabile rubrica di musica lirica), naturalmente tanto rock, tanti cantautori.
Ma c'era anche qualcosa che la radio ufficiale non poteva permettersi o permettersi solo in parte e che le radio libere sfruttarono sino in fondo, la comunicazione bidirezionale attraverso la sinergia con il telefono, le trasmissioni con gli ascoltatori, figlie delle trasmissioni ufficiali come "Chiamate Roma 3131", ma ora molto più capillari, perché il bacino di ascoltatori si era concentrato a livello locale, fino all'estremo delle rubriche di saluti tra parenti e amici che si scambiavano il ruolo di conduttori e ascoltatori ("...un saluto a zia Pina, a nonna Maria che si riprenda presto ...").
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Le leggi economiche vincono sempre
Dopo le  prime radio "libere" che in realtà trasmettevano dall'estero, anche se erano orientate all'Italia, come la famosa Radio Montecarlo, iniziarono le trasmissioni le radio poi divenute storiche, spesso ancora attive tutt'ora (come i conduttori). A Roma c'erano Radio Blu e Radio Città Futura, a Milano Radio Popolare, a Bologna Radio Alice.
Quella stagione venne celebrata dalla canzone di Eugenio Finardi "La radio", che enfatizzava la radio come strumento di informazione libera e "non invasiva", e l'entusiasmo per un nuovo strumento di comunicazione.
La stessa stagione celebrata dal film di Luciano Ligabue "Radio Freccia".

Naturalmente la economia ha le sue leggi che nel nostro mondo sono difficili da eludere, e nel breve volgere di qualche anno il volontariato si è esaurito o di molto ridotto, e i costi di gestione, seppur bassi, hanno messo in crisi le prime radio, e le hanno costrette a diventare imprese commerciali. Qualcuna ha tentato di resistere chiedendo agli ascoltatori una sorta di canone. Ma una legge economica dice che se un bene o servizio viene dato gratis, dopo è difficile se non impossibile farlo pagare (e questo è un elemento di riflessione per chi vuol fare pagare servizi su internet). Quindi queste iniziative si sono rivelate palliativi, e le radio rimaste sono state o quelle poche realmente basate sul volontariato, come Radio Onda Rossa o Radio Maria, o quelle diventate imprese commerciali, orientate quindi a vendere gli ascoltatori agli inserzionisti pubblicitari. Così diventando apripista delle ben più consistente esplosione della TV commerciale, anch'essa figlia di quella stagione di libertà.

La selezione tra le radio però non è stata tale da liberare le frequenze, e l'affollamento radiofonico degli inizi è rimasto poi cristallizzato per sempre, insieme alla confusione e alla sovrapposizione di frequenze, regolamentate dalla legge Mammì degli anni '80, ma tutt'ora in attesa di applicazione.
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Diritti di copia
Teoricamente la musica da trasmettere doveva essere comunicata alla società autore ed editori (la mitica SIAE), a cui doveva essere spedita la scaletta di ogni giorno di trasmissione, e alla quale dovevano essere versati i diritti per le trasmissioni.
Naturalmente nessuna la radio libera si sognava di versare diritti, anche perché in generale erano autofinanziate e chi vi lavorava, non sono lavorava gratuitamente, ma contribuiva anche ai costi fissi della radio, che erano poi soltanto attrezzature (antenna e altro), e il costo dei locali, se non si era ospitati da qualche organizzazione

Insomma era allora come ora su Internet, le radio musicali erano come i siti che archiviano e distribuiscono MP3. Le case discografiche però avevano allora un comportamento ben diverso, non facevano alcuna battaglia contro le radio libere, ma anzi mandavano dischi gratis alle radio appena appena affermate. Evidentemente ritenevano, a differenza di ora, che il mezzo migliore per promuovere la musica sia farla conoscere (!).

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E la musica?
Naturalmente, dove prima trasmettevano tre radio, più Radio Vaticana o Radio Montecarlo o Radio San Marino, ora trasmettevano magari 100 radio e mentre le trasmissioni musicali sulle radio di Stato arrivavano a due tre ore al giorno, le radio libere coprivano con la musica (trasmissioni o nastri preregistrati) magari l'ottanta per cento della programmazione. Insomma una moltiplicazione delle trasmissioni di musica, una moltiplicazione dei generi di musica trasmessi, una moltiplicazione dei musicisti che trovavano uno sbocco su una qualche radio, e quindi un aumento della vendita di dischi, della copia di dischi, allora su cassetta, insomma la stessa situazione di ora, con le radio al posto di Napster o Winmx, le cassette al posto dei CD-ROM e dei masterizzatori.
L'unica differenza è che ora le vendite di dischi diminuiscono del 10% all'anno invece che aumentare, evidentemente c'è qualcosa di diverso, forse è la politica delle case discografiche.
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Com'è finita
In realtà non è finita nel senso che le radio sono sempre 100 in ogni città, cioè tutte quelle che ci entrano nelle frequenze lasciate libere, sono ancora in attesa di regolamentazione, come si è detto, è cambiata la tendenza, l'espansione si è fermata, perché radio libere hanno in realtà fatta da apripista a qualcosa di molto più promettente dal punto di vista commerciale, cioè le televisioni private, che non a caso nessuno ha chiamato mai libere, che hanno drenato la raccolta pubblicitaria togliendola alle radio (e alla stampa), e fermandone la espansione. 

Ora nessuno pensa più al le radio come radio libere, ma solo come radio commerciali. E purtroppo le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e allontanato ogni sperimentazione.

Quindi le radio private replicano tutte lo stesso modello, una rotazione delle stesse venti canzoni, la cosiddetta heavy rotation, a gruppi di tre, due minuti pubblicità, qualche scherzo del conduttore di turno secondo lo stile della trasmissione della Rai Supersonic di qualche anno fa, il notiziario ogni ora, le trasmissioni sponsorizzate.
insomma la situazione non è poi molto diversa, in fondo, di quella delle radio di Stato negli anni '60, due o tre radio che trasmettono musica per passione, e per qualche ora. E poi 100 radio tutte uguali.

 © Alberto Truffi -  Musica & Memoria Lug2002 / Dic2002 / Apr2003

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