VOLTURNUM


I primi abitanti della piana del Volturno il più importante dei corsi d’acqua dell’Italia Meridionale, furono gli Opici, i quali nel IX sec. a.C. si insediarono alla foce del fiume Volturno, per cacciare, pescare, allevare animali e coltivare i campi circostanti (Eneide VII, 728-9). Il primitivo insediamento umano, da essi creato, dovette andare sempre più affermandosi e acquistando un vero e proprio ruolo, come centro di raccolta e commercio dei prodotti provenienti dal più ricco entroterra capuano, allorquando iniziarono i rapporti commerciali con i naviganti fenici, greci ed etruschi.
Questi ultimi, che avevano risalito il fiume Volturno, unica via di transito per raggiungere dalla costa l’entroterra e si erano stabiliti intorno al 650 a.C. a Capua, risistemarono Vulturnum, l’insediamento fluviale marittimo degli indigeni, creando un vero e proprio centro di scalo, un porto franco, per l’accumulo e vendita delle merci di tutto il territorio circostante, collegandolo alla dodecapoli, il sistema federale sacrale, mediante il quale essi riunirono sotto il comando di Capua le dodici più importanti città dell’Etruria campana (Acerra, Calatia, Ercolano, Marcina, Nocera, Nola, Picentia, Pompei, Saticula, Suessula, Vulturnum) dopo aver trasformato i vecchi borghi, dove si insediarono, architettonicamente, civilmente, religiosamente e politicamente.
Gli Etruschi furono costretti ad abbandonare le loro colonie in Campania, sostituiti da montanari di lingua osca, affini ai Sanniti, che nel 430 a.C. conquistarono Capua. Dalla fusione di questi popoli di origine sannita con gli Opici e parte dell’elemento etrusco e greco acclimatatosi nacque la nazionalità Osca.
Gli Osci insediatosi nella piana campana, seguendo l’esempio degli Etruschi, si dettero anch’essi una organizzazione federale, di quella con a capo Capua faceva parte anche Vulturnum, che continuò ancora per secoli a svolgere il suo ruolo di emporium. Nel 290 a.C. con la conclusione della terza guerra sannitica, il territori campano con tutte le sue ricche città, tra cui Vulturnum, passò nelle mani dei Romani.

La città di Volturnum acquistò grande importanza strategica durante la seconda guerra punica, quando restò fedele alleata dei Romani, i quali a detta dello storico Tito Livio la rinforzarono di nuove e più forti mura per essere da riparo alla flotta romana, che, giungendovi dalla Sardegna e dall’Etrilia e risalendo la corrente del fiume fino a Casilino, trasportava le vettovaglie per l’esercito romano (Ab urbe condita libri XXV, 20), che assediava Capua, che dopo la battaglia di Canne (216 a. C.) si era alleata con Annibale. Conclusasi la guerra per pacificare la regione fu decretato dal tribuno delle plebe Caio Atinio di fondare cinque colonie sulla costa campana, così nel 194 a.C. Volturnum divenne, durante il secondo consolato di P. Cornelio Scipione e di T. Sempronio Longo, colonia romana ed accolse 300 famiglie dell’Urbe sul suo territorio (Ab urbe condita libri XXXII, 29. 3-4).
Volturnum, dopo l’assassinio di Giulio Cesare (44.a.C.), fu coinvolta nelle lotte civili, che si accesero tra Ottaviano Augusto e Sesto Pompeo, ecco perché la città subì, da parte del liberto Menecrate sostenitore di questo ultimo, una incursione dal mare (Stradone, Geografia V, 4.4), che causò non pochi danni all’abitato e al porto, perciò Augusto, diventato imperatore (27 a.C.) vi inviò una nuova colonia di cittadini romani, che favorita dalla pax imperiale, prosperò notevolmente. Il piccolo borgo fortificato si trasformò in una vera e propria urbs, retta da due duunviri e preposta non solo alla difesa militare della foce del fiume sulle cui rive era ubicata, ma anche allo sviluppo del territorio circostante e al pacifico svolgimento delle attività commerciali della zona. Il massimo sviluppo la città lo raggiunse nel 95 d.C., quando l’imperatore Domiziano fece costruire, su un preesistente tratturo di campagna, una strada lastricata, che poi in suo onore prenderà il nome di via Domiziana e un maestoso ponte sul fiume Volturno, in prossimità dell’abitato di Volturnum, che dovette prosperare in modo notevole, poiché era diventato un luogo obbligato di passaggio, per chi da Roma doveva recarsi a Napoli in breve tempo. L’opera viaria e il ponte furono tali, che il poeta Stazio gli dedicò un lungo carme per celebrarne la memoria (Silvae IV), mentre altri poeti latini, tra i quali Marrone (De lingua latina V, 4.29), Ovidio, (Metamorfosi XV, 714), Lucano (Farsaglia II, 422), Silio Italico (Puniche VIII, 527-8) ricordano nelle loro opere le acque tumultuose e inquiete del fiume Volturno, mentre altri ancora l’antica città, tra questi Plinio (Historia Mundi III, 9), Pomponio Mela (De Chorographia II, 4.70), Tolomeo Claudio (Geographia III, 1.6).
La diffusione del cristianesimo a Volturnum dovette essere ostacolata dai fedeli del dio Volturno (Varrone, De lingua latina VI, 3.21) che era l’antica divinità pagana adorata dagli indigeni e poi dai Romani. Volturno era il dio di tutto ciò che scorreva con corso sinuoso, ebbe un proprio sacerdote il flamen Volturnalis e una propria festa le sacre Volturnalia, che si celebravano il 27 agosto. Il mito lo faceva ardente amante della ninfa Calata e padre della ninfa Giuturna. Il poeta Stazio, che aveva ammirato la statua del dio collocata sul parapetto del ponte voluto dall’imperatore Domiziano, lo descrive adagiato come un commensale sul letto conviviale, con il capo e le chiome intrecciate da molli canne palustri, mentre con voce roca e gorgogliante si lamentava di dover sopportare il gioco delle grandi arcate, che sorreggevano la sovrastante via Domiziana, mentre prima era avvezzo a tollerare appena il peso di una traballante zattera e le sue acque torbide e minacciose era assuefatte a trascinare via campi e boschi nel suo letto.
Il Cristianesimo dovette affermarsi nella città di Volturnum con l’arrivo nel IV sec. d.C. del vescovo Castrense. Secondo la leggenda, durante il regno degli imperatori Valentiniano I (364-375) e Valente (364-378) sarebbe giunto, proveniente dall’Africa via mare insieme ad alti cristiani, san Castese, il quale perseguitato in patria per non essersi voluto arruolare nell’esercito, era stato condannato ad imbarcarsi su un nave marcia, che portata al largo sarebbe dovuto affondare, ma per volere divino essa veleggiò sicura e approdò alla foce del Volturno e qui egli avrebbe svolto il suo magistero di vescovo e creata una stabile comunità cristiana, la quale alla sua morte avrebbe edificato una basilica in suo onore.


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