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Kasper umilia Alessio II

a cura di Sandro Magister - da L'ESPRESSO ONLINE (www.espressonline.kataweb.it)
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Non c'è pace tra la prima e la terza Roma

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Niente ramoscelli d'ulivo. Ma un contrattacco durissimo della Chiesa romana al patriarcato di Mosca, accusato di quasi eresia

Il documento sotto riprodotto è l'editoriale dell'ultimo numero della "Civiltà Cattolica", la rivista dei gesuiti di Roma che esce ogni quattordici giorni con il "visto" preventivo della Santa Sede.

Caso eccezionalissimo nella storia della rivista, l'editoriale non è scritto da un gesuita, ma direttamente dal cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani.

In esso, Kasper replica punto per punto alle accuse rilanciate lo scorso febbraio dal patriarcato di Mosca contro la Chiesa di Roma. Accuse di invasione del territorio canonico della Chiesa ortodossa russa. Accuse di proselitismo a danno della stessa Chiesa ortodossa.

Queste accuse avevano fatto seguito alla decisione della Santa Sede di erigere come diocesi le quattro amministrazioni apostoliche costituite in Russia negli anni Novanta: a Mosca, Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.

In più, il patriarcato annullò la visita a Mosca dello stesso cardinale Kasper, programmata per il 21 e 22 febbraio. E troncò le relazioni ufficiali con la Santa Sede.

La protesta del patriarca Alessio II e del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa è riportata, integrale, nel sito L'Espressonline.

Ad essa seguì una prima replica del neometropolita cattolico di Mosca, Tadeusz Kondrusiewicz. Anch'essa riportata nello stesso sito:

Ma la vera risposta del papato di Roma doveva ancora arrivare. Ed è quella di Kasper riportata qui di seguito intera.

Risposta tagliente. Secondo cui la Chiesa ortodossa russa s'è cacciata "in un vicolo cieco". Con al fondo "un'eresia ecclesiologica".

Ecco il documento:


Le radici teologiche del conflitto tra Mosca e Roma

di Walter Kasper

(Da "La Civiltà Cattolica" 2002 I 531-541. Riproduzione autorizzata)

L'erezione, da parte della Santa Sede, di una Provincia ecclesiastica con quattro diocesi nel territorio della Federazione Russa è stata giudicata un atto scortese in una dichiarazione del patriarca della Chiesa ortodossa russa Alessio II e del Santo Sinodo della stessa Chiesa, e questo fatto diminuisce le probabilità di instaurare una migliore relazione tra due Chiese. Il Patriarcato di Mosca ha perciò sospeso le relazioni ufficiali con la Santa Sede - si spera soltanto in via provvisoria - e ha sospeso la visita da parte di una delegazione cattolica, che era già stata programmata.

UN PROBLEMA DI IMPORTANZA FONDAMENTALE

Dal punto di vista della Chiesa cattolica l'erezione delle quattro diocesi non è stata un fatto straordinario, e tanto meno una provocazione o un gesto ostile nei confronti della Chiesa ortodossa russa; si è inteso semplicemente procedere a una normalizzazione, cioè a trasformare l'istituzione provvisoria di Amministrazioni apostoliche nelle strutture in cui è organizzata la Chiesa cattolica in tutti i territori del mondo in cui essa è presente in forma stabile. La Chiesa ortodossa russa ha visto invece in questo fatto un gesto aggressivo, espansivo, missionario, che tende insomma a quello che nella sua terminologia viene definito proselitismo.

L'arcivescovo Kondrusiewicz e il portavoce vaticano dott. Navarro-Valls hanno già fatto rilevare che in queste argomentazioni della controparte ortodossa russa si celano gravi pregiudizi e malintesi sul piano storico e canonico, sui quali non è il caso di ritornare. In quel che segue vogliamo invece prendere in considerazione i problemi e le posizioni che si nascondono dietro l'accusa di proselitismo.

Se si analizzano gli argomenti addotti dal Patriarcato di Mosca, risulta subito evidente che essi non sono affatto nuovi. Essi vengono riproposti sin dalla svolta politica del 1989-90, quando la Chiesa greco-cattolica ha riacquistato la libertà nell'Ucraina occidentale, e così pure sin dal 1991 e dal 1999, quando furono erette in Russia le Amministrazioni apostoliche. E si sono ripetuti in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II in Ucraina nel giugno del 2001.

Il fatto che ora si ripresentino ancora una volta proprio quegli stessi argomenti che si sono uditi molto spesso negli ultimi anni e negli ultimi mesi, quasi come se si trattasse di una ruota che gira automaticamente, indica che con l'erezione delle quattro diocesi non si è creata una situazione talmente nuova da giustificare un passo così lungo, come è la sospensione delle relazioni. Piuttosto, è emerso ora un problema di fondo, che già da tempo si stava incancrenendo. Pertanto si è di fronte a qualcosa che va al di là della semplice questione diplomatica di vedere se sia opportuno procedere all'erezione delle quattro diocesi prima o poi, prima o dopo la visita a Mosca di una delegazione della Santa Sede. Se si trattasse di questo, la reazione e gli argomenti sarebbero rimasti gli stessi. Il gesto clamoroso a cui si è giunti ora ha reso evidente un problema di primaria importanza, che dev'essere affrontato nei suoi termini essenziali. I chiarimenti necessari devono ispirarsi a un intento ecumenico, sebbene in maniera critica, a un ecumenismo cioè fondato non sulla cortesia disimpegnata, ma sulla verità e la lealtà.

IL PRINCIPIO DEL TERRITORIO CANONICO

Un argomento che la Chiesa ortodossa russa adduce continuamente è quello della rivendicazione del proprio "territorio canonico". Ma questo concetto rende già evidente una differenza fondamentale. La Chiesa cattolica, infatti, non conosce un concetto di territorio canonico. Certo anch'essa è organizzata su base territoriale, se si prescinde da istituzioni personali quali gli ordini religiosi, le prelature personali, la pastorale delle forze armate ecc. Al suo interno vale la regola, già in vigore nella Chiesa antica, che un vescovo non deve interferire negli affari esterni alla sua diocesi. Tuttavia la Chiesa cattolica è una Chiesa universale, a cui è affidato un compito universale in base alle parole del Signore risorto: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni" (Mt 28,19). Ma ciò non ha nulla a che fare con una suddivisione del mondo in territori canonici.

Anche la Chiesa ortodossa designa se stessa come Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Nella sua Assemblea Giubilare del Sinodo dei vescovi tenutosi a Mosca dal 13 al 16 agosto 2000, la Chiesa ortodossa russa ha emanato un documento ("Princìpi fondamentali sull'atteggiamento della Chiesa ortodossa russa nei confronti delle altre confessioni cristiane"), nel quale si sottolinea fortemente la natura universale della Chiesa, al di là delle razze, delle lingue e delle distinzioni sociali (n. I. 4).

È decisivo il fatto che in questo documento si aggiunga subito dopo che la Chiesa universale vive nel mondo suddivisa in diverse Chiese particolari (n. I. 7). E quest'affermazione non viene intesa soltanto nel senso che possiede nell'ambito dell'ecclesiologia cattolica. Anche la Chiesa cattolica, infatti, è costituita "in e da Chiese particolari" (Costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 23). Per le Chiese ortodosse essa assume invece un senso più ampio. Nella Carta fondamentale sulla dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa, approvata dal medesimo Sinodo del 2000, il concetto di "Chiesa particolare" viene ulteriormente precisato nel senso di "Chiese nazionali autocefale" (n. II. 2). Queste Chiese nazionali autocefale posseggono un loro territorio, che resta circoscritto entro i confini della nazione e che diventa spesso oggetto di contestazione soprattutto quando si verificano capovolgimenti politici.

In questo radicarsi nella propria nazione e nella propria cultura sta la loro forza, ma - come ammettono anche diversi teologi ortodossi - ciò costituisce nello stesso tempo la debolezza del mondo ortodosso e spesso è motivo di tensioni tra le varie Chiese ortodosse. Nonostante tutte queste tensioni, che raggiungono talvolta toni molto aspri, le Chiese ortodosse autocefale sono legate tra loro da vincoli di comunione spirituale e sacramentale. Perciò una Chiesa autocefala non avverte la necessità di esercitare una qualche attività nell'ambito di un'altra Chiesa e di istituire all'interno di quest'ultima una Gerarchia propria. Ogni Chiesa autocefala ha anzi il dovere di rispettare l'integrità territoriale delle altre. In questo senso presso le Chiese ortodosse trova applicazione il principio della Chiesa antica, secondo cui in una città ci dev'essere un solo vescovo.

Il principio del territorio canonico è valido perciò tra le Chiese ortodosse che sono legate tra loro da un rapporto di piena comunione. Ma non viene adottato dalle Chiese ortodosse nelle loro relazioni con quelle Chiese non ortodosse con le quali non sussiste un rapporto di piena comunione. E questo vale nei confronti non solo della Chiesa cattolica, ma anche delle antiche Chiese orientali. Per cui a Gerusalemme e a Costantinopoli c'è non solo un patriarca greco-ortodosso, ma anche un patriarca armeno (e anche un patriarca latino, cioè un vescovo cattolico); nell'ambito del patriarcato di Alessandria oltre al patriarca greco-ortodosso c'è il patriarca-papa copto e un arcivescovo armeno (e anche il patriarca copto-cattolico); nell'ambito di Antiochia oltre al patriarcato greco-ortodosso c'è il patriarcato siro-ortodosso (e anche il patriarcato melchita e quello maronita). Nell'ambito della diaspora delle Chiese ortodosse e orientali le giurisdizioni sussistono l'una accanto all'altra senza alcun coordinamento. Le Chiese ortodosse non sono ancora riuscite a trovare una soluzione a questo problema, che da tempo è all'ordine del giorno del Concilio panortodosso già programmato.

Anche la Chiesa ortodossa russa non ha esitato a erigere non solo delle specie di Amministrazioni ecclesiastiche, ma anche diocesi canoniche a tutti gli effetti (eparchie), nell'Occidente latino, che non appartiene certo al suo territorio canonico. C'è quindi, ad esempio, un arcivescovo ortodosso russo di Berlino e della Germania, un vescovo di Vienna e di Budapest, un vescovo di Bruxelles e del Belgio.

In Russia già molto prima della rivoluzione del 1917 esisteva la diocesi cattolica di Mohilev; essa non era stata imposta da Roma, ma era stata eretta nel 1773 dall'imperatrice Caterina II senza consultarsi previamente con Roma, e nel 1782 era divenuta sede metropolitana di tutta la Russia. Successivamente furono erette anche la diocesi di Tiraspol e la diocesi di Vladivostok, e si istituì un Vicariato Apostolico della Siberia.

Oggi non ci si può più rifare semplicemente a queste strutture pre-rivoluzionarie. Le necessità pastorali sono mutate radicalmente dopo la rivoluzione russa dell'ottobre 1917 e, dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto per via delle deportazioni forzate volute da Stalin. In tutti i territori della Russia vivono oggi cristiani cattolici, che sono cittadini russi. Essi hanno diritto a una cura pastorale e non possono essere svantaggiati rispetto ai cristiani ortodossi. La Chiesa cattolica ha non solo il diritto, ma anche il dovere di andare incontro alle nuove esigenze pastorali erigendo strutture ecclesiastiche "normali" nell'ambito della Federazione Russa di oggi.

Per non urtare, per quanto è possibile, la sensibilità della parte ortodossa russa, nell'esercizio di questo suo diritto e di questo suo dovere la Santa Sede ha proceduto con molto tatto nell'elevare recentemente a diocesi le Amministrazioni apostoliche. Non ha eretto volutamente un'archidiocesi di Mosca in parallelo con il patriarcato di Mosca, o con l'intenzione di sostituirlo, come si è interpretato falsamente a Mosca; essa ha istituito invece l'"arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca". Il nome dell'arcidiocesi resta quindi legato non alla città di Mosca, ma al nome della cattedrale (e ciò vale similmente per le diocesi a Saratov, a Novosibirsk e a Irkutsk). Si è così cercato di osservare il principio della Chiesa antica: "una città - un vescovo", per quanto ciò sia possibile in una situazione di divisione.

L'esistenza, purtroppo necessaria, di strutture canoniche parallele in seno al mondo ortodosso, e quindi anche della Chiesa ortodossa russa, non è per nulla un fatto sconosciuto e nuovo, ma rispecchia una prassi seguita da tutte le Chiese da molti secoli. Una soluzione di questo problema sarebbe possibile soltanto sul piano ecumenico, ossia se si potesse giungere a una piena comunione tra le Chiese. Non si possono quindi biasimare le cosiddette strutture parallele, che purtroppo sono necessarie per via della divisione tra le Chiese, e rifiutare nello stesso tempo il dialogo ecumenico.

CHE COSA SIGNIFICA PROSELITISMO?

Il principio del territorio canonico, correttamente inteso, non spiega di per sé la dura reazione di Mosca. Quest'ultima si spiega piuttosto con la diversa interpretazione che viene data a tale principio, il quale viene inteso nel senso delle Chiese nazionali. Per poter capire bene questo fatto bisogna osservare che la Carta fondamentale della dottrina sociale, che abbiamo citato più sopra, parla di "nazione" in un doppio senso: nazione come comunità etnica e come comunità dei cittadini di un determinato Stato (n. II. 1). Poiché la Chiesa ortodossa russa riconosce oggi la distinzione (non la separazione) tra Stato e Chiesa (n. III. 3) e rivendica decisamente la propria libertà di fronte allo Stato (n. III. 5), l'interpretazione del "territorio canonico" nel senso delle Chiese nazionali significa che ci si vuole riferire non a una Chiesa di Stato alla vecchia maniera, ma a una Chiesa che si identifica con i cittadini di uno Stato e per di più con il fattore etnico di una cultura di stampo ortodosso russo, il quale - come mostra il caso dell'Ucraina - supera i confini statali dell'odierna Federazione Russa.

In base a questa concezione non solo tutti i cittadini russi, ma anche tutti coloro che rientrano nell'ambito culturale russo sono membri della Chiesa ortodossa russa, oppure vi restano collegati, come i numerosi non credenti o non praticanti che vivono nella Russia di oggi, dopo 70 anni di continua tirannia, propaganda e educazione comunista atea. La conversione di un russo alla Chiesa cattolica è perciò sentita come un tradimento.

Nella Chiesa ortodossa russa dei nostri giorni vi sono segni di un ritorno a tradizioni slavofile, come si può constatare, ad esempio, nel volersi richiamare a Dostoevskij anziché a Vladimir Solov'ëv, che è stato un pioniere nel campo dell'ecumenismo. Queste tendenze di sapore patriottico si collegano spesso a uno sciovinismo della nazione russa, che è molto diffuso negli ambienti della società russa di oggi e si manifesta in particolare in un atteggiamento ostile a tutto ciò che suona come occidentale o come cattolico-romano. Perciò il patriarca Alessio II all'apertura del sesto Concilio mondiale russo del 13 dicembre 2001 ha osato dire: "L'ortodossia russa è profondamente nazionale". Durante lo svolgimento dei lavori a questa affermazione ha fatto eco una polemica antioccidentale violenta, e talvolta anche volgare, da parte di alcuni rappresentanti dell'alta Gerarchia, con un atteggiamento che in ultima analisi è in contraddizione con i princìpi formulati dall'Assemblea Giubilare del Sinodo dei vescovi del 2000 (cfr n. II. 4).

Questo modo di intendere il territorio canonico restringe fortemente lo spazio dell'azione pastorale della Chiesa cattolica, e così pure quello delle altre Chiese e comunità religiose. La Chiesa ortodossa russa non considera la Chiesa cattolica presente in Russia come un interlocutore, una Chiesa sorella. Secondo il punto di vista ortodosso russo la Chiesa cattolica può esercitare la sua azione pastorale soltanto nei confronti di coloro che sono credenti cattolici in base alla sua tradizione. Ma questo è un atteggiamento che - pur prescindendo da motivazioni teologiche - non è più conforme alla situazione di oggi. Infatti i cristiani cattolici che vivono in Russia, benché non siano di origine russa dal punto di vista etnico, sono oggi immersi profondamente nella cultura russa e parlano il russo. Pertanto la Chiesa cattolica nella Russia odierna non è una Chiesa di stranieri, come vorrebbe far credere la reazione di Mosca; i suoi membri sono cittadini russi a pieno titolo, in base alla Costituzione della Federazione Russa. I privilegi accordati alla Chiesa ortodossa russa dalla legge sulla religione del 1997 e la discriminazione di cui è oggetto la Chiesa cattolica assieme alle altre Chiese e alle altre comunità religiose sono pertanto un anacronismo dal punto di vista storico e sollevano un problema di diritto costituzionale.

Soltanto se si tiene presente questa situazione può essere intesa correttamente l'accusa di proselitismo. Con quest'accusa non si intende dire soltanto che è proibito ovviamente "procacciarsi seguaci" con metodi non compatibili con il Vangelo e la libertà umana (sussidi finanziari o altri benefici). E non si tratta neppure del fatto che la Chiesa cattolica non può adottare quella forma di proselitismo che consiste nell'"accaparrarsi" e nel far passare dalla propria parte i cristiani ortodossi, o come si suol dire: ruba le pecore dal gregge ortodosso. Per proselitismo si intende anche ogni attività evangelizzatrice che si rivolga direttamente o indirettamente ai numerosi non credenti della Russia odierna, e anzi ogni forma di presenza pastorale che eserciti una qualche attrazione sui non credenti, o potrebbe anche soltanto esercitarla.

La Chiesa ortodossa avverte la propria debolezza pastorale ed evangelizzatrice e teme perciò una presenza cattolica essenzialmente più efficace a livello pastorale, benché ridotta sul piano numerico. Essa difende il proprio ambito culturale tradizionale e intende impedire che la Chiesa cattolica, che considera come una Chiesa di stranieri, diventi una realtà più incisiva sul piano numerico, culturale e religioso.

Ma non soltanto in Russia il proselitismo è divenuto un problema che grava sulle relazioni ecumeniche. Esso si pone oggi per la Chiesa cattolica anche in America Latina, di fronte al sorgere di nuove sètte caratterizzate da una grande aggressività missionaria. Diversi documenti ecumenici hanno affrontato questo problema. E ne sono scaturite dichiarazioni e intese che potrebbero essere utili per risolvere i problemi della Russia.

Diversamente da quanto avviene per le sètte, tutte le cosiddette Chiese storiche sono concordi nel respingere il proselitismo inteso nel suo senso originario; si è unanimi nel ritenere che non si possa lavorare per il Vangelo con mezzi illeciti. Si è anche ampiamente concordi nel ritenere che tra le Chiese non ci debba essere nessuna azione di "accaparramento". Poiché la Chiesa cattolica riconosce le Chiese ortodosse come vere Chiese e i loro sacramenti come veri sacramenti e perciò autentici mezzi di salvezza per i loro fedeli, è del tutto fuori luogo esercitare un'attività missionaria nei confronti dei fedeli ortodossi. Questo lo aveva già sostenuto il metropolita Andrej Szeptycki (1865-1944), che rappresenta oggi il grande modello ideale della Chiesa greco-ortodossa dell'Ucraina.

Alcuni cattolici sono certo troppo zelanti, ma di questo genere di persone se ne trovano anche nella Chiesa ortodossa come in tutte le altre Chiese. Nel tentativo di impedire questo loro modo di agire, per quanto è possibile, i vescovi cattolici hanno invitato più volte la Chiesa ortodossa russa a segnalare casi concreti, che a suo giudizio sono da ritenere abusivi, in modo che le sue accuse siano mosse non più su un piano generale, ma contro fatti singoli e precisi. Ma su questo non hanno mai ricevuto risposta. Se si seguisse questa strada, la maggior parte delle questioni potrebbero senz'altro chiarirsi attraverso il dialogo. In questo modo con il patriarcato di Antiochia si è potuto appianare grandemente il problema con accordi bilaterali.

Anche per quanto riguarda la conservazione dell'identità culturale della Russia, formatasi sulla tradizione ortodossa, con un po' di buona volontà si possono trovare soluzioni. Non può rientrare nella "politica" e nella "strategia" della Chiesa cattolica un qualsiasi tentativo di sfruttare la debolezza attuale delle Chiese ortodosse e di fare della Russia un Paese cattolico. Ma anche se lo volessimo, non saremmo nelle condizioni di poterlo fare. E d'altra parte questa non è affatto la nostra intenzione. Al contrario, intendiamo aiutare la Chiesa ortodossa a esercitare meglio e più efficacemente il suo compito missionario e pastorale.

Questo si verifica già da molti anni e si realizza ancora oggi con notevoli contributi finanziari elargiti dalle nostre opere di soccorso ecclesiastiche (Kirche in Not, Renovabis ecc.), con l'intervento di molte diocesi e di istituzioni cattoliche e con il potenziamento di scuole teologiche della Chiesa ortodossa russa, e con borse di studio per la formazione di sacerdoti ortodossi, che vengono mandati dai loro vescovi a proseguire i loro studi in Occidente. Questi aiuti e queste collaborazioni possono aumentare ancora di più. Ma finché la parte ortodossa russa rifiuta il dialogo, è impossibile una soluzione di casi concreti e quella collaborazione che essa stessa desidera.

Interrompendo il dialogo, la Chiesa ortodossa russa danneggia soprattutto se stessa e i propri interessi, correttamente intesi. E in particolare, così facendo, essa alimenta non le forze moderate, ma quelle più zelanti ed estremiste; essa viene a potenziare così proprio ciò che teme e combatte.

Resta ancora però un problema fondamentale: la conversione individuale. Si tratta - raramente - di cristiani ortodossi, oppure, più spesso, di non credenti che si sentono attratti dalla dottrina e dalla vita cattolica e, dopo matura riflessione, spontaneamente e per motivi di coscienza decidono di aderire alla Chiesa cattolica. Queste conversioni individuali non costituiscono lo scopo del movimento ecumenico, che tende invece a raggiungere una piena comunione tra le Chiese; ma non sono neppure contrarie agli intenti ecumenici (cfr Decreto sull'ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 4). Una Chiesa, infatti, non può precludere la possibilità di una conversione individuale e non può respingere coloro che per sincera convinzione desiderano farne parte. Ciò sarebbe in contraddizione con la missione universale della Chiesa. D'altra parte anche le diocesi ortodosse dell'Occidente non si comportano in maniera diversa e naturalmente accolgono coloro che si convertono ad esse.

Se la Chiesa ortodossa russa continua a estendere l'accusa di proselitismo anche ai casi di conversione individuale, relativamente pochi ma rilevanti, non solo adotta una doppia misura, ma tenta anche di privare la Chiesa cattolica della Russia di una dimensione che è essenziale al suo stesso essere Chiesa. Questo non si può accettare sul piano teologico. Il Concilio Vaticano II ha affermato: "La Chiesa che vive nel tempo per sua natura è missionaria" (Decreto sull'attività missionaria della Chiesa Ad gentes, n. 2) Su questo fondamento il Papa Paolo VI ha visto nell'evangelizzazione l'identità più profonda della Chiesa (Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi [1975], n. 14). Il Papa Giovanni Paolo II ha ribadito con forza questo compito missionario nella sua enciclica Redemptoris missio (1990).

Nel frattempo da molte parti le Chiese si sono accordate tra loro su come procedere da ambo le parti di fronte alle conversioni individuali. Questo dovrebbe essere possibile anche in Russia. Ma la Chiesa cattolica non può permettere che non le venga riconosciuta la dimensione missionaria del suo essere Chiesa, in nome di un concetto di proselitismo indebitamente ampliato nel suo significato. L'identificarsi della Chiesa ortodossa russa con una determinata cultura etnica, che si intravede dietro una simile accusa di proselitismo estesa su più ampi orizzonti, conduce in ultima analisi a un'eresia ecclesiologica. Essa avrebbe come conseguenza una secolarizzazione della Chiesa, che sfocerebbe in una profonda crisi spirituale della Chiesa ortodossa russa.

LA LIBERTÀ RELIGIOSA COME PROBLEMA CENTRALE

La questione delle conversioni solleva il problema fondamentale della libertà religiosa. Si intende con questo il diritto fondamentale dell'uomo di non essere costretto a nessuna religione e a nessuna azione religiosa, ma di poter scegliere liberamente una religione e di poterla anche professare pubblicamente. Il conflitto tra Mosca e Roma è in sostanza una via attraverso cui la Chiesa ortodossa russa esprime la propria critica ai diritti dell'uomo e in particolare al diritto alla libertà di coscienza e di religione (n. III. 6).

Anche la Chiesa cattolica ha penato non poco prima di giungere a riconoscere la libertà di religione. È vero che già i Padri della Chiesa avevano affermato, e i martiri dei primi secoli avevano testimoniato con il loro sangue, che la fede è per sua natura una libera scelta. Tuttavia la libertà di religione aveva subìto restrizioni dopo la svolta costantiniana e dopo che il cristianesimo era stato dichiarato dall'imperatore Teodosio religione di Stato (379-395). Tutt'al più c'era tolleranza, ma non libertà di religione. E soprattutto la Chiesa cattolica non è stata in grado di conciliarsi con la concezione della libertà religiosa, propugnata in senso liberale dall'illuminismo moderno. Essa sosteneva che soltanto la verità ha diritto di esistere, e non l'errore, e ha rifiutato perciò la concezione liberale della libertà di coscienza e di religione.

Solamente il Concilio Vaticano II, dopo lunghe e drammatiche discussioni, ha segnato una svolta con la Dichiarazione Dignitatis humanae. Il cardinale Karol Wojtyáa, allora arcivescovo di Cracovia, tenne nell'aula conciliare un discorso memorabile, in cui sosteneva che la verità e la libertà sono reciprocamente legate tra loro. Infatti si può conoscere e riconoscere la verità soltanto nella libertà, e viceversa la libertà trova la sua pienezza non in una qualsiasi scelta vuota, ma orientandosi alla verità.

Su questa linea di una relazione reciproca tra verità e libertà la Chiesa cattolica ha individuato con il Concilio la via che l'ha condotta a emanciparsi dall'epoca costantiniana, senza cadere vittima della moderna concezione liberale. Essa ha trovato una sua collocazione all'interno del mondo moderno, pluralista e liberale, ma non adattandovisi, bensì contrapponendosi ad esso e alla sua concezione individualistica della libertà in maniera costruttiva.

La Chiesa ortodossa russa da più di un decennio si trova posta di fronte al mondo moderno pluralista, dopo un lungo periodo di oppressione comunista. Si capisce pertanto come essa sia ancora alla ricerca di una sua collocazione. E questo richiede pazienza da parte nostra. Essa si mantiene ancora chiusa e ritiene che la libertà religiosa sia soltanto espressione dell'individualismo liberale dell'Occidente. Per essa il coinvolgimento sociale e culturale ha la precedenza rispetto alla libertà personale, anche per quanto riguarda la pratica religiosa.

Diventa chiaro così quale sia il profondo retroscena teologico che si nasconde dietro il dibattito sul principio del territorio canonico e del proselitismo. Le argomentazioni della Chiesa ortodossa russa sono sostanzialmente di natura ideologica; essa difende non solo una realtà russa che ormai non esiste più, ma anche una relazione tra Chiesa e popolo oppure tra Chiesa e cultura, che è problematica sul piano teologico e tende ad assicurare l'egemonia della Chiesa ortodossa russa a detrimento non solo della Chiesa cattolica ma anche della libertà della persona.

Finché la Chiesa ortodossa russa si terrà ancorata a queste sue posizioni ideologiche, non potrà iniziare un dialogo costruttivo con la società moderna e con la Chiesa cattolica. La sua posizione è certo coerente in se stessa, ma non è in grado di affrontare il futuro. Essa farebbe meglio pertanto a riprendere il dialogo con la Chiesa cattolica, invece di interromperlo, e a tirarsi fuori dal vicolo cieco in cui si trova, per assumere, con un atteggiamento critico costruttivo, il posto che le spetta nel mondo di oggi, e soprattutto nell'Europa che si sta unificando. La Chiesa cattolica è pronta a questo dialogo ed è disposta a collaborare.

 

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