BIOPOTERE E BIOPOLITICA NELLA COSTITUZIONE IMPERIALE

A più titoli, i lavori di Michel Foucault hanno preparato il terreno per un esame dei meccanismi del potere imperiale. In primo luogo, questi lavori ci consentono di riconoscere un passaggio storico e decisivo, nelle forme sociali, dalla società disciplinare alla società di controllo. La società disciplinare è la società nella quale il controllo sociale viene costruito attraverso una rete sociale ramificata di dispositivi che producono e controllano costumi, abitudini e pratiche produttive. Mettere questa società al lavoro ed assicurarne l'obbedienza al suo potere e ai suoi meccanismi d'integrazione e/o di esclusione si ottiene tramite istituzioni disciplinari - la prigione, la fabbrica, il manicomio, l'ospedale, l'università, la scuola, etc - che strutturano il terreno sociale e offrono una logica propria alla "ragione" della disciplina.

Il potere disciplinare governa in effetti, strutturando i parametri e i limiti di pensiero e di pratica, sanzionando e/o prescrivendo i comportamenti devianti e/o normali; Foucault si riferisce abitualmente all'Ancien Regime e al periodo classico della civilizzazione francese per illustrare l'apparizione della disciplinarietà, ma potremmo dire, più in generale, che la prima fase di accumulazione capitalista nella sua interezza(in Europa come altrove) si è fatta secondo questo modello di potere.

Dobbiamo comprendere al contrario la società di controllo come la società che si sviluppa alla fine ultima della modernità e apre sul post-moderno, e nella quale i meccanismi di controllo si fanno vieppiù "democratici", sempre più immanenti al campo sociale, diffusi nel cervello e nel corpo dei cittadini. I comportamenti d'integrazione e di esclusione sociale propri del potere sono anche sempre più interiorizzati dai soggetti stessi.

Il potere si esercita a questo punto tramite macchine che organizzano direttamente i cervelli (grazie a sistemi di vantaggi sociali, di attività inquadrate, etc) verso uno stato di alienazione autonoma, partendo dal senso della vita e dal desiderio di creatività. La società di controllo potrebbe anche essere caratterizzata da una intensificazione ed una generalizzazione di apparecchi(sistemi) della disciplinarietà che animano dall'interno le nostre pratiche comuni e quotidiane; ma al contrario della disciplina, questo controllo si estende ben al di là dei luoghi strutturati delle istituzioni, tramite reti flessibili, modulabili e fluttuanti.

In secondo luogo, il lavoro di Foucault ci permette di riconoscere la natura biopolitica di questo nuovo paradigma del potere. Il biopotere è una forma di potere che regge e regolamenta la vita sociale dall'interno, seguendola, interpretandola, assimilandola e riformulandola. Il potere non può ottenere un controllo effettivo sulla vita intera della popolazione che diventando una funzione integrante e vitale che ogni individuo possa abbracciare e riattivare in modo assolutamente volontario.

Come dice Foucault" La vita è ora diventata ( ...) un oggetto di potere". La funzione più alta di questo potere è di investire la vita in ogni sua parte e il suo primo compito è quella di amministrarla. Il biopotere si riferisce anche a una situazione nella quale ciò che è direttamente in gioco nel potere è la produzione e la riproduzione della vita stessa.

Questi due elementi del lavoro di Foucault si raccordano l'uno all'altro nel senso che solo la società di controllo è in grado di adottare il contesto biopolitico come suo terreno esclusivo di referenza. Nel passaggio dalla società disciplinare a quella di controllo, un nuovo paradigma di potere si realizza, che viene definito dalle tecnologie che riconoscono la società come ambito del biopotere.

Nella società disciplinare, gli effetti delle tecnologie biopolitiche erano ancora parziali nel senso che la messa a norma si faceva secondo una logica relativamente rigida, geometrica e quantitativa. La disciplinarietà fissava gli individui nel quadro delle istituzioni, ma non riusciva ad consumarli/renderli inconsistenti al ritmo delle pratiche e della socializzazione produttrice; non arrivava al punto di penetrare interamente le coscienze e i corpi degli individui, al punto di sottometterli e organizzarli nella totalità delle loro attività.

Nella società disciplinare, dunque, la relazione tra il potere e l'individuo restava una relazione statica: l'invasione disciplinare del potere controbilanciava la resistenza dell'individuo. Al contrario, quando il potere diventa interamente biopolitico, l'insieme del corpo sociale viene abbracciato dalla macchina del potere e sviluppato nella sua virtualità. Questa relazione è aperta, qualitativa e affettiva. La società, sussunta ad un potere che scende fino ai centri vitali della struttura sociale e dei suoi processi di sviluppo, reagisce come un corpo unico. Il potere si esprime anche come un controllo che invade le profondità delle coscienze e dei corpi della popolazione- e che si estende, allo stesso tempo, attraverso la totalità delle relazioni sociali.

In questo passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo, possiamo dunque affermare che la relazione- sempre più intensa- di implicazione reciproca di tutte le forze sociali, che il capitalismo ha cercato attraverso il suo sviluppo, è ora completamente realizzato. Marx riconosceva qualcosa di simile in ciò che chiamava il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro sotto il capitale e, più tardi, i filosofi della scuola di Francoforte hanno analizzato il passaggio (molto prossimo) della sussunzione della cultura ( e delle relazioni sociali) sotto la figura totalitaria dello Stato, o realmente nella dialettica perversa dei Lumi. Comunque, il passaggio al quale noi ci riferiamo è fondamentalmente differente: in luogo di focalizzarsi sul carattere unidimensionale del processo descritto da Marx, poi riformulato ed esteso dalla Scuola di Francoforte, il passaggio evocato da Foucault tratta fondamentalmente del paradosso della pluralità e della molteplicità- prospettiva che Deleuze e Guattari sviluppano ancor più chiaramente. L'analisi della sussunzione reale, quando questa sia compresa come un investimento non solamente della dimensione economica o culturale della società, ma anche- e piuttosto- del bios sociale stesso, e quando essa sia attenta alle modalità della disciplinarietà e/o del controllo, turba l'immagine lineare e totalitaria dello sviluppo capitalista. La società civile è assorbita nello Stato, ma la conseguenza di questo è un'esplosione degli elementi che erano prima correlati e mediati nella società civile. Le

resistenze non sono più marginali ma attive nel cuore di una società che si espande in rete; i punti individuali sono singolarizzati in " mille piani". Quello che Foucault costruiva implicitamente- e che Deleuze e Guattari hanno reso esplicito- è, di conseguenza, il paradosso di un potere che, mentre unifica e ingloba in se stesso tutti gli elementi della vita sociale ( e perdendo allo stesso tempo la sua capacità di mediare effettivamente le differenti forze sociali), rivela in questo stesso momento un nuovo contesto, un nuovo "milieu" (ambito) di pluralità e singolarizzazione non controllabile- un ambito dell'evento.

Queste teorie della società di controllo e del biopotere descrivono entrambe gli aspetti fondamentali del concetto d'Impero. Questo concetto è il quadro nel quale la nuova universalità dei soggetti deve essere compresa ed è la finalità verso cui tende il nuovo paradigma del potere. Un vero abisso si apre qui tra gli antichi quadri teorici della legge internazionale (nella sua forma contrattuale o nella forma delle Nazioni Unite) e la nuova realtà della legge imperiale. Tutti gli elementi intermedi del processo sono scomparsi de facto, sebbene la legimittità dell'ordine internazionale non può più costruirsi tramite mediazioni, ma deve piuttosto essere compreso subito e immediatamente in tutta la sua diversità. Abbiamo già riconosciuto questo fatto da un punto di vista giuridico. Abbiamo visto, in effetti, che quando la nuova nozione di diritto emerge nel contesto della mondializzazione e si presenta come capace di trattare la totalità della sfera planetaria come un insieme sistematico unico, bisogna supporre un presupposto immediato (l'azione in uno stato di emergenza) e una tecnologia appropriata, flessibile e formativa (le tecniche di polizia).

Anche se lo stato di emergenza e le tecniche di polizia costituiscono il nocciolo duro e l'elemento centrale del nuovo diritto imperiale, questo nuovo regime non ha comunque niente a che vedere con gli artifici giuridici della dittatura o del totalitarismo che sono stati descritti in altri tempi ed a squilli sonanti di tromba da molti (e financo troppi, in effetti) autori. Al contrario, il potere della legge continua a giocare un ruolo centrale nel contesto dell'evoluzione contemporanea: il diritto resta in vigore e- precisamente grazie allo stratagemma dello stato di emergenza e delle tecniche di polizia- diventa procedura. E' una trasformazione radicale che rivela la relazione non mediata tra il potere e le soggettività, e dimostra allo stesso tempo in una volta l'impossibilità di mediazioni "anteriori" e la diversità temporale non controllabile dell'evento. Dominare gli spazi illimitati del globo, penetrare le profondità del mondo biopolitico e affrontare una temporalità imprevedibile: tali sono le determinazioni sulle quali il nuovo diritto sovranazionale dev'esser definito. E' là che il concetto d'Impero deve lottare per stabilirsi, là dove deve dar prova della sua efficacia - partendo dove la macchina deve essere avviata.

Da questo punto di vista, il contesto biopolitico del nuovo paradigma è perfettamente centrale per la nostra analisi. E' quello che offre al potere una scelta, non soltanto tra obbedienza e disobbedienza o tra partecipazione politica formale o rifiuto, ma anche per tutte le alternative di vita e di morte, di ricchezza e povertà, di produzione e riproduzione sociale, etc; Ferme restando le grandi difficoltà che la nuova nozione di diritto incontra per rappresentare questa dimensione del potere dell'Impero, e tenuto conto della sua incapacità di toccare il biopotere concretamente in tutti i suoi aspetti materiali, il diritto imperiale non può rappresentare ( nel migliore dei casi) che parzialmente lo schema sottostante della nuova costituzione di un ordine mondiale, e non saprebbe realmente concepire il motore che lo mette in movimento. La nostra analisi deve dunque concentrarsi piuttosto sulla dimensione produttrice del biopotere.

La produzione della vita

La questione della produzione, in relazione con il biopotere e la società di controllo, rivela comunque una reale debolezza del lavoro degli autori dai quali abbiamo preso a prestito queste nozioni. Dobbiamo chiarire anche le dimensioni "vitali" o biopolitiche dell'opera di Foucault, in relazione con la dinamica di produzione. In numerosi lavori della metà degli anni Settanta, il filosofo ha affermato che non si potrebbe comprendere il passaggio dallo Stato "sovrano" dell'Ancien Régime allo Stato " disciplinare" senza mettere in conto il modo in cui il contesto biopolitico è stato progressivamente asservito all'accumulazione capitalista: "Il controllo della società sugli individui non si effettua solamente attraverso la coscienza o l'ideologia, ma anche nel corpo e con il corpo. Per la società capitalista, è la biopolitica che conta di più, il biologico, il somatico, il corporale."

Il primo degli obiettivi centrali della sua strategia di ricerca, in quel periodo, era di andare al di là delle versioni del materialismo storico - ivi comprese numerose varianti della teoria marxista - che consideravano il problema del potere e della riproduzione sociale su un piano sovrastrutturale, distinto dal piano reale e fondamentale della produzione. Foucault tentava anche di ricondurre il problema della riproduzione sociale e tutti gli elementi della "sovrastruttura" entro i limiti della struttura materiale fondamentale, e di definire questo terreno non solo in termini economici, ma anche in termini culturali, corporali e soggettivi. Possiamo anche comprendere come la concezione che Foucault aveva dell'insieme sociale si realizza e si perfeziona quando, in una fase successiva del suo lavoro, ha scoperto le linee emergenti della società di controllo come immagine del potere attivo attraverso la biopolitica globale della società. Non sembra tuttavia che Foucault - sebbene abbia efficacemente percepito l'orizzonte biopolitico della società e l'abbia definito come un campo di immanenza - sia mai riuscito a liberare il suo pensiero da questa epistemologia strutturalista che guidava la sua ricerca dal principio. Per "epistemologia strutturalista", intendiamo qui la reinvenzione di un'analisi funzionalista nell'ambito delle scienze umane, metodo che sacrifica effettivamente la dinamica del sistema, la temporalità creatrice del suo movimento e la sostanza ontologica della riproduzione culturale e sociale. In effetti, se, giunto a questo punto, avessimo domandato a Foucault, chi (o cosa) diriga il sistema, o piuttosto cos'è il "bios", la sua risposta sarebbe stata non udibile o inesistente.

In fin dei conti, ciò che Foucalt non è riuscito a comprendere, è proprio la dinamica reale della produzione nella società biopolitica.

Al contrario, Deleuze e Guattari ci offrono una comprensione propriamente poststrutturalista del biopotere, che rinnova il pensiero materialista e si ancora saldamente alla questione della produzione dell'essere sociale. Il loro lavoro demistifica lo strutturalismo e tutte le concezioni filosofiche, sociologiche e politiche che fanno della fissità del quadro epistemologico un punto di riferimento inevitabile. Concentrano la loro attenzione sulla sostanza ontologica della produzione sociale. Le macchine producono: il funzionamento costante delle macchine sociali, nei loro diversi apparati e nelle loro diverse combinazioni, produce il mondo con i soggetti e gli oggetti che lo costituiscono. Deleuze e Guattari, nondimeno, non sembrano essere

capaci di concepire positivamente che le tendenze al movimento continuo e i flussi assoluti; così anche nel loro pensiero, gli elementi creatori e l'ontologia radicale della produzione del sociale restano senza sostanza e potere. Scoprono la produttività della riproduzione sociale - produzione innovatrice, produzione di valori, relazioni sociali, affetti, futuri, etc. - ma riescono solo ad articolarla in modo superficiale ed effimero, come un orizzonte caotico indeterminato, segnato dall'evento inafferrabile.

Possiamo concepire più agevolmente la relazione tra produzione sociale e biopotere nell'opera di un gruppo di marxisti italiani contemporanei: questi riconoscono in effetti la dimensione biopolitica in funzione della nuova natura del lavoro produttivo e della sua evoluzione vivente nella società, ed utilizzano per farlo espressioni come "intellettualità di massa" e "lavoro immateriale", come pure il concetto marxista di "intelligenza generale".

Queste analisi partono da due progetti di ricerca correlati. Il primo consiste nell'analisi delle trasformazioni recenti del lavoro produttivo e della sua tendenza a diventare sempre più immateriale. Il ruolo centrale precedentemente occupato dalla forza del lavoro degli operai di fabbrica nella produzione del plusvalore è oggi assunto in modo crescente da una forza lavoro intellettuale, immateriale e fondata sulla comunicazione. E' anche necessario sviluppare una nuova teoria politica del plusvalore, capace di porre il problema di questa nuova accumulazione capitalista al centro del meccanismo di sfruttamento ( e dunque - forse - al centro della rivolta potenziale).

Il secondo progetto ( seguito logico del primo) sviluppato da questa scuola consiste nell'analisi della dimensione sociale ed immediatamente comunicante del lavoro vivo nella società capitalista contemporanea; pone anche con insistenza il problema delle nuove figure della soggettività, al tempo stesso nel loro sfruttamento e nel loro potenziale rivoluzionario. La dimensione immediatamente sociale dello sfruttamento del lavoro vivo immateriale sommerge il lavoro in tutti gli elementi relazionali che definiscono il sociale, ma attiva anche, allo stesso tempo, gli elementi critici che sviluppano il potenziale di insubordinazione e di rivolta attraverso l'insieme delle pratiche lavorative. Dopo una nuova teoria del plusvalore, dunque, bisogna formulare una nuova teoria della soggettività, che passa e funziona fondamentalmente tramite la conoscenza, la comunicazione e il linguaggio.

Queste analisi hanno anche ristabilito l'importanza della produzione nel quadro del processo biopolitico della costituzione sociale, ma l'hanno ugualmente isolata sotto certi aspetti, assumendola nella sua forma pura e affinandola sul piano ideale. Esse hanno lavorato come se scoprire le nuove forme delle forze produttrici - lavoro immateriale, lavoro intellettuale massificato, lavoro de" l'intelligenza diffusa" - fosse sufficiente per cogliere concretamente la relazione dinamica e creatrice tra produzione materiale e riproduzione sociale. Reinserendo la produzione nel contesto biopolitico, la presentano quasi esclusivamente sull'orizzonte del linguaggio e della comunicazione. Il primo degli errori più gravi, da parte di questi autori, è dunque stato la tendenza a trattare le nuove pratiche lavorative nella società biopolitica solo nei loro aspetti intellettuali e non materiali.

 

Ora la produttività dei corpi e il valore degli affetti sono, al contrario, assolutamente centrali in questo contesto. Noi affronteremo dunque i tre aspetti principali del lavoro immateriale nell'economia contemporanea: il lavoro di comunicazione della produzione industriale, recentemente connesso dentro la rete d'informazione; il lavoro di interazione dell'analisi simbolica e della risoluzione dei problemi; il lavoro di produzione e di manipolazione degli affetti. Questo terzo aspetto, con la sua focalizzazione sulla produttività del corporale e del somatico, è un elemento estremamente importante nelle reti contemporanee della produzione biopolitica. Il lavoro di questa scuola e la sua analisi dell'intelligenza generale segnano dunque un progresso certo, ma il suo quadro concettuale resta troppo puro, quasi angelico. In ultima analisi, queste nuove teorie non fanno, anch'esse, altro che grattare la superficie della dinamica produttrice del nuovo quadro teorico del biopotere. Il nostro proposito è dunque di lavorare a partire da queste ricerche parzialmente riuscite per riconoscere il potenziale della produzione biopolitica. E' precisamente raffrontando in modo coerente le differenti caratteristiche che definiscono il contesto biopolitico che abbiamo descritto finora, e riconducendole all'ontologia della produzione, che saremo in grado di identificare la nuova figura del corpo biopolitico collettivo- che potrà comunque restare tanto contraddittorio quant'è paradossale. E' che questo corpo diventa struttura non negando la forza produttrice originaria che lo anima, ma riconoscendola; diventa linguaggio- insieme scientifico e sociale-

perchè si tratta di una moltitudine di corpi singoli e determinati in cerca di una relazione. E' anche, insieme, produzione e riproduzione, struttura e sovrastruttura, perchè è vita nel senso più pieno e politico in senso proprio. La nostra analisi deve calarsi nella giungla delle determinazioni produttrici e conflittuali che ci offre il corpo biopolitico collettivo. Il contesto della nostra analisi deve dunque essere lo sviluppo della vita stessa, il processo della costituzione del mondo e della storia. L'analisi dovrà essere proposta non tramite forme ideali, ma nel quadro della complessità densa dell'esperienza.

 

Società e comunicazione

Domandandoci come gli elementi politici e sovrani della macchina imperiale arrivano a costituirsi, scopriamo che non è assolutamente necessario limitare la nostra analisi alle istituzioni regolatrici sovranazionali stabilite, e neppure concentrarla su di esse.

Le organizzazioni delle Nazioni Unite, con le loro grandi agenzie multinazionali e transnazionali per la finanza e il commercio ( il FMI, la Banca Mondiale, l'OMC, etc.,) non diventano importanti nella prospettiva di una costituzione giuridica sovranazionale che quando le si consideri nel quadro della dinamica della produzione biopolitica dell'ordine mondiale. La funzione che esse occupavano nell'antico ordine internazionale- vorremmo sottolinearlo- non è ciò che dà ora una legittimazione a queste organizzazioni. Ciò che le legittima adesso è piuttosto la loro funzione nuovamente possibile nel simbolico dell'ordine imperiale. Al di fuori di questo nuovo quadro, tali istituzioni sono inefficaci. Al massimo, l'antico quadro istituzionale contribuisce alla formazione e all'educazione del personale amministrativo della macchina imperiale, all'addestramento della nuova èlite imperiale.

Le enormi società transnazionali e multinazionali costruiscono il tessuto connettivo fondamentale del mondo biopolitico, sotto certi aspetti essenziale.

Il capitale, in effetti, è sempre stato organizzato nella prospettiva che abbraccia il mondo intero, ma è soltanto nella seconda metà del XX secolo che le società industriali e finanziarie multinazionali e transnazionali hanno veramente cominciato a strutturare biopoliticamente i territori su scala mondiale. Alcuni affermano che queste società sono venute semplicemente ad occupare il posto che era tenuto dai sistemi colonialisti ed imperialisti delle diverse nazioni nelle fasi anteriori dello sviluppo capitalista, dall'imperialismo europeo del XIX secolo fino alla fase fordista dell'evoluzione al XX secolo. Questo è in parte vero, ma questo posto stesso è stato sostanzialmente trasformato dalla nuova realtà del capitalismo. Le attività delle società non sono più definite dall'imposizione di un comando astratto e dall'organizzazione dello sfruttamento puro e semplice e di scambi non equi. Esse strutturano e articolano, piuttosto, direttamente territori e popolazioni, e tendono a fare delle Nazioni Unite semplici strumenti per registrare i flussi delle merci, del denaro e delle popolazioni che mettono in azione. Le società transnazionali ripartiscono direttamente la forza-lavoro sui diversi mercati, attribuiscono funzionalmente le risorse e organizzano gerarchicamente i differenti settori della produzione mondiale. La struttura complessa che seleziona gli investimenti e dirige le manovre finanziarie e monetarie determina la nuova geografia del mercato mondiale, cioè in realtà la nuova strutturazione biopolitica del mondo.

L'immagine più completa di questo mondo viene offerta in una prospettiva finanziaria. Da questo punto di vista, possiamo distinguere un orizzonte di valori e una macchina di distribuzione, un meccanismo di accumulazione e un mezzo di comunicazione, un potere e un linguaggio. Non esiste nulla, né "vita selvaggia" né punto di vista esterno, che possa essere sistemato al di fuori del campo controllato dal denaro; niente sfugge ad esso. Produzione e riproduzione sono rivestiti di panni finanziari e di fatto, sulla scena del mondo, ogni figura biopolitica si presenta addobbata dai suoi orpelli monetari: " Accumulate, accumulate! Questa la Legge, questi i Profeti!".

Le grandi potenze industriali e finanziarie producono anche, non soltanto merci ma anche soggettività. Producono soggettività agenti nel quadro del contesto biopolitico: bisogni, relazioni sociali, corpi e spiriti- si torna a dire che producono produttori. Nella sfera biopolitica, la vita è destinata a lavorare per la produzione e la produzione a lavorare per la vita. E' un grande alveare in cui la regina sorveglia continuamente produzione e riproduzione. Più l'analisi penetra profondamente, più scopre, a livelli crescenti d'intensità, gli assemblaggi comunicanti delle relazioni interattiva.

Lo sviluppo delle reti di comunicazione possiede un legame organico con la comparsa del nuovo ordine mondiale: si tratta, in altri termini, dell'effetto e della causa, del prodotto e del produttore. La comunicazione non solo esprime ma anche organizza il movimento di mondializzazione. Lo organizza moltiplicando e strutturando le interconnessioni tramite reti; lo esprime e controlla il senso e la direzione dell'immaginario che percorre queste connessioni comunicanti. In altri termini, l'immaginario è guidato e canalizzato nel quadro della macchina comunicatrice. Ciò che le teorie del potere della modernità sono state forzate a considerare come trascendente, cioè esterno alle relazioni produttrici e sociali, forma interna, immanente a queste stesse relazioni. la mediazione è assorbita nella macchina di produzione. La sintesi politica dello spazio sociale è fissata nello spazio della comunicazione. E' la ragione per la quale le industrie di comunicazione hanno preso una posizione altrettanto centrale: non soltanto organizzano la produzione su nuova scala ed impongono una nuova struttura appropriata allo spazio mondiale, ma ne danno anche la giustificazione immanente. Il potere organizza in quanto produttore; organizzatore, parla e si esprime in quanto autorità. Il linguaggio, in quanto comunicatore, produce merci ma crea anche soggettività che mette in relazione e che gerarchizza. Le industrie di comunicazione integrano l'immaginario e il simbolico nella struttura biopolitica, non soltanto mettendole al servizio del potere, ma integrandole realmente e di fatto nel suo stesso funzionamento.

Giunti a questo punto, possiamo cominciare a trattare la questione della legittimazione del nuovo ordine mondiale. Questo non è nato da accordi internazionali esistenti precedentemente né dal funzionamento delle prime organizzazioni sovranazionali embrionali, esse stesse create sulla base di trattati fondati sul diritto internazionale. La legittimazione della macchina imperiale è nata - almeno in parte - dalle industrie di comunicazione, cioè dalla trasformazione del nuovo modo di produzione in una macchina. E' un soggetto che produce la sua propria immagine di autorità. E' una forma di legittimazione che non riposa su null'altro all'esterno di se stessa e che è riformulata incessantemente dallo sviluppo del suo proprio linguaggio di auto-validazione.

Un'altra conseguenza dev'essere abbordata partendo da queste premesse.

Se la comunicazione è uno dei settori egemonici della produzione ed influisce sulla totalità del campo biopolitico, allora dobbiamo considerare la comunicazione ed il contesto biopolitico come coesistenti e coestensivi. Questo ci conduce ben lontano dall'antico terreno come lo ha descritto, ad esempio Jurgen Habermas. In effetti, quando Habermas ha sviluppato il concetto di azione comunicatrice, dimostrando così fortemente la sua forma produttrice e le conseguenze ontologiche che ne derivano, partiva sempre da un punto di vista esterno a questi effetti della mondializzazione, da una prospettiva di vita e di verità che poteva contrastare la colonizzazione dell'individuo da parte dell'informazione. La macchina imperiale, comunque, dimostra che questo punto di vista esterno non esiste più. Al contrario, la produzione comunicatrice e la costruzione della legittimazione imperiale si muovono di concerto e non possono più essere separate. La macchina è auto-validante e auto-poietica - cioè sistemica -. Costruisce strutture sociali che svuotano o rendono inefficaci tutte le contraddizioni; crea situazioni nelle quali, anche prima di neutralizzare la differenza con la coercizione, sembra assorbirla in un gioco di equilibri auto-generatori ed auto-regolatori.

Come abbiamo detto altrove, ogni teoria giuridica che tratta le condizioni della postmodernità deve mettere in conto questa definizione specificamente comunicatrice della produzione sociale. La macchina imperiale vive producendo un contesto di equilibri e/o riducendo le complessità; pretende di proporre un modello di cittadinanza universale ed intensifica a questo scopo l'efficacia del suo intervento su ogni elementi della relazioni di comunicazione, dissolvendo completamente identità e storia in un modo interamente postmoderno. Ma contrariamente al modo in cui molte messe in conto postmoderne l'hanno fatto, la macchina imperiale, in luogo di eliminare i racconti di fondazione, li produce e li riproduce nella realtà (i principali racconti ideologici, in particolare), per rendere valido e celebrare il proprio potere. E' in questa coincidenza di produzione tramite linguaggio, di produzione linguistica della realtà e di linguaggio di auto-validazione che si trova una chiave fondamentale per comprendere l'efficacia, la validità e la legittimazione del diritto imperiale.

Fonte: www.sherwood.it

01/2002