Alcuni  Documenti  significativi
(relativi alla situazione italiana)

 

 

2 - GLI ALTRI E NOI

Gli altri e noi - Missioni Consolata Febbraio 1999

Gli uomini di Allah  - Missioni Consolata Aprile 1999

Le altre vie di Allah - Missioni Consolata Giugno 1999

Il dialogo e la scommessa - Missioni Consolata  Luglio-Agosto 1999

 

GLI ALTRI E NOI
VIAGGIO TRA FEDE E DUBBIO
I perché di questa inchiesta

Missioni Consolata, rivista missionaria, inizia un viaggio (impegnativo e rischioso) tra gli italiani che si sono convertiti ad altre religioni. Scelte di "vita" o scelte di "moda"? Cerchiamo di capire, comprendere, dialogare e... distinguere.

di Angela Lano

Da anni ormai psicologi, sociologi, filosofi analizzano e commentano un fenomeno che, anche in Italia, sta assumendo proporzioni considerevoli: la conversione a religioni che, per radici culturali e sociali, differiscono profondamente da quella cattolica. Ci riferiamo soprattutto all'islam e alle varie correnti buddiste.
C'è chi parla di nuova "moda", di trend in auge presso certi strati della popolazione, magari più benestanti e intellettuali; c'è chi parla di "caos" mentale generalizzato e di confusione psicologica; chi invece chiama in causa il disorientamento ideologico ed esistenziale, provocato dal crollo dei regimi dell'Est, dal fallimento concettuale del capitalismo, dalla parziale perdita di attrattiva da parte del cattolicesimo_; chi punta il dito contro la mancanza di valori umani, il qualunquismo generalizzato e l'indifferenza.
Probabilmente in tutto ciò, e in altro ancora, è necessario intravvedere la spiegazione di una tendenza, quella alle conversioni, che appare proiettata verso il futuro con cifre sempre più alte. Certo è che, in un mondo dove l'ingiusta distribuzione delle ricchezze e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sono stati ribattezzati "globalizzazione mondiale" (in nome della quale i princìpi etici e morali non trovano più spazio) e dove il valore e i sentimenti di ogni persona sono spesso monetizzati, forte è la tentazione ad evadere. Verso altre dimensioni spirituali, verso realtà dove possano regnare armonia, giustizia, solidarietà. O, semplicemente, un po' più di umanità.
D'altra parte, come missionari, ci domandiamo: quanti presunti cristiani (che abbandonano la loro religione) hanno veramente sperimentato che Gesù Cristo, figlio di Dio, è "la" via, "la" verità, "la" vita? È lui "il" salvatore di tutta l'umanità. Lo affermiamo con fede e coraggio. Ma non basta dichiararlo. Occorre testimoniarlo con la vita di ogni giorno. Senza scandalizzarci delle cadute.
Iniziamo la nostra inchiesta parlando dell'islam "italiano". Quattro puntate curate da Angela Lano, giornalista esperta di mondo arabo e islamico, che da anni collabora con Missioni Consolata.

L'ISLAM IN ITALIA (1) incontro con le convertite

LE DONNE DI ALLAH
Erano alla ricerca di un'identità e di un ruolo. Hanno trovato un universo ordinato, dove uomini e donne hanno uno spazio e compiti ben delimitati. I diritti negati o ristretti sono "compensati" dalla mancanza di confusione nei ruoli e dalla certezza delle regole islamiche. Le storie di Nadia, Aziza, Chiara, Barbara, Maryam, Nura. Senza dimenticare che "non è tutto oro ciò che luccica".

NADIA: EX-FEMMINISTA, EX-COMUNISTA

Nadia ha 40 anni. È un'insegnante d'italiano, ex femminista, ex comunista.
Ha incontrato l'islam attraverso Yassin, un giovane algerino immigrato in Italia cinque anni fa. Lui le ha parlato della sua terra, della sua religione, le ha prospettato un universo ordinato, piuttosto semplice, organizzato per scale di valori e ruoli ben determinati, dove la figura femminile e maschile ha una connotazione, uno spazio e dei compiti ben precisi. Un'identità, insomma, riconoscibile sia all'interno della famiglia, sia nella società (islamica, s'intende).
Nessun dubbio, dunque, nessuna confusione, niente più crisi esistenziali. Neanche quando lei, abituata per decenni a rivendicare i propri diritti di donna libera, se li è visti negare o restringere all'ambito delle mura domestiche e delle poche attività religiose.
Foulard beige e un lungo soprabito celeste la proteggono dagli sguardi maschili, che potrebbero ferirla nella sua dignità più profonda. "In questo modo - afferma con severa dolcezza - la donna è tutelata e non rischia di essere ridotta ad oggetto sessuale".
L'esperienza di Nadia non è singola: altre donne, anche molto giovani, sono attratte dall'islam. Confusione nei ruoli tra maschile e femminile, identità sessuali traballanti, vuoto ideologico e spirituale, profonde insicurezze personali e caratteriali, trovano per loro una risposta e una risoluzione. Per alcune, l'adesione all'islam è anche una sorta di reazione allo sfruttamen- to per fini commerciali che l'Occidente attua nei confronti dell'immagine femminile attraverso l'ambiguo e discutibile richiamo sessuale.

AZIZA: LA "PRINCIPESSA" TIMIDA

Aziza ha 26 anni. Ha iniziato ad interessarsi all'islam quando, verso i 15, ha conosciuto un gruppo di ragazzi maghrebini. Torinese d'adozione, proviene da una famiglia pugliese molto cattolica. Timida, un po' impacciata, con lineamenti poco aggraziati dietro a un enorme paio di occhiali e a un hijab che le nasconde i capelli - peraltro già molto corti. Ha imparato l'arabo classico e il dialetto marocchino, ha letto molti testi islamici, ha visitato alcuni paesi arabi e ha fatto il pellegrinaggio sacro, lo hajj, alla Mecca.
"Indossare il velo è stata una mia scelta - sostiene - per essere più coerente e rispettare la shari 'a, la legge islamica". Forte è il suo desiderio di adeguarsi al "gruppo", di corrispondere anche esteriormente alle "regole", di essere accolta e accettata all'interno della comunità islamica locale. Di compiacere forse il "padre", quella figura maschile che, nella sua storia personale, ha abbandonato la famiglia quando lei era ancora piccina.
Nella piccola moschea ricavata da un magazzino, al centro di Torino, dove lei si occupa dei bimbi immigrati e dei figli delle coppie miste educati secondo i precetti coranici, tutti la stimano e le vogliono bene. E come non volergliene con quell'aria mite e disponibile e con quella voce che pare uscire a fatica dalla sua gola avvolta nel foulard?
Ha trovato la sua identità, Aziza, che aveva perso durante un'adolescenza un po' buia e solitaria. Ha scoperto il suo ruolo e un mezzo per superare i momenti di agitazione e tristezza.
"La mia famiglia non vedeva di buon grado questa mia scelta, avrebbe preferito sapermi come altre ragazze che si divertono, che frequentano le discoteche e si vestono in un certo modo. Anch'io esco, vado al ristorante o al cinema, ma tutto entro certi limiti. Non comprendo come molti giovani possano distruggere le loro vite con droghe, alcool, musica assordante, corse in autostrada a folle velocità_".
"Adesso mia madre e i miei fratelli hanno accettato e mi rispettano, come io ho sempre fatto con loro senza pretendere che seguissero le mie orme".
Eri cattolica praticante prima di convertirti all'islam? "Ritornare all'islam, vuoi dire? Sai, siamo tutti musulmani, alle origini, anche se molti hanno abbracciato altre fedi o non ne hanno neanche più una. Nella sura "al-Nasr" si legge che molta gente del Libro (gli ebrei e i cristiani, ndr) si convertiranno all'islam. Andavo a messa con mia madre, ma non ero a mio agio lì, in chiesa. Avvertivo una sensazione di vuoto interiore, di insoddisfazione, come se quella non fosse la mia strada. E, quando ho preso a frequentare gruppi di amici arabi e a leggere il corano, ho capito che quello era il mio posto".
I musulmani della tua comunità come ti considerano? "Come una di loro, un'italiana entrata nell'islam. Mi rispettano molto. Gli uomini addirittura esagerano: mi trattano come una principessa".
Sei felice? Sorride e risponde con un allegro "al-hamdu li-llah", "grazie a Dio", alla maniera araba.
Vuoto esistenziale da colmare, profondo richiamo verso una dimensione spirituale, ma anche motivazioni sentimentali sono alla base di un certo successo dell'islam fra le donne in tutta l'Europa.

CHIARA: SOLO CON IL PERMESSO DEL MARITO

Chiara, maestra di scuola nel cuneese, trent'anni, bionda e simpatica, due bellissimi figli piccoli, ha abbracciato l'islam per amore, anche se, assicura lei, suo marito, egiziano, non glielo aveva chiesto.
Perché l'ha fatto, allora? "Ero alla ricerca di qualcosa, a livello spirituale, che mi convincesse. Il cattolicesimo non mi aveva mai entusiasmato. Quando ho conosciuto mio marito ho iniziato a leggere il corano e gli ahadith; ho preso a frequentare la moschea e alcune donne arabe che mi hanno seguito nei miei studi. L'islam ha riempito il vuoto che sentivo dentro".
Ora lei si è totalmente adeguata allo stile di vita e alle idee del marito, dicono le sue colleghe, e a quelle della cultura a cui lui fa riferimento: non può uscire di casa senza il suo permesso e, quando lui è fuori per lavoro, deve andare con i bimbi dalla madre. In casa, a cena, c'è un andirivieni di amici a cui lei prepara continuamente cene_
Ma sembra felice, Chiara, nei suoi grandi occhi azzurri, mentre ci fa vedere come ha imparato bene ad eseguire alcune flessuose danze locali. Già, pare proprio una donna araba!

BARBARA-AISHA: LA "SECONDA MOGLIE"

Carmagnola (Torino). Case di proprietà comunale. Prima di lasciarci salire nel suo appartamento, Aisha si accerta che non vi siano uomini nelle vicinanze. "Sa, in casa nostra pratichiamo la separazione tra i sessi, e quando ci sono degli uomini io mi ritiro in un'altra stanza" afferma con un sorriso che le illumina il giovane volto incorniciato dallo hijab.
Barbara Farina, 25 anni, è sposata con solo rito islamico ad un sociologo senegalese, ex-imam della moschea di Carmagnola, ed è madre di un bimbo di due anni.
Aisha-Barbara è una "mujahidat-Allah", cioè una "combattente per la guerra santa di Allah". Direttrice di un giornalino chiamato "al-Mujahidah", arrivato al suo terzo numero, raccoglie e pubblica opinioni giuridiche (fatwa), scritti e riflessioni sulla donna musulmana, sulla morale e sul retto comportamento islamico, per aiutare, afferma lei, le altre sorelle italiane nel cammino di fede.
Nel 1994 il suo nome e il suo viso fecero il giro dei mass-media italiani: portavoce di tutte le altre musulmane residenti nel nostro paese, era la prima a rivendicare il diritto di essere ritratta con il velo islamico sulla carta d'identità.
Ma che cosa dell'islam ha attratto lei, ragazza occidentale? "Il senso di giustizia sociale, il rispetto per valori come quello della famiglia e del ruolo della donna, che la cultura europea ha perso. Più leggevo il corano e più sentivo di appartenere a quel mondo, dove fede e pratica sono congiunte indissolubilmente".
Quando è avvenuta la sua conversione? "Ho incontrato l'islam nel 1993, a seguito di un corso di studi orientali all'Ismeo di Milano".
Religiosa praticante e convinta, sogna di andare a vivere in uno stato dove la shari'a, la legge islamica, sia applicata in tutti gli ambiti dell'esistenza umana, dove ai ladri e ai disonesti vengano mozzate le mani e dove gli adulteri siano duramente puniti. Nell'attesa, indossa la jallabiyya, una lunga veste che le arriva sino ai piedi, si nasconde i capelli sotto lo hijab e, quando esce di casa, si copre il viso con il burqa, un velo nero integrale e il corpo con la abaya.
Corano alla mano, ad un certo punto Barbara- Aisha è entrata nella vita di un'altra coppia, quella di Abdelkader Fall Mamour, il ricercatore senegalese con cui ha contratto, nel 1995, matrimonio religioso, e di Patrizia Venturella, una giovane operaia della provincia torinese, ed è divenuta la "seconda moglie". Fino al momento in cui la "prima" consorte, esasperata, ridotta all'anoressia e all'indigenza, non è scappata portandosi dietro il proprio figlioletto.
Per lo stato italiano, dunque, suo marito era bigamo? "Per la nostra legge no. Un uomo, se può permetterselo, è autorizzato a contrarre matrimonio anche con quattro donne".
E lei è d'accordo con questo? "Sì, se serve per aiutare una donna vedova, con figli e in difficoltà; oppure per dare dei bambini ad un uomo la cui prima moglie è sterile o malata. La poligamia non è ammessa sempre e comunque. Non è un capriccio, bensì una necessità".
Allora, nel vostro caso si è trattato di una necessità? Quale? "Patrizia non era musulmana e mio marito voleva una moglie che potesse condividere con lui la fede, educare islamicamente i suoi figli_ e lei non poteva assumersi questo compito. Si era, infatti, avvicinata alla religione e alla cultura di Abdelkader solo per compiacerlo, non perché veramente le interessasse questa realtà. Io fui invitata a casa loro proprio per "educare" Patrizia all'islam e unirla maggiormente a suo marito. Tuttavia, lui capì che io ero la donna giusta e così ci sposammo in moschea. Patrizia, inizialmente, sembrava d'accordo, ma poi decise di andarsene via con il bambino. Da lì a poco sporse denuncia per maltrattamenti".
Barbara parla con slancio, senza fermarsi un attimo. Pare molto sicura del fatto suo e della sua posizione. Ma cosa può averla spinta a convertirsi all'islam prima, e ad insinuarsi all'interno di una coppia già sposata, dopo?
"L'islam protegge le donne, non le lascia sole, anche in caso di divorzio. Eppoi, in Occidente, quanti uomini mollano le mogli per altre donne o le tradiscono di nascosto, e ciononostante si professano monogami? Allora, non è meglio essere sinceri e fare tutto nella legalità?".
La scelta radicale di Barbara può forse trovare una spiegazione nella sua storia personale. Sembra infatti che, quando era piccola, suo padre abbia abbandonato la famiglia per un'altra donna. Questo, secondo Aisha-Barbara, egli fosse stato musulmano e, semplicemente, avesse potuto prendere una seconda moglie.
In realtà, neanche nelle società islamiche le cose funzionano sempre così: molte mogli vengono, infatti, facilmente ripudiate e messe per strada insieme ai loro figli. E per loro questo significa miseria, disperazione e, spesso, prostituzione.

MARYAM E NURA: COL VELO, SERENE E FELICI

Arcevia delle Marche, fine agosto 1998, campeggio estivo dell'"Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia" (UCOII). Tra le tante donne presenti spiccano alcune italiane convertite all'islam, mogli di musulmani maghrebini o egiziani. Concordi nell'esprimere una totale e "non condizionata" libertà nella scelta religiosa da loro compiuta, hanno anche evidenziato un'adesione a princìpi religiosi e sociali islamici che ben oltrepassano l'ortodossia per sconfinare, come per molte altre persone ivi presenti, in un integralismo di vedute e di prospettive. Non a caso, infatti, tra i testi di lettura proposti dagli stand comparivano saggi di Sayd Qutub, l'ideologo dei Fratelli Musulmani.
Dal rumoroso gruppo di signore sedute in circolo si fa avanti un'italiana, Maryam, giovanissima e timida moglie di un ragazzo tunisino, coinvolta dall'amica Nura a spiegare la sua conversione all'islam e di indossare lo hijab. Tuttavia quest'ultima, toscana ventinovenne, è più sicura di sé e più decisa a prendere la parola al posto dell'altra: "Molti ci domandano se siamo state costrette a convertirci sposando i nostri uomini. Ma come avremmo potuto fare una scelta tanto importante, senza esserne sinceramente convinte? Per quanto mi riguarda, già da tempo ero alla ricerca di un ideale morale, spirituale. Il cristianesimo non dava alcuna risposta ai miei dubbi: così, quando ho conosciuto mio marito e la sua religione, è stato come trovare la soluzione alla mia ricerca, quella strada che avevo inseguito per anni".
E lo hijab, il velo che ora indossa? "Io non do molta importanza all'abbigliamento: mi sono avvicinata all'islam a partire da Dio ed è per rispettare le sue regole che metto il velo. Nessuno mi ha costretta a farlo".
Cos'ha significato l'islam nella sua storia personale? "Aver trovato certezze, forza interiore, un senso nella mia esistenza. Ho sconfitto paure che mi trascinavo dietro da anni, come quella della morte. Grazie alla fede in Dio e alla speranza del paradiso, le ho superate e riesco ad affrontare la vita quotidiana, i problemi che ne derivano, le difficoltà, con più sicurezza. Mi sento serena. Felice".

PER SCELTA O PER AMORE?

Le motivazioni alla base delle conversioni femminili sono molteplici e ben s'adattano alle tendenze caratteriali e psicologiche di ognuna, al loro background culturale e familiare, alle loro aspettative sociali e interiori.
Fra le intervistate, molte hanno abbracciato l'islam a seguito di matrimoni con uomini musulmani, anche se ciò non rappresenta un obbligo della shari'a. Si tratta spesso di scelte che, almeno inizialmente, scaturiscono da coinvolgimenti sentimentali ed emotivi, per poi radicarsi più profondamente nella loro vita. Scelte che coronano un desiderio di rivestire un ruolo sociale e personale preciso, di essere accettate completamente dal partner e dal suo ambiente. Di essere amate, insomma.
Spesso, ma non sempre, sono donne semplici, di media cultura, prive di personalità forti e di solide identità; alcune hanno alle spalle trascorsi familiari dolorosi, separazioni dei genitori, padri autoritari, fallimenti matrimoniali_ Donne insicure e con una precedente scarsa valorizzazione di sé, hanno ottenuto nell'islam certezze e forza, ammirazione all'interno della comunità e rispetto.
Per alcune, invece, seguire questa via ha significato, al di là delle spiegazioni psicologiche e sociali, "ritrovare" radici lontane, le proprie, da portare alla luce realizzando, in questa esistenza, un "percorso" già inscritto profondamente nella loro storia personale: una sorta di destino o di "karma". E, quindi, il raggiungimento di una dimensione di pienezza spirituale, di superamento di ansie e paure (non ultima quella della morte) e la graduale scomparsa di una sensazione di vuoto e insignificanza esistenziale.
Queste donne si sono dimostrate sicure, volitive, con idee chiare in mente, fortemente motivate nella loro scelta. Persone a cui la religione, anziché limitare gli orizzonti ha spalancato le porte della vita stessa.

L'ISLAM ITALIANO

Si calcola che, in Italia, circa 50 mila (ma la cifra è probabilmente sovrastimata) nostri connazionali abbiano abbracciato la religione islamica. Attraverso la formalizzazione della shahada, la professione di fede islamica, nei circa 250 luoghi di culto presenti sul territorio vengono registrate diverse migliaia di conversioni ogni anno, prevalentemente di uomini.
Ma chi sono le persone che, ad un certo punto della loro vita, si convertono all'islam? In che realtà vanno a inserirsi? Proviamo a scoprirlo.
Questo lavoro sull'islam in Italia si articolerà in quattro puntate: 1) le donne convertite (islam sunnita ortodosso); 2) gli uomini (islam sunnita ortodosso); 3) le comunità islamiche in Italia e l'intesa con lo stato (il "concordato"); 4) sciiti, sufi, baha'i.

GLOSSARIO

LEGGE E PRECETTI

LEGGE E PRECETTI
Fatwa: sentenza giuridica, parere autorevole fondato sulla legge coranica ed emesso da un muftî (giudice).

Hadith (plurale: ahadith): i detti e i fatti del profeta, raccolti da vari autori, il cui insieme forma la sunnah.

Hajj: pellegrinaggio. Costituisce uno dei 5 pilastri (arkan) dell'islam: è dovere di ogni musulmano recarsi in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nel corso della propria vita.

Sufi: da sufi, lana: mistica islamica.

Shahada: da shahida, essere testimone, dare testimonianza: formula dottrinale musulmana, per mezzo della quale si attesta che "non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo inviato".

Shari'a: la legge sacra islamica, che deriva dal corano, dalla sunnah (la tradizione basata sull'esempio del profeta), dalla ijma' (il consenso dei dotti, gli 'ulama' o i fuqaha') e dal principio analogico, che comprende i precetti religiosi inerenti ogni aspetto della vita del credente (norme relative al culto, leggi politico-sociali e giuridiche). Il fiqh è la scienza della shari'a.

PERSONE
Imam: guida del culto islamico (attenzione: non corrisponde affatto al prete o al vescovo cattolico).
Muezzin: colui che invita alla preghiera.

Mujahid (m.), mujahidah (f.): da jihad, sforzo, lotta, guerra santa: colui o colei che si sforzano, o che lottano, anche con le armi, sulla via di Dio e contro gli infedeli.

Shaikh: uomo vecchio e degno di rispetto, capo, patriarca, titolo usato per tutti i regnanti dell'area del Golfo Persico, membro di un ordine religioso, maestro di una confraternita sufi.

ABBIGLIAMENTO
'Abaya: manto nero che nasconde interamente il corpo femminile.

Burqu'a: lungo velo nero femminile che lascia scoperti solo gli occhi.

Hijab: velo femminile islamico.

Jallabiyya: lungo abito unisex usato in vari paesi arabi.

Neqab: velo (di solito, nero) che copre completamente il volto della donna.

 


GLI UOMINI DI ALLAH
L'ISLAM IN ITALIA (2): incontro con i convertiti

Dopo le donne, abbiamo incontrato gli uomini dell'islam italiano. Diversi per carattere e percorsi culturali, essi ci hanno raccontato la loro storia e i motivi della scelta islamica. Alcuni appartengono al gruppo di studio che sta cercando un'intesa con lo stato (non senza qualche maldissimulato contrasto interno). Da Milano a Napoli, continua la nostra inchiesta.

di Angela Lano

ROSARIO PASQUINI, OVVERO L'INTRANSIGENZA

Milano. Hajj 'Abdu-r-Rahman (Rosario, detto Danilo) Pasquini, giurista, è nato a Fiume nel solare mese di giugno del 1934.
Convertito all'islam nel '74, tra i fondatori del Centro islamico di Milano, di cui è segretario, e della rivista Il Messaggero dell'islam, pellegrino alla Mecca nell' '88, Danilo Pasquini è conferenziere, insegnante di lingua araba, saggista, imam-guida della preghiera del venerdì presso l'annessa "Moschea del Misericordioso". Fa anche parte del gruppo dei dieci interlocutori musulmani a cui il governo italiano, in vista di un prossimo e probabile "concordato", ha affidato il compito di presentare una piattaforma di richieste comuni a tutte le realtà islamiche presenti sul territorio italiano.
Personalità dotata di un certo carisma e di una forte vocazione alla leadership, Pasquini accentra su di sé quasi ogni aspetto delle attività del Centro, soprattutto quelle pubbliche, e delle apparizioni all'esterno, sui media e nei convegni. Non c'è fedele che, prima di raccontare anche solo la propria storia personale, non debba chiedergli l'autorizzazione. Il giornale stesso ha sospeso le edizioni, venendo a mancare, per motivi di salute, la sua presenza come direttore. Suo collega e presidente del Centro è l'emiro Ali Abu Shwaima, che gli fa eco in intransigenza.
Le figure femminili che circolano nei locali a loro preposti, sono guidate e protette, oseremmo dire "sorvegliate", dalla moglie del dottor Abu Shwaima, la signora Khadija, un'opulenta italiana convertita all'islam. Alcune di loro si occupano dei ragazzini della scuola coranica, altre pregano o chiacchierano, nascondendosi ai nostri taccuini e macchine fotografiche.
Signor Pasquini, perché questo ritorno all'islam?
"L'islam rappresenta un sistema di idee e valori sulla concezione della vita. Il principio secondo cui "nessuno ha diritto di essere padrone del mondo tranne Dio", pone l'islam in una posizione chiara nei confronti della realtà dell'uomo, creatura di Dio. L'essere umano ha ricevuto regole precise di comportamento che deve rispettare, se vuole rimanere in armonia con il suo Creatore e con gli altri suoi simili. Ne risulta così un clima di pace e di serenità".
Perché allora l'Occidente ha paura dell'islam?
"Non sono gli occidentali in quanto tali ad aver paura dell'islam, bensì le poche famiglie che detengono il potere politico ed economico nell'Europa e negli stati del cosiddetto primo mondo. Sono loro che terrorizzano le masse di poveracci e disoccupati, creando lo spauracchio dell'islam e usando gli immigrati come capri espiatori delle loro politiche economiche.
Tutti questi "padroni degli uomini" fanno in modo che il vero messaggio dell'islam non venga recepito dalle masse e che queste non si liberino dal loro giogo. Ecco quindi che i giovani si avvicinano a questa religione, perché sanno che è l'unica ad affrancare l'uomo dalla schiavitù: nessuno è padrone dell'altro, neanche della donna".
Perché allora chiedete alle donne di indossare lo hijab?
"Il velo è una scelta, rappresenta l'affermazione della propria identità islamica. Musulmano è colui che obbedisce a Dio e al profeta: non è lecito dunque contravvenire alle loro regole, né per l'uomo, né per la donna. Non è possibile fare di testa propria con quanto stabilito nel corano, altrimenti ci si allontana dalla giusta via. È scritto che una donna, in età fertile, lasci scoperte solo le mani e la faccia e copra il resto del corpo. Anche l'abbigliamento è un mezzo per manifestare la propria identità. La donna possiede determinate caratteristiche di sex-appeal - anche i capelli sono fra queste -, e poiché la sessualità deve essere esercitata in famiglia, con lo sposo, quando si trova in un contesto pubblico è tenuta a presentarsi come Dio comanda".
Eppure si vedono tante donne di appartenenza islamica che non vanno in giro velate, e tantomeno con abiti lunghi, ma si professano credenti.
"Questo è l'errore tipico dei cattolici, che affermano: "Sono credente ma non praticante". Nell'islam non è possibile. La coerenza delle azioni è fondamentale. Queste donne che camminano per la strada senza velo non sono musulmane. La fede senza azione è una contraddizione".
Come si pongono i musulmani di fronte ai problemi della società italiana?
"Innanzitutto è indispensabile analizzarne le cause. Noi crediamo che vadano individuate nell'assenza di valori morali alla base delle scelte individuali e collettive. Si rilevano troppi comportamenti e atteggiamenti non regolati da princìpi etici e morali.
Ciò origina corruzione, violenza, confusione, mancanza di rispetto verso gli altri e le istituzioni. Anche la famiglia, che dovrebbe veicolare un modello positivo di convivenza e di valori morali, ha fallito il suo compito dissolvendosi, andando in mille pezzi. Non ci sono più riferimenti, dunque, per le nuove generazioni. L'islam, con i suoi insegnamenti, che abbracciano ogni campo della vita privata e pubblica, può risolvere il male che si annida nella società italiana. In primo luogo proteggendo e consolidando la famiglia; poi, offrendo alla società un nuovo modello economico, politico e di relazioni fra gli individui".
Ritorniamo alle conversioni, quanti sono, approssimativamente, in Italia, coloro che sono diventati musulmani?
"Non è facile quantificare, perché non siamo ancora organizzati; comunque, arriviamo a circa 50 mila persone e ci conosciamo più o meno tutti. Qui a Milano siamo i più attivi e formiamo una sezione italiana".
Quali sono i background di provenienza?
"Si tratta di una realtà composita: c'è chi ha lasciato la chiesa cattolica perché non trovava ciò che cercava; chi ha fatto esperienze nei movimenti di sinistra; chi arriva dal buddismo; chi è stato testimone di Geova; chi si professava ateo fino a poco tempo prima. Gente che brancolava nel buio, insomma; confusa e alla ricerca di una propria identità e di valori profondi di giustizia. La sinistra, senza saperlo, riprende concetti lontanamente islamici di giustizia, di equità e di uguaglianza fra gli uomini. Per chi proviene dalle sue fila è quindi più facile ritrovare nell'islam quei valori per cui aveva lottato".
Si può essere musulmani praticanti e comunisti, allora?
"Nella sinistra hanno semplicemente sostituito i rappresentanti del vecchio potere con quelli di uno nuovo. Ma il gioco è rimasto lo stesso, anche se si parla di giustizia, di solidarietà; e sono ancora i deboli a soccombere. Si tratta sempre di dominio dell'uomo sull'uomo, ecco perché sono ideologie fallimentari".
No al capitalismo, no al comunismo. Qual è l'alternativa?
"I principi propagati dall'islam. L'Europa stessa diventerà musulmana; quando prenderà coscienza del fallimento di tutte le ideologie umane, prodotte sempre e comunque dalle classi dominanti, si orienterà naturalmente verso l'islam. Nel prossimo futuro, infatti, le masse di diseredati saranno sempre più numerose e le &eacutelites sempre più ricche. La soluzione verrà trovata dall'Europa stessa per mezzo dell'islam. Sarà un processo analogo a quello della cristianizzazione dell'Impero romano".
Non si può dire, però, che nei paesi arabo-islamici la giustizia, il diritto e l'uguaglianza tra gli individui abbiano la meglio. Possiamo citare tanti esempi.
"Il problema nasce dal fatto che nel mondo arabo-islamico l'islam è poco presente. Le classi dirigenti sono asservite all'Occidente, fanno gli interessi dell'Europa e degli Stati Uniti; le loro popolazioni hanno perciò iniziato a ragionare in un'ottica che non è quella islamica, ma miscredente. Qualunque musulmamo pensi ed operi al di fuori delle regole sharaitiche cessa di essere tale".
E dunque, dove si trova il vero islam? O meglio, chi ne è il garante?
"Noi occidentali convertiti. Gli orientali ci guardano con ammirazione. Noi siamo i portabandiera in questa sorta di palingenesi di coloro che si sono allontanati dall'islam puro".

PROF. GIULIO SORAVIA, OVVERO LA CULTURA

Bologna, un'assolata mattina di fine giugno. La cittadella universitaria è piena di studenti, tossicodipendenti, barboni e motorini; entriamo negli uffici del dipartimento di glottologia.
Il professor Giulio Soravia, circondato da libri sul mondo arabo-islamico, ci saluta da dietro il computer. Persona affabile e cordiale, insegna arabo e storia dei paesi musulmani; ha viaggiato ed è a lungo vissuto nelle aree dove l'islam è religione di stato. Cinquantaquattro anni, sposato dall' '89 con una donna somala, si è avvicinato all'islam a seguito di studi e di viaggi; poi, con il matrimonio ha ufficializzato anche quella conversione che stava maturando dentro di lui da tempo, forse già dall'infanzia.
"Sin da bambino mi sentivo attirato dall'islam: uno zio paterno egiziano mi regalò una grammatica araba ed io, da solo, mi misi a studiarla. Trovavo così affascinante quella lingua piena di segni strani! Iniziai a leggere i libri sulla cultura e la religione islamica che lo zio mi portava. La mia non era una famiglia religiosa, mio padre era un "libero pensatore", un laico. Poiché nessuno di noi, tuttavia, può negare la componente spirituale dell'esistenza, presi ad interessarmi alle religioni in generale: cristianesimo, ebraismo.
Negli anni '70 mi occupai dell'Indonesia e dell'islam, che in quell'area è così profondamente diverso da quello arabo.
Nel 1989, in occasione del mio matrimonio, celebrato in Somalia, ho ufficializzato la mia conversione presso il ministero degli affari sociali di Mogadiscio".
Secondo lei, è necessario, all'interno di una coppia, condividere una stessa fede religiosa? E quanto, la mancanza di un credo comune può ostacolare la buona riuscita del matrimonio?
"Certamente la componente religiosa unifica. Per me e mia moglie non ci sono contrasti nella vita quotidiana dovuti alla fede. Lei è praticante, ma si rifiuta di indossare il velo e gli abiti lunghi. Nei periodi estivi va in giro sbracciata, senza problemi. Non è da questi segni esterni che si rileva la profondità di una fede. Tuttavia è proprio a partire dagli aspetti d'una pratica esteriore che la convivenza tra un musulmano e una non musulmana (o viceversa), può incontrare grossi problemi. Quando avviene lo scontro, in tal caso, è molto drammatico: viene fuori proprio la differenza di mentalità e di culture, la non conoscenza reciproca".
Negli ultimi anni si avverte una crescita di interesse per il mondo arabo-islamico da parte degli italiani.
"Sì, questo è positivo. È necessaria una maggiore visibilità dell'islam, un potenziamento della sua immagine. Tutti quei maghrebini ubriachi che si vedono sostare qua e là non fanno certo una buona pubblicità. È facile, così, per un pubblico di non addetti ai lavori, fare di tutta l'erba un fascio e associare i musulmani a frange di ubriaconi o di malviventi".
O integralisti violenti.
"Infatti. Noi crediamo che una maggiore presenza di moschee, qui a Bologna, ad esempio, potrebbe svolgere un'azione deterrente, di recupero rispetto a comportamenti devianti o delinquenziali".
Quanti sono i musulmani nella vostra città?
"Circa diecimila in tutta la cintura e settantamila nell'intera regione Emilia-Romagna. I centri islamici sono una quindicina. A Novellare, in provincia di Reggio Emilia, vi è una grossa comunità di marocchini integrati nel tessuto sociale e lavorativo della zona: sono stati gli industriali stessi a fornire ai loro dipendenti musulmani i locali per la moschea!".
Che cosa l'ha affascinata dell'islam?
"La dimensione etico-morale, i valori vissuti nella realtà di tutti i giorni. Io credo nella necessità di avere regole precise di comportamento all'interno della società, e l'islam, con i suoi princìpi, con la sua disciplina (le preghiere giornaliere, il digiuno, il pellegrinaggio, l'elemosina), con la sua professione di fede ripetuta più volte al giorno, è una religione che permea ogni azione della vita quotidiana. Non è slegata dall'esistenza e dai suoi problemi. Si è musulmani sempre, non solo durante i giorni di festa! Tutto ciò dà molta sicurezza e offre punti fermi in cui credere e a cui far riferimento. Non c'è spazio per discussioni sterili: ogni atto è musulmano oppure non lo è per niente.
Inoltre, ritengo degno di nota il fatto che nell'islam l'interesse della comunità sia anteposto a quello personale, in antitesi con i valori moderni dell'Occidente, dove il benessere del singolo è più importante di quello di un'intera comunità. Per noi esiste un ordine più alto di tutto e di tutti. Un Qualcuno che vede e giudica il comportamento di ogni essere umano al di là della sua ricchezza o posizione sociale".
A quale tipo di islam fa riferimento nella sua pratica?
"A quello ortodosso, sunnita. Non mi interessa il sufismo, che ritengo una sorta di sincretismo religioso (non un islam vero e proprio), e che considero un percorso da viversi personalmente e non sul piano pubblico, altrimenti pericoloso e fuorviante".
Come ritiene la posizione della donna nell'islam?
"Non possiamo, e non sarebbe giusto farlo, parlare di uguaglianza fra uomo e donna: essi non sono la stessa cosa, non sono uguali. Sono, invece, complementari e pari in valore e dignità. La donna è libera di fare ciò che vuole nel lavoro e nello studio: non deve essere soggetta a discriminazione".
Lei è uno dei dieci musulmani, cittadini italiani, che fanno parte del gruppo di studio per l'intesa tra lo stato e la comunità islamica in Italia. Siete quasi tutti d'origine italiana. Come mai?
"Il concordato con il governo italiano deve essere portato avanti da italiani e stranieri naturalizzati in Italia. Non vogliamo che prevalga l'equazione islam=immigrazione. A noi interessa l'islam italiano, slegato dalle politiche dei paesi arabi e dall'islam politico. Viviamo qui e non in un paese arabo e dobbiamo far riferimento a questa nostra cultura. Non possiamo travestirci da arabi".

 

HAMZA PICCARDO, OVVERO LA RICERCA

Arcevia. Ultimo week-end d'agosto in questo affascinante borgo medievale nelle colline marchigiane: circa trecento persone di religione islamica si sono ritrovate per pregare insieme, discutere, seguire lezioni che dotti musulmani hanno tenuto sul corano, sui princìpi etici e morali dell'islam, sul pensiero di grandi ideologi, durante l'ormai consueto campeggio estivo organizzato dall'U.C.O.I.I. (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia). Mentre nel nostro paese, e nella maggior parte dell'Occidente, in questo periodo serpeggia un nuovo terrore e una nuova caccia alle streghe (quelle che sventolano la bandiera verde della religione del profeta Muhammad), tante famiglie provenienti da tutta la penisola hanno condiviso giornate all'insegna della frugalità e dell'accoglienza, seguendo regole e tradizioni proprie dell'ortodossia islamica. Un'ortodossia che, tuttavia, accoglie in sé tentazioni fondamentaliste, vista la presenza, fra le letture consigliate, di testi di Sayd Qutb, l'ideologo dei "Fratelli Musulmani".
Leit motif del raduno, durato una settimana, il rapporto tra l'islam e l'Occidente.
Fra i presenti, Nuri Dashan e Roberto Hamza Piccardo, rispettivamente presidente e segretario dell'U.C.O.I.I. e membri del Consiglio dei dieci che da tempo sta lavorando all'intesa con lo stato italiano.
Hamza Piccardo è un simpatico e cordiale uomo di quarantasei anni. Nato ad Imperia nel 1952, alla fine degli anni '70 si è avvicinato all'islam attraverso esperienze di viaggio e contatto con popolazioni musulmane dell'Africa sahariana.
Padre di quattro figli, tutti musulmani, nati da due differenti matrimoni, attualmente è segretario dell'U.C.O.I.I., di cui è anche uno dei fondatori, e segretario generale del Consiglio islamico d'Italia.
Signor Piccardo, quale è stato il suo primo approccio all'islam?
"Sicuramente all'origine della mia scelta c'è la storia della mia famiglia: mia madre è nata in Marocco e vissuta in Tunisia fino al 1947, quando è ritornata in Sicilia. Inconsciamente avvertivo il desiderio di ripercorrere le strade battute dai miei nonni e da mia madre e così, dopo aver terminato il servizio di leva, nel 1975, sono partito alla volta del Sahara. In due mesi ho visitato Maghreb, Senegal, Mauritania, Mali, Costa d'Avorio, Burkina Faso ecc. Mi sono reso conto dell'esistenza di persone con cui stavo bene e che erano musulmane, ma coscienti d'esserlo. Tutto ciò è stato di stimolo per cercare di capire e conoscere l'islam".
Quale era stata fino ad allora la sua formazione ideologica?
"Ero anarchico, dell'ala movimentista dell'Autonomia. Non negavo l'esistenza di Dio in maniera ideologica: semplicemente, non m'interessava. Dopo il mio incontro con la cultura islamica vissuta da persone semplici e generose, ho capito che Dio c'era. Ho intrapreso allora un cammino di fede che, partito dallo studio della religione, è approdato alla consapevolezza della presenza di Dio nella mia vita".
La sua è stata dunque una ricerca, più che una folgorazione?
"Sì, ed è durata degli anni. La prima parte della professione di fede islamica, la shahada, quella che recita: la ila illallah (Non c'è dio se non Iddio), l'ho capita subito. Quanto alla seconda - wa Muhammad rasulu-l-llahi (e Muhammad è l'inviato di Dio) - ho impiegato nove anni ad interiorizzarla. A credere, cioè, in Dio inteso in modo conforme all'insegnamento di tutti i profeti fino a Muhammad. Nell' '84 conobbi un italiano musulmano praticante e gli parlai del mio percorso, dei miei studi. Gli dissi anche che non sapevo che passi fare. Mi illustrò, allora, concretamente i princìpi islamici; iniziai così a rispettare il mese di digiuno e astinenza, il ramadan e nell' '88 fui invitato a fare il pellegrinaggio, hajj, alla Mecca".
E la sua famiglia in tutto questo tempo ha condiviso con lei le sue scelte?
"I miei figli sono stati educati secondo le regole islamiche; mia moglie, la mia prima moglie, invece, non trovandosi d'accordo con le mie scelte, mi lasciò. Due dei nostri bambini rimasero con lei, mentre il maggiore, che ora ha diciotto anni, decise di stare con me".
E la sua seconda moglie?
"È una donna marocchina che ho conosciuto sei mesi dopo la mia separazione. Sono andato in Marocco proprio per cercare una moglie musulmana. Ora abbiamo un bimbo".
Cosa fa nella vita?
"Mi occupo della comunità islamica a tempo pieno, traduco testi dall'arabo - ho tradotto il corano nella versione pubblicata per la Newton Compton. Sono segretario nazionale dell'U.C.O.I.I. e recentemente sono stato eletto segretario del Consiglio islamico d'Italia, l'organismo che si sta occupando dell'intesa con lo stato italiano e che comprende sia l'U.C.O.I.I. che la Lega islamica mondiale. Di lavoro ce n'è molto".
Retribuito?
"No".
E come fa a vivere e a mantenere i suoi figli?
"Quando ne ho la possibilità faccio qualche lavoro. E poi, Dio provvede".
Signor Piccardo, da settimane non si fa altro che parlare di possibili attentati islamici nei paesi occidentali, come vendetta per i raids americani in Sudan. Cosa pensa della situazione in Italia, possiamo parlare di pericolo islamico?
"Il terrorismo islamico in Italia? Non esiste. Durante i sopralluoghi delle forze dell'ordine nelle moschee sparse sul territorio nazionale non è stato trovato nulla che potesse collegarle alle attività di gruppi terroristici.
Le comunità musulmane residenti nel nostro paese, pur cercando di mantenere fermi i propri valori e le proprie tradizioni, vogliono integrarsi nella vita lavorativa e sociale italiana. Certamente non desiderano creare panico e tensioni attorno a loro".

MASSIMILIANO BOCCOLINI, OVVERO L'ENTUSIASMO

Napoli, associazione Zayd Ibn Thabit, via Piazza larga al Mercato n.35: Massimiliano Boccolini, ventun anni, studente presso l'Istituto universitario orientale di Napoli, è uno dei responsabili.
Gli domandiamo quali esperienze religiose, politiche o di riflessione interiore hanno eventualmente preceduto la sua conversione all'islam.
"L'unica esperienza politica maturata durante gli anni del liceo è stata la partecipazione al movimento studentesco, all'interno di organizzazioni di sinistra. Quanto ad approcci religiosi precedenti il mio incontro con l'islam, posso dire di non averne mai avuti: mi ero sempre confessato ateo".
Come è arrivato all'islam, allora?
"Grazie ad un collega dell'Università, un musulmano italiano. Ciò che mi ha spinto ad avvicinarmi a questa religione è stato il rifiuto netto della nostra società e della cultura occidentale in generale, e l'apprezzamento dei profondi valori religiosi e sociali insiti nell'islam. Mi sono sentito attratto dal connubio che c'è tra la profonda spiritualità che caratterizza questa religione e l'impulso che dà alla vita quotidiana di ogni fedele, sia a livello politico che sociale".
A quale comunità appartiene e qual è il suo coinvolgimento pratico?
"Faccio parte dell'associazione islamica Zayd ibn Thabit di Napoli, di cui, attualmente, sono il segretario. La nostra associazione gestisce tre moschee nell'area metropolitana, una scuola islamica per bambini, un centro di diffusione dell'islam per gli italiani, un ambulatorio medico, una mensa ed un servizio di assistenza legale per i musulmani in difficoltà".
Cosa induce, secondo lei, migliaia di persone, ogni anno, ad avvicinarsi all'islam?
"Probabilmente, per molti, il rifiuto verso una realtà così inumana, la voglia di riscattarsi, di riprendere quei valori che hanno contraddistinto la religione di Gesù e che sono stati totalmente disattesi e modificati dalla chiesa cattolica, ma che ritrovano la loro essenza nell'islam, che è la religione di tutti i profeti".
Come possono i princìpi coranici contribuire al miglioramento di società come quella italiana o quelle di altri stati europei?
"Restituendo a questi popoli valori persi da tempo, ma che ridanno senso alla nostra esistenza".
Islam italiano, islam arabo: cosa emerge dall'incontro dei rappresentanti delle varie comunità in vista dell'intesa?
"L'islam italiano è ormai una realtà con la quale il governo deve fare i conti per garantire quei princìpi di libertà religiosa sanciti dalla costituzione e che possono vedere la loro attuazione solo attraverso il concordato tra il nostro stato e le comunità islamiche rappresentate all'interno del neo costituito Consiglio islamico nazionale. Allo stesso tempo, però, risulterà utile ai musulmani italiani la collaborazione ed il lavoro con i fratelli di tutte le nazionalità, i quali, attraverso le esperienze dell'evoluzione dell'islam nei paesi di provenienza, possono offrire un notevole contributo allo sviluppo dello stesso qui in Italia".
Cosa prevede per il futuro delle società europee?
"Un rapido sviluppo dell'islam, non solo grazie agli immigrati provenienti dal sud del mondo, ma anche ai convertiti. E saranno proprio questi ultimi ad aiutare le proprie società".
Tradizione o modernità nell'islam? Quale strada possibile?
"Credo che tradizione e modernità siano due strade che possono camminare parallelamente, in quanto la tradizione, nell'islam, è rappresentata dal corano e dalla sunna, punti di riferimento imprescindibili per ogni musulmano, mentre la modernità può essere rappresentata dall'evoluzione dell'islam nei giorni nostri e nelle singole società dove è presente e dove può acquisire proprie peculiarità".

L'islam sunnita: chi sono, da dove vengono

Universo maschile e universo femminile poco s'incontrano sul terreno delle esperienze che li hanno portati ad abbracciare la fede in Allah. Esistono, infatti, alcune differenze sostanziali nell'approccio all'islam da parte degli uomini rispetto alle donne. Se per qualcuno la conversione passa attraverso il matrimonio, cioè attraverso l'obbligo di professarsi musulmano per poter sposare una "figlia della ummah", per altri l'islam (la comunità di cui fanno parte e di cui sono, magari, i responsabili) ha significato potere, carisma e rispetto, notorietà nazionale o internazionale e, non ultima, l'apparizione sui mezzi di informazione. Un modo di mettersi in luce, di dominare la scena.
Comune a molti è la provenienza dalle fila dell'estrema sinistra degli anni '60-'70, dove avevano militato a lungo; altri raccontano di adesione a movimenti hippies o anarcoidi; per altri ancora l'ambiente di formazione è quello della destra militarista o monarchica (ciò è soprattutto valido per le adesioni ai movimenti sufi, in particolare quelle di impronta guenoniana, nel cui seno vengono accolte persone sia di estrema destra che di estrema sinistra). Questo è riconducibile alla natura stessa di tali tendenze ideologiche che trovano in un islam rigidamente organizzato che inquadra, mette ordine e disciplina ogni aspetto della vita umana, sia personale che sociale (misticismo guenoniano e fondamentalismi, in modo particolare), un proprio spontaneo confluire.
Parimenti, qualche credente racconta di aver condotto, in una determinata epoca, un'esistenza senza regole precise e senza limiti al suo agire, dove i princìpi di libertà e indipendenza erano stati quasi radicalizzati; di aver abilmente evitato grandi responsabilità e ruoli ben definiti. Ecco che, in seguito, ha iniziato ad avvertire la necessità di un cambiamento profondo, altrettanto "radicale". E l'islam, così, è diventato per lui un affascinante mezzo per una tale palingenesi, per la sua rivoluzionaria rinascita.
A.L.

"MA LE INTERVISTE LE FACCIO IO"

Il sole primaverile fa capolino timido dietro ad un bianco minareto. Il sommesso canto del muezzin che invita alla preghiera si diffonde nell'aria tiepida del pomeriggio e richiama chi ancora si intrattiene a chiacchierare fuori dalla moschea, tra la lunga fila di auto parcheggiate contro il bordo della strada dissestata e sporca.
Arabi, somali, senegalesi, italiani si sono appena accovacciati sui tappeti nelle due sale predisposte al culto: una per gli uomini, l'altra, nascosta da un tendone, per le donne. I fedeli sono tanti, in questa domenica di marzo. Ci guardano curiosi e un po' sospettosi. Qualcuno, gentilmente, ci accompagna dall'emiro, un'importante figura religiosa islamica. Tutt'intorno a noi c'è movimento: bambini che corrono; ragazzine che si aggiustano lo hijab, il foulard che copre loro il capo fin sulle spalle; donne che insegnano il corano ai più piccini e altre che, finita la preghiera, iniziano a chiacchierare rumorosamente nascoste da tende bianche. Una mamma italiana ha appena accompagnato la figlia dodicenne velata alla scuola coranica.
"Possiamo fare delle foto?", domandiamo ad alcune di loro. "Dobbiamo chiedere il permesso ai nostri mariti", rispondono. Ma l'emiro interviene ad impedire che quelle sfuggenti figure femminili vengano catturate dall'obiettivo della macchina fotografica e che, quindi, siano in qualche modo "profanate".

No, non siamo al Cairo né a Gerusalemme e tantomeno a Rabat, ma a Milano Segrate. Le cupole sovrastate da due mezzelune della "Moschea del Misericordioso" e dell'annesso minareto si intravvedono dalla tangenziale.
Una decina fra uomini e donne italiane si ritrovano a pregare, a studiare la lingua araba e i princìpi dell'islam nei locali della sezione italiana del Centro islamico.
Shaikh Abdurrahman, ovvero Rosario Pasquini (vedere l'intervista), un uomo sui sessant'anni, con una folta barba bianca, vestito di abiti tradizionali musulmani, ci accoglie nel suo ufficio. "Desideriamo intervistare alcune delle persone qui presenti, donne e uomini italiani convertiti all'islam, conoscere le loro storie e ciò che li ha spinti ad una tale scelta", domandiamo al nostro gentile interlocutore.
Abdurrahman si irrigidisce. "Non ora e non da sole", ci risponde. "Raccoglierò io, per voi, le testimonianze personali e per ciascuno degli intervistati traccerò un cammino di fede". "Interviste pilotate e filtrate", ribattiamo noi con immaginabile perplessità. "Dovete capire che non tutti sono giunti ad una maturità e ad una conoscenza dell'islam tali da poterne parlare senza sbagliare o dare informazioni inesatte. Bisogna fare attenzione: in alcuni possono emergere posizioni dettate dall'ignoranza o dalle emozioni. Qualcuno può non aver fatto delle scelte "pure", di fede ed essersi convertito, ad esempio, solo per sposare il partner musulmano".

Diffidenza e tanta prudenza, dunque! Sappiamo che, in vista delle trattative (al momento sospese) per dar vita ad un concordato tra lo stato italiano e le realtà islamiche presenti nel nostro paese (tra cui il centro di Milano), la preoccupazione maggiore è proprio quella di vigilare affinché all'esterno passi un'immagine omogenea e unitaria dei credenti musulmani.
A.L.

 

LE ALTRE VIE DI ALLAH
L'ISLAM IN ITALIA (3): incontro con i convertiti

La maggioranza dei musulmani sciiti si trova in Iran. Ma ci sono importanti minoranze anche in Iraq e Libano. Ancora più pochi sono i seguaci dell'islam mistico, quello dei "sufi". Agli sciiti e ai mistici che vivono in Italia è dedicata la nuova puntata della nostra inchiesta. Come in tanti convertiti all'islam il giudizio sul cristianesimo rivela gravi lacune di conoscenza.

di Angela Lano e Lucia Avallone

INCONTRO CON L'ISLAM SCIITA

Milano, domenica 1º novembre 1998. Il cielo è cupo e carico di pioggia. Raggiungiamo un basso edificio, davanti al quale sosta un gruppetto di persone. Prima di entrare all'interno, tiriamo fuori dalle tasche dei cappotti i nostri foulards e, un po' impacciate, ci copriamo il capo.
Nel cortile sono allineate numerose file di scarpe. Attraverso una porta s'ode un vociare di persone e grida allegre di bambini. Quello a cui prendiamo parte è un raduno musulmano sciita: sono presenti circa una cinquantina di iraniani (e qualche italiano convertito) residenti in tutta l'Italia.
La metà sono donne con prole al seguito. Nell'ampia sala, divisa in due da una cortina che delimita (in realtà piuttosto simbolicamente), la zona destinata agli uomini da quella delle signore, l'assemblea, seduta su larghi tappeti, segue attenta il susseguirsi di relazioni, esortazioni ed esperienze di fede.
Ad un certo punto, qualcuno porta un vassoio carico di tazze di tè. Sorridiamo speranzose, ma rimaniamo ben presto deluse. Quel vassoio eviterà con noncuranza di passare fra le donne, sedute dietro agli uomini.
Oggi si fa festa per commemorare il compleanno di Fatima. Lei, la madre dei credenti, figlia del profeta Muhammad e moglie dell'ultimo fra i califfi "ben guidati", il nobile Ali. Figlia amorevole e madre coraggiosa degli sfortunati Hussayn e Hassan, finiti assassinati come il padre, in una delle prime guerre intestine della comunità islamica.
Vestite in abiti tradizionali e col capo coperto dal velo, da cui spesso escono capricciosi ciuffi di capelli, le signore sciite appaiono molto partecipi e, soprattutto, piuttosto energiche. Riconosciamo molte italiane, mogli di persiani cittadini italiani e convertite all'islam.
Un bellissimo viso da "madonna televisiva", con grandi occhi grigio-verdi e capelli neri che spuntano dallo hijab, attira la nostra attenzione.
Italiana di Brescia, 35 anni, biologa, Mariangela è musulmana da circa un decennio. Moglie (infelice) di un medico persiano, musulmano praticante, ci racconta, tutto d'un fiato, la sua storia:
"Circa dieci anni fa iniziai ad occuparmi di religioni: era un interesse culturale. Seguivo degli incontri interreligiosi, ma ero molto cattolica (ancora oggi sento fortemente questa base cristiana che emerge). Poi, presi a leggere testi islamici e a incontrare studenti musulmani. A poco a poco mi avvicinai all'islam, senza forzature o sensi di colpa nei confronti del cattolicesimo. Mi domandavo: che scopo abbiamo nella vita? Ben venga chi cerca la verità attraverso una fede. Credo nelle tre religioni rivelate e nella loro continuità".
"L'amore del cristianesimo è ammirevole, ma manca il senso di giustizia divina, molto ben presente nell'islam. Il primo prende dal punto di vista emotivo, mentre il secondo costringe a mantenere un costante rapporto con Dio attraverso la preghiera. Di un musulmano che prega ti puoi fidare, di un cristiano non sempre: il primo ha paura del giorno del Giudizio, il secondo no".
"Con ciò, tuttavia, sono anche cosciente che oggi non esista uno stato dove i princìpi islamici vengano veramente applicati. Se infatti avessi guardato alle società islamiche - Algeria, Afghanistan, Iran - non sarei mai diventata musulmana. Mai andrei infatti ad abitare in un paese islamico: esistono troppe contraddizioni di fondo e troppi dislivelli tra ricchi e poveri. Eppoi, quante donne possono davvero lavorare?"
Già musulmana praticante, Mariangela incontra, in ambiente universitario, un ragazzo iraniano e lo sposa. "Finora ho mantenuto le mie abitudini, a cui non voglio rinunciare, ma gli scontri con mio marito sono molti e quotidiani; lui risente della rigida educazione ricevuta. In realtà, all'interno delle coppie miste ci sono sempre tanti problemi di ordine culturale, al di là della comunanza o meno della fede. Per me è l'hijab l'aspetto più faticoso da osservare".
 

L'ISLAM SCIITA: DA DESTRA E DA SINISTRA

Dall'estrema destra e dall'estrema sinistra italiana giungono i nuovi adepti dell'islam sciita.
Marco è romano e ha 18 anni. Il nome che ha scelto, convertendosi all'islam è Husseyn, in ricordo del figlio di Ali e Fatima, ucciso a Kerbela.
Proviene da una famiglia cattolica praticante. Dal '95 ha iniziato ad interessarsi all'islam, attratto dalla rivoluzione islamica del '79, in Iran. Usciva dalle fila della gioventù di estrema destra. Questa nuova religione lo ha affascinato per la sua ritualità e per il senso comunitario.
Stessa area di provenienza per Paolo - Jafar, 23 anni, studente di lettere di Bergamo, convertito da un anno e mezzo. Tra le sue letture, molti testi guenoniani in cui il mondo moderno viene vissuto come negazione dell'uomo, come decadenza dei valori umani, mentre nel fascismo - a suo dire - si intravvede l'ultimo baluardo nella difesa di tali valori. La sua è una scelta intellettual-politica, poi divenuta religiosa. "Appartenevo ad un gruppo politico di estrema destra, filoislamico. Poi, conobbi "Il Puro Islam" e iniziai a sentire l'altro come "fratello"".
Dalla barricata opposta arriva invece Giovanni: ferroviere di Foggia, ha 41 anni ed è musulmano da 19. Da allora si fa chiamare Mustafa: "Mi sono convertito all'islam nel '79, folgorato dalla rivoluzione iraniana. Sono stato particolarmente colpito dall'evento religioso in sé. Ero un militante dell'estrema sinistra. Provenivo da una famiglia cattolica, ma qualcosa mi aveva sempre tenuto lontano dalla chiesa. Mia moglie si è convertita all'islam nel '93, eravamo già sposati da cinque anni".
All'islam sciita è giunto dall'estrema destra guenoniana il giornalista sessantenne Ammar Luigi De Martino, napoletano. Sposato, tre figli, di cui uno musulmano, è direttore de "Il Puro Islam" e responsabile di una comunità che continua a far proseliti.
Quali sono state le motivazioni che l'hanno portata ad abbracciare l'islam?
"Prima ero cristiano evangelico praticante, tenevo sermoni; ad un certo punto mi allontanai e iniziai a leggere Gu&eacutenon, Burckardt, Ebola (scrittori cosiddetti tradizionalisti secondo i quali i mali della società hanno origine dal fatto che l'uomo ha perso il contatto con la trascendenza, con la spiritualità, dirigendosi verso un baratro colmabile solo attraverso la riscoperta dell'interiorità, ndr). Tutto ciò mi portò a far politica: mi identificavo con una certa destra non parlamentare. Andavamo sulle Alpi e la sera ci siedevamo intorno al fuoco a dissertare sui mali della società; poi, scesi a valle, il nostro comportamento era come quello degli altri, se non peggiore. Per caso, mi accorsi che gli scrittori che leggevo, a un certo momento della loro vita, erano entrati nell'islam".
"Quelli erano gli anni della rivoluzione islamica in Iran, ed io me ne sentivo attratto. Mi piaceva, perché era fatta in nome di Dio, in nome di valori spirituali, né marxisti, né imperialisti".
"Incominciai a prendere contatto con i musulmani - dirigevo un piccolo circolo culturale a Napoli - così, un giorno, un giovane musulmano mi propose di organizzare una conferenza sull'islam. Arrivò un professore italiano convertito e ci parlò dell'islam. Passò un anno ed ebbi modo di riflettere: l'anno successivo decisi di entrare nell'islam".
"Nell' '83 lessi "L'imam nascosto" di Henri Corbin. Nel contempo conobbi degli studenti iraniani (la maggioranza dei musulmani presenti in Italia è sunnita e non conosce gli shi'iti, ndr). Quel libro squarciò un velo davanti ai miei occhi: abbracciai così la scuola sciita. Passarono alcuni anni, e, durante un viaggio in Algeria con mia moglie, divenuta anche lei musulmana, e uno dei miei figli, decidemmo di fare qualcosa che potesse durare nel tempo. Nacque così la rivista "Il Puro Islam". Ora sono tanti quelli che ci scrivono: la comunità islamica in Italia cresce".
Quali sono i valori che le hanno fatto capire che nell'islam si trovava la sua strada?
"L'unicità di Dio e la sottomissione a Lui. L'islam offre al credente una via ben precisa, con delle regole, una strada che gli è stata tracciata. Nel cristianesimo si dice "ama il tuo prossimo", ma, pur essendo un gran concetto, è molto generico, non si sa come amarlo questo prossimo. Nell'islam, invece, ci sono delle norme chiare. La legge accompagna l'uomo per tutta la vita ed egli sa che è sottomesso a Dio, cioè, in contatto con Lui. Questa scelta ha incanalato la mia vita nel giusto binario, l'ha rivoluzionata. Adesso posso guardare con un'altra ottica anche il prossimo. Prima di essere musulmano ero consapevolmente razzista. Nel momento in cui ho abbracciato l'islam ho capito che gli uomini vanno visti per la loro fede, non per il colore della pelle".
Quale contributo pensate di poter offrire con i vostri valori alla società italiana?
"Un uomo migliore, un comportamento diverso, un fenomeno religioso vissuto intensamente, non un'esperienza di abitudine".
 

INCONTRO CON L'ISLAM MISTICO

Milano. Non ci rivela il nome di battesimo, quest'uomo di mezza età dall'aria saggia e austera. Imponente figura avvolta da un mantello bianco, il capo ricoperto da un turbante e la lunga barba candida, shaikh Abd al -Wahid sorride e attraversa, totalmente a suo agio, l'aula magna della facoltà di Lettere dell'Università di Milano.
Abd al-Wahid Yahya Pallavicini è un medico italiano che nel lontano 1951 decise di "entrare" nell'islam e di seguire le orme della sua guida spirituale, René Gu&eacutenon, il metafisico francese divenuto musulmano decenni addietro. Da lui prese il nome, che significa il "Servo dell'Unico Giovanni il Battista", e, col tempo, divenne maestro della Confraternita islamica Ahmadiyya-Idrissiyyah, nonché presidente della Coreis (Comunità religiosa islamica). Sposato ad una donna giapponese, ha un figlio, Yahya Sergio, di 33 anni, musulmano di nascita.
La vostra confraternita non ha nulla a che vedere con la Ahmadiyya pakistana?
"Assolutamente no. Quello è un movimento eterodosso creato da un certo Gulaman Ahmad, che si è creduto nuovo profeta, cosa inconcepibile per la dottrina islamica. Sappiamo, infatti, che non ci saranno nuovi profeti: siamo in attesa solo della seconda venuta di Gesù, come dovrebbe essere anche per i cristiani.
Quali sono le ragioni dell'adesione all'islam sufi?
"L'uomo avverte una profonda esigenza di innalzare il proprio spirito. Purtroppo, però, non sempre se ne trovano i mezzi, le organizzazioni, i maestri. Infatti, come purtroppo molti sintomi fanno rilevare, molte persone sono discese nella dimensione più inferiore, quella psichica, tralasciando quella spirituale. È il caso dei movimenti della New Age, che scimmiottano le manifestazioni delle confraternite islamiche con del misticismo iniziatico".
Che cosa vi distingue dalle altre confraternite?
"Lo shaikh Ahmad Ben Idris, il fondatore, ha cercato di ritrovare lo spirito del profeta. Ciò non significa che i membri delle confraternite siano meglio degli altri musulmani: l'obiettivo è quello di recuperare l'essenza profetica dal di dentro, e non quello di avere un culto personale per i maestri. Insomma, il far rinascere questo spirito nella sua collocazione più ortodossa, più regolare: nella shari'ah (la legge islamica) e nella ummah (la comunità dei fedeli). La confraternita non deve estraniarsi, come se fosse qualcosa di diverso o di alternativo".
Siete invece spesso accusati proprio di questo, di estraniarvi, di non appartenere all'islam vero e proprio.
"È vero. C'è chi, in effetti, dà adito a queste accuse e fa del sufismo qualcosa di separato, come se si potesse essere sufi senza essere musulmano. Certa ortodossia formalista, per non dire farisaica, non capisce questa vocazione interiore di santi, presenti in tutti i tempi; di profeti che non hanno avuto una vita facile, neanche all'interno della loro religione. Gesù, ad esempio, non è stato riconosciuto dai suoi; Mosè non è stato seguito dalla sua gente e Mohammed ha dovuto affrontare grandi difficoltà fino al momento di poter dare veramente il messaggio dell'unicità di Dio. Ed è proprio questo lo scopo a cui l'Idrisiyya vorrebbe arrivare. La realizzazione spirituale non è una contrapposizione alla propria natura, ma è un rinverdire, khidr, quella interiore, peculiarità di ogni essere umano fatto a immagine e somiglianza di Dio (o, come dice il corano, secondo la forma divina)".
Ci può parlare del vostro centro milanese?
"Siamo partiti con il Centro studi "René Gu&eacutenon". Avevamo pensato di creare una struttura che contenesse una cappella cristiana cattolica, una sinagoga ebraica e una moschea islamica, dove il dialogo religioso fosse sempre in primo piano. Alla base di questa ispirazione vi era, certamente, la concezione guenoniana dell'unità trascendente delle religioni.
Purtroppo, però, non vi sono state risposte a queste istanze. Le cose si sono evolute al punto che la nostra è diventata una comunità islamica. Riteniamo, comunque, che non sia più una questione di costruzione materiale di templi, ma di costruzione interiore".
Non avete contatti con altre comunità?
"Abbiamo scambi con il rettorato di al-Azhar, al Cairo, con esponenti di tutto il mondo islamico, con università; abbiamo collegamenti con l'Isesco (Unesco islamico). Io rappresento inoltre l'Italia nei convegni al Cairo e sono membro del Consiglio dei saggi della Moschea di Parigi.
La nostra comunità ha dovuto, tuttavia, prendere le distanze dai centri islamici italiani, sia perché non avevano una vocazione interiore e concezioni sapienziali, sia perché l'immigrazione (ancora un po' giovane nel nostro paese), è facilmente strumentalizzata da tendenze politiche eversive, ideologiche, dalle quali bisogna tenersi alla larga anche per evitare problemi di ordine pubblico".
Prima di arrivare a questo approccio, quale era il suo background?
"Sono entrato nell'islam con il pieno rispetto della tradizione d'origine che riconosco valida".
Dobbiamo supporre che nel cristianesimo non abbia trovato ciò che cercava?
"Non è il cristianesimo come religione che non mi abbia soddisfatto; il problema è che non ho trovato i mezzi per la via iniziatica (non intendo, però, dire che non ci siano).
L'esoterismo islamico non è mistico, è iniziatico. Ci vuole un'organizzazione, ci vuole un metodo: non si tratta, infatti, di una vaga ispirazione misticheggiante isolata dal contesto. Per questo si è posto l'accento sulla contemplazione. L'islamismo è stato inventato, come terza posizione politica, in contrapposizione all'Occidente. In realtà l'islam è prima di tutto una religione".
Ma viene presentata da alcuni movimenti come culto, indottrinamento.
"La concepiscono come militanza, senza vederne l'aspetto simbolico, interiore e spirituale.
L'islam è una religione e, per essere musulmani, bisogna innanzitutto essere religiosi, non ideologi o asserviti a culture o a particolari stati dove fanno dell'islam uno strumento politico. La parola islam ha delle valenze diverse: bisognerebbe ritrovarvi quella originaria di sottomissione alla volontà di Dio".
C'è una crescita d'interesse delle persone nei vostri confronti?
"Naturalmente. Ma è importante saper riconoscere i falsi profeti e i falsi maestri. Anche per quel che riguarda il sufismo, non tutto è buono, e tantomeno per le confraternite: abbiamo manifestazioni di sufismo spurio proprio come ci sono i falsi maestri che vengono dall'India o dal Giappone".
Ma come si può capire ciò che è positivo da ciò che non lo è?
"Per prima cosa si deve trovare la confessione giusta. Si deve chiedere a Dio, tramite i riti della religione di appartenenza (un cristiano, tramite l'eucarestia) come poter essere avvicinato a Lui, e Dio, che non è né ebreo, né cristiano, né musulmano, può, se vuole, dargli i mezzi per avvicinarsi a Lui in quella "parrocchia", o in una più adatta. La questione è accettare la regola e la legge di una collocazione ortodossa strettamente religiosa".
Ci sono tante strade...
"E tante sbagliate...".
Possiamo parlare di percorsi per arrivare a Dio...
"Tutto dipende dalla vocazione e dalla sincerità della persona stessa. Ognuno troverà ciò che cerca".
È possibile cercare la giusta via anche nel cristianesimo o nell'ebraismo, o in qualche altra religione, non le pare?
"Dipende da dove si parte. Se si è cristiani, non si può essere apostati, non si può tornare indietro e divenire ebrei, con tutto il rispetto per la tradizione ebraica. Un cristiano che si fa ebreo rinuncia alla figura del Cristo che porta in sé, è apostata; così come chi si fa buddista o indù. Non ci può essere altra scelta.
L'islam è l'unica religione posteriore al cristianesimo, quindi, l'unica raggiungibile da un cristiano e da un ebreo senza commettere apostasia. Per un cristiano, inoltre, la cosa è molto più facile perché l'islam include, anche se in forma diversa, la figura del Cristo: è questo che lo avvicina al musulmano. Non ci possono chiamare non cristiani: crediamo in Gesù, lo attendiamo alla fine dei tempi, lo definiamo come figlio di Maria, profeta e spirito di Dio (ruh-Allah)".
In pratica, questa ricerca spirituale può avvenire solo nell'islam?
"Noi l'abbiamo trovata lì... Non vogliamo escludere altre vie... La stessa teologia cristiana appiattisce la stessa figura del Cristo, che non è più spirito di Dio, ma soltanto uomo. E se questi perde la sua natura divina, dà adito all'Anticristo a presentarsi non soltanto come il Cristo, ma come il Dio del cristianesimo. Questa, allora, è l'apocalisse".

IL PARTITO DI 'ALI

Imusulmani sciiti nel mondo ammontano a circa 100 milioni, distribuiti in vari paesi: oltre 45 milioni in Iran; 20 milioni in Iraq, dove costituiscono il 55% del totale; un milione e mezzo nel Libano (un terzo della popolazione); circa 15 milioni in India (dove i musulmani sono 90 milioni); approssimativamente, 15 milioni in Pakistan. Esistono anche comunità sciite in Afghanistan, Arabia Saudita, nelle repubbliche ex sovietiche, in Africa, nei paesi del Golfo, in America Latina e in Europa. Nel complesso, l'islam sciita comprende il 10-11% dei musulmani del mondo (un miliardo circa).
Lo sciismo (da shi'at 'Ali, il partito di 'Ali, genero di Muhammad) storicamente nasce subito dopo la morte del profeta (632 d.C.). In quel periodo, infatti, sorgono, tra i fedeli musulmani, divergenze di opinioni nella scelta del successore di Muhammad. Se nessuno poteva pensare a un "erede" che detenesse anche capacità profetiche, si cercava, tuttavia, una guida autorevole e con qualità morali ineccepibili. Ma dove e come trovare questa persona che avrebbe dovuto condurre l'islam verso il futuro?
È da qui che prendono il via i vari conflitti: innanzitutto, tra "ausiliari" medinesi che mal accettano l'egemonia degli "emigranti" provenienti dalle tribù quraish della Mecca. In secondo luogo, le divergenze si fanno sentire anche per questioni di principio: il successore doveva venire eletto dalla comunità in base a qualità morali, oppure bisognava circoscrivere i candidati alla famiglia del profeta, prediligendo così il criterio della discendenza? Poiché Muhammad non aveva lasciato figli maschi, la sua discendenza sarebbe stata portata avanti dal cugino Ali, marito della figlia Fatima.
I fautori della "linea del sangue" sostennero, dunque, il principio dell'ereditarietà secondo una genealogia familiare. Le differenze dottrinarie tra seguaci di Ali e sunniti (da sunnah, tradizione) si svilupperanno, tuttavia, solo più tardi, con la sconfitta politica dei primi.
Lo sciismo, come il sunnismo (che raccoglie il 90% dei musulmani), basa la propria dottrina sulla rivelazione coranica, di cui Muhammad è messaggero, e sull'assoluto e trascendente monoteismo. Il concetto di giustizia divina, però, diverge: gli sciiti attingono dalla scuola razionalista mutazilita l'idea di Dio come "giustizia" per eccellenza, e a priori.
Comuni sono pure i cosiddetti cinque pilastri (arkan): professione di fede, preghiera rituale, elemosina, digiuno e pellegrinaggio. Esistono, invece, alcune differenze di tipo "culturale".
Ciò che discosta le due confessioni è, tuttavia, il ruolo sacrale attribuito dagli sciiti alla figura dell'imam, amico di Dio: egli è, infatti, colui che conosce la realtà nella sua più profonda e segreta natura e che, possedendo una scienza "sovraumana", ha il potere di "interpretare" la legge divina, rivelata, "verbalizzata", dall'inviato di Dio, il profeta. Insomma, lo sciismo prevede due figure laddove il sunnismo le racchiude nella sola persona di Muhammad e considera l'imam indispensabile tramite tra Dio e l'uomo (mentre il sunnismo non ammette assolutamente gerarchie o intermediari).
Per gli sciiti imamiti, inoltre, l'imam storico è scomparso dal mondo intorno all'868, rimanendo in stato di occultazione (ghayba) per poi riapparire, vittorioso e pacificatore, alla fine dei tempi come messia (mahdi). Ed è proprio in questo spirito messianico che gli sciiti riscattano le ingiustizie e i diritti di successione loro negati con l'uccisione di Ali e dei suoi due figli, nella prima guerra "civile" islamica.
La shi'at 'Ali si divise in alcune correnti: le più importanti sono la zaydiyya, la isma'iliyya (settimani), la ithna'ashariyya (duodecimani), in netto dissenso tra loro a livello dogmatico e che diedero vita, a loro volta, a secessioni, dissidenze ed "estremismi" (in arabo tradotti con "esagerazioni": si tratta degli alawiyyiti, dei babiti e dei baha'i).
A.L.

LA "LANA" DEGLI ASCETI

Il sufismo è il misticismo dell'islam: dottrina omogenea, regola, disciplina, viene trasmessa da una gerarchia stabilita e accettata. Incerta è l'etimologia del termine (in arabo, tasawwuf): secondo alcune teorie, la parola sufi ha a che vedere con la purezza dell'intimo e con l'assenza di macchie negli atti di coloro che si rifanno a questo misticismo. Secondo altre, i sufi sono tali perché stanno, davanti a Dio, al primo rango, saff. Infine, la spiegazione più diffusa è quella relativa all'abbigliamento: sufi era colui (mistico) che indossava un abito di lana, suf.
Le prime comunità ascetiche, che precedettero il sufismo propriamente detto, appaiono in Iraq all'inizio dell'VIII secolo. "Ribelli all'empietà dei califfi, conducevano una vita di povertà affermando la loro "fiducia in Dio", predicando i versetti del corano e il loro amore; inaugurarono la pratica del dhikr, l'uso della veste di lana e cominciarono a radunarsi nei centri".
Già sul finire del IX secolo, il termine sufismo designava l'insieme delle scuole ascetiche dell'Iraq, in antitesi con quelle mistiche dell'Asia Centrale, che venivano chiamate malamati. Due secoli dopo, il termine definiva, nell'intero mondo musulmano, tutti gli ordini mistici organizzati.

IL DHIKR. La recitazione del "ricordo", dhikr, di uno dei 99 nomi di Dio è una delle pratiche fondamentali per compiere il viaggio verso Dio.
Il dhikr può essere eseguito sia a voce bassa (jali) che a voce alta (khafi). Il dhikr collettivo, a voce alta, è proprio delle sedute (hadra), in circolo (halqa) dei sufi: è, di solito, preceduto dalla preghiera rituale e dalle preghiere composte dal fondatore dell'ordine; in alcuni ordini, anche da danza e/o musica.
Ogni ordine ha le sue particolari formule, scelte di nomi e quantità di ripetizioni (dalle 300 alle 70.000) ritmate e conteggiate dal maestro con l'aiuto di rosari, subha.
Di solito, le formule del dhikr vengono pronunciate con modi speciali: con gesti e respirazioni particolari che hanno il compito di iperventilare i ventricoli cerebrali. Ciò porta a uno stato d'estasi, nel quale percezioni sovrammateriali aprono orizzonti nuovi di realtà spirituali.
Praticando il dhikr, l'essenza sensitiva del sufi può dilatarsi in funzione del proprio stadio evolutivo, maqam, e avere percezioni extrasensoriali autentiche: reali e non allucinatorie, né dovute a devianze psichiche; tant'è che il sufi, dopo l'esperienza spirituale vissuta con il dhikr, recupera la sua interezza psicologica.
IL VIAGGIO. Inizia, come per ogni musulmano, con la testimonianza di fede: "Non v'è altra divinità che Dio, e Muhammad è un profeta di Dio". "Il sufi percorre a tappe una via evolutiva, sperimentando la discesa dal Divino (macrocosmo) all'umano (microcosmo) ed esperimenta la risalita verso il Divino. In ogni stato dell'ascesa viene raggiunta una stazione spirituale, maqam, fissa, precisa. È l'acquietamento dei contrari che caratterizza ciascun maqam: contrazione-dilatazione, unione-separazione, sobrietà-ubriacatura, annientamento-esistenza, presenza-assenza. Importante comunque è capire che l'ascesa non è un fine, bensì un mezzo per "adattare" l'anima a Dio. Occorre fede profonda e volontà costante, non desiderio del meraviglioso e ancor meno del potere. Occorre fermezza: continuare il cammino anche quando si è colti dal dubbio perfino sulla realtà di Dio. E saper capire i segni che durante il percorso Dio ci mostra.
Esistono molte vie sufiche, più di un metodo e di una tecnica. Tutte esperienze basate sull'amore per Dio, la conoscenza progressiva dei Suoi attributi e della Sua opera, secondo esperienze individuali differenti e non comunicabili. È un modo di vivere Dio in prima persona, inter-penetrando razionalità (la gnosi) e irrazionalità (l'amore)".

IL MAESTRO. Coloro (i discepoli) che si sentono chiamati alla "via dello Spirito" (tariqa), per avvicinarsi, per quanto possibile, a Dio, debbono avere un maestro (shaikh), sotto la cui guida percorrere la via praticando una serie di esercizi (in parte individualmente, in parte collettivamente) allo scopo di raggiungere, uno dopo l'altro, i vari stadi (maqamat, plurale di maqam). L'ultimo è la realizzazione totale del sé. Chi vi giunge diviene un uomo completo (al-Insan al- Kamil), amico (wali) di Dio.
Il maestro simbolizza e racchiude in sé le tre virtù fondamentali del sufi: umiltà, generosità, veracità. L'allievo non sceglie il maestro, ma ne viene scelto.
Il maestro, che è a capo dell'ordine, deve essere legato in modo sicuro alla catena iniziatica, silsila, una catena che, in certi tempi storici, venne fatta risalire al profeta Muhammad: essa indica, infatti, anche la trasmissione della santità, del carisma, della forza divina, baraka. In certi ordini, il titolo di maestro è conferito per elezione, in altri è ereditario. Più comunemente, è il maestro dell'ordine, che risiede nella Casa madre, a designare il proprio successore. Oltre a lui, nell'ordine vi sono una o più guide spirituali e uno o più delegati che dirigono le varie takaya (centri, conventi derwishi) dipendenti dalla Casa madre.
A.L.

 

IL DIALOGO E LA SCOMMESSA
L'ISLAM IN ITALIA (4): incontro con i convertiti

Pur non raggiungendo il milione di fedeli (per gran parte immigrati, legali e no), da tempo si discute attorno a un "concordato" tra le comunità islamiche e lo stato italiano. È un segno importante di civiltà e maturità. Allo stesso tempo, è giusto insistere nel chiedere il rispetto del "principio di reciprocità", che in troppi paesi islamici viene negato. Con la descrizione della "festa del montone" e dei principali centri musulmani, si conclude il nostro viaggio nell'islam italiano.

di Angela Lano

Sabato 27 marzo, 10º giorno del mese di dhu-l-Hijja (del pellegrinaggio) del calendario islamico: nel cortile del mattatoio pubblico di Torino centinaia di agnelli si accalcano, belando disperatamente, all'interno di recinti, sotto lo sguardo indifferente di una folla di musulmani in festa.
Uomini e donne in lunghi e bianchi abiti tradizionali portano sulle spalle agnelli sacrificali; bambini in jallabiya saltellano felici tra i genitori. Ragazze maghrebine in jeans attillati, giubbotti in pelle e tacchi a spillo, trucco vistoso e telefonini in bella vista, chiacchierano disinvolte con coetanei, loro connazionali, appoggiate ad auto sportive; un'appariscente signora in completo leopardato si aggira, insieme al marito, tra gli escrementi degli ovini e le pozzanghere create da una pioggerella sottile.
Entriamo dentro il mattatoio: l'odore di ovino e di carne macellata è irrespirabile. Una fila di montoni si avvia verso la morte. Più in là, decine di bestie, distese sul fianco e rivolte alla Mecca, vengono sgozzate l'una dopo l'altra con un taglio netto alla giugulare, dopo che l'imam ha pronunciato la basmala, l'invocazione del nome di Allah. Il sangue scorre via dai loro corpi e ricopre, tutt'intorno, tavoli e pavimenti.
A Torino, come in tutto il mondo islamico (da epoche lontane), il sacrificio si è compiuto: in nome di Dio, Abramo ha appena immolato un montone al posto di suo figlio Ismaele (e non Isacco, come vuole la bibbia giudaico-cristiana).
Ancora agonizzanti, le povere bestie vengono gonfiate con aria compressa per essere più facilmente squartate e scuoiate.
È la 'id al-Adha, o 'id al-kebir (la festa grande, per distinguerla da quella di fine ramadan, la 'id al-Fitr, o festa piccola), la "festa del sacrificio", conosciuta anche con il nome di "festa del montone", che si potrae per tre giorni.
Di radici preislamiche, come tutte le altre cerimonie del periodo del pellegrinaggio sacro (hajj), che si svolge da 1400 anni alla Mecca, la "festa del sacrificio" fu abbracciata dalla religione predicata dal profeta Muhammad, e, da allora, è considerata la più importante celebrazione islamica, insieme a quella per la fine del ramadan.
Il rito dell'"immolazione" (nahr), degli agnelli, effettuato tramite la pratica dello sgozzamento ( dhabh), prevede, in accordo con le norme della legge islamica (shari'a), che l'imam, o chi per lui, reciti la formula di benedizioni, la basmala appunto, prima di recidere la giugulare dell'animale. E ciò vale anche per la macellazione di normale routine, non legata, cioè, a particolari ritualità. Il corano raccomanda, tuttavia, sia di evitare la sofferenza alla bestia prima dell'abbattimento, sia la visione della morte di quelle vicine.
Per poter espletare correttamente le ritualità connesse alla festa del sacrificio, i musulmani in Italia devono ricorrere, per legge, al mattatoio pubblico, mentre nelle terre d'origine le strade, i cortili, e sovente anche i condomini delle grandi città, si riempiono dei belati delle bestie ancora vive e, poi, dell'odore della carne macellata. Tuttavia, anche da noi, non sono poche le famiglie musulmane che preferiscono, in queste occasioni, recarsi nei boschi, nei campi o nei cortili per compiere il loro rito sacrificale.

PADRI DI FAMIGLIA (LA MAGGIORANZA)

Parlare dell'islam "italiano" non è facile, né definitivo: si tratta infatti di una realtà in continua evoluzione, contraddistinta da una forte eterogeneità e complessità.
Innanzitutto, all'interno del generale fenomeno immigratorio, la componente islamica non raggiunge il milione di individui. Tra questi, molti sono i non praticanti, coloro, cioè, che non fanno riferimento a moschee, gruppi o associazioni musulmane, e non seguono i precetti cultuali della propria religione. Persone, dunque, che non pregano, non osservano il periodo di digiuno e di astensione sacra (ramadan), non rispettano le norme alimentari (consumo di carne halal, astensione da bevande alcoliche e da cibi contenenti carni suine...).
Ve ne sono altre, invece, che si definiscono musulmani praticanti pur non frequentando, o frequentando sporadicamente, i luoghi di culto (e l'islam lo consente: esiste, infatti, l'obbligo della salat, la preghiera rituale che viene compiuta cinque volte al giorno; ma sul luogo non esistono vincoli).
Possiamo quindi affermare che in Occidente convivano più anime dello stesso islam, riconducibili ad almeno tre differenti atteggiamenti: quella di una fede vissuta interiormente (nelle preghiere in casa o in moschea, o tra le pause di lavoro in fabbrica o nei campi agricoli) da musulmani moderati, pacifici coabitatori dei nostri spazi cittadini, che auspicano l'integrazione, pur mantenendo salde le proprie radici e le proprie tradizioni, oppure da chi è già riuscito ad integrarsi nella società italiana; un'altra, indifferente (o insofferente) ai legami con la tradizione di provenienza, incurante di ogni espressione di religiosità (si tratta di "laici", spesso di sinistra, che possono essere, parimenti, sia ben inseriti nel tessuto sociale italiano, sia allo sbando esistenziale, emarginati, alcolizzati o violenti).
Infine, vi è la realtà dei ribelli, più aggressiva, quella di chi sente il bisogno di manifestazioni di religiosità pubblica, che richiede allo stato italiano di farsi carico del finanziamento di istituzioni islamiche, come scuole coraniche e moschee, e che non concede alternative alle scelte personali dei fratelli nella fede o ai connazionali, musulmani per nascita, che desiderino intraprendere strade differenti (altri credi, laicità dichiarata_).
La prima rappresenta, forse, la tipologia più diffusa: quella dei tanti padri di famiglia che lavorano nelle fabbriche, nei mercati, nelle ditte di edilizia o di decorazione; quella di qualche professionista che ha fatto carriera; quella delle mamme che accompagnano i figli a scuola indossando lo hijab e la jallabiya, o di quelle che, a fatica, distinguiamo tra la folla, davanti alle scuole, negli ospedali, al mercato, perché vestono come noi.
La maggior parte di costoro ha bambini che conoscono poco l'arabo o lo parlano solo in casa. A questa categoria appartengono anche i genitori maghrebini che, con orgoglio, raccontano dei progressi scolastici dei loro figli, o, con rammarico, ne chiedono un sostegno linguistico; le famiglie che a Natale preparano l'albero e i regali per i più piccini e, con la stessa spontaneità, festeggiano la 'id al-Fitr a fine ramadan, o comprano la carne di montone macellata per la 'id al-Adha, la celebrazione del sacrificio.
La terza caratterizzazione di islam ha, invece, varie gradature e comprende anche tendenze più radicali e tradizionaliste. Questa fa del proselitismo, della missione (da'wa) tra gli infedeli o tra i musulmani "tiepidi", del ritorno alle origini del messaggio coranico (e, nel caso estremo, della lotta armata contro obiettivi nemici, islamici od occidentali), lo scopo principale del proprio agire. La maggior parte delle moschee, ad esempio, rappresenta un islam di questo tipo, che sta affrontando molti problemi di adattamento alla società moderna (ed è proprio la particolare visione politico-ideologica che grava su determinate moschee, a Torino e in altre città, che ne motiva la non frequenza o la presa di distanza).
Da questa espressione totalizzante e radicale dell'islam, ogni tentativo di dialogo, di confronto paritario e rispettoso, viene scoraggiato o del tutto rifiutato.

MENSE, SCUOLE, OSPEDALI, CARCERI,...VIGILI URBANI

Le strutture pubbliche (ma anche alcune aziende che consentono piccole pause agli immigrati musulmani per le preghiere giornaliere) stanno prendendo atto della presenza islamica sul suolo italiano: complessi scolastici, carcerari, sanitari e assistenziali si sono resi disponibili, in molte città, a permettere lo svolgimento delle pratiche rituali (preghiere, digiuno_), e/o a rispettare alcuni precetti alimentari propri della religione musulmana. Dalle mense è stata infatti bandita la carne di maiale, o, perlomeno, viene destinata ad esclusivo utilizzo dei non musulmani.
Nell'ospedale torinese materno infantile Sant'Anna-Regina Margherita, ad esempio, è stato pubblicato un libretto di orientamento al servizio ospedaliero, educazione sanitaria e prevenzione, anche nella lingua araba, indirizzato al pubblico extracomunitario che si trova di fronte al non sempre comprensibile e accessibile percorso sanitario italiano. In particolare, alle degenti musulmane, che spesso rifiutano cibi di cui non conoscono i contenuti temendo di contravvenire alle norme coraniche, viene consegnato un pamphlet che spiega gli ingredienti presenti nel menù ospedaliero.
Nelle carceri italiane, inoltre, dal dicembre '98, il ministero di Grazia e Giustizia ha autorizzato i musulmani detenuti a seguire il ramadan, accogliendo la richiesta della U.C.O.I.I. (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) di garantire a tutti i reclusi di fede islamica la possibilità di rispettare le regole e i ritmi del periodo di digiuno sacro. Nella circolare ministeriale si dispone affinché il cibo dei detenuti musulmani, ad esempio, venga consegnato solo dopo il tramonto, dopo la rottura del digiuno, in modo da evitare che si raffreddi o si guasti. A tal riguardo, vengono addirittura fornite tabelle e orari alle direzioni delle carceri. Sono anche autorizzate le preghiere comunitarie del venerdì, precedute dalle abluzioni rituali, la lettura del corano e altri momenti significativi del culto islamico nel periodo di ramadan.
Nel carcere torinese delle Vallette, durante il mese di digiuno (dicembre '98- gennaio '99) è stato garantito il consumo di carne halal, attraverso un'offerta volontaria, sadaqa, prevista dalla legge coranica, da parte di una macelleria musulmana che ha fornito gratuitamente mezzo vitello.
Anche a livello culturale, informativo e conoscitivo, le istituzioni pubbliche, da qualche anno, si stanno muovendo: molti sono i corsi di lingua araba organizzati da comuni e regioni per i propri dipendenti che, nell'attività quotidiana, si trovano a comunicare con immigrati arabofoni. Un caso per tutti è rappresentato dai vigili urbani di Torino che, dall'autunno scorso, stanno frequentando la scuola di arabo organizzata dal Centro diocesano torinese di studi arabo-islamici "Federico Peirone".
Ecco cosa hanno affermato alcuni di questi studenti: "A San Salvario, il quartiere dove lavoriamo, o si parla arabo o nessuno capisce niente"; "Sento il bisogno di imparare un po' di arabo visto che, tutti i giorni, a Porta Palazzo, ho a che fare con maghrebini che non sanno o non vogliono parlare in italiano"; "A me interessa sapere cosa ci dicono nella loro lingua quando li fermiamo, o cosa si dicono tra di loro".

 I CENTRI ISLAMICI IN ITALIA: QUALCHE SPINA

Sono circa una settantina i centri islamici dislocati nelle varie città italiane, che confluiscono nelle 250 - 300 moschee/luoghi di culto. Chi, tra il pubblico dei non addetti ai lavori, vi cercherà una linea politica comune e una sorta di respiro religioso unitario, resterà deluso. Le organizzazioni, le comunità e i gruppi islamici in Italia (formati da immigrati, stranieri divenuti cittadini italiani e nostrani convertiti all'islam) sono numerosissimi, e molti sono quelli costituiti al di fuori dei canali tradizionali, gestiti autonomamente e slegati da realtà più "ufficiali".
Per formare un gruppo di lavoro che presentasse una bozza comune di richieste per l'Intesa con lo stato italiano, avevano impiegato anni, e, quando questo sembrava finalmente costituito, il "Centro culturale islamico" di Roma, gestito dalle ambasciate, ha criticato l'iniziativa, accusando il gruppo di poca rappresentatività (in modo particolare, pare sia l'ambasciatore marocchino a non condividere la scelta di tale insieme). In realtà, ne fanno parte rappresentanti delle varie associazioni musulmane (presieduti da Nuri Dashan, un cittadino italiano d'origine siriana e presidente dell'U.C.O.I.I.): l'ambasciatore Mario Scialoja del Centro culturale islamico di Roma, il professor Giulio Soravia, docente di lingua araba all'Università di Bologna e convertito all'islam, Munira al-Amin, Yahya Pallavicini (figlio di 'Abd al-Wahid), Omar Camilletti, giornalista romano convertito, Hamza Piccardo, giornalista ligure convertito e segretario nazionale dell'U.C.O.I.I., Rosario Pasquini, del Centro islamico di Milano, ed un paio di altre personalità.
Al riguardo, nel suo intervento presso il Circolo della stampa piemontese durante il Convegno di studio "Stato laico e minoranze religiose. La Costituzione, le Intese e il progetto di legge sulla libertà religiosa", svoltosi il 21 febbraio scorso, Hamza Roberto Piccardo ha ricordato che le comunità islamiche in Italia, già dal 1990, si sono mosse per presentare una piattaforma per l'Intesa con lo stato: "La nostra bozza di proposte ha tratto ispirazione da quella presentata a suo tempo dalla comunità ebraica, tenuto conto che alcune rivendicazioni sono molto simili alle nostre. Tuttavia, poiché l'islam non ha chiese, non ha gerarchie, non ha riti di iniziazione e di ingresso ufficiale nella comunità (come il battesimo per i cattolici), non ha più un califfato (khilafa, caduto nel 1922), manca di una rappresentanza mondiale. E ciò costituisce un grave problema. Ci sono tanti amir, ma uno in disaccordo con l'altro, nessuna autorità che sia veramente superpartes - ma tante locali autonominatesi e non riconosciute da tutti. Ecco dunque che ci troviamo di fronte al dilemma di chi debba farsi portavoce degli altri_ Lo stato ci richiede un'entità omogenea e rappresentativa dell'islam in Italia, ma come possiamo fare?".
"Da un ventennio è operativa l'U.C.O.I.I., a cui fanno riferimento l'85% dei luoghi di culto sunniti islamici presenti sul territorio nazionale; da poco tempo è anche attiva la Lega islamica mondiale italiana".
"L'islam italiano è una realtà ancora "bambina" (con 10-12 anni di vita). Tuttavia dobbiamo ricordare che nell' '84 esistevano solo 12 centri di preghiera, mentre ora ve ne sono 400. Solo a Roma ci sono 30 mila musulmani che celebrano le festività islamiche (e costituiscono solo il 30% delle presenze musulmane)".

RIFIUTO E ACCETTAZIONE

Contesti come quelli descritti in questo nostro viaggio-inchiesta, in cui tradizioni "altre", di antica origine, convivono, s'adattano o si scontrano con le abitudini e le normative dei paesi ospiti, non sono più così rare. Anzi, stanno entrando nella routine quotidiana.
È ormai evidente, infatti, come anche l'Italia si stia trasformando in una società dai tratti multiculturali. Ciò rende indispensabile che realtà nazionali in continua trasformazione come la nostra, imparino a conoscere e a coabitare con i nuovi cittadini, poiché fa parte della "fisiologia" della storia dell'umanità che ciclicamente masse consistenti di persone, intere popolazioni, si spostino da una regione all'altra, da un continente verso altri, per cause imputabili al clima, alle guerre, alla ricerca di cibo e di nuove fonti di sussistenza, o, semplicemente, all'amore verso la conoscenza.
Due, essenzialmente, sono le tendenze alla base dei rapporti di comunicazione con i nuovi "attori" sociali che dividono con noi lo spazio: una, estremamente ottimistica, quanto irreale, che tende ad accettare in toto la cultura dell'"altro", esaltandola fino a negarne gli aspetti più problematici (un po' il mito romantico del "buon selvaggio"). L'altro atteggiamento è quello della non accettazione dell'immigrato, del diverso, della sua stigmatizzazione e colpevolizzazione come entità che appare, sempre e comunque, sporca, delinquente e che ci ruba il lavoro.
Va da sé che la verità sta da un'altra parte, o forse nel mezzo. E se è vero che nella "massa" vi siano anche dei disonesti, criminali, o inaffidabili, la maggior parte è qui perché insegue un sogno o la speranza di una vita migliore di quella che l'attenderebbe in patria.
Certamente gli immigrati, con i loro bagagli di umanità piena di speranza, oltreché di sofferenza, con le loro culture, con le loro tradizioni che si mescolano alle nostre, che si integrano pur rimanendo vive, sono fonte di scambio e di ricchezza.
Per ciò che riguarda l'islam, ad esempio, molto si è detto e altrettanto si è scritto. Tuttavia, rimane un universo a noi sconosciuto, nella sua varietà, complessità e contraddittorietà. Lo avvolge, infatti, una sorta di mistero che ci turba e ci spaventa. Grande è la nostra confusione: innanzitutto, sui termini.
Confondiamo l'islam, inteso come strumento politico (l'islam radicale, integralista, fondamentalista) o quello tradizionalista (conservatore, ma vissuto nel privato della propria comunità di appartenenza) con l'islam inteso come sistema di regole morali e giuridiche o con i principii (piuttosto rivoluzionari per l'epoca) propagati dal profeta Muhammad.

DIALOGO E RECIPROCITÀ

Lo studio, la capacità di capire e la disponibilità al dialogo, tuttavia, non devono distogliere dalla consapevolezza delle differenze che separano noi e l'islam, delle rispettive diffidenze e della difficoltà nel creare basi concrete, nel segno della reciprocità e del rispetto, per una relazione dignitosa e tollerante.
È infatti reale il problema dell'assenza, o quasi, della reciprocità in fatto di tutela dei diritti dei non-musulmani nei paesi islamici. Spesso, ad esempio, a uno sforzo genuino verso la comprensione e l'incontro da parte cristiana corrisponde, invece, un atteggiamento di chiusura o di indifferenza da parte islamica.
Il profeta Muhammad, uomo saggio e sensibile, durante tutta la sua vita ebbe un'attitudine aperta e conciliante verso i seguaci delle altre fedi: "Se Dio l'avesse voluto, avrebbe fatto di tutti voi una sola comunità. Ma vi ha voluto mettere alla prova per il dono che vi ha fatto. Cercate di superarvi gli uni gli altri nelle buone azioni" (Cor. V, 48). E ancora: "Noi vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina. Vi abbiamo costituiti in popoli e tribù, affinché vi conosciate fra voi. Il più nobile di voi per Dio è il più devoto fra voi" (Cor. XLIX, 13).
Come in tutte le altre religioni, anche nell'islam esistono uomini illuminati: intellettuali, personaggi carismatici che hanno intrapreso un cammino spirituale, politico e sociale di pace e tolleranza, approfondendo il concetto dell'innata sacralità di ogni essere umano (che, ancor prima della creazione del mondo, stabilì un patto con Dio) e quello della parola divina, percepita come strumento di liberazione dall'ignoranza e dall'oscurità.
Uomini come il pakistano Jaffa Khan Badshah o come lo studioso iraniano Majid Tehranian. O come tanti altri che, con coraggio, sfidando pericoli e persecuzioni, conducono da anni la loro silenziosa e pacifica battaglia contro la barbarie e la violenza, per la vittoria dei diritti e della dignità umana.
Con costoro il dialogo è possibile. Anzi, doveroso.

VERSO UN "CONCORDATO" UNILATERALE?

Stato-comunità islamiche: molte pretese, poche concessioni
Il dibattito sul "concordato" tra le comunità islamiche e lo stato italiano si svolge attorno alle seguenti richieste:
- riconoscimento del diritto di professare e praticare liberamente la religione islamica in qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto e i riti;
- riconoscimento delle guide-imam del culto islamico;
- riconoscimento di spazi e momenti per la preghiera del venerdì (sia sul lavoro che a scuola_);
- riconoscimento delle due principali festività islamiche: la 'id al -Fitr e la 'id al-Adha (rottura del digiuno e festa del sacrificio); assistenza religiosa in caserme, ospedali, carceri; macellazione islamica;
- creazione di cimiteri islamici;
- possibilità di avvalersi dell'ora di religione, prevista in tutte le scuole, per l'insegnamento del Corano agli studenti musulmani;
- autorizzazione a creare scuole ed istituti islamici parificati;
- riconoscimento dell'inviolabilità degli edifici legati al culto;
- riconoscimento degli effetti civili dei matrimoni, celebrati in Italia in accordo con i riti islamici, con trascrizione dell'atto relativo nei registri dello stato civile (resta ferma la facoltà di celebrare e sciogliere matrimoni religiosi senza alcun effetto o rilevanza civile secondo la legge e la tradizione islamica);
- possibilità, per le donne musulmane che ne facciano richiesta, di essere ritratte, nei documenti ufficiali, a capo coperto;
- possibilità di dedurre l'elemosina obbligatoria (la zakat) dal reddito imponibile e di destinare l'8 per mille ad istituzioni islamiche.

Sull'intesa abbiamo sentito la testimonianza dell'ambasciatore Mario Scialoja del Centro culturale islamico di Roma. "I musulmani devono essere consapevoli che la strada per la nostra intesa non sarà breve, né facile. Per l'islam essa è piuttosto irta di ostacoli. Non sarà facile superare resistenze sia legittime - ad esempio quella per cui la comunità deve essere rappresentata da un ente morale -, sia infondate (si continua a parlare di reciprocità di trattamento con i luoghi sacri dell'Arabia Saudita, si diffonde la notizia che il velo sarà reso obbligatorio per tutte le musulmane, ed inoltre si dice che verrebbe introdotta la poligamia, formalmente interdetta nell'ordinamento italiano)".
"Nella composizione della commissione si è tenuto conto sia del lavoro svolto per molti anni sul "campo" dalle organizzazioni, sia di singole personalità che costituiscano una garanzia per le istituzioni. Il Consiglio islamico, composto da eminenti musulmani di cittadinanza italiana (l'intesa, in base alla legge, verrà stipulata formalmente a favore dei musulmani di cittadinanza italiana, anche se gli stranieri residenti beneficieranno dei suoi effetti positivi), creerà un foro di consultazione con tutti i rappresentanti delle varie componenti della realtà dell'islam in Italia (comunità nazionali di immigrati, sciiti, confraternite, ecc.) per informarli e riceverne eventuali suggerimenti. In ogni caso, l'intesa costituirà un banco di prova sia per forgiare la leadership della comunità islamica nel suo sforzo d'inserimento a pieno titolo nella vita sociale e culturale, sia per migliorare, in senso islamico, la vita quotidiana del milione di musulmani e di musulmane che vivono in Italia".

"TRAMEZZINI SENZA PROSCIUTTO"

Visita ad un asilo multietnico.

Sotto un gazebo a strisce bianche e blu, Norma e alcune sue colleghe distribuiscono cibi delle più svariate regioni del mondo, ad un pubblico costituito da italiani, africani, arabi, latinoamericani, albanesi_
Un ragazzino di dodici, tredici anni, osserva da lontano la scena. È maghrebino e porta uno zaino sulle spalle. Probabilmente ha passato la giornata a pulire i vetri delle auto ferme ai semafori. Timidamente entra nel cortile, accettando il cordiale cenno di invito che, da dietro la tavola imbandita, gli viene rivolto. "Sei musulmano?" gli domanda intenerita Norma. "Sì" è la risposta. "Allora, prendi questi tramezzini senza prosciutto". E il bambino se ne va via, tra il perplesso e il soddisfatto, con i suoi panini al formaggio e verdure.
Torino, asilo comunale "Le Api", corso Ciriè 1, circoscrizione VII (Aurora, Vanchiglia, Madonna del Pilone): il cortile è pieno di gente, e nell'aria carica di pioggia si mescolano suoni, voci di grandi e piccini, musiche dell'Africa nera, del mondo arabo, dell'America Latina, danze, colori e tanti sapori. È una festa "etnica" quella che, mercoledì 26 maggio, ha accolto circa 200 persone, fra italiani ed immigrati, in un quartiere a ridosso del tanto discusso e "diffamato" Porta Palazzo, l'area del più famoso mercato torinese, crocevia di commerci e incontri fra persone e culture di numerose nazioni.
Quello avviato da insegnanti e direzione didattica dell'asilo (dove il 30% circa dei bambini è figlio di immigrati da Nigeria, Perù, Brasile, maghreb, est europeo_) è un tentativo felicemente riuscito di dialogo e di integrazione tra culture diverse, che trova riscontro anche attraverso un'interessante mostra di artigianato etnico, esposta, tra la fine di maggio e i primi di giugno, nei locali del complesso educativo. Tenuto conto dell'alta percentuale di bambini stranieri, della necessità di comunicare con le famiglie e di rendere quanto più possibile confortevole la presenza dei piccoli nella struttura, molte maestre hanno alle spalle, oltre (o forse proprio grazie) ad una personale, ma ben riconoscibile predisposizione, corsi di aggiornamento in discipline interculturali (compreso lo studio di alcune lingue straniere), e un orientamento, nella preparazione dei progetti didattici, volto a promuovere la comprensione tra le differenti realtà nazionali e a facilitarne l'inserimento all'interno della scuola.
Ormai è sera. Il cielo ha appena finito di scaricare il suo fiume di pioggia e Norma, ancora sorridente, continua ad offrire piatti tipici accertandosi sempre del credo religioso degli "immigrati" presenti, per non urtarne la sensibilità...

Il personaggio:BOURIQUI BOUCHTA

Bouriqui Bouchta, 35 anni, marocchino, da dodici anni in Italia, è titolare di un'avviata macelleria islamica a Porta Palazzo. Inizialmente aveva svolto vari lavori come lamierista, gestore di macchine al laser. Poi si è dimesso per aprire la sua attività: "Mi sono licenziato, perché nelle elezioni dell'88 mi hanno nominato responsabile affari interni della moschea di via Berthollet".
Nel 1989 si è sposato con una marocchina conosciuta in Marocco, da cui ha avuto tre figli. Ha fatto domanda di cittadinanza italiana e non vuole più tornare in patria: i suoi genitori sono morti e si sente più legato al nostro paese. Come molti altri immigrati, ha già versato all'erario italiano svariati milioni in tasse e contributi previdenziali. Si sente integrato nella società italiana, poiché qui ha più libertà religiosa che al suo paese: "In Italia nessuno mi dice cosa fare o non fare; ogni cittadino può denunciare il governo e criticarlo quando lo ritiene opportuno. In Marocco non esiste né libertà religiosa, né politica: quando ci accorgiamo che, dal punto di vista morale, economico, politico, c'è qualcosa che non va, non possiamo fare nulla, se non correndo il rischio dell'arresto. Per esempio, alcuni sapienti, che durante la khutba, il sermone del venerdì, hanno criticato la presenza di un'industria enologica (che per noi rappresenta un grave peccato), sono stati privati del diritto di guidare la preghiera".
"Ricerchiamo l'integrazione, ma vogliamo il diritto di continuare ad educare i nostri figli islamicamente - continua Bouchta -. L'islam è un grande deterrente contro l'immoralità e i comportamenti delinquenziali. È spesso la situazione di precarietà economica e sociale (soprattutto la disoccupazione) in cui vivono molti degli immigrati in Italia, a spingerli, se non sono ben guidati dalla religione, alla criminalità, allo spaccio, alla prostituzione. A Torino, ad esempio, vi è un 70% di maghrebini che lavorano e un 30% di disoccupati. Un altro problema è costituito dalla clandestinità. Sempre a Torino, ammontano a circa 8.000 i marocchini clandestini. E la mafia sfrutta coloro che non sono sorretti dalla fede e da un buon atteggiamento. L'islam globalizza l'intera esistenza umana".

LE CIFRE DELL'IMMIGRAZIONE: NON SOLO ISLAM

In Italia, gli immigrati soggiornanti regolarmente ammontano a un milione e trecentomila (ma, per chi non lo sapesse, gli italiani all'estero sono milioni!), di cui circa 500-600mila sono di religione islamica (in tutta l'Europa sono 35 milioni). Molti provengono dal Marocco, altri dal resto del Maghreb, da Egitto, Somalia, Senegal, dal vicino e medio oriente, da India, Pakistan, Albania_
Dunque, non è l'islam, contrariamente a quanto si pensa, il credo più diffuso fra gli immigrati (anche se, in percentuale, è questa religione a guadagnare dei punti rispetto a tutte le altre): gli stranieri di fede cristiana, cattolici e di altre confessioni, sono infatti oltre 700 mila (pari al 52,2%).

Torino e dintorni: LA REALTÀ ISLAMICA

Anche a Torino, come nel resto dell'Italia, la realtà islamica è variegata e in trasformazione. Su un totale di circa 36 mila stranieri residenti in città e nella cintura (regolari e clandestini), circa 18 mila sono i musulmani (provenienti principalmente da Marocco, Tunisia e Albania, e in misura minore da Somalia, Senegal, Egitto). Di questi, tuttavia, solo un migliaio frequentano abitualmente le moschee.
Come in qualsiasi altra religione, anche l'islam è diviso in correnti, tendenze, gruppi e movimenti. La suddivisione maggiore è quella tra sunniti (musulmani ortodossi, seguaci della tradizione di Muhammad) e sciiti (musulmani seguaci del "partito" di 'Ali, genero del profeta). I primi costituiscono l'88% dei fedeli, gli altri il 9%. Il resto è spartito fra s&egravette, baha'i e confraternite mistiche. Tali realtà sono presenti anche a Torino, sia fra gli immigrati, che fra gli italiani convertiti.
La stessa comunità islamica sunnita torinese, pur cercando di mantenere un'immagine omogenea e unitaria, accoglie orientamenti diversi, quando non opposti.
Si possono trovare, dunque, a fianco di tendenze moderate, altre tese al "rinnovamento" dell'islam, sia in senso modernista che conservatore. Ad esempio, vi sono musulmani con inclinazioni wahhabite (si rifanno ad un islam tradizionalista riformista di stampo saudita); salafiyyite (invocano una pratica che ritorni all'islam degli antenati, quando la religione era associata indissolubilmente allo stato); simpatizzanti del movimento dei Fratelli Musulmani (fondamentalismo riformista/radicale/rivoluzionario); del Gia e di altre Giama 'at islamiche di stampo politico radicale_
È presente anche una dahira senegalese della comunità dei muridi, un'associazione religiosa che fa capo ad un marabutto. Nella provincia troviamo alcuni convertiti che si definiscono sciiti (ma vicini alla s&egravetta dei drusi).
A Torino esistono s&egravette frequentate da tutte le etnie presenti nella città: 1) via Berthollet, 24, che ospita la preghiera delle donne somale; 2) via Nizza, 26; 3) via Baretti, 31, la Moschea di Torino (il cui responsabile è Bouriqui Bouchta); 4) corso San Martino, 2 (a cui fanno riferimento i marocchini praticanti di più vecchia immigrazione); 5) corso Giulio Cesare, 6, che accoglie l'Istituto Islamico d'Italia, con la comunità per minorenni maghrebini, e che da un paio d'anni, per motivi di orientamento ideologico, si è scisso in due tronconi: Moschea della Pace (il cui responsabile è il marocchino Ahmed Sherkawi) e Moschea al-Tawhid (la cui direzione spetta, insieme a via Baretti, a Bouriqui Bouchta); 6) un locale gestito da egiziani nei pressi dei Mercati Generali di via Giordano Bruno; 7) un luogo di culto in via Piossasco, dove si riunisce prevalentemente la comunità dei pakistani. Ogni moschea ha un proprio responsabile e una propria guida-imam, che può, però, condurre le celebrazioni anche in un altro luogo e a nome di tutta la comunità musulmana.
È importante, tuttavia, sottolineare come la "moschea" non trovi assolutamente un'equivalenza nella "chiesa" cristiana, poiché è, sì, luogo di culto, ma anche spazio sociale e culturale. Oltre alle celebrazioni religiose, infatti, la moschea ospita e promuove molte altre attività di tipo culturale, educativo e informativo, di scolarizzazione e socializzazione.
Nemmeno per ciò che concerne i riti è possibile assimilare la figura dell'imam al prete o al vescovo: nell'islam non esiste né una gerarchia religiosa (ma neanche una rappresentanza ufficiale), né un corpus di sacramenti. Esiste invece un complesso rituale per le 5 preghiere giornaliere, che possono compiersi a casa propria o da qualsiasi altra parte, e per quella comunitaria del venerdì a mezzogiorno, che si è tenuti a svolgere in moschea.
Dal punto di vista sociale, l'estrazione dei fedeli che frequentano le moschee è prevalentemente popolare, con una formazione scolastica e religiosa tradizionale e da villaggio, anche se non mancano laureati, professionisti e studenti, che a Torino gravitano, in modo particolare, intorno alla moschea di via Berthollet.

 

Altri Documenti    >>>