BAIA

 

"Lì, dicono, il sole è più splendente e l'aria salubre e il clima mite rendono la natura più seducente. Lì la mente umana entra in contatto con un mondo misterioso, né per questo cessa di ammirare ciò che può conoscere (...). La terraferma appare come proiettata nel mare, i pesci pascolano come mandrie in cattività e la pesca prevista è così piacevole che si rallegra l'animo di coloro che osservano in attesa di un lauto banchetto (...). Le terme, alimentate da vapori caldi, sono più salubri di qualsiasi bagno riscaldato artificialmente, poiché la Natura eccelle di gran lunga l'umano ingegno (...) Nulla è più eccelso dei lidi baiani, dove si unisce la possibilità di avere delizie dolcissime e di appagarsi dell'impareggiabile dono della salute." (Cassiodoro, Variae, IX, 6, 6)



Il golfo puteolano con Baia sulla destra, i laghi di Lucrino e Averno e sullo sfondo Pozzuoli; in primo piano, Cuma e il suo litorale. Particolare del plastico ricostruttivo realizzato dal Progetto Eubea.


E' il VI secolo d.C., e il dotto epigono della latinità Cassiodoro illustra, per conto del re ostrogoto Atalarico, le meraviglie dei luoghi baiani. Baia è ormai divenuta leggendaria e i contorni della realtà appaiono trasformati in una visione di sapore romantico. Ricorrono nella descrizione gran parte dei luoghi comuni derivati dalla letteratura precedente. Tuttavia anche in questa cornice quasi fantastica si ritrovano quelle che da sempre erano state le componenti del fascino dell'antica Baia: la bellezza impareggiabile dei luoghi, combinata con la presenza delle fonti idrotermali, e la magnificenza delle trasformazioni apportate dall'uomo che modella la natura per trarne beneficio e piacere.
Se in epoca greca Baia dovette essere probabilmente uno degli approdi posti sotto il controllo di Cuma (come dimostra il ritrovamento, presso Punta Epitaffio, di numerose ancore di quel periodo), il suo nome appare per la prima volta solo nel III sec. a.C., quando il poeta Licofrone, ripercorrendo le peregrinazioni di Odisseo, vi colloca la tomba del nocchiero Baios, da cui sarebbe poi derivato il toponimo del sito, rimasto oggi immutato.
Lo sfruttamento delle acque termali a scopi curativi, destinato a divenire la maggiore risorsa della zona, inizia, invece, solo a partire dagli ultimi secoli della repubblica romana, nello stesso momento in cui sorgevano le prime ville residenziali lungo il litorale. L'insediamento, favorito da un insieme di fattori-clima, paesaggio, fonti e approdi naturali - si sviluppò, almeno in apparenza, senza seguire uno schema urbanistico preciso, con un progressivo intensificarsi delle edificazioni. Ciò risponderebbe bene all'ipotesi di una struttura di tipo non urbano quale potrebbe essere un vicus; del resto è noto che almeno fino al IV secolo d.C. Baia non ebbe uno statuto autonomo poiché dipendeva politicamente e amministrativamente dalla vicina Cuma. Le testimonianze archeologiche sono lacunose e distribuite su un'ampia superficie, dalle sponde del lago Lucrino fino a Punta della Lanterna, a oriente. Anche per questa ragione è difficile attribuire confini precisi all'abitato, sia lungo la costa che verso l'entroterra.

 
Mappa completa delle terme


Baia ebbe, quindi, una sua connotazione specifica residenziale e termale, nel duplice aspetto dell'edilizia privata e pubblica - diversa da quella di una città vera e propria. Possiamo immaginare che qui, come sulle rive del Lucrino, gli edifici apparissero isolati e collocati nei punti più alti dei rilievi collinari, in posizione panoramica.
Nelle fonti letterarie sono presenti numerosi riferimenti alle ville in regione baiana e ai loro proprietari. In realtà non è ben chiaro se la regio così intesa indichi l'ampio territorio dal promontorio di Miseno fino al lago Lucrino, oppure una zona più ristretta che doveva corrispondere propriamente al sito di Baiae.
Anche i resti archeologici relativi a ville databili al periodo repubblicano sono considerevoli, ma nella maggior parte dei casi resta da dimostrare la connessione tra la fonte letteraria e il monumento.
Gli autori antichi attestano che alcuni tra i più importanti esponenti dell'aristocrazia senatoria possedettero una villa nei luoghi baiani. Fra questi uno dei primi fu l'antagonista di Silla, Caio Mario, la cui villa di Miseno, simile a un fortilizio, dominava l'intero territorio. Comparabili a questa, arroccate sulle alture prospicienti il mare e del tutto simili ad accampamenti militari, erano le ville di Pompeo e Cesare. Mentre della villa di Pompeo sappiamo soltanto che era genericamente in regione baiana, le fonti antiche inducono a collocare la villa di Cesare a Baiae: essa si ergeva altissima sul golfo sottostante vicino alla via per Miseno. Secondo un'ipotesi che risale al secolo scorso la villa sarebbe da localizzare sull'altura del Castello di Baia.
Come si comprende facilmente, si tratta quasi sempre di resti molto esigui rispetto ai complessi nella loro interezza, quali si intuiscono dalle descrizioni antiche. Per farsi, comunque, una idea di come poteva essere una grande villa del periodo repubblicano, si può osservare la cosiddetta villa dell'Ambulatio, facendo astrazione di tutte le strutture aggiunte che hanno contribuito a modificarne l'aspetto nel corso dei secoli. E' questa, infatti, l'unica villa del litorale baiano che si conserva per gran parte della sua estensione originaria, con la zona residenziale costruita sulla sommità della collina, in posizione centrale rispetto al golfo.
Altri proprietari noti nella tarda repubblica erano il celebre oratore Ortensio, contemporaneo di Cicerone, che possedeva una villa apud Baulos in parte baiana (presso Bauli dalla parte di Baia); Clodia, moglie di Cecilio Metello; Publio Cornelio Dolabella, console insieme a Cesare nell'anno della morte di questi. Al contrario, dall'interpretazione delle fonti risulta incerto se fosse proprietario di una villa a Baia anche l'oratore Crasso, famoso a Roma in particolar modo per il suo amore del lusso e per la ricchezza della sua casa.
Fin qui gli autori antichi. L'indagine sul territorio mostra, comunque, la presenza di numerose ville databili a quest'epoca, di cui non si può determinare con esattezza il proprietario. Per citare soltanto alcuni esempi sarà sufficiente ricordare la villa di proporzioni veramente imponenti collocata sull'altura di Punta Epitaffio e la villa sulla costa presso Bauli, cui appartenne il teatro-ninfeo noto come sepolcro di Agrippina, una monumentale esedra scenografica, come quelle che compaiono sulle pitture campane raffiguranti i prospetti a mare delle ville. Ma quale era la vera funzione di queste ville? Erano state create esclusivamente per il luxus, cioè per lo svago e per dimostrare il peso sociale di chi le possedeva; o anche per il fructus, vale a dire come oculati investimenti che potevano unire il valore di rappresentanza con quello della rendita fondiaria? Sappiamo dalle fonti letterarie e dai resti archeologici che molte di queste, che rientrano nella tipologia delle villae maritimae, erano dotate di peschiere di proporzioni molto ampie. E lecito pensare che il fattore produttivo-commerciale della villa non fosse del tutto irrilevante, anche se questa poteva dipendere dallo sfruttamento di fondi e di proprietà nell'entroterra. Negli ultimi anni della repubblica e durante la prima età imperiale si accentua comunque sempre più una specifica valenza di Baia come luogo di piacere: il fasto ricercato e le abitudini stravaganti dei nobili proprietari di ville e dei frequentatori delle fonti termali dovettero spingersi sino al punto da suscitare il biasimo dei contemporanei. Baia diviene sinonimo di dissolutezza o quanto meno di trasgressione alla morale comune.
Ottaviano, divenuto Augusto, non amò questi luoghi; mentre sono numerose le notizie circa le sue frequentazioni e i suoi interventi nelle città campane, nessuna fonte antica collega il suo nome a Baia. Tuttavia, dopo l'assassinio di Cesare, Augusto, in qualità di figlio adottivo del dittatore, probabilmente ereditò la sua villa baiana. Questa villa, insieme con altre proprietà passate al demanio per lasciti o espropri, dovette costituire il nucleo di un palazzo imperiale.
L'identificazione del palazzo imperiale resta un problema aperto. I monumenti ancor oggi visibili entro e fuori il parco archeologico apparterrebbero, secondo alcuni studiosi, a un complesso paragonabile per la sua struttura ai palazzi imperiali sul Palatino, a Roma, o comunque a residenze extraurbane di imperatori come la villa Jovis, a Capri, e la villa Adriana, a Tivoli, fatte costruire rispettivamente da Tiberio e Adriano. Altri, più rigorosamente, si limitano ad approfondire l'interpretazione, funzionale e cronologica, di ciascuna delle porzioni in cui il complesso appare suddiviso, negando la possibilità di riconnettere il tutto al palatium di Baia.
Dopo Augusto e Tiberio, Baia appare sempre più spesso come una delle residenze preferite dagli imperatori.
Caligola (37-41 d.C.) vi fece costruire un ponte di barche che attraversava tutta la baia, per poter celebrare così il suo trionfo . Claudio (41-54 d.C. ) vi pronunciò un editto per conferire la cittadinanza romana al popolo degli Anauni. Nerone (54-68 d.C.), assiduo frequentatore di Baia, è ricordato in una duplice veste: come patrocinatore di un progetto, mai realizzato, per la creazione di un gigantesco bacino artificiale dove avrebbero dovuto essere convogliate tutte le acque termali di Baia, e come mandante dell'uccisione di sua madre Agrippina, delitto che trovò proprio a Baia il modo di attuarsi. Dopo un periodo di maggiore austerità sotto i primi imperatori flavi, le sfrenatezze neroniane sembrano rivivere con Domiziano (81-96 d.C.), anch'egli affezionato frequentatore di Baia. Nel II sec. d.C. è attestata a Baia la presenza di numerosi imperatori: anzitutto Adriano, che vi morì nel 138; quindi Antonino Pio e Commodo. Ma la ripresa del fasto baiano si ebbe con l'imperatore Alessandro Severo (222-235 d.C.), che fece costruire in baiano un palatium cum stagno, un palazzo con annesso un laghetto artificiale, dedicato alla madre Mamea, nonché, nella stessa zona, altri edifici simili per i suoi parenti più stretti.
Quest'ultima fonte letteraria attesta esplicitamente la presenza di un palatium imperiale a Baia. Una conferma viene, comunque, da testimonianze indirette. Ad esempio, sulle fiaschette vitree puteolane (III-IV secolo d.C.), che raffigurano i principall edlficl vlslblll lungo la costa da Miseno a Pozzuoli, I'immagine di uno dl questi è corredata dalla scritta esplicativa palatium.
La fama di Baia si perpetuò, vivissima, fino a tutto il IV secolo d.C. In seguito, a causa delle guerre gotiche e delle invasioni longobarde, tutta la costa flegrea, e in particolar modo gli approdi portuali, ebbe a patire la povertà e un decadimento definitivo. Cause prime dell'abbandono e della rovina furono, tuttavia, eventi naturali, come il fenomeno del bradisismo. L'inabissamento graduale della costa sembra comunque aver conosciuto un aggravamento repentino e imprevisto tra il VII e l' VIII secolo d.C..
A tutt'oggi, dell'intera estensione dei monumenti baiani conservati, solo una parte è visibile sopra il livello del mare. Il resto è sommerso ad una profondità variabile tra i cinque e i dieci metri e si estende per oltre 400 metri in avanti, rispetto alla linea di costa attuale.

 


 

Il NINFEO sommerso di PUNTA EPITAFFIO

Anticamente il piccolo golfo di Baia appariva molto più chiuso di quanto non sia oggi, tanto da essere definito lacus. Nettamente separato dal mare aperto, esso aveva una forma quasi circolare, simile a quella del lago d'Averno: anche in questo caso siamo di fronte a un cratere non più eruttivo. Le indagini subacquee e i rilevamenti aerofotogrammetrici hanno contribuito a definire l'andamento della costa antica, rivelando la presenza dei numerosi edifici e strutture che vi sorgevano. Al centro del bacino antico, in un punto collocabile al largo della costa attuale, è stato individuato il canale d'ingresso al lacus baianus, costituito da due moli paralleli. Sommersi in prossimità della riva si trovano numerosi tratti di una via basolata, forse la via Herculanea nota dalle fonti. A nord, presso Punta Epitaffio, è stato possibile documentare l'esistenza di due complessi monumentali: una villa appartenuta alla famiglia dei Pisoni, di cui si conosce solo in parte l'estensione, e il complesso che includeva il ninfeo.
Questo è costituito da un insieme di edifici, forse tutti relativi ad una unica villa che si estendeva, senza soluzione di continuità, dalla cima di Punta Epitaffio sino alla riva antica del mare. Oggi è piuttosto difficile ricostruire le connessioni tra i vari elementi noti: i resti un tempo esistenti sulla sommità e sulle pendici di Punta Epitaffio sono andati in gran parte distrutti a causa delle edificazioni moderne; la parte sommersa si è, invece, ben conservata ed ha restituito informazioni e reperti di notevolissimo interesse, soprattutto per quanto riguarda il ninfeo.
La sala-ninfeo, presso la quale sorge un piccolo edificio termale anch'esso oggi sommerso, è addossata alle pendici del promontorio, proprio in corrispondenza della punta estrema verso il mare. La sua costruzione e l'allestimento interno possono essere datati alla metà del I secolo d.C. circa e sono relativi ad una ristrutturazione, o modifica in senso monumentale, di questa parte del complesso. La sala viene abitualmente definita ninfeo poiché la sua forma, la decorazione di alcune pareti, fatta ad imitazione della roccia naturale, e la presenza di giochi d'acqua all'interno sono in genere caratteristici di questo tipo architettonico. In realtà era usata come triclinio, cioè come sala per banchetti. La sua particolare sontuosità fa tuttavia pensare che non fosse certo destinata ad un uso quotidiano, né ad un personaggio comune.
Ha forma rettangolare con un'abside semicircolare sul lato di fondo e quattro nicchie rettangolari su ciascuno dei lati lunghi; allineati con le nicchie sono due ingressi secondari, mentre l'ingresso principale, sormontato da un arco, si apre verso il mare, sul lato breve, opposto a quello di fondo.
Lungo i lati - tranne quello d'ingresso - è il bancone tricliniare, una struttura muraria continua, a forma di U, più alta rispetto al piano del pavimento. Su di essa erano disposti i letti tricliniari: due sul lato breve di fondo e almeno quattro su ciascuno dei lati lunghi. Il bancone è separato dalle pareti in modo tale da lasciare lo spazio per un canale foderato all'interno di marmo, dove scorreva l'acqua. Anche nella zona centrale della sala veniva incanalata acqua. Così i commensali potevano immaginare di essere sospesi tra le onde, mentre si servivano delle vivande imbandite per loro su piatti galleggianti.
Molte delle statue che decoravano l'interno sono state scoperte nel corso di recenti scavi: nell'abside era rappresentata la scena dell'accecamento di Polifemo, fissata nell'attimo in cui Ulisse porge al gigante la coppa di vino; nelle nicchie, lungo i lati, erano, secondo una interessante ipotesi ricostruttiva, le statue dei genitori dell'imperatore Claudio (Druso Maggiore, in veste di condottiero, e Antonia Minore, raffigurata come Venere genitrice) e quelle dei suoi figli (Ottavia Claudia e Britannico); il ciclo era completato da due statue di Dioniso.
L'intento celebrativo sarebbe evidente: Claudio ribadiva il suo diritto all'impero e le sue ascendenze dinastiche.
Si è pensato che la sala fosse connessa al cosiddetto palatium imperiale di Baia. Più probabilmente era parte di una villa di proprietà imperiale (trasformata in seguito con l'aggiunta di padiglioni e sale, delle quali il ninfeo sarebbe un esempio), del tipo di quelle poi descritte da Plinio, non più residenza temporanea di un dominus e fulcro di attività produttive, ma residenza di piacere al di fuori del contesto urbano.


La NATATIO

Sulla sinistra invece si apre un ampio spazio che, secondo il prof. Maiuri, doveva essere una piscina scoperta (natatio). La prerogativa di quest’area è che il fondo della vasca non è quello che si osserva, ma si trova ben sette metri più sotto. All’epoca degli scavi, infatti, la superficie attuale si trovava pochissimi centimetri sopra il livello del mare e ciò sconsigliò di andare oltre.

Probabilmente questa piscina (come il resto delle Terme) fu usata dai marinai della "Classis Misenensis" (flotta di Miseno), su invito di Nerone, affinché ritemprassero il corpo e lo spirito ma anche per farlo divertire con le spettacolari rappresentazioni di battaglie navali (naumachie). Il perimetro superiore della Natatio era a peristilio, circondato, in altre parole, da porticati a colonne, e un esempio ricostruito è visibile nell’angolo a sinistra.

 


 

La Villa dell'AMBULATIO

Entrati nel parco e percorso un breve viale, si raggiunge il primo settore dell'area archeologica, la cosiddetta villa dell'Ambulatio.
Solo di recente la villa è stata identificata come tale. Interpretazioni precedenti attribuivano a questo insieme di edifici una funzione termale.
La villa, che nel suo impianto originario può essere datata alla fine del II-inizi I secolo a.C., dovrebbe aver raggiunto la fisionomia attuale al più tardi nel I secolo d.C. (la tecnica edilizia dominante è l'opera reticolata). La parte oggi visibile si articola su sei terrazze digradanti verso il mare; nell'asse mediano si allineano la grande aula della terrazza superiore, l'aula a esedra dell'ambulatio e lo specum-fontana della terrazza sottostante.
L'intero settore è costruito secondo una tecnica comune a molte ville: nella parte più alta gli edifici poggiano sulla sommità della collina, mentre nelle zone sottostanti le terrazze, che sporgono verso la vallata e il mare, sono edificate su robusti basamenti artificiali (basis villae). I diversi livelli sono raccordati da scale interne ed esterne alla villa, che consentono una doppia possibilità di percorsi. La scala esterna meridionale (A) permette di accedere a tutti i livelli, quella interna, sul lato opposto, si interrompe a metà percorso. Questa sistemazione è il risultato di numerose modifiche apportate alla residenza quando ad essa vennero affiancati il complesso di Mercurio e quello della Sosandra.

 

E' piuttosto difficile stabilire oggi quale fosse l'ampiezza dell'insediamento originario. Se ancora ignoti sono i confini verso monte e verso valle, è molto probabile che gli edifici della villa si estendessero verso sud oltre il limite costituito oggi dalla scala (sono visibili in corrispondenza delle terrazze più basse i muri perimetrali che risultano tagliati e inglobati nelle strutture del settore della Sosandra). In tal caso la residenza avrebbe potuto anche comprendere tra i suoi annessi le cosiddette Piccole Terme, che nella loro prima fase di edificazione sono databili intorno alla metà del I secolo a.C. (vedi oltre). Le modifiche più sostanziali alla struttura originaria vennero apportate nel settore nord-orientale per la costruzione degli ambienti termali che gravitano intorno alla rotonda di Mercurio, eliminando una parte delle terrazze verso il mare.
All'interno della villa ciascun settore veniva utilizzato per assolvere a un compito specifico.
L'attuale ingresso immette direttamente nella seconda terrazza, occupata dall'ambulatio, il corridoio ad archi da cui l'intero complesso prende nome. Al pari della terza, ad essa sottostante, questa terrazza sembra essere stata concepita come una grande passeggiata coperta, con funzione di raccordo per i percorsi che conducono ai diversi livelli. Nettamente definita sul piano architettonico, essa è suddivisa longitudinalmente in due navate da una fila di pilastri uniti da arcate. Su questi e sui muri perimetrali poggiava la copertura a doppia volta (se ne conserva solo un breve tratto nell'angolo nord-occidentale e una porzione crollata sul pavimento). I pilastri, costruiti con filari di laterizi e tufelli rettangolari, erano rivestiti da stucchi e intonaci dipinti, di cui oggi non rimangono che poche tracce.
Il muro sul lato orientale, verso il mare, è crollato. Si è ipotizzato che fosse un muro continuo con strette finestre inquadrate da archi ciechi; I'ambulatio, quindi, doveva apparire come un criptoportico, un corridoio chiuso all'interno della basis villae. Considerato, però, che esso correva lungo il lato più panoramico della terrazza, tale ricostruzione appare poco probabile: almeno in corrispondenza dell'aula a esedra dovevano esistere ampie finestrature per godere della vista sul golfo sottostante.
Al centro dell'ambulatio si apre l'imponente aula a esedra. A pianta rettangolare, con una profonda abside coperta da volta a catino, presenta sul fondo un alto podio rettangolare. L'ingresso era tripartito da due colonne (di cui si conservano le basi). Il pavimento era ricoperto di tarsie marmoree (opus sectile) e sempre in marmo erano ricoperte, almeno per una certa altezza, le pareti; in quelle laterali si aprivano tre nicchie rettangolari.
Adiacente a questa, sul lato nord, vi è un'altra sala più piccola, di forma rettangolare, in antico coperta da una volta a botte (ne sopravvive oggi solo una porzione). L'ingresso è posto sulla parete est, mentre su quella opposta una porta immette in un corridoio di servizio che gira tutto intorno all'aula absidata.
Alle spalle del muro occidentale dell'ambulatio, verso la collina, è visibile un insieme di ambienti, disposti in serie e coperti con robuste volte a botte, che strutturalmente fungono da basamento per la terrazza superiore. Alcuni di essi furono usati come cisterne; altri, rivestiti di semplice intonaco bianco, vennero forse destinati al personale di servizio.
Sulla terrazza superiore erano collocati gli ambienti strettamente residenziali, raggiungibili da due scale poste a nord e a sud dell'ambulatio. Dall'aula a esedra, percorrendo per intero il corridoio si incontra sulla destra la scala meridionale. Raggiunto il ballatoio superiore, si possono visitare, girando a sinistra, alcune sale in antico riccamente decorate (oggi restano gli strati di preparazione e qualche frammento dei rivestimenti). Queste occupano tre lati della terrazza, lasciando libero quello orientale, verso il mare, dove era probabilmente un loggiato che si affacciava su un'area scoperta, posta a una quota inferiore.
Da sud a nord, fra le varie sale si distinguono, in succesione, un'aula absidata con pareti e pavimento un tempo rivestiti in marmo (oggi sono visibili poche tracce); un piccolo peristilio interno; una sala con pavimento a mosaico bianco inserito in una doppia cornice nera; la sala panoramica posta sull'asse mediano dell'ambulatio, che aveva le pareti rivestite di marmo per un'altezza di almeno cinque metri, e il pavimento in opus sectile; tre piccole stanze, coperte da volte a botte, più una quarta interna. Al termine di questi ambienti vi sono gli accessi al piano superiore. Siamo in presenza, evidentemente, di un settore della villa dedicato all'otium, allo svago e al godimento del paesaggio.
Non sono stati ancora individuati gli alloggi, le stanze da letto (cubicula), e i locali destinati ai servizi (in particolare le cucine e la latrina), che forse erano collocati in posizione decentrata su questo stesso livello o ad un livello ancora più alto.
Ritornati nel corridoio dell'ambulatio, scendendo le prime due rampe della scala meridionale (A), si può osservare sulla sinistra la terza terrazza (oggi adibita a giardino con alberi). Essa è delimitata sul lato ovest da un muro in opera reticolata, costruito per contenere il terrapieno del livello superiore. A una fase successiva sono da riferire le coppie di pilastri disposti ad intervalli regolari, che dovevano sostenere la copertura voltata. Al centro, sull'asse scandito dalle grandi aule dei livelli soprastanti, si apre un ambiente a pianta rettangolare, coperto a volta, con una nicchia sulla parete di fondo. All'esterno, immediatamente a nord, si nota una canaletta, rivestita di tegole, che probabilmente convogliava le acque di drenaggio provenienti dai livelli superiori. In asse con l'ambiente, ad una quota più bassa, è presente una struttura di forma rettangolare, forse una fontana.
Scendendo ancora una rampa di scale si accede agli ambienti della quarta terrazza. Qui è possibile riconoscere alcuni vani, ritenuti un tempo sale per bagni e oggi identificati come magazzini e stanze destinate al personale di servizio. I vani, non comunicanti tra loro, sono allineati su due file parallele, ciascuna servita da un corridoio su cui si aprono gli ingressi. Dalla porta sulla scala si entra nel primo corridoio: qui si aprono alcuni ambienti che assolvevano anche alla funzione di basamento per la terrazza soprastante; di questi, i primi dieci sono conservati integralmente, l'ultimo è riconoscibile solo dai resti murari sui lati sud e ovest. Il ritmo regolare di questa prima fila si interrompe fra l'ottavo e il nono ambiente, in corrispondenza dello specum della terrazza superiore, per la presenza della fontana e del sistema idraulico connesso. La decorazione interna (le tracce più chiaramente visibili si riconoscono solo nell'ottavo vano) consisteva di un semplice intonaco bianco che rivestiva le pareti e la volta.
Il secondo corridoio è disposto parallelamente al primo, lungo il lato esterno della terrazza, verso il mare. Vi si accede, attraverso brevi e stretti passaggi, da due porte lungo la parete orientale del primo corridoio (la prima posta di fronte al secondo ambiente e la seconda tra l'ottavo e il nono). Qui si aprono quindici stanze di forma quadrangolare, tutte molto simili tra loro. Le porte, collocate al centro del lato est, dovevano presentare soglie in marmo. I pavimenti sono in cocciopesto, mentre le pareti sono rivestite di intonaco bianco. Le differenti tecniche, che si sovrappongono le une alle altre, testimoniano di una complessa storia edilizia, culminata nell'assetto 203 oggi visibile.
La quinta terrazza, posta a un livello ancora inferiore, si raggiunge dopo due rampe di gradini, sempre lungo la scala meridionale (A). In essa sono alcune sale, utilizzate in antico forse come luoghi di soggiorno e riposo, aperte verso il mare e verso l'ultima terrazza sottostante che possiamo immaginare, come oggi, tenuta a giardino. Anche qui i vani sono allineati l'uno accanto all'altro, ma risultano raccordati da passaggi interni e da un percorso esterno, costituito da un corridoio longitudinale posto sul lato est.
Si entra da una porta che introduce direttamente nel primo ambiente (prima delle modifiche apportate a questo tratto della scala, un'altra porta, poi richiusa, permetteva di accedere al corridoio). Il prospetto architettonico della parete occidentale, ad arcate cieche inquadrate da semicolonne, è relativo a una sistemazione di questo settore della bas~s villae più antica dell'attuale (la terrazza non era occupata da costruzioni ed era posta a un livello di calpestio più basso). Sopra le arcate si aprivano forse stretti finestrini a gola di lupo per l'aereazione e l'illuminazione dei vani di servizio retrostanti, posti nella terrazza precedente.
Questo tipo di decorazione dei prospetti esterni si diffonde nell'architettura romana a partire dall'inizio del I secolo a.C. e viene in seguito molto utilizzato anche per gli interni.
Ai primi tre ambienti segue un'ampia sala rettangolare con due banchine sui lati brevi, decorate con nicchie inquadrate da semicolonne. Le pareti, il pavimento e le banchine erano rivestiti di marmi. Scendendo tre scalini si accede ad altri ambienti. A seguire, una gradinata conduce, a livello dell'ultima terrazza, a un vano di raccordo per i percorsi interni, dove tre porte consentivano l'ingresso, rispettivamente, a un sistema di scale interne per salire alla terrazza soprastante, a un altro settore dell'edificio a nord (oggi distrutto), e al giardino.
L'ultima terrazza si presenta come un'ampia area aperta, delimitata, a sud, da una fila di stanze e, a ovest, verso la collina, dal prospetto esterno della quinta terrazza.
Anche questa sistemazione è il risultato di numerose modifiche succedutesi nel tempo. In origine l'area del giardino era forse circondata da un peristilio (sono visibili due colonne inglobate nel muro perimetrale di un ambiente sul lato sud); il prospetto della basis era liscio e solo in seguito venne decorato con una serie di lesene addossate alla parete, la scala di accesso procedeva ad un livello più alto e venne poi ricostruita nella forma odierna (sono visibili, sulla parete nord orientale, le tracce dei gradini e, su quella opposta, i resti della decorazione in intonaco a fondo azzurro che ne segue il profilo).


Le Piccole TERME

E' uno dei due edifici termali più antichi e si distingue per la disposizione rigidamente assiale degli ambienti, comune anche agli impianti pompeiani ad esso coevi. Le prime sale delle terme, in particolare il laconicum, vennero costruite dopo la metà del I secolo a.C., mentre l'intero edificio assunse l'aspetto attuale dalla metà del II secolo d.C., in seguito a numerosi interventi di ristrutturazione e ampliamento.
Dopo una prima fase di edificazione, cui risalgono il laconicum e poche altre strutture caratterizzate dall'uso di un'opera reticolata di fattura piuttosto antica, vennero creati quattro ambienti termali più un vano di servizio disposti l'uno a fianco dell'altro a ridosso della collina. Essi costituiscono il nucleo dell'edificio, così come oggi si vede, al quale si aggiunse solo in ultimo un frigidarium. Tra le modifiche più sostanziali si nota una progressiva estensione del sistema di riscaldamento a ipocausto nei vari ambienti.

Una porta ad arco introduce alla sala (a) del frigidarium. Questa era decorata di marmi: nelle vasche si conserva parte del rivestimento interno e sul pavimento sono visibili le tracce delle lastre. Lo spazio utilizzato per costruire questa sala era già delimitato dai muri perimetrali del peristilio superiore della Sosandra e degli altri ambienti termali. Ciò dovette determinarne la forma, che infatti è irregolare, e la disposizione delle due vasche semicircolari per i bagni di acqua fredda, sui lati sud e est. Anche i percorsi interni vennero adattati per risolvere il problema della mancanza di un vestibolo che consentisse di entrare subito nelle stanze riscaldate - il bagno freddo si prendeva dopo quello caldo e quindi il frigidarium, adibito a quest'uso, era l'ultima sala dell'itinerario balneare.
Dal frigidarium erano possibili tre percorsi. Due porte sul lato ovest permettono di entrare nelle sale interne; una terza, posta sul lato sinistro della vasca sud, conduce in un'area esterna, dove forse era la palestra annessa alle terme.

Prima della costruzione dell'altro complesso termale nel livello intermedio (vedi oltre) quest'area doveva essere più ampia, aperta verso il mare. L'ingresso principale delle Piccole Terme era collocato sul lato ovest, dove si trovava un porticato con colonne antistante alla facciata (si può vedere all'estremità sud una semicolonna d'anta in laterizio). Nell'ultima fase di uso questo porticato venne eliminato e al suo posto fu costruito un canale di scarico. Qui fu ricavata anche una piccola latrina in un angusto spazio di risulta alle spalle di una delle vasche del frigidarium (si conserva in parte l'anfora riutilizzata come bugliolo e il sistema fognario sottostante). Lo spazio aperto era evidentemente ridotto a cortile di servizio e probabilmente escluso dai percorsi dei frequentatori delle terme.
Un ampio passaggio, ottenuto abbattendo la parete preesistente, mette in comunicazione diretta il frigidarium con il vano attiguo (b). Questo, di forma rettangolare con una nicchia sulla parete di fondo, è coperto da una volta a botte. Per la sua posizione, in prossimità dell'ingresso alle terme, la sala poteva essere utilizzata come apodyterium. In seguito ai lavori di ristrutturazione per l'aggiunta del frigidarium, la nicchia sul fondo venne ristretta, in asse con la porta creata sul lato opposto. Crollati i muri costruiti in questa fase, sono tornati in luce, in corrispondenza della nicchia, i rivestimenti precedenti. Le pitture e il mosaico sono relativi a una fase di vita dell'edificio databile alla seconda metà del I secolo d.C.
Le pitture vennero eseguite in un momento di transizione tra il e il IV stile pompeiano, o al più tardi nella fase iniziale di quest'ultimo, dunque a partire dalla metà del I secolo d.C.. La parete di fondo ovest è suddivisa in zoccolo, zona mediana zona superiore e lunetta. Lo schema decorativo è di tipo centralizzato. Lo zoccolo presenta una tripartizione scandita da bande verticali di colore violetto. Nel riquadro centrale è rappresentata una pianta di iris, mentre i due laterali sono decorati da una bordura traforata nera. La zona mediana presenta un'edicola centrale, delimitata da una banda giallo ocra, al cui interno è un pannello rettangolare definito da una bordura traforata. Sui lati sono due padiglioni simmetrici, anch'essi in giallo ocra, decorati da un animale acroteriale su voluta e da una ghirlanda filiforme. La zona superiore presenta nella parte centrale una vignetta miniaturistica: all'interno si distingue la testa di un animale che forse era inserito in una veduta di paesaggio. Al di sopra della vignetta sono due animali acroteriali alati e due colonnine tra cui sono tese ghirlande filiformi. Ai lati della vignetta sono raffigurati pavoni.
La decorazione della lunetta è in gran parte lacunosa, tuttavia è possibile riconoscervi due padiglioni laterali neri e all'interno di quello a destra un cratere a calice. La decorazione pittorica è scandita da due cornici in stucco policromo a rilievo, lavorato a stampo. Una cornice rettilinea è posta a separazione della zona superiore dalla lunetta; l'altra, arcuata, corre lungo il margine superiore della lunetta. Entrambe presentano una fascia a decorazioni vegetali compresa fra modanature.
Le pareti laterali della nicchia presentano uno schema analogo, attualmente leggibile con maggior chiarezza sulla parete nord. Lo zoccolo si presenta suddiviso in plinto, predella e cespo centrale. La zona mediana è occupata da un pannello centrale definito da una bordura traforata. Nella zona superiore è un pannello, anch'esso definito da una bordura traforata, al cui interno è un motivo decorativo con due delfini attergati, volti verso il basso e descriventi due volute. Anche in queste pareti sono presenti cornici in stucco, identiche a quelle già descritte. La volta della nicchia conserva i rivestimenti solo nelle zone marginali. A sud si conserva una vignetta, il cui contenuto non è più leggibile e, al di sopra, un calice sovrastato da un elemento decorativo, forse un candelabro, dipinto in giallo oro.
Il pavimento a mosaico si conserva per una porzione ridotta l'unica risparmiata dal taglio fatto per ricavare al di sotto della sala un sistema di riscaldamento con vano ipocausto. Lo schema decorativo nella porzione conservata è costituito da una bordura in tessere bianche con ordito diritto e da due fasce parallele in tessere nere, poste a incorniciare il campo centrale bianco.

 

               

La sala successiva (c), procedendo verso sud, è dotata di una vasca per il bagno ad immersione. Quest'ultima, di forma semicircolare, conserva la copertura con volta a catino. Accanto ad essa, sulla parete della sala (angolo sud ovest), si trova una piccola nicchia dove era forse sistemata una vaschetta per le abluzioni personali. Era costume, infatti, lavare alcune parti del corpo prima di entrare nella vasca comune. Anche in questa sala venne aggiunto, nell'ultima fase di uso, il sistema di riscaldamento.
La sala attigua (d), forse un tepidarium, fungeva da anticamera per il laconicum (e), il cui volume è ricavato nel fianco della collina. La sala, a pianta circolare, conserva perfettamente integra la volta a cupola con l'oculus al centro. Il sistema di riscaldamento con vano ipocausto a suspensurae (visibile da un'ampia rottura al di sotto del pavimento) era alimentato da un condotto che captava i vapori caldi di una sorgente naturale situata nel terreno retrostante (l'uscita del condotto è in basso, sulla parete opposta alla porta d'ingresso).
L'ultimo ambiente termale a sud (f) è un calidarium, funzione che assunse solo in ultimo dopo numerose modifiche. Originariamente questa sala doveva avere un'ampia porta sul lato est, verso l'esterno, forse l'ingresso principale delle terme prima della costruzione del frigidarium. In questa sala si poteva sudare in un'atmosfera calda, resa umida dai vapori, oppure prendere il bagno caldo in una delle tre vasche, disposte su tre lati contigui ovest, sud e est (oggi meglio leggibili sono solo quelle sui lati ovest e est). Come per il laconicum, il riscaldamento era ottenuto sfruttando i vapori naturali (il condotto di capatine è sotto la vasca ovest).
Alle spalle del calidari, in direzione sud, è l'ambiente di servizio delle terme (g) (visibile dall'interno della sala per il crollo della parete divisoria). Sotto l'ambiente corre un canale di capatine per i vapori molto più grande degli altri, costruito per alimentare non solo questo edificio termale ma anche l'altro posto più a valle nel livello intermedio del complesso (vedi oltre). Nell'ambiente doveva essere sistemato un contenitore d'acqua, sostenuto da piloni in laterizio, raccordati da archi, disposti lungo i lati del canale. L'acqua si riscaldava per il passaggio del vapore e quindi veniva incanalata all'interno delle vasche del calidarium.
Il sistema di riscaldamento ben documentato in questo edificio termale è peculiare degli impianti baiani, dove non si utilizzava alcun sistema di produzione artificiale del calore, ma solo le sorgenti naturali calde presenti nella zona.
Immediatamente a est del precedente edificio, nella parte centrale del complesso di Venere, sorgono le Terme del livello intermedio. Dal cortile esterno delle Piccole Terme (a cui si può accedere dalla porta situata accanto alla vasca del frigidarium), seguendo un percorso in antico non frequentemente utilizzato, girando a sinistra, si arriva all'ingresso delle Terme. L'ingresso originale era, invece, collocato sul ballatoio superiore della scala (B).

 


Il Settore della SOSANDRA

Il punto di vista migliore per cogliere l'insieme architettonico del complesso è proprio in quest'area la cosiddetta piscina, dalla quale si può apprezzare la disposizione delle terrazze digradanti a valle e l'alternanza di elementi rettilinei e curvilinei, porticati e corridoi anulari.

      

Il settore prende nome da una statua di Afrodite Sosandra (copia romana di un originale greco del v secolo a.C. attribuito a Calamide) rinvenuta in uno degli ambienti del peristilio superiore.
La complessità strutturale di questo edificio non consente di individuarne l'esatta destinazione funzionale. Interpretato come villa per l'esistenza di numerose sale a carattere forse residenziale, l'insieme è stato identificato anche come complesso termale. In realtà le uniche strutture con funzioni termali sono un piccolo balneum (b) e una terma sotterranea, costituita da tre ambienti, forse alimentata con vapori captati da sorgenti naturali (accessibile dal vano di disimpegno (a)). Sulla base di un passo di Dione Cassio, si è proposto, inoltre, di identificare il complesso con l'ebeterion (luogo di ritrovo per i giovani), che Nerone fece costruire a Baia per il riposo e lo svago dei marinai della Classis misenensis. Altri hanno voluto invece, sottolineare una trasformazione dell'edificio inteso in origine come villa, in una sorta di hospitalia per i clienti delle terme contigue. In accordo con questa interpretazione tale mutamento funzionale andrebbe collocata nel II secolo d.C. in concomitanza con il decadimento delle ville lungo la costa.
La costruzione, che si estende su un'area rettangolare inquadrata tra due scale esterne, lungo i lati nord (A) e sud (B), si suddivide in quattro livelli principali sovrapposti, che costituiscono, ciascuno, le sostruzioni del corpo superiore.
Il livello più alto, posto in corrispondenza del crinale della collina, comprende alcuni edifici convenzionalmente definiti di servizio. Subito al di sotto e in relazione con questi vi è la terrazza del peristilio superiore, che lungo il lato rivolto verso mare si apre sulla terrazza sottostante, caratterizzata dalla forma curvilinea dell'emiciclo. A livello inferiore una serie di ambienti si dispongono lungo il peristilio, al cui centro è la cosiddetta piscina.
Una prima occupazione dell'area prevedeva, probabilmente, la realizzazione di semplici terrazzamenti. A questa dovettero seguire le prime edificazioni in opera reticolata a tessere di grandi dimensioni con ordito piuttosto irregolare, inglobate poi dalle successive nella stessa tecnica, di fattura più accurata. Questa fase risulterebbe coeva al complesso della villa delI'Ambulatio e dunque relativa al II/I secolo a.C. All'inizio del I sec. d.C. si può forse attribuire una fase di edificazione più rilevante, in Cui il complesso si va delineando secondo lo schema tipico delle ville erette su pendio, con terrazze porticate. In seguito, e molto probabilmente nel II secolo d.C., dovette verificarsi una radicale trasformazione dell'insieme, volta a ricavare nuovi e ulteriori spazi sacrificando e limitando le strutture originarie.  

Per potere seguire in modo ordinato lo sviluppo e l'articolazione degli spazi del monumento è preferibile procedere, nella visita, dall'alto verso il basso.
Risalendo, quindi, la scala (A), all'altezza del penultimo ballatoio, si può entrare nella terrazza del peristilio superiore.
Il livello più alto è raggiungibile da un vano di raccordo (a), posto lungo il margine nord della terrazza, subito a destra dell'ingresso al peristilio. Questo livello presenta un orientamento diverso rispetto agli altri edifici sottostanti, inclinato secondo un asse principale in direzione nord ovest-sud est. Tale allineamento potrebbe essere stato determinato dall'andamento geomorfologico del terreno, o potrebbe testimoniare della volontà di rispettare un orientamento preesistente. In quest'area si trova una struttura forse interpretabile come uno xystos, alla quale è annesso un piccolo settore termale. Nella parte restante sono alcune cisterne che probabilmente rifornivano gli impianti idrici degli edifici sottostanti. L'ambiente di raccordo (a), in origine connesso con i percorsi interni al solo settore della Sosandra, venne in seguito posto in comunicazione con la scala e quindi anche con l'attigua villa dell'Ambulatio, accentuandone così la funzione di smistamento dei percorsi. Da questo ambiente, infatti, si poteva, tramite scale, salire al livello superiore, accedere all'ampio peristilio, o scendere ai livelli inferiori. Lungo il lato ovest della sala si apre una sorta di piccolo balneum (b), caratterizzato da una pianta a <<L>>, con sistema di riscaldamento costituito dall'ipocausto e dalla concameratio alle pareti a tegulae mammatae e tubuli.
L'ambiente merita particolare attenzione per le decorazioni in stucco che si conservano sul soffitto e nella lunetta della parete est. Gli stucchi sono caratterizzati da un rilievo piuttosto basso e da un ampio uso di incisioni per la definizione di numerosi dettagli.
Lo schema decorativo del soffitto è costituito da una serie di medaglioni profilati da perlature, contenenti figure isolate. Questi sono disposti lungo l'asse nord-sud, collegati tra loro e ai margini del soffitto, da brevi fasce anch'esse perlate. All'interno dei medaglioni sono cigni in volo con un nastro nel becco e amorini con un bastoncino in una mano ed un piatto nell'altra. Queste figure erano realizzate a stampo. Lo spazio restante è decorato da foglie d'acanto e candelabri.
Nella parte più settentrionale del soffitto la maggiore disponibilità di spazio ha permesso l'inserimento di una fascia con raffigurazioni di delfini, in prossimità del muro ovest, e di un gruppo di pannelli triangolari e rettangolari sul lato opposto. Qui assume particolare rilievo il grande campo centrale all'interno del quale è rappresentata la snella figura di una Nereide. Essa, seduta su una pantera marina, regge un piatto ricolmo di frutti nella mano sinistra. I pannelli circostanti presentano figure di carattere secondario: pantere, delfini e, nell'angolo sud-est, un pappagallo. Al margine est è una cornice ad ovoli. La lunetta presenta la decorazione in stucco solo nella metà sud. Vi è rappresentato un padiglione, sorretto a sinistra da una colonna con scanalature spiraliformi con capitello a foglie, a destra da una colonna con motivi vegetali e da un pilastro liscio. All'interno del padiglione è un amorino fluttuante esatta riproduzione delle figure di amorini del soffitto. Tra la colonna ed il pilastro è un basso muro in opera isodoma su cui poggia un piccolo candelabro. Sull'architrave del padiglione è un ornamento a volute e, sulla sinistra, un cratere. Infine, a sinistra del padiglione è raffigurato un vaso contenente un fiore.
Dal punto di vista stilistico, la decorazione di questo ambiente mostra notevoli affinità con la tomba dei Valeri sulla via Latina a Roma. Simili sono lo schema con medaglioni e le fasce di connessione perlati, la raffigurazione degli amorini, dei cigni e della nereide, nonché l'uso di volute e candelabri. La tomba dei Valeri è attribuibile ad epoca antonina media, per la presenza di bolli laterizi datati al 159 d.C. Una simile datazione può essere proposta anche per questi stucchi baiani.
L'ampia terrazza con il giardino, che doveva essere circondato su tre lati da portici, è l'elemento caratterizzante di questo livello. Qui, probabilmente, era il vero e proprio quartiere di soggiorno, con una serie di stanze a carattere residenziale, decorate con marmi, mosaici e statue.
L'articolazione stessa di questi vani, tutti collegati tra loro mediante una percorrenza interna, e il tipo di decorazione parietale e pavimentale, creato per sottolineare le varie ripartizioni interne dello spazio, suggeriscono, più che una destinazione termale, una funzione abitativa, svolta da sale tricliniari e stanze di soggiorno, tutte rivolte verso l'antistante peristilio.
Il carattere di lussuosa residenza si accentua per la presenza, in alcune di queste sale, di elementi strutturali particolari, come le tre grandi nicchie nella parete di fondo dell'ambiente (c) posto in posizione decentrata, o la conformazione dell'ambiente attiguo (d), forse una stanza da letto, cubiculum.
Di notevole interesse artistico, nonostante il cattivo stato di conservazione, è il mosaico pavimentale visibile in un ambiente (e) posto a sud dei precedenti. Il mosaico è realizzato con tessere policrome. Lo schema compositivo è costituito da tre file di tre pannelli rettangolari. Questi sono bordati da un motivo a treccia (nel pannello centrale, in basso, sono, invece, le onde correnti) e, più all'esterno, da una fascia risultante dall'accostamento di figure geometriche, rombi e trapezi. All'interno dei pannelli marginali sono rappresentazioni di maschere teatrali (ne sono visibili quattro). All'interno del pannello centrale è una scena probabilmente di ambientazione teatrale con due personaggi maschili. Lo spazio compreso tra i pannelli è occupato da ottagoni alternati a grosse croci. Gli ottagoni riportano al loro interno motivi figurati (si riconoscono due uccelli ed un volto umano) e sono bordati da fasce ornate a denti di lupo ed a dentelli. Le croci presentano tutte lo stesso tipo di decorazione, con quattro steli culminanti in un unico fiore centrale.
L'intera composizione è racchiusa da una fascia marginale con meandri alternati a quadrati, a tessere bianche e nere.
Il mosaico rivela uno schema compositivo e decorativo di carattere decisamente elaborato e trova un confronto preciso in un pavimento della Basilica di Aquileia (Sala s). La datazione è da porre non prima del II sec. d.C.
Gli ultimi tre ambienti, procedendo verso sud, presentano un carattere a se stante. I vani intermedi (f-g), riadattati e adibiti a cisterne, vennero rifoderati con nuovi muri e collegati mediante pozzi a cisterne sottostanti; l'ambiente posto all'estremità sud (h) sembrerebbe avere ospitato una fontana con giochi d'acqua (sono visibili i condotti per l'adduzione dell'acqua nel muro ovest e una canaletta nella nicchia sul muro nord).
Al di sotto degli ambienti disposti lungo il lato ovest del peristilio esiste una serie di cisterne, relative probabilmente ad una fase più antica. La loro riserva d'acqua, fruibile dai livelli sottostanti, in epoca successiva risultò forse inadeguata; per questo furono probabilmente adibiti al medesimo uso anche alcuni degli ambienti soprastanti (f-g).
Notevole doveva essere l'effetto scenografico della terrazza nel suo insieme. Mentre il corridoio porticato delimitava i lati nord, ovest e sud, il lato est si apriva forse verso il mare, con un avancorpo centrale. Il settore mediano del giardino era suddiviso in tre ambienti, usati probabilmente come triclini all'aperto. Oggi si conserva in buona parte quello meridionale (i), con una pavimentazione a mosaico.
Scendendo lungo la scala (B), che delimita a sud il settore della Sosandra e lo separa da quello attiguo di Venere, a circa metà percorso si può accedere al livello dell'emiciclo, passando attraverso la seconda porta posta sul lato sinistro.
L'emiciclo, rivolto verso il mare con il portico semianulare antistante, decorato da archetti e colonnine addossate costituiva l'elemento di maggiore risalto del complesso.
A livello più alto sono oggi visibili cinque ambienti coperti a volta, in antico completamente nascosti da un prospetto architettonico decorato da nicchie e colonne, in parte simile alla scena di un teatro, scenae frons.
Lo spazio della terrazza appariva raccolto, delimitato sui lati nord e sud da muri d'ambito. Nella zona centrale scoperta è una vasca circolare, collocata in posizione centrale lungo l'asse mediano del complesso.
Gli ambienti disposti lungo l'emiciclo vennero costruiti a seguito di una ristrutturazione interna del portico semianulare, per rispondere forse alla necessità di ricavare altri vani abitativi. Alle spalle di questi ambienti vi sono altre stanze, ricavate all'interno del pendio. Tra esse una, anticamente forse adibita a ninfeo, è collocata sull'asse mediano del complesso e ha sul lato di fondo uno speco da cui scorreva l'acqua che, incanalata sotto il pavimento, doveva alimentare la vasca centrale all'esterno.
L'asse centrale di tutto il complesso veniva, quindi, a essere sottolineato da un gioco d'acqua che dal livello soprastante scendeva nella sala- ninfeo e nella vasca circolare, per proseguire, forse, nuovamente incanalata all'interno, verso un'altra sala-ninfeo, posta al centro del lato ovest del peristilio inferiore. L'effetto finale non doveva essere molto dissimile da quello pensato per i giardini cinquecenteschi, del tipo ad esempio degli Horti Farnestani sul Palatino a Roma.
Due percorsi interni sono posti in corrispondenza delle estremità nord e sud della terrazza. Il percorso a sud riporta alla scala tra i complessi di Venere e Sosandra; quello a nord conduce direttamente al peristilio inferiore, attraverso una serie di rampe che si ricollega anche, a livello del peristilio superiore, con il vano di disbrigo (A).
Il peristilio inferiore, probabilmente costruito in origine con tutti e quattro i lati porticati, aveva colonne laterizie ricoperte in stucco, tra cui quelle binate in posizione angolare.
Come per il livello dell'emiciclo, anche in questo caso lo spazio interno del portico fu ristretto per creare, probabilmente, alcuni vani abitativi.
Gli affreschi presenti nel portico mostrano un esempio di decorazioni pittoriche in sovrapposizione.
Le pitture corrispondono a due diverse fasi cronologiche e stilistiche. Esse vennero realizzate in concomitanza con alcune modifiche del peristilio.
La fase più antica, databile alla metà del I secolo d.C., è rappresentata dai resti di pittura visibili nell'angolo sud-ovest del portico (di questi dipinti è leggibile solo la zona superiore; il resto delle pareti è infatti interamente coperto dagli affreschi realizzati in epoca più tarda). Sulla superficie superstite si notano i fori di picchettaggio praticati per migliorare l'adesione del nuovo rivestimento. Tali pitture possono essere attribuite al III stile pompeiano e in particolare a quella corrente cosiddetta egittizzante, affermatasi sulla scia del diffondersi dei culti di origine egizia in Campania.
Su entrambe le pareti sud e ovest si trovano rappresentate strutture architettoniche su fondo bianco, le cui colonne definiscono compartimenti di varie dimensioni. Al loro interno si riconoscono personaggi e simboli di origine egizia direttamente riconducibili al culto isiaco: sacerdoti e personaggi dai tratti zoomorfi (testa di cane o di falco), l'ibis, il bue Api e altri emblemi caratteristici della tradizione religiosa egizia.
Il secondo intervento di decorazione pittorica è databile al II secolo d.C. (attualmente è meglio leggibile nel suo schema decorativo sulle pareti sud e est). Vi si ripropone l'usuale tripartizione della parete in zoccolo, zona mediana e zona superiore. Lo zoccolo è suddiviso in riquadri monocromi rossi mediante pannelli rettangolari giallo ocra, svasati alle due estremità, a imitare schematicamente basi e capitelli di colonne. Nella zona mediana è l'elemento di maggiore interesse decorativo: una sequenza di padiglioni su fondo bianco, coronati da elementi architettonici stilizzati. Al loro interno si 2I7 trovano riquadri definiti da fasce rosse che ospitano figure maschili e femminili isolate, in vari atteggiamenti, dipinte nelle diverse tonalità del rosso. Tra esse spicca la bella raffigurazione di un satiro con tirso (parete sud, estremità ovest). La zona superiore è visibile solo in alcuni frammenti superstiti nei quali è possibile riconoscere parti di strutture architettoniche. Tre lati del portico, sud, ovest e nord, presentano questo schema decorativo, con la sola eccezione di una porzione (tratto ovest della parete s).
A confronto con le pitture databili alla metà del I secolo d.C. emerge il carattere grossolano e, in generale, tecnicamente e stilisticamente inferiore dei dipinti più tardi. Questi, sebbene ancorati a schemi tradizionali (in particolare alla tripartizione della parete) esulano senz'altro dalla sfera degli stili pompeiani, per trovare, invece, più pertinenti punti di contatto con le pitture di Ostia.
Il peristilio delimita un'area centrale scoperta, ancora non scavata. Si ignora, pertanto, quale fosse il piano di calpestio in antico, così come sconosciuta è la funzione di questo spazio. Si è ipotizzato, sempre in rapporto a una interpretazione termale dell'intero complesso, che qui potesse essere una vasta piscina all'aperto. L'area centrale doveva, comunque, collocarsi a un livello molto più basso di quello odierno; su di essa si aprivano alcune sale con le volte decorate da stucchi (le volte sono visibili appena sopra la linea del terreno).

 


 

Il Tempio di DIANA

L'imponente costruzione, nota come Tempio di Diana, fu attribuita alla dea in seguito al rinvenimento di bassorilievi marmorei raffiguranti cani, cervi, pesci e di un frammento di fregio su cui sembra fosse inciso il nome di Diana. Attualmente il monumento si presenta sezionato per metà della circonferenza e per tutta l'altezza. 

Nella parte inferiore, completamente interrata, dovevano trovarsi quattro nicchie; ancora visibili sono invece, a un livello superiore, quattro finestroni muniti di doppia ghiera di bipedali che si alternano a nicchie cieche (larghezza m. 1,80, profondità cm. 60) a arco ribassato con semplici ghiere di sesquipedali.

 Nel lato S, oggi distrutto, si priva l'ingresso principale di fronte al quale, nella parete N, è situata una grande nicchia cieca.
A pianta circolare all'interno (diam. m. 29,50) e ottagonale all'esterno, caratterizzata da una grandiosa cupola con profilo ogivale, la sala fu costruita in opera vittata mista fino alle reni degli archi delle finestre. Dopo ca. m. 1, dove si imposta la cupola, si notano un paramento in opera laterizia alto ca. m. 2, un tratto in tufelli (h. m. 1,25) chiuso da un filare di bipedali, e infine la calotta in opera cementizia con scaglie di tufo. Nella zona antistante il monumento si notano, parzialmente interrati, alcuni ambienti di difficile identificazione, probabilmente in rapporto con il Tempio di Diana.


 

Il Tempio di VENERE

Il cosiddetto Tempio di Venere, oggi isolato nell'area del porto, era in origine parte del vasto complesso che si estende lungo le pendici della collina.
Ancora incerta è la funzione precisa dell'edificio una grandiosa aula termale, che la tradizione antiquaria napoletana ha erroneamente attribuito al culto di Venere, la principale divinità della zona. Nel 1595 Mazzella riporta la notizia del ritrovamento in sito di una statua attribuita alla dea e la denominazione di tempio di Venere è attestata fin dagli inizi del sec XVII. Già Giuliano da Sangallo, tuttavia, aveva parlato della sala come di un bagno e questa interpretazione è suffragata dalla notizia, riportata da molti autori, secondo la quale una sorgente termominerale si trovava all'interno della sala o nelle sue immediate vicinanze.
Attualmente il monumento risulta interrato per ca. m. 3 a causa del bradisismo e presenta numerosi interventi di restauro moderno. L'interno, a pianta circolare (diam. m. 26,30), è arricchito da quattro nicchie semicircolari che mediano il passaggio al perimetro esterno, poligonale. Lungo il lato rivolto verso il mare è situato l'ingresso principale e, su quello opposto, un'altra grande apertura. Due accessi secondari, oggi murati, si trovavano tra le absidi che decoravano l'ingresso principale e gli adiacenti nicchioni interni.

Pianta del Tempio Ricostruzione prospettica


Esternamente l'edificio appare scandito da lesene in opera laterizia che segnano gli angoli di un ottagono; nello spessore interno, nascosto, esse presentano un incasso murario per il condotto dello scolo delle acque.
In ciascun lato si apre una grande finestra ad arco ribassato, munita, sul lato esterno, di un davanzale in pietra. Al di sotto delle finestre, internamente, si possono notare gli archi di scarico a ghiera semplice; all'esterno, probabilmente a quest'altezza, doveva correre un ballatoio poggiato su mensole in travertino, sistemazione analoga a quella del tempio di Apollo sul lago d'Averno.

Le pareti interne, tutte in opera laterizia, dovevano essere riccamente decorate e rivestite da lastre di marmo fino all'altezza dei finestroni come è dimostrato dai fori per le grappe metalliche e dai resti di uno strato di preparazione con frammenti marmorei.

All'esterno, la struttura muraria, oltre all'opera laterizia, presenta, nella parte superiore, tratti in opera mista.
Del tutto crollata è la volta, ma l'esame degli attacchi ha consentito di identificarla con il tipo a ombrello. Essa doveva essere composta da 16 spicchi alternativamente sferici e velodici e costruita in opera cementizia con strati alternati di scaglie di tufo e pietra lavica. Tale tipo di copertura trova confronti con quelle del ninfeo degli Horti Sallustiani a Roma e del Serapeum di Villa Adriana a Tivoli.
La copertura, insieme alla tecnica edilizia e al modello del tamburo finestrato, consentono di datare il monumento alla prima metà del II sec. d.C..
Sui lati O e S del Tempio di Venere sono situate altre costruzioni, di incerta destinazione, e oggi parzialmente interrate, tra le quali emergono gli ambienti I, C e A. L'ambiente A, a pianta circolare, segna il limite meridionale del complesso e si trova sul suo asse principale. Costruito in opera laterizia, esso è ricoperto da una cupola a ombrello e presenta, lungo gli assi principali, tre finestre arcuate con ghiere in bipedali all'esterno, delle quali quella meridionale è stata danneggiata dalla costruzione della strada che conduce al porto


 

Il settore di MERCURIO

Sorto per sfruttare le fonti idrotermali della zona, il complesso occupa una parte del settore nord orientale nella terrazza più bassa della villa, estendendosi ben oltre il limite visibile di questa (come muro perimetrale è stata indicata una struttura, caratterizzata da nicchie sul lato sud, posta in prossimità della ferrovia).                    

Si ignorano i confini precisi del complesso verso la collina e verso il mare, come anche mancano informazioni circa i livelli pavimentali antichi, in particolare per il cosiddetto Tempio di Mercurio, invaso dall'acqua per effetto del bradisismo. L'allineamento diverge da quello delle terrazze, stabilendo una direttrice principale nel senso della lunghezza, orientata quasi perfettamente a est-ovest.
All'interno si distinguono tre settori principali, edificati in momenti successivi, riconoscibili per l'uso di tecniche edilizie diverse. Il nucleo più antico, a nord, realizzato in opera reticolata, risale all'epoca tardorepubblicana o al più tardi all'inizio dell'età augustea. A questo si aggiunsero, lungo il lato esposto a meridione, altre quattro sale, costruite in opera laterizia, per le quali è stata proposta una datazione all'età severiána (prima metà del III sec. d.C.). Un terzo nucleo comprende alcuni ambienti inseriti all'interno della quarta e della quinta terrazza della villa. Non è certo se queste ultime strutture abbiano fatto parte, almeno nella loro prima fase, della villa stessa, cui appaiono strettamente collegate, oppure se siano state create come annesso del nucleo termale tardo-repubblicano-augusteo.
Al termine del corridoio ad archi si giunge, per mezzo di una scala moderna, nell'area antistante gli ambienti (il piano di calpestio attuale non corrisponde a quello antico).
Attraverso la più ampia delle sale nel settore meridionale (b), si accede al cosiddetto Tempio di Mercurio (a) .
Noto fin dal Medioevo e tappa d'obbligo per i viaggiatori del Settecento che ne hanno lasciato numerose testimonianze, questo edificio non ha mai cessato di suscitare l'ammirazione dei visitatori, sia per l'aspetto irreale dell'interno, dove l'acqua raggiunge l'imposta della volta, sia per l'imponenza architettonica della celebre copertura.
Non sappiamo esattamente quale fosse la funzione di questo ambiente, forse una sala per bagni freddi, frigidarium, o una piscina coperta, natatio.       

La pianta circolare interna (diametro m. 21,46, circa la metà del Pantheon a Roma) è iscritta in un quadrato che doveva rendere piuttosto lineare e rigida la forma dell'esterno, lasciando in vista solo il volume emergente della cupola. Il modello architettonico è simile, ampliato il rapporto proporzionale delle parti, a quello di piccole sale termali a pianta circolare usate in genere come saune (laconica).


La cupola (restaurata negli anni trenta) costituisce il più antico esempio di copertura sferica di ampie dimensioni: in opera cementizia, è realizzata con scaglie di tufo a forma di cuneo disposte radialmente in anelli concentrici. Al centro si apre il lumen che, insieme ai quattro finestroni rettangolari posti nelle reni della volta, illuminava l'ambiente. Le pareti erano articolate da una serie di nicchie, di cui quattro di forma semicircolare, non più visibili, attestate dalla planimetria del Paoli, e due, di dimensioni maggiori, che oggi affiorano dal livello dell'acqua. Coperte da archi a sesto ribassato, esse sono disposte sull'asse est-ovest. In corrispondenza di quella ad oriente doveva essere collocata la porta d'ingresso principale, collegata con ambienti attigui su questo lato (vedi oltre); dalla nicchia a occidente forse sgorgava una fonte naturale. L'interno doveva essere riccamente decorato. Sulle pareti sono visibili le tracce del rivestimento marmoreo fino all'imposta della volta e su questa alcuni frammenti della decorazione a mosaico (probabilmente successiva alla fase originaria).
Uscendo all'esterno si possono osservare, lungo il lato orientale, le scale ricavate sull'estradosso della cupola. In corrispondenza attigui all'aula di Mercurio. sorgono gli altri ambienti termali, di cui oggi è visibile una sola sala, interrata fin oltre I'imposta della volta e parzialmeme allagata, accessibile da un corridoio ricavato nella muratura.
Ai quattro ambienti che compongono il settore meridionale si può accedere dall'area esterna.
La prima sala (b), direttamente affiancata all'aula di Mercurio, è a pianta rettangolare; la volta a botte, con lucernario centrale, era anticamente rivestita da decorazione a mosaico. Il piano di calpestio attuale non corrisponde a quello originario, ma da disegni realizzati nel Settecento si ricostruisce l'articolazione delle pareti, costituita da nicchie allineate sui lati lunghi (si riconoscono ancora le coperture ad arco di alcune di esse appena sopra il livello del terreno, sul lato meridionale). Sul fondo della sala è una grande nicchia semicircolare, con copertura a catino: un'apertura, praticata in epoca moderna, consente di accedere a una serie di piccoli ambienti collegati forse con le terrazze della villa.
Si entra in un vano di forma quadrangolare, ricoperio in antico da volta a crociera (resta oggi solo una porzione della copertura nell'angolo sud orientale); i muri perimetrali sono in gran parle crollati, impedendo così di siabilire le connessioni con gli ambienti circoslanti. Le ultime rislrutturazioni di questa sala sono realizzate in opera vittata mista.
Sulla sinistra, a sud, è un gruppo di ambienli con funzione termale. Quello maggiormente conservato presenta parte della copertura con volta a crociera e del rivestimento parietale a mosaico. Sul pavimento anlistante è collocato un condotto quadrangolare, con l'imboccalura riveslita da mosaico a tessere bianche, dal quale ancora oggi sgorgano acque termali tiepide.
Sul lato ovest sono disposte, I'una accanto all'altra, due sale termali. Come l'aula di Mercurio, anche queste, in buona parte, sono sommerse dall'acqua. La sala di deslra è a pianla ottagonale con pareti decoraie da nicchie, disposte a lati alterni. La copertura è di un cerio rilievo una volla a ombrello di piccole dimensioni, piuttosto ben conservata. La sala di sinistra è a pianta rettangolare, con copertura a crociera a sesto ribassato. Sul fondo è una nicchia semicircolare e, di fronte ad essa, una vasca dove si scendeva per mezzo di una breve gradinata.
La seconda sala (c) procedendo verso sud, di dimensioni ridotte rispetto alla precedente, presenta sulle pareti alcuni frammenti di una raffinata decorazione in intonaco e stucco a rilievo, ricoperta successivamente da lastre marmoree (nell'angolo sud occidentale si conserva parte di un fregio a racemi e bucrani, sormontato da una cornice modanata).
La terza sala (d), oggi in parte crollata, è a pianta ottagonale, con copertura a cupola. Su ciascun lato si aprono nicchie rettangolari poco profonde, fatta eccezione per il lato di fondo ovest dove si inserisce una ampia nicchia coperta ad arco.
La quarta sala (e), a pianta quadrangolare, presenta nicchie lungo le pareti.
Gli ingressi erano probabilmente collocati sul lato est, verso l'area scoperta antistante. L'allineamento esterno non uniforme, secondo uno schema riconoscibile anche in altri edifici termali, consentiva una migliore esposizione alla luce solare delle sale riscaldate.

 

 

 

 

 

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