De Rosa al Comitato Centrale

Roma 29-30 giugno 2002

Care compagne, cari compagni
le elezioni amministrative del maggio scorso ci hanno consegnato uno scenario politico più confortante di quanto non ci si potesse aspettare. Esso ci conferma che la strada che abbiamo intrapreso, l'intuizione politica che ci ha sempre mosso in questi mesi ed anni, è quella giusta. Non voglio però qui entrare nel merito della lettura del dato politico complessivo, già autorevolmente e puntualmente analizzato dal compagno Segretario. Con questo intervento vorrei invece portare all'attenzione delle compagne e dei compagni l'esperienza di un territorio che da sempre ha rappresentato un laboratorio per le peggiori politiche reazionarie del paese: la provincia di Caserta.
Il governo Berlusconi è indiscutibilmente un governo di classe, che entra prepotentemente nei processi della redistribuzione della ricchezza. Lo fa spostandola verso l'alto, verso i redditi più alti, verso il nord del paese. Lo fa attraverso diverse politiche e diversi strumenti, la riforma fiscale, lo smantellamento dello stato sociale, il taglio delle risorse alla ricerca, la distruzione della scuola pubblica, la cancellazione dei diritti, attraverso una miriade di provvedimenti, tutti però convergenti nella direzione dell'incremento delle ingiustizie e della diseguaglianze. Insomma, un perfetto robin hood all'incontrario.
Quando i suoi provvedimenti non riguardano immediatamente i bisogni concreti e quotidiani delle persone, le sue sei televisioni riescono efficacemente a costruire un'altra verità, quella della bugia ripetuta all'infinito, quella della censura e della cancellazione delle voci di dissenso. Berlusconi riesce così a nascondere i caratteri di classe del suo governo, particolarmente nelle regioni meridionali, dove il basso livello medio culturale e le alte percentuali di analfabetismo rendono la televisione praticamente l'unica fonte di informazione di massa.
Quando invece si tratta di reintrodurre i ticket per i farmaci, anche le sue sei televisioni hanno grande difficoltà a convincere l'anziano pensionato che quei 50 euro per le analisi non le ha pagate: hai voglia di ripeterlo ma il portafoglio rimane vuoto lo stesso. E qui il rischio di entrare in crisi di consenso del suo populismo d'accatto è reale. Tant'è, che nel nord del paese, dove la storia e la tradizione economica e sociale è legata al movimento dei lavoratori e vi è quindi una maggiore maturità politica delle classi popolari, il risultato delle amministrative ci dimostra che vi è una crescente consapevolezza di massa dei caratteri reazionari di questo centrodestra.
E allora, come risolvere questo effetto indesiderato che alla lunga potrebbe metterlo in crisi? Come fare se le sei televisioni non bastano più? La risposta Berlusconi l'ha trovata nella storia del nostro paese e l'ha sperimentata, con successo, nella nostra provincia, nei nostri territori in queste elezioni amministrative.
La Democrazia Cristiana faceva del meridione d'Italia, ed in particolare delle zone in cui il sottosviluppo e la miseria erano più diffuse, il serbatoio di consensi vitale alle proprie politiche. Lo faceva avvalendosi di una classe politica locale mediatrice diretta fra i bisogni e gli interessi, tra la disoccupazione e la malavita, tra la miseria e le baronie agrarie, tra le necessità ed i privilegi. In parole povere, una classe dirigente che esercitava politiche clientelari in cui il diritto era sostituito dalla concessione, la dignità da una levata di cappello.
Funzionava ed ha funzionato per oltre cinquant'anni, ereditando la pratica politica dalla tradizione secolare dell'Italia fascista e giolittiana. Non a caso uno dei primi parlamentari ad essere costretto ad abbandonare ad inizio del secolo scorso il parlamento del regno per legami con la camorra fu proprio di questa provincia, un tal Giuseppe Romano detto "Peppuccio".
Berlusconi con Forza Italia durante gli anni '90 è riuscito ad intercettare di questa classe dirigente solo le seconde e le terze fila, quelle sfuggite alle maglie della giustizia e di tangentopoli, prevalentemente ex craxiani d'assalto o portaborse democristiani, sfuggiti alla giustizia perché fondamentalmente incapaci di esercitare con successo ciò che i loro capi praticavano con disastrosa efficienza. Questi uomini non si sono però dimostrati all'altezza delle aspettative del capo. Ne sono la dimostrazione le importanti enclave che il centrosinistra ha saputo costruire in quegli stessi anni in molte ed importanti amministrazioni locali, a partire dalla metropoli napoletana ed estendendosi a numerose realtà dell'entroterra, comprese molte città della provincia di Caserta ed il suo capoluogo stesso.
Oggi Berlusconi ha fatto il vero miracolo, ha resuscitato i cadaveri di quella classe dirigente, delle prime fila, dei Gava, dei Cirino Pomicino, dei Vito, degli Scotti, per parlare dei più noti a livello nazionale, ma anche dei Di Muro, dei Gasparin, dei Pozzi, dei Bisceglie, meno noti forse, ma altrettanto pericolosi; ha promesso loro e garantito un'impunità diffusa, indicando la strada per bocca del ministro Lunardi che solennemente ha dichiarato che con la mafia bisogna convivere.
Gli zombie sono tornati, in prima persona, con la benedizione del capo supremo, drammaticamente credibili per i piccoli ras ormai orfani da un decennio, immediatamente riconosciuti e accreditati dai capiclan di una camorra che aveva perso da troppo tempo i suoi punti di riferimento politico. La politica è ritornata ad essere nel volgere di pochi mesi il crocevia fondamentale degli interessi affaristici e malavitosi.
Ebbi già modo di dire nel mio intervento al congresso di Bellaria di come il modello imprenditoriale e finanziario camorristico fosse già in avanzata fase di "esportazione" in diverse zone dell'Italia del centronord, prevalentemente nel settore dell'edilizia e dell'igiene urbana, ma anche nella ristorazione e nel settore alberghiero. Oggi la saldatura con il potere politico rende questo processo ancor più pericoloso per l'intero paese.
L'esplosione di questa supernova, cioè di una stella che rinasce più grande e luminosa di prima dalle ceneri e dai gas di una stella morta, ha spazzato via in un sol colpo il centro del centrosinistra. Un centro che, anche dal punto di vista della composizione dell'elettorato e non solo dei suoi gruppi dirigenti, non ha mai avuto qui le caratteristiche di un cattolicesimo avanzato ed aperto, ma piuttosto ha la faccia di una borghesia stracciona figlia della trasformazione, forzata da una modernità imposta dall'esterno, dei tratti feudali preesistenti o ha il viso del sottoproletariato rurale ed urbano legato in continuità al padre vecchio latifondista ed al figlio nuovo imprenditore. Insomma una borghesia che non ha mai conosciuto la rivoluzione borghese.
La chiesa, con la sola eccezione della straordinaria figura di Mons. Nogaro, Vescovo di Caserta, ha inoltre ripreso con rinnovato vigore qui il suo ruolo storico di coagulante delle culture reazionarie. Mons. Sepe, il papa rosso, il numero due del vaticano, il gestore dei fondi e degli affari del giubileo è di queste terre e per esse rappresenta l'anima molto più nera che rossa della chiesa, l'anello di congiunzione tra gli ideologi della CEI e gli affaristi del cemento. Non a caso l'aula del Consiglio Comunale del suo paese natale, Carinaro, gli è già stata intitolata egli vivente. Unico caso penso in Italia, se non al mondo.
Il risultato delle amministrative dello scorso maggio è la sintesi di questi processi: l'UDC supera quasi Forza Italia nei consensi ed il centrodestra si assesta nella provincia complessivamente su valori percentuali intorno al 60%, molto simili alla DC degli anni 80. Il centrosinistra resiste solo dove i processi di ricomposizione del vecchio blocco sociale sono frenati da rinati o irrisolti conflitti di potere locale.
La campagna elettorale ha visto prepotentemente ritornare vecchi metodi: voto di scambio, promesse di posti di lavoro, 250 euro per candidatura e 25 per ogni voto, bollette della luce pagate, cene, feste, e così via. In alcuni quartieri popolari è stato fisicamente impossibile poter fare campagna elettorale per il palpabile clima di intimidazione e lì i consensi per il centrodestra superano spesso l'80% dei voti.
Le somme di denaro investite in questa campagna elettorale dal centrodestra sono state assolutamente sproporzionate rispetto alla dimensione amministrativa della competizione e notevolmente superiori ai bilanci di previsione presentati con le liste. Un evidente ed ennesimo falso in bilancio. Migliaia di manifesti ogni giorno, sugli spazi elettorali degli altri, sulle mura, anche dei monumenti, sulle lamiere dei cantieri, sui balconi, ovunque e comunque.
Non siamo riusciti in questo clima a vedere affisso nei nostri spazi un nostro manifesto col nostro bel simbolo per più di dieci minuti.
Abbiamo scritto, comunicato, denunciato, alla Prefettura, ai Sindaci, alle forze di polizia, alla Magistratura. Le istituzioni hanno annusato l'aria del vincitore, come da secoli fanno, e sono state completamente assenti nell'attività di controllo del corretto svolgimento democratico delle elezioni. Un segno tangibile, seppur meno evidente o meno televisivo di altri, delle forme genetiche di un regime che incomincia ad alterare i cromosomi del tessuto democratico ed istituzionale.
In questo contesto la nostra è stata una battaglia di resistenza. Il già povero tessuto industriale è stato travolto negli ultimi anni da un processo di desertificazione totale. Il nostro soggetto sociale di riferimento, il lavoratore, non è mai stato storicamente in grado di divenire socialmente massa critica su questo territorio ed è sempre stato numericamente sopravanzato da un lato da un sottoproletariato rurale ed urbano e dall'altro da una piccola borghesia di apparato amministrativo pubblico. Oggi il lavoratore è ancor più brutalmente esposto ai processi di destrutturazione e di cancellazione dei diritti, ancor più vittima del sistema delle concessioni e dei privilegi.
Le alleanze che abbiamo proposto con liste comuni con l'Italia dei Valori sono state fallimentari: il nostro elettorato non ha gradito lo svilimento della nostra identità, quello dell'Italia dei Valori ha dimostrato di essere molto mobile e troppo eterogeneo per base culturale per poter mantenere motivazioni in una competizione amministrativa. Un po' meglio è andata con le liste con i Verdi, semplicemente perché il simbolo dei verdi non ci ha tolto il consenso del nostro elettorato. In pratica, con il nostro simbolo da soli avremmo ottenuto lo stesso risultato. La lezione da trarne è che se, e solo se, abbiamo una presenza sui territori è opportuno, anzi necessario, esserci con il nostro simbolo e con i nostri compagni.
Rifondazione, in due comuni su quattro oltre i 15.000 abitanti, si è schierata contro il centrosinistra, pur essendo entrambe amministrazioni uscenti del centrosinistra in cui era sino a qualche settimana prima presente con propri uomini e con responsabilità di governo. In uno ha seriamente messo a rischio la vittoria al primo turno del centrosinistra che ha vinto per pochi voti (i nostri sono stati determinanti), nell'altra ha regalato al centrodestra, per i meccanismi della legge elettorale, un consigliere ed ha reso ancor più schiacciante in Consiglio Comunale la drammatica vittoria del centrodestra. Prevedibile esito del loro intellettualismo aristocratico. Non per questo da tacere.
La crisi perenne del Governo Regionale della Campania è stato uno degli elementi che ha pesato negativamente sull'esito di queste elezioni, in particolare l'assenza di reali e concrete politiche sanitarie. Non è possibile che il Consiglio Regionale vada spesso deserto per mancanza del numero legale, quando dall'altro lato all'ordine del giorno vi sono questioni come la sospensione dell'assistenza diretta sui farmaci. E' imperdonabile politicamente. Insopportabile sul piano dell'etica. Così come imperdonabile è stato aver fatto finta di non vedere le vecchie burocrazie clientelari dell'apparato delle ASL che hanno continuato indisturbate a vendere i diritti per privilegi.
La nostra gente è disillusa da secoli di dominazioni e di ingiustizie. Se le raccontiamo come i parolai di rifondazione che tra un secolo il mondo sarà più bello e più giusto, in cuor loro rideranno amaramente e voteranno per il potente di turno. Il nostro ruolo è di lavorare giorno per giorno sui loro diritti, per quelli piccoli come per i grandi. Garantire loro che ci battiamo perché sia loro diritto avere la pensione di accompagnamento in tempi rapidi e non negli otto anni dell'oggi, magari quando sono già deceduti; ma anche che ci battiamo per l'art. 18 e per il loro diritto a non essere licenziati ingiustamente.
Questa può essere la nostra unica forza per scardinare quel blocco di potere. Quando siamo opposizione e soprattutto quando siamo governo.
E siccome in linea di principio nella Regione Campania dovremmo essere anche forza di Governo, così pare, io chiedo al Partito che questa forza sia finalmente a disposizione di tutti i compagni e della loro azione sui territori. Perché compagni, vi assicuro, lo sforzo che ciascuno compagno ha prodotto, la passione e l'intensità della partecipazione avrebbero meritato molto di più. Tale entusiasmo rischia però di trasformarsi in frustrazione ed impotenza. E' un delitto che non possiamo permetterci.

Luca de Rosa
Segretario Provinciale