CAPUA

          

Il Santuario di Diana Tifatina

 

Il santuario dedicato a Diana Tifatina, uno dei più celebri del mondo romano, sorgeva a circa tre miglia e mezzo a nord est di Capua antica, alle pendici del monte Tifata, allo sbocco in pianura del fiume Volturno, in un luogo ameno, ricco di boschi e sorgenti naturali. Il santuario era strettamente legato al mito di fondazione di Capua, all'eroe troiano Capys e alla cerva che lo aveva allattato, lì onorata come ancella della dea. L'antichità del luogo di culto dedicato ad una divinità della natura selvaggia, sarebbe dimostrata tra l'altro, da alcune terrecotte architettoniche di età arcaica rinvenute nelle vicinanze del santuario stesso nel quale, come raccontavano i periegeti, erano pure conservati, quali curiosità antiquarie, una coppa che si diceva fosse appartenuta a Nestore ed un cranio di elefante, forse reliquia della guerra annibalica.

Il santuario godette di grande fama soprattutto in età romana e Silla, dopo la vittoria riportata su Norbano proprio alle pendici del Tifata nell'83 a. C., volle rendere grazie alla dea che lo aveva protetto assegnando a Diana Tifatina vasti possedimenti immobiliari e le fonti salutari di cui la zona era ricca. L'elenco delle donazioni e la pianta dei terreni di proprietà del santuario erano incisi su una tavola di bronzo collocata all'interno della cella del tempio. L'accatastamento delle proprietà, redatto sotto Augusto, fu confermato da Vespasiano.

In età imperiale il culto di Diana Tifatina si diffuse ampiamente nelle province ed iscrizioni dedicatorie sono state rinvenute anche in Gallia e in Pannonia. Ancora nel IV secolo d. C. la dea era onorata con iscrizioni votive, anche se a partire da quell'epoca le vicende del tempio pagano cominciano ad intrecciarsi con quelle della basilica cristiana dedicata a S. Michele Arcangelo che ad esso si sovrappose alla fine del VI secolo. La pianta del tempio è perfettamente ricostruibile grazie alla conservazione del pavimento che era a mosaico nella cella priva di adyton, e a canestro nella peristasi. Il pronao era molto profondo e nel suo pavimento si conservano i resti dell'iscrizione dedicatoria che ricorda rifacimenti del pavimento, delle colonne e di altre parti dell'edificio, voluti nel 74 a. C. da dieci magistri. La fronte era esastila, probabilmente 6 colonne si trovavano anche sui lati lunghi; quelle attualmente riutilizzate nelle navate della chiesa appartengono a restauri di età imperiale o ad un altro edificio del santuario.

Ben conservato, al di sotto della chiesa e in parte coperto dalla scalinata d'ingresso, è il podio del quale sono state identificate due fasi costruttive. Esso era stato realizzato tra la fine del IV e gli inizi III secolo a. C. in opera quadrata con blocchi di tufo grigio su uno sperone roccioso del monte Tifata che scendeva bruscamente verso la pianura. Le irregolarità del suolo ed i salti di quota, come hanno dimostrato i saggi di scavo eseguiti alla fine degli anni '70 e nel 1993, erano stati eliminati mediante una colmata di calcare, breccia e terra che aveva livellato il piano di calpestio rendendone possibile la pavimentazione. In questa prima fase è possibile che il pavimento, almeno quello esterno alla cella, fosse in cocciopesto. Tratti dello stesso, infatti, sono stati rinvenuti in più punti al di sotto della pavimentazione.a lastrine di marmo disposte "a canestro". Al di sotto del pavimento cosmatesco della chiesa, nel saggio effettuato nel 1993 davanti all'ingresso della sa grestia, si è posta in luce parte del lato di fondo del podio antico, con cinque filari di blocchi di tufo grigio uniti senza malta che si elevano per un'altezza massima di m 2,20, fondato direttamente sulla roccia. Il muro è rivestito di intonaco liscio giallastro con una fascia scura lungo la parte alta e al di sopra una cornice di stucco liscia. La parte bassa modanata presenta uno zoccolo sormontato da una scozia. Il perimetro esterno del tempio, su questo lato, non era percorribile. In età tardo-repubblicana il podio fu allungato di m 6 nella parte posteriore, verso est, mediante muri in opera incerta, rinvenuti sia sul lato nord sia su quello sud. In un saggio eseguito nella cripta centrale è stato documentato il muro di fondo del podio di questa fase, conservato per un'altezza di m 2. Costruito in opera incerta, si trova alla stessa quota di quello della prima fase ed è stato anch'esso edificato direttamente sulla roccia. Anche in questo caso, il perimetro esterno non era percorribile. Il podio è rivestito di intonaco bianco fino alla cornice inferiore, costituita da zoccolo, da scozia e toro. Il rifacimento del tempio si colloca nella serie delle grandi trasformazioni dei santuari tardo-repubblicani del Lazio e della Campania ed il sistema di terrazze che si affacciava verso la pianura, riconosciuto negli scavi davanti al sagrato della chiesa, e che rendeva l'aspetto del lato anteriore del tempio molto diverso da quello attuale ben si inquadra nella ricerca di effetti scenografici di gusto prettamente ellenistico che influenzò la cultura dell'epoca. All'interno della chiesa sono state poste in luce tombe medievali e più tarde, scavate nei blocchi di tufo del podio antico, all'interno delle quali sono state rinvenute medagline con immagini sacre (una, ottagona, reca una preghiera ai Re Magi in latino), anellini, grani di rosario, lembi di stoffe, frammenti di scarpe.

 

 

Torna a 

Capua

Etruria Campana 

Aree Archeologiche Etrusche

Etruschi