TREBULA MUTUESCA

 

Il centro abitato di Trebula Mutuesca sorgeva non molto lontano dall'attuale Monteleone Sabino non lontano dalla valle del Turano, che, con molta probabilità, ricadeva nel suo territorio. L'esistenza di abitati preromani è attestata dalla presenza di alcune cinte costruite in opera poligonale con blocchi di calcare rozzamente sagomati su alcune alture site nei pressi dell'insediamento romano. Non sono molte le citazioni di Trebula Mutuesca nelle fonti classiche che possono darci informazioni sulla vita e sulla società dell'antico centro sabino, ormai romanizzato. Sia Strabone sia Dionigi d'Alicarnasso sia Plinio il Vecchio si limitano ad una semplice menzione dell'abitato. Secondo una citazione non troppo chiara del Liber coloniarum il territorio di Trebula Mutuesca sarebbe stato suddiviso ed assegnato in età augustea come l'ager di Cures Sabini. Una interessante notizia sul tipo di colture praticate a Trebula è contenuta in un passo dell'Eneide (VII, 711), nel quale Virgilio ricorda i valorosi soldati dell'olivifera Mutusca (Ereti manus omnis oliviferaeque Mutuscae). Un paesaggio agrario dominato dagli oliveti, assunti dal poeta latino a simbolo dell'ager trebulanus. Un altro episodio di una certa rilevanza è riportato sia da Granio Liciniano che da Giulio Ossequente, i quali hanno attinto la notizia da Tito Livio, tramandandola sia pure in modo non perfettamente concordante. Nel 106 a.C. mentre si stava per dare l'avvio ai giochi ed il flautista aveva iniziato a suonare il suo strumento, apparvero alcuni serpenti neri che si allontanarono rapidamente al cessare della musica. Il giorno seguente i serpenti comparvero di nuovo, ma la folla dei cittadini presenti li uccise a colpi di pietre. Quando si aprì il tempio di Marte si trovò la sua statua di legno rovesciata a testa in basso. Probabilmente questo episodio deve essere messo in connessione con il culto della dea Angizia, attestato epigraficamente a Trebula e collegato in tutta l'area centroitalica alla magia dei serpenti, e che ancor oggi ha dei riflessi e degli echi in particolare nella Marsica. La divinità però maggiormente venerata a Trebula era senza molti dubbi la dea Feronia. Una divinità con un culto ampiamente diffuso, sempre nell'area centroitalica, da Rimini fino a Terracina, da ricordare subito al di là del Tevere il santuario principale della dea, Lucus Feroniae, e legato all'agricoltura ed alla fertilità. Numerose sono le dediche a Feronia ritrovate nell'area dell'antica Trebula. Particolarmente importante quella di Q. Pescennius, il quale aveva donato per l'abbellimento e la costruzione del tempio, tre colonne e la crepidine di pietra posta davanti a loro. E' probabile che il tempio dedicato a Feronia sorgesse nei pressi della chiesa di S. Vittoria, dove fu individuato e scavato a due riprese negli ultimi decenni un deposito votivo, dal quale furono recuperati numerosi reperti, tra i quali un cospicuo numero di teste in terracotta, parti anatomiche, statuette zoomorfe ed una notevole quantità di ceramica a vernice nera, materiali del tutto simili a quelli di area romana. Questi reperti sono tutti databili con buona approssimazione alla prima metà del III secolo a.C., non molto dopo quindi la definitiva conquista della Sabina, avvenuta, come si è già detto più volte, nel 290 a.C., ed è probabile che attestino il fiorire dell'abitato in seguito all'arrivo degli assegnatari romani. Lo sviluppo di Trebula Mutuesca fu però lento, dato che quando Lucio Mummio, console nel 146 a.C. e conquistatore di Corinto, inviò come donativi a molti centri italiani, ed anche spagnoli, numerose sculture, nei due donativi inviati a Trebula questo centro veniva definito come un vicus, un villaggio quindi che non aveva ancora raggiunto la dignità di città. La costituzione a municipio fu raggiunta da Trebula abbastanza tardi, probabilmente dopo la guerra sociale degli inizi del I secolo a.C. o forse anche in età augustea, come potrebbe far pensare il citato passo del liber coloniarum. Le strutture politico-istituzionali di Trebula ricalcarono modelli arcaici, tant'è vero che i massimi magistrati del municipio sabini furono gli octoviri, al posto dei più consueti quattuorviri. Le strutture urbane di Trebula Mutuesca si sviluppavano su tre colline distanti circa un km e mezzo dall'attuale Monteleone, il colle Foro, il colle Castellano ed il colle Diana, e sul pianoro racchiuso tra le tre alture, denominato il Pantano. In tutta l'area sono visibili i resti di imponenti strutture pertinenti al piccolo municipio. Alcuni saggi di scavo compiuti sullo scorcio degli anni '50 hanno riportato in luce parte dell'anfiteatro e delle terme. Una intensa attività edilizia dovette svilupparsi intorno al II secolo d.C., tanto da dare una connotazione monumentale all'insediamento. Questa attività edilizia è stata posta in connessione non tanto con un fiorire dell'economia dell'area, quanto piuttosto con il desiderio di una potente famiglia della zona, che possedeva ampi territori, i Brutti Praesentes, e della moglie di uno di loro, Laberia Crispina, patrona del municipio, di mostrare la compiuta ascesa sociale e la loro liberalità, contribuendo grandemente alle trasformazioni ed alla modificazioni delle strutture urbanistiche della città. Un consistente numero di informazioni sulla vita pubblica del piccolo municipio sabino può essere ricavata da un cospicuo corpus di iscrizioni riutilizzate nella costruzione della chiesa di s. Vittoria. Le rovine di Trebula furono anche teatro della disfatta di una banda di saraceni che vi si era insediata. Sabini e reatini, riorganizzatisi al comando del reatino Takeprandus, attaccarono gli arabi, probabilmente nei primissimi mesi del 915, dato che, nel racconto del monaco Benedetto di s. Andrea in Flumine, che, sia pur succintamente, ha narrato lo scontro armato, l'accadimento appare precedere di poco la battaglia decisiva sul Garigliano, dove i saraceni stanziati nelle aree più interne si erano rifugiati, subito dopo la sconfitta di Trebula.

 

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