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6 - Dopo Maometto:
Islâm laico e democratico
Con la morte di Maometto, la giovane comunità musulmana si trova di fronte al problema di decidere come organizzarsi, come governarsi, ora che il profeta non c’è più. All’interno della comunità vi è un gruppo, un partito, che propende per ‘Ali, cugino del profeta, uno dei primi convertiti e marito di Fatima, una delle figlie del profeta. Vi sono poi i capi Quraisciti che, da secoli avvezzi al potere, non intendono rinunciarvi ora che il profeta è morto. Grazie al gruppo dei convertiti meccani della prima ora, cui si unirono i convertiti medinesi, formando così il gruppo dei Sahaba, i compagni, viene eletto come califfo il vecchio e pio Abu Bakr, la cui onestà e rettitudine è tuttora leggendaria.
Dopo solo due anni, nel 634, Abu Bakr muore, avendo indicato, con l’accordo dei "compagni", suo successore Omar ibn al-Khattab, che viene confermato dall’assemblea dei musulmani. Omar muore nel 644 dopo dieci anni di governo. Prima di morire, incarica sette anziani tra i compagni di individuare un successore. Questi indicano come "papabili" Uthman e ‘Ali. Ancora una volta, ‘Ali viene sconfitto e viene eletto l’anziano ‘Uthman, che era un membro del clan ommayade, uno dei clan principali dei Quraisciti (vd. la figura 4). Anche se personalmente viene ricordato come uomo pio e onesto, Uthman non ebbe la forza di opporsi ai propri aristocratici parenti, che poco alla volta si impadronirono del potere e lo usarono per accumulare ricchezze personali, in particolare Mu’awiya, che era stato nominato governatore della Siria. Scoppiarono così un po’ ovunque dei tumulti, in particolare tra i simpatizzanti di ‘Ali ed in una di queste rivolte il 17 giugno del 656 Uthman venne ucciso.
‘Ali resta a questo punto il candidato più indicato e viene effettivamente nominato califfoil 24 giugno del 656, con gioia di coloro che avevano sempre sostenuto essere lui l’unico legittimo successore di Maometto. Ma il già citato Mu’awiya non riconosce l’elezione di ‘Ali e così i due si fronteggiarono a capo dei rispettivi eserciti nel 657. Astutamente gli uomini di Mu’awiya fissarono delle copie del Corano alle proprie lance e così ‘Ali decise di non attaccarli e accettò di trattare. La trattativa si concluse dichiarando entrambi i contendenti deposti indicendo nuove elezioni. In realtà l’unico che ci rimise fu ‘Ali che era stato legalmente nominato califfo, mentre Mu’awiya non aveva alcuna argomentazione dalla sua parte. Così un gruppo di seguaci di ‘Ali, i kharigiti (dissidenti), non riconobbe l’accordo ed uno di questi uccise ‘Ali nel 661, lasciando spazio a Mu’awiya che fondò la prima dinastia nel mondo islamico, quella ommayyade. I figli di ‘Ali, prima Hasan e poi Husayn, vengono uccisi. Con il martirio di Husayn a Kerbala nel 680, nacque ufficialmente la frattura nell’Islâm tra sunniti e sciiti, i quali ultimi riconoscono come legittima solo la successione diretta, di sangue, da ‘Ali e Fatimah, figlia di Maometto.
Le vicende relative alla successione di Maometto ci consentono di svolgere alcune interessanti considerazioni:
I califfi erano liberamente eletti tra i tutti i membri della comunità. L’Islâm è quindi democratico ed egualitario, così come è scritto nel Corano "I credenti sono tutti fratelli. […] Il più nobile fra voi agli occhi di Dio è colui che più lo teme" (XLIX, 10-13). Freye Stark, la grande viaggiatrice inglese, durante la seconda guerra mondiale lavorò per i servizi inglesi cercando di convincere gli arabi a schierarsi con le forze alleate contro i nazisti. Ecco cosa dice di quel periodo: "arrivai a capire dai teologi dell’Azhar, su quali basi democratiche si fondi l’Islâm: testo dopo testo essi mi fornirono le loro citazioni, dal Corano come dalla Tradizione, oppure dalla storia dei primi califfi, i Guidati. E fu molto spesso il fascino dell’originaria democrazia dell’Islâm a spazzare via tutti gli argomenti dei nostri nemici, che in quella stagione stavano colando come un diluvio sul mondo arabo".
I musulmani sono tutti eguali nel loro rapporto con Dio. Nell’Islâm non esiste una classe sacerdotale distinta. Del resto, non esistono nell’Islâm sacramenti, e i pochi riti possono essere svolti da chiunque. Tutte le varie figure che siamo abituati a considerare di tipo "sacerdotale", Ayatollah, Ulema, Qadì, Imam, ecc. sono semplicemente riferite a persone che si sono dedicate allo studio della materia religiosa e sono quindi rispettate dalla comunità e considerate le più indicate a svolgere certe attività, a dirimere controversie e ad insegnare. Ovviamente ciò non toglie che in determinate situazioni storiche queste figure abbiano assunto un notevole potere. Comunque il rapporto del musulmano con Dio è individuale, senza intermediari.
I califfi non hanno quindi alcuna investitura religiosa o autorità religiosa. In fatto di religione ognuno è solo di fronte a Dio. Quindi l’Islâm è storicamente "laico". Il capo della comunità, si sia chiamato Califfo o Sultano, non è mai stato e non è mai stato ritenuto un "unto del signore" o un "papa re" e quindi la maggior parte degli stati musulmani non è stata di tipo "teocratico". Il capo della comunità è il rappresentante della comunità; e lo è in quanto la comunità lo riconosce come tale: si tratta di un contratto bilaterale tra la comunità e il califfo. La teorizzazione di stati islamici teocratici in cui il capo dello stato aveva anche valore di capo spirituale è stata caratteristica di correnti minoritarie che sono sempre state combattute dalla stragrande maggioranze dei musulmani, quali gli Ismailiti, i famosi "Assassini".
La divisione fra sciiti e sunniti è stata principalmente storico-politica. Credono nelle stesse cose fondamentali ricordate: in Dio, in Maometto ultimo profeta, ecc. e condividono anche le stesse pratiche religiose fondamentali: la preghiera, il pellegrinaggio, ecc. Dunque è improprio parlare di scisma, anche se nel corso dei secoli le differenze, anche teologiche, tra sunniti e sciiti sono aumentate, la condivisione delle credenze di fondo è rimasta intatta.
Nonostante le divisioni interne, in pochi anni l’Islâm si espanse in un modo sorprendente, come si vede nella figura 6.
Nei trent’anni dei primi quattro califfi l’Islâm occupa un territorio che va dalla Cina alla Spagna. Questo fatto lascia perplessi gli storici che hanno definito "imbarazzante" una tale espansione. Infatti, anche facendo la dovuta "tara" ai numeri forniti dalla tradizione, i musulmani vinsero in scontri in cui erano numericamente inferiori (per esempio 25.000 musulmani contro 50.000 bizantini a Yarmuk e meno di 10.000 musulmani contro almeno 30.000 persiani a Qadissiya). Inoltre anche l’armamento dei musulmani era nettamente inferiore rispetto a quelli degli eserciti bizantini e persiani, per non parlare dell’organizzazione e della lunga e illustre tradizione militare, in particolare dell’esercito persiano, mentre le esperienze militari degli arabi erano basate essenzialmente sulle razzie; ricordiamo che un semplice fossato era stato in grado di fermare l’esercito meccano. Né si può addurre come ragione semplicemente la decadenza dei due imperi: ambedue avevano ancora validi generali e buone fortificazioni.
Una delle cause di questo successo fu sicuramente il fatto che le città, le popolazioni, in realtà si arrendevano e accettavano volentieri il dominio musulmano, in quanto l’Islâm garantiva loro una situazione migliore, una maggior tolleranza rispetto a quanto avveniva sotto i bizantini o i persiani.
Infatti l’Islâm, anche se ciò oggi potrà sembrare sorprendente a molti, è una religione estremamente aperta e rispettosa nei confronti delle altre comunità religiose. Troviamo scritto nel Corano: "Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe fatto di tutti gli uomini una sola comunità" (XI, 118). Dunque per un musulmano il fatto che esistano più religioni, più comunità religiose non pone alcun problema: si tratta di una precisa volontà divina. Inoltre questa divisione tra più religioni, non è una divisione tra buoni e cattivi, non è stata fatta per dannare gli uni e salvare gli altri, perché dice sempre il Corano: "Certamente quelli che credono [i musulmani], quelli che seguono la religione giudaica, i cristiani e i sabei, chiunque insomma creda in Dio e nel giorno ultimo e abbia compiuto opere buone, tutti avranno la mercede loro presso il Signore" (II, 62). E ancora: "quando giungerà l’ora ultima, allora i facitori di vanità si perderanno; e ogni comunità sarà chiamata davanti al suo libro [e sarà detto loro:] Ecco, ora verrete retribuiti secondo ciò che avete fatto" (XLV, 27).
Dunque qualunque sia la comunità religiosa cui un uomo appartiene, questi avrà una sorte nell’aldilà in funzione di come si è comportato. Il senso dell’articolazione dell’umanità tutta in comunità religiose diverse, sta allora nel libero confronto tra le varie comunità nell’adorazione dell’unico Dio e nel compimento del bene, come afferma esplicitamente il Corano: "A ognuno di voi abbiamo dato una legge e una via. Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità: non lo ha fatto per provarvi mediante ciò che vi ha dato. Gareggiate dunque in opere buone! Ritornerete tutti a Dio, ed egli vi farà conoscere ciò su cui siete discordi" (V, 48)
Una precisazione si impone. Nel versetto sopra citato si parla di ebrei e cristiani e nel Corano è essenzialmente a queste comunità religiose cui si fa riferimento, ma sempre nel Corano troviamo scritto: "E mandammo inviati, dei quali ti abbiamo narrato in precedenza e messaggeri di cui non ti abbiamo narrato" (IV, 164).
Il Corano cita 25 profeti, ma la tradizione islamica ha indicato il numero dei profeti in 124.000 e il numero dei libri rivelati in 104. Sulla scorta di questi dati i musulmani, e in particolare i sufi, vale a dire i mistici dell’Islâm, hanno riconosciuto come inviati di Dio, tra gli altri, Zarathustra e Buddha ed hanno annoverato i Veda, gli antichi testi sacri induisti, tra i libri rivelati.
Così il Corano raccomanda: "Se qualcuno degli idolatri ti chiede asilo, accordaglielo affinché possa udire la parola di Dio e conducilo poi in un luogo per lui sicuro" (IX, 6); "La verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda" (XVIII, 29); "A voi la vostra religione, a me la mia" (CIX, 6).
Si osserverà: questa è la teoria, la realtà storica è invece quella che vede il guerriero musulmano con in mano una spada e nell’altra il Corano che impone la scelta tra la morte e il diventare musulmano. A parte l’incongruità di questa immagine che, poiché il Corano deve essere tenuto con la destra e non con la sinistra, implica che tutti i musulmani tengano la spada nella sinistra, quindi siano mancini, questa immagine è anche falsa storicamente. Così scriveva Omar, il secondo dei califfi ad uno dei suoi governatori: "Né tu né i musulmani che sono sotto di te devono trattare gli infedeli come bottino e venderli come schiavi […]. Se esigete da loro il testatico, non potete avere più alcuna pretesa né diritto su di loro. […] Perciò imponi su di loro un testatico e non renderli schiavi, né permettere ai musulmani di opprimerli o di far loro del male o di dissipare le loro proprietà […] ma attieniti fedelmente alle condizioni che hai concesso loro". Dunque veniva imposta una tassa e per il resto erano liberi. Ciò era decisamente meglio rispetto al dominio bizantino o persiano. In primo luogo perché il testatico era molto meno di quanto non fossero le tasse bizantine o persiane. Inoltre i cristiani che vivevano in queste zone appartenevano a varie "eresie" e i bizantini, come è noto, periodicamente reprimevano nel sangue le eresie e le altre religioni. Lo stesso dicasi dei persiani. Questo spiega quanto dicevamo prima, cioè la resa delle città ai musulmani, soprattutto quando si sparse la voce che quanto promesso era mantenuto. Vediamo infatti cosa dicono le fonti cristiane dell’epoca: "Il capo degli Arabi ordinò ai suoi di non uccidere i vecchi, né i bambini, né le ragazze, di non tagliare gli alberi da frutto né le messi e di non distruggere le case. Mandò poi un suo messaggero agli abitanti di Gaza chiedendo loro di aprirgli le porte, perché non cercava né oro, né argento, né donne, né figli, né figlie, né la città, né le singole case, bensì desiderava la loro amicizia, e concordia, sicurezza, pace" (Fra’ Guglielmo da Tripoli, domenicano). "Domandarono allora ai cristiani e agli ebrei di pagare la capitazione; questi la pagarono e furono trattati dagli arabi con bontà. Per grazia divina, la prosperità regnò, e il cuore dei cristiani esultò per il dominio degli arabi" (Cronaca di Séert). Né si pensi che questo atteggiamento "tollerante" fosse proprio solo degli inizi dell’Islâm. Nell’XI secolo il califfo fatimide al-Dhâhir emanò un editto in cui si ribadiva che "Chiunque […] desideri entrare nella religione dell’Islâm per scelta del suo cuore e per grazia di Dio […] lo può fare e sarà benvenuto e benedetto; chiunque preferisce restare nella sua religione […] avrà protezione e salvaguardia, ed è dovere di tutti i membri della comunità musulmana di proteggerlo e difenderlo". E un decreto ottomano del sultano Mehmet II del 1602 afferma: "Dato che, in accordo con quanto Dio onnipotente […] ha comandato nel Suo Libro Manifesto [il Corano] riguardo alle comunità degli ebrei e dei cristiani […] la loro protezione e difesa e la salvaguardia delle loro vite e dei loro possessi sono un dovere perpetuo e collettivo della generalità dei musulmani e un obbligo necessario che incombe su tutti i sovrani dell’Islâm […]. Pertanto è necessario e importante che la mia preoccupazione elevata e religiosamente ispirata tenda ad assicurare che, in accordo con la nobile Shari’a, ognuna di queste comunità che paga a me le tasse, nei giorni del mio regno imperiale e nel periodo del mio felice califfato, vivano in tranquillità e pace di mente e possano andare dietro ai loro affari, che nessuno li ostacoli dal farlo, e che nessuno provochi offesa alle loro persone o ai loro possessi, in violazione del comando di Dio e in contravvenzione alla Santa Legge del Profeta".
Recenti studi hanno confermato che il processo di conversione, nel quale giocarono un ruolo rilevante i sufi, che portò la maggioranza delle popolazioni conquistate a diventare musulmane, fu un processo molto lungo, senza mai giungere a eliminare le comunità non musulmane. Così, a differenza del mondo cristiano dove, con la sola eccezione degli ebrei, non sono mai esistite comunità di altre religioni, nel mondo musulmano sono sempre esiste altre comunità religiose: ebrei, cristiani, zoroastriani, induisti, buddisti, ecc. Si pensi che dai dati del censimento ottomano del 1520 risulta che a Istanbul ben il 41,71% delle famiglie non era di religione musulmana.
Particolarmente forte risulta il contrasto tra la condizione degli ebrei nel mondo musulmano e nel mondo cristiano. Leggiamo la lettera di un ebreo della prima metà del quindicesimo secolo: "Ho saputo delle afflizioni più amare della morte, che si sono abbattute sui nostri fratelli in Germania – delle leggi tiranniche, del battesimo forzato e delle espulsioni, che sono all’ordine del giorno […]. Fratelli e maestri, amici e conoscenti! Io, Isaac Zarfati, benché derivi da ceppo francese, sono nato in Germania […]. Dichiaro a tutti voi che la Turchia è una terra dove non manca nulla, e dove, se lo vorrete, tutto vi andrà bene […]. Non è forse meglio per voi vivere sotto i musulmani che sotto i cristiani? Qui ogni uomo può vivere in pace sotto la sua vigna e il suo fico. Qui tutti potete indossare gli abiti più raffinati". Un secolo dopo Samuel Usque, un ebreo portoghese, in un’opera famosa "La consolazione per le tribolazioni di Israele", scrive che in Turchia "le porte della libertà sono sempre aperte all’osservanza dell’ebraismo". E così molti ebrei si rifugiarono in terra musulmana per sfuggire alle persecuzioni. Si giunse anche al punto che i sultani si eressero a difensori dell’intero popolo ebraico, anche di coloro che non vivevano in terre musulmane. Il caso più famoso è quello di Ancona del 1556. Ad Ancona, allora parte del regno del Papa, fiorente centro di scambi commerciali con l’oriente, si erano stabiliti numerosi marrani, cioè ebrei obbligati a convertirsi al cattolicesimo, che erano poi tornati apertamente alla loro religione. Papa Paolo IV, che riorganizzò e diede nuovo impulso all’inquisizione, non poteva tollerare una simile situazione. Così gli ebrei vennero arrestati, i loro beni confiscati, e la loro morte decretata, a meno che non si convertissero al cattolicesimo. Il Sultano Solimano, in quanto protettore degli ebrei intervenne a protezione degli ebrei, ma il papato ovviamente non gli riconosceva tale ruolo e così la sua protezione venne accordata solo agli ebrei che erano venuti dalla Turchia, che furono così salvati. Tutti gli altri vennero debitamente bruciati sul rogo.
Naturalmente la realtà non è mai tutta rose e fiori, per cui il quadro di tolleranza da noi dipinto ha avuto le sue eccezioni. Così, se sotto i turchi la situazione è stata in generale quella che abbiamo descritto, più difficile era la situazione degli ebrei in Marocco, dove a un certo punto esistette anche un ghetto, istituzione del tutto sconosciuta nel resto del mondo musulmano. Inoltre le circostanze storiche potevano portare ad atteggiamenti meno tolleranti: come è ovvio nei periodi di maggior conflittualità con gli stati cristiani i non musulmani sono stati guardati con sospetto, in quanto possibili "quinte colonne". Così accadde durante le crociate. E così è avvenuto con il colonialismo europeo a partire dal secolo scorso, anche perché le potenze europee hanno di solito usato appoggiarsi esplicitamente alle popolazioni non musulmane. La nascita dello stato di Israele nel 1948 ha poi segnato profondamente il sentimento musulmano, determinando il successo delle versioni arabe della propaganda antisemita europea.
Contributi della civiltà islamica alle scienze
"Maometto […] proibì la scienza alla sua gente", così afferma Montaigne nel XVI secolo nei suoi "Saggi". Sulla scorta di quest’affermazione, Pascal nel XVII secolo nei suoi "Pensieri" dichiara: "Maometto vieta di leggere". Così a partire dall’epoca moderna si è diffusa l’immagine di un Islâm ignorante e nemico della scienza e del sapere. Al massimo nei manuali viene riconosciuto alla civiltà islamica il merito di avere conservato e trasmesso all’occidente il pensiero greco, in accordo con il mito, particolarmente caro ai tedeschi, della civiltà, della cultura e della scienza, come prodotti nati in Grecia e fatti crescere in occidente.
Ma questa è un’immagine dei tempi moderni. Ben altra era l’immagine della civiltà islamica in tempi più antichi. Per esempio, ne "La Divina Commedia", Dante mette Maometto e ‘Ali all’inferno (canto ventottesimo), in quanto scismatici, secondo l’idea medievale per la quale l’Islâm è un’eresia cristiana:
"vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e scisma".
Ma nel quarto canto dell’Inferno, troviamo nel limbo tra gli "spiriti magni" Avicenna e Averroè e, meraviglia, il "feroce Saladino". Queste presenze stanno ad indicare la grande considerazione in cui l’Islâm era tenuto sia dal punto di vista più strettamente culturale, scientifico sia in genere come civiltà: infatti Saladino è stato a lungo anche per l’occidente il paradigma, il modello del sovrano giusto e saggio, del cavaliere puro.
Cerchiamo dunque di capire in realtà qual è la posizione dell’Islâm verso il sapere e qual è stato il contributo dell’Islâm al progresso delle scienze e della cultura.
Cominciamo come al solito vedendo cosa dice il Corano. Su 6.239 versetti, ayat, che compongono il Corano ben 570 invitano l’uomo all’uso della ragione, allo studio della natura, alla riflessione e alla ricerca scientifica. Ancora più numerosi ed espliciti sono gli inviti in tal senso che si trovano tra i detti di Maometto: "A colui che si incammina alla ricerca della scienza Dio spiana la via al Paradiso"; "Colui che lascia la sua casa alla ricerca della scienza è nella via di Dio sino al suo ritorno"; "Cercate la scienza fosse anche fin in Cina".
All’inizio dell’ottavo secolo i libri erano di pergamena o papiro, materiali di difficile lavorazione e reperibilità. I musulmani appresero l’arte della fabbricazione della carta dai cinesi, ne migliorarono notevolmente il procedimento e la trasformarono in un’industria. All’inizio del nono secolo la carta era già diventata il normale supporto di ogni comunicazione scritta ed era così diffusa che veniva usata anche per incartare la spesa: un viaggiatore persiano del 1040 osservava che al Cairo i commercianti di ortaggi e spezie erano provvisti di carta per avvolgere la loro merce. La grande domanda di libri era soddisfatta dai copiatori, i warraqin, che in poche ore erano in grado di riprodurre un libro di centinaia di pagine, mentre un volume più grosso prendeva qualche giorno. Chioschi di copiatori si trovavano ovunque, mentre le librerie erano di solito concentrate in un particolare quartiere. Alla fine del nono secolo al-Ya°qubi contò più di cento librerie a Waddah, un sobborgo di Baghdad. Le librerie più grandi e rispettabili fungevano anche da cenacoli intellettuali e richiamavano gli studiosi da grandi distanze. La ricerca del sapere, dei libri portò alla nascita di biblioteche pubbliche e private. La Bayt al-Hikmah, la "casa della saggezza", fu istituita a Baghdad nell’815 ed era la biblioteca pubblica più famosa. A Baghdad nel 1200 si contavano ben 36 biblioteche pubbliche. La Khinzana al-Kutub al Cairo contava più di un milione e seicentomila manoscritti. La biblioteca di Cordoba aveva 40.000 libri. Per avere un’idea si pensi che all’epoca la biblioteca vaticana possedeva 986 libri! Il fiorire delle biblioteche portò anche alla produzione di numerosi sistemi di classificazione dei libri, nonché di glossari, opere di consultazione, enciclopedie, tavole genealogiche, guide geografiche ecc. Parallelamente alle biblioteche si diffusero le scuole. L’università più antica al mondo è quella di al-Azhar al Cairo fondata nel 970, tuttora una delle più importanti università del mondo musulmano.
Quest’investimento in cultura pose i paesi musulmani all’avanguardia per quel che riguarda le scienze e le scoperte scientifiche e per secoli gli occidentali si recarono a studiare nei centri musulmani e a tradurre i loro libri. La figura 7 fa vedere i viaggi dei medici europei in uno di questi centri musulmani: Toledo.
La medicina fu portata dai musulmani a un livello altissimo. Il primo ospedale organizzato fu costruito a Damasco nel 707 per i lebbrosi, che venivano qui ricoverati a spese del califfo. In poco tempo ogni città ebbe il suo ospedale: Baghdad ne possedeva sessanta. Al-Razi († 925) fu il più grande medico musulmano, Fondò l’ostetricia e fornì la prima descrizione scientifica del vaiolo e del morbillo. Avicenna (980-1037) divenne famoso per le sue opere mediche elaborate con linguaggio scientifico: da lui abbiamo derivato parole come ambra, cinnamomo, zafferano, sandalo, canfora. La sua opera più famosa è stato il "Qanun fi atTibb", "Canone di Medicina", da cui deriva il termine canone, in cui vengono presentati ben 760 rimedi medico-farmacologici. Avicenna scoprì che la tubercolosi era contagiosa e descrisse i sintomi e le complicazioni del diabete. Tradotto in latino da Gherardo da Cremona nel XII secolo il canone di Avicenna rappresentò per l’Europa la principale guida medica dal XII al XVI secolo. Con l’avvento della stampa fu anche uno dei primi libri ad avere un gran numero di edizioni: quindici in latino e una in ebraico nel quattrocento, quaranta nel cinquecento. Fu anche uno dei primi libri arabi pubblicato in lingua originale in Europa (Roma, 1513). Ibn Nafis († 1288) fu il primo a descrivere con precisione il meccanismo della circolazione sanguigna, il cui merito viene attribuito nei manuali all’inglese Harvey nel 1628. Al-Zahrah († 939) scrisse uno dei più celebri trattati di chirurgia. Oltre a descrivere come si esegue tutta una serie di operazioni, il suo manuale comprende la descrizione dettagliata di più di un centinaio di strumenti chirurgici, molti dei quali inventati dallo stesso al-Zahrah. Sviluppò inoltre l’odontoiatria ed eseguì interventi estetici per correggere le irregolarità dentali. I musulmani furono anche i primi a costruire ospedali psichiatrici (Cairo 872). Particolarmente attivi furono i sufi nelle cure psichiatriche e psicologiche, con metodi e atteggiamenti sorprendentemente moderni. Molto attivi furono anche gli scienziati musulmani nella ricerca di rimedi farmaceutici: tanto che si può affermare che la moderna farmacopea nasce nel mondo musulmano.
Le più note innovazioni musulmane si ebbero nella matematica e nell’astronomia. Al-Khuwaritzmi († 850), da cui deriva l’italiano "algoritmo", inventò i logaritmi e l’algebra, termine quest’ultimo che deriva appunto dal libro di Khuwaritzmi "Kitab al-gabr", che tradotto dopo tre secoli fece conoscere all’occidente la numerazione araba e lo zero. ‘Abd al-Wafah († 997) sviluppò la trigonometria e la geometria della sfera, ideò le tavole dei seni e delle tangenti e scoprì le variazioni del moto lunare. Omar Khayyam († 1123), oggi famoso in occidente come poeta è stato in realtà un grande matematico che risolse le equazioni di terzo e quarto grado.
Al-Battani calcolò la durata dell’anno solare sbagliando di 24 secondi rispetto al valore accertato oggi. Misurò inoltre la circonferenza della terra. Le misurazioni di al-Biruni del peso specifico di vari metalli e pietre preziose sono esatte fino alla terza cifra decimale. Studiò inoltre la rotazione della terra intorno al proprio asse. Numerosi osservatori astronomici furono costruiti in tutto il mondo musulmano: Damasco, Siviglia, Samarcanda, ecc. In questi osservatori gli astronomi preparavano e pubblicavano tavole astronomiche.
Ibn al-Haytham († 1039) fu un pioniere dell’ottica. Facendo esperimenti con 27 tipi diversi di lenti scoprì le leggi di riflessione della rifrazione, spiegò l’aumento apparente nella dimensione delle stelle in prossimità dello zenit e scoprì che l’occhio non emette raggi, come credevano Euclide e Tolomeo, ma li riflette. Il suo Thesaurus Opticus fu copiato tra gli altri da Ruggero Bacone, Leonardo da Vinci, Keplero e forse anche da Newton.
Gabir ibn Hayyan († 813), il più grande alchimista musulmano, viene considerato il punto di passaggio tra l’alchimia e la chimica. Inventò molti strumenti di laboratorio, introdusse la distillazione per la purificazione dell’acqua, identificò numerosi alcali, acidi e sali, produsse l’acido solforico, la soda caustica e l’acqua regia per la soluzione dei metalli e scoprì il mercurio. Gabir realizzò anche una vernice a fini commerciali. Abu Bakr al-Razi († 935) classificò le sostanze chimiche nelle tre categorie minerali, animali e vegetali e affermò che le funzioni del corpo umano si basavano su reazioni chimiche complesse. Al-Maghriti († 1007) dimostrò il principio di conservazione chimica della massa: 900 anni più tardi Lavoissier se ne attribuì il merito.
Numerosi furono anche i progressi musulmani in botanica, zoologia e in altre scienze naturali.
Rilevanti sono anche i progressi compiuti dai musulmani nelle scienze sociali, nella storia, nell’archeologia, nell’etnologia, nella geografia, nell’urbanistica, nell’architettura, nell’arte della ceramica, nella lavorazione dei metalli, nei prodotti tessili (tappeti e stoffe), nella musica, nella calligrafia, ecc.
In questo ciclo di conferenze ce ne è una esplicitamente dedicata alla religione islamica. In questa sede mi limiterò quindi a dare solo alcune informazioni di base sull’Islâm e i suoi fondamenti.
L’Islâm è una religione semplice, dove semplicità non sta per ingenuità ma per essenzialità. "lâ ilâ illa Allah Muhammad rasûl Allah" ("Non c’è altro Dio che Dio Maometto è il Suo inviato"): con questa semplice affermazione, con questa professione di fede, qualunque uomo, indipendentemente da sesso, colore, potere, ricchezza, diventa un musulmano.
La professione di fede ha alcuni corollari che sono da ritenersi essenziali per essere un musulmano. Dice il Corano "O voi che credete! Credete in Dio, nel suo messaggero, nel Libro che Dio ha rivelato al suo Messaggero e nel Libro che ha rivelato prima di lui. Chi non crede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi Libri, nei suoi messaggeri e nell’ultimo giorno si allontana enormemente dalla verità" (IV, 136-137). Dunque essere musulmani significa credere: 1) in Dio 2) negli angeli 3) nei libri rivelati 4) nei profeti 5) nel giorno del giudizio.
Per quel che riguarda i profeti e i libri rivelati, l’Islâm si presenta non come una nuova religione, ma come la religione di Abramo, dei profeti e di Gesù. Inoltre per l’Islâm ad alcuni dei profeti precedenti temporalmente Maometto, ma non a tutti, sono stati rivelati dei libri, che vengono quindi considerati libri rivelati dai musulmani, e precisamente: 1) le pagine di Abramo, 2) le pagine di Mosè, cioè il Pentateuco, 3) i Salmi di Davide, 4) i Vangeli di Gesù. A questi quattro bisogna poi ovviamente aggiungere il Corano. Delle pagine di Abramo, oggi non si ha alcuna notizia, mentre gli altri non sono comunque da intendersi come esattamente corrispondenti a quelli della Bibbia.
Per quel che riguarda il giorno del giudizio e l’aldilà, tutti abbiamo presente l’immagine del paradiso islamico pieno di belle fanciulle, le famose hurì, con ruscelli d’acqua, paesaggi ameni e dove si bevono e si mangiano le cose più squisite. Ma vediamo cosa dice il Corano: "ci sono giardini sotto i cui alberi scorrono i fiumi […]. Là avranno spose purissime, e vi resteranno per sempre. In verità Dio non si vergogna di proporre ad esempio un moscerino o una cosa ancor più piccola. Quelli che credono sanno che è verità che viene dal loro Signore, ma quelli che non credono dicono: <Che cosa vuole insegnarci Dio con questo esempio?>" (II, 25-26). Dunque il paradiso così descritto nel Corano può intendersi come un’allegoria, un’immagine per persone semplici. Del resto si narra che un giorno Maometto mentre parlava delle delizie del paradiso, venne interrotto da un vecchio beduino, che gli chiese tutto preoccupato: "O Inviato di Dio, tu non hai parlato di cammelli! Ma ci saranno cammelli in paradiso?" E Maometto, sorridendo, rispose: "Certo, stai tranquillo, in paradiso ci sono dei cammelli bellissimi". Ecco, per un vecchio cammelliere una mandria di bei cammelli è quanto di più elevato riesca a immaginare, a intendere: e l’Islâm è una religione per tutti gli uomini, nessuno escluso, per il più umile come per il più potente, per l’analfabeta come per il sapiente. D’altronde esistono nell’antica poesia araba pre-islamica versi e versi dedicati a esaltare e descrivere la bellezza di una cammella. Dice ancora il Corano a proposito del paradiso: "Ai credenti e alle credenti Dio ha promesso giardini sotto i cui alberi scorrono i fiumi, dove rimarranno per sempre e belle abitazioni nei giardini dell’Eden. Ma il dono più grande sarà il compiacimento di Dio: sarà quello il supremo trionfo" (IX, 72).
Anche per l’inferno abbiamo vivide descrizioni di come è e di quali sono i tormenti dei dannati e anche per l’inferno vale quanto detto sopra sul loro significato allegorico. Voglio portare la vostra attenzione sul fatto che alcuni versi coranici sembrano indicare la non eternità dell’inferno (e neanche del paradiso). "I dannati staranno nel fuoco tra gemiti e singhiozzi. Vi resteranno per sempre, finché dureranno i cieli e la terra, a meno che non voglia altrimenti il tuo Signore, perché il tuo Signore ciò che vuole lo fa. I giusti invece staranno nel giardino del paradiso e vi resteranno per sempre, finché dureranno i cieli e la terra, a meno che voglia altrimenti il tuo Signore" (XI, 106-108), "O miei servi che avete prevaricato contro le anime vostre, non disperate della misericordia di Dio, perché Dio perdona tutte le vostre colpe". (XXXIX, 53).
Come spesso avviene, il senso vero, profondo della questione lo si può ritrovare presso i sufi. Rabi°a una delle prime, siamo nell’VIII secolo, grandi figure del sufismo e ancora oggi la più famosa tra le molte mistiche musulmane, un giorno venne vista che correva tenendo in una mano un tizzone ardente e nell’altra una brocca d’acqua. Le chiesero: "Dove vai e cosa cerchi?". Rispose: "Vado ad appiccare il fuoco al paradiso e a spegnere le fiamme dell’inferno. Così non rimarrà nessuno dei due veli (inferno e paradiso) a sbarrarci il cammino verso Dio; allora non apparirà che Dio, che è il solo fine".
Nell’Islâm vi sono anche alcune pratiche che un buon musulmano deve seguire per essere tale. Il profeta così rispose ad un uomo che lo interrogava: "<Che cos’è l’Islâm?> <L’Islâm è che tu creda a Dio e non associ nessuno a Lui, che tu compia la preghiera, che tu paghi la decima d’obbligo e che digiuni nel ramadan>". Vi sono così alcune cose, i cosiddetti pilastri dell’Islâm, cui un musulmano deve adempiere, nella misura e nel modo in cui gli è possibile: 1) la preghiera, Salât, 2) il digiuno, Sawm, 3) l’imposta, Zakat, 4) il pellegrinaggio, Hajj. A questi va aggiunta la professione di fede, che costituisce il quinto pilastro dell’Islâm. Di questo comunque si parlerà nella conferenza a questi temi dedicata.
Il tutto è stato efficacemente sintetizzato dallo Shaykh Muzaffer Ozak al-Jerrahi, uno dei maestri sufi del nostro secolo: "Se dici. <non c’è altro Dio che Dio; Maometto è il suo profeta> e credi negli articoli di fede, allora hai acceso la candela della fede. Ma di per se una candela non brucia all’aperto, a meno che tu non la metta in una lanterna il vento la spegne. Quindi, la candela della fede richiede i cinque fondamenti dell’Islâm. Il primo <non c’è altro Dio che Dio; Maometto è l’inviato di Dio> rappresenta la cera che brucia. Gli altri quattro, che sono necessari a proteggere la cera che brucia, sono: la preghiera rituale, il digiuno, la zakat e il pellegrinaggio. Ma ciò che viene richiesto è più di questo. Il vetro della lanterna si può rompere, quindi bisogna avvolgere del filo intorno alla lanterna per proteggerla. Il filo rappresenta un’indole buona. Se tu non sei una persona a modo, non c’è alcun merito nel fare le preghiere, nel digiunare, nel pagare la zakat o nel fare il pellegrinaggio. Se non c’è filo intorno alla lanterna, il vetro si romperà e con il vetro rotto la candela si spegnerà, cioè la fede sparirà."
Wa Allahu akbar
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