Ma ci possiamo salvare dalla Moratti?

di Nicola Tranfaglia
preside facoltà Lettere di Torino

Chi vive nella scuola e nell’università in questi mesi sa che si preparano tempi ancora peggiori di quelli attuali. La legge finanziaria ha sottratto 750 miliardi derivanti dagli aumenti stipendiali del personale al fondo di funzionamento delle università pubbliche e per la prima volta negli ultimi cinquant’anni tutti i rettori degli atenei hanno annunciato le proprie dimissioni se il governo non cambierà idea su questa sottrazione di risorse proprio nel momento in cui i nuovi ordinamenti didattici si applicano e a tutti si richiede uno sforzo particolare per rispondere a studenti che non possono conoscere le novità che gli si preparano.
Nelle scuole, per effetto della Finanziaria ma anche di precedenti provvedimenti della Moratti, è saltato il limite dei venticinque allievi per classe, non ci sono sufficienti insegnanti di sostegno per gli handicappati e i caratteriali, sono già incominciati i tagli dei posti che diventeranno quasi quarantamila in tre anni.
Mancano, inoltre, le risorse per quella modernizzazione degli istituti di cui ha parlato per anni il centrodestra, salvo dimenticarsene appena arrivato al potere. L’applicazione dei buoni scuola ha prodotto effetti inaccettabili, come ad esempio nella Lombardia di Formigoni nel 2001 il buono scuola è stato attribuito a 43mila studenti delle scuole confessionali e private con redditi familiari fino ai 240 milioni mentre ai novecentomila studenti delle scuole pubbliche lombarde sono arrivate soltanto le briciole del finanziamento regionale.
Le epurazioni cervellotiche, con la scusa dello spoils system incautamente approvato dal centrosinistra, proseguono a pieno ritmo e non riguardano più soltanto i direttori generali ma scendono ai livelli più bassi e toccano i presidi, i direttori didattici, gli istituti regionali per la didattica, persino, a quanto pare, le società di storia patria nelle maggiori città.
Quel che colpisce è il fatto che subentrano assai spesso persone incompetenti a funzionari che lavorano bene e in maniera imparziale soltanto perché gli incompetenti sono legati alla coalizione di governo e hanno diritto a riscuotere una promessa che è stata fatta loro uno o più anni fa.
Di fronte a una situazione di crisi così estesa, di malcontento così diffuso, di difficoltà così palesi all’opposizione si chiede da parte di una larga opinione pubblica e dal movimento non soltanto la battaglia parlamentare, finora condotta assai bene, contro la legge delega per i cicli in discussione ancora al Senato, ma anche un passo più avanti: la presentazione di una proposta di legge alternativa a quella della Moratti che sia in grado di stare in campo nelle scuole e davanti agli italiani e che faccia vedere a tutti un’idea di scuola diversa da quella che Berlusconi e il suo ministro stanno cercando di impormi.
Ma è alle viste una proposta di questo genere. Confesso che fino a ieri non ne avevo notizia e una visita accurata ai siti telematici dei maggiori partiti del centro-sinistra non aveva prodotto frutti in questa direzione.
Ma qualche giorno fa ho potuto leggere la proposta di legge che uno dei partiti più piccoli della coalizione, i comunisti italiani, hanno già scritto e inviato a tutte le altre forze dell’opposizione.
La proposta che potrebbe costituire la prima base di un progetto di legge parlamentare si fonda su alcuni principi chiari e coerenti con il dettato costituzionale: obbligo scolastico da elevare progressivamente fino ai diciotto anni, generalizzazione del tempo pieno nella scuola di base (destinato con la delega a finire), gratuità della scuola dell’obbligo, massimo di venticinque alunni per classe, venti se ci sono portatori di handicap, organico funzionale nelle scuole e anno sabbatico per gli insegnanti di ruolo, autogoverno democratico del sistema scolastico, diritto all’assemblea e applicazione dello statuto degli studenti e così via.
Nel complesso (non potendo scendere in questa sede a un esame dell’articolato legislativo così come è presente nella proposta) si può dire che si vuol ritornare a una valorizzazione della scuola pubblica e laica, a un’attenzione maggiore per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti, a conservare i diritti acquisiti dagli studenti in decenni di discussioni e lotte, alla creazione di istituti che aiutino davvero le famiglie composte assai spesso di madri lavoratrici.
Ma, ci si chiederà, dove si troveranno le risorse per destinare all’istruzione scolastica, e a quella universitaria, quel di cui c’è bisogno per assicurare alle nuove generazioni una formazione moderna e complessa come è necessaria nel mondo in cui viviamo?
La risposta che c’è in una simile proposta da cui chi scrive spera possa nascere un progetto di tutto il centrosinistra (ma in tempi rapidi, si intende) può apparire provocatoria per il governo ma a me sembra saggia e attuabile: si chiede in sostanza di abrogare la legge vigente che ha tolto ogni tassazione ai patrimoni superiori ai trecentocinquanta milioni e di ritornare alla legge precedente approvata prima del 2001 che prevede di detassare le piccole eredità ma di far pagare a chi deve lasciare i grandi patrimoni. Sarebbe, io credo, un’ottima destinazione per il denaro accumulato in grandi quantità di contribuire alla formazione dei giovani, dotando le scuole di ogni ordine e grado delle risorse necessarie per funzionare in un paese che è tra i primi dieci del mondo industrializzato.
I maggiori economisti del mondo anglosassone (e non solo il Nobel Stigliz spesso citato) sono convinti della centralità del sistema dell’istruzione per lo sviluppo economico-sociale del mondo sviluppato e soltanto i sostenitori di uno strano populismo liberista come quello espresso da questo governo possono pensare che una scuola pubblica di qualità più bassa e un’università in grave difficoltà rappresentano una conquista per l’Italia.

Editoriale pubblicato su "l'Unità" del 24.10.2002