INTERVISTA A TONI NEGRI SU IMPERO

D.: Da qualche settimana è uscito il libro "Impero", scritto a quattro mani con Michael Hardt, pubblicato da Rizzoli. Negli Stati Uniti questo libro è uscito nel 2000…

R.: All’inizio del 2000 e ha vissuto una strana vita: per un anno è stato diffuso nei campus e poi ha raggiunto un successo caratterizzato da interviste e recensioni da parte dei grandi organi di stampa. Un successo editoriale del tutto inaspettato: non si capisce perché un discorso così radicalmente anticapitalista debba passare sugli organi di stampa americani.

D.: Questo libro l'avete iniziato dopo la guerra del golfo e finito prima della guerra in Kossovo: due avvenimenti importanti nella costruzione di quello che voi chiamate "impero"?

R.: Certo. La guerra del Golfo è, in generale, la prima azione del mondo occidentale e, in particolare, del mondo americano per dichiarare che il dualismo con l’Unione Sovietica è terminato e che quindi il nuovo ordine mondiale poteva essere dettato dal mondo occidentale. Le conseguenze di questo sono state molto precise: sono saltati tutti i parametri del vecchio diritto internazionale che sono costituiti sui rapporti tra gli stati e il concetto stesso di stato-nazione è in crisi. L’attacco all’Iraq ha costituito una prima operazione di polizia internazionale, trasformando così lo stesso concetto di guerra in quello di polizia. Mi sembra quasi banale ricordare queste cose, perché oramai per tutti noi sono diventate così consuete, ma allora – quando queste cose successe – lo shock è stato forte.

D.: Qualcuno ha definito il vostro libro la "bibbia" del nuovo movimento…

R.: Mi sembra una grande sciocchezza parlare di bibbia, casomai è un piccolo contributo a quelli che sono dei ragionamenti rispetto ai quali ciascuno di noi si posiziona ma che, ormai, sono ragionamenti di un nuovo ciclo di lotte. Un ciclo di lotte è qualcosa di oggettivo, di estremamente importante: la lotta ormai si è spostata da lotta contro lo stato-nazione a lotta contro l’Impero.

D.: Quindi non è un libro sulla o "contro" la globalizzazione.

R.: E’ un libro che non è assolutamente contro la globalizzazione, ma che assume la globalizzazione come suo orizzonte di base e a partire da questa constatazione – dal fatto che esiste un mercato mondiale di merce, ma soprattutto di finanza, di forza-lavoro – comincia a chiedersi quali sono le regole, chi comanda su questo mercato mondiale.

D.: In quante parti è diviso il libro e come l'avete strutturato?

R.: Questo libro è strutturato in quattro/cinque parti. La prima parte è una critica al diritto internazionale vigente, cioè il diritto internazionale che da tre secoli regge il mondo occidentale, il diritto bestfaliano (perché parte dalla pace di Bestfalia): questa prima parte dimostra che non è più possibile stare su quel terreno di accordo tra stati, che c’è una nuova realtà – quella della mondializzazione – che sta sotto ai nuovi rapporti internazionali tra stati. C’è una seconda parte che approfondisce il discorso dimostrando che questa nuova situazione del diritto internazionale – o meglio, del diritto sul livello mondiale – è stata da un lato condizionata dalle lotte della classe operaia nei paesi avanzati che ha portato la borghesia di questi paesi a considerare lo spazio dello stato-nazione come insufficiente al controllo dei movimenti; in secondo luogo mostra come le lotte dei paesi sottosviluppati (le lotte anticoloniali) siano state estremamente potenti nell’innalzare le preziose materie prime e a smantellare i limiti che le vecchie potenze coloniali e, quindi, a riaprire il conflitto su territorio internazionale; in terzo luogo, ancora, come le lotte e i movimenti dei paesi ex socialisti siano stati importanti per demolire l’illusione che il socialismo reale, il socialismo stalinista potesse in qualche modo rispondere ai bisogni della classe operaia. Una terza parte tocca quella che è, oggi, la dimensione biopolitica delle lotte e del comando, cioè sono lotte che non si svolgono più semplicemente sul salario e sui rapporti di classe determinati – anche se continuano prepotentemente su questo terreno – ma si rivolgono veramente a tutto quello che è la complessità della vita umana nella riproduzione del sociale della costruzione del comune. E infine, un’ultima parte nella quale ci si chiede come questo comando imperiale possa essere messo in discussione.

D.: Ci puoi sintetizzare il concetto di moltitudine così come voi l'avete descritto nel libro? Che differenza c'è dal vecchio concetto di "classe"?

R.: La differenza con il concetto di "classe" è che quest’ultimo è più ristretto del concetto di "moltitudine". La moltitudine è un insieme molteplice di insorgenze, di forze, di singolarità. Mentre la classe si chiudeva, in particolare, nel concetto di classe operaia così com’era stato sviluppato durante il periodo della grande industria e nell’ultima fase dello sviluppo capitalistico moderno, si chiudeva come concetto di massa attraverso l’illusione di una sorta di identità organica, qui noi, invece, cerchiamo di descrivere una realtà che è quella di un insieme estremamente largo di soggettività che pensano, che producono valore e che riproducono il mondo, la vita. Evidentemente il concetto di "moltitudine" è anche un concetto di "classe", nel senso che queste soggettività sono soggettività che lavorano, che producono valore e che quindi sono sfruttate e sono sfruttate in quanto il capitale, oramai, strappa loro quel plusvalore che è la cooperazione – attraverso cui passa la produzione di valore – che queste singolarità mettono in moto. La moltitudine è da un lato un insieme di singolarità e quindi un insieme di libertà, quindi un insieme di potenze che si mettono in rete: in secondo luogo è un concetto di classe e quindi una forza che si oppone allo sfruttamento capitalistico. In terzo luogo è una potenza del lavoro immateriale, del lavoro intellettuale, della possibilità, dunque, di fare a meno dello stato.

D.: Dopo l'11 settembre che scenario abbiamo di fronte dal punto di vista del potere imperiale?

R.: Dal punto di vista del potere imperiale si hanno, perlomeno, due elementi immediati ed uno che si sta svolgendo ogni giorno di più. Il primo elemento è che gli Stati Uniti si sono ritrovati ad essere anche loro dentro al mondo imperiale, dentro al mercato politico, non sono più isolati. Le bombe che sono cadute su New York e Washington hanno mostrato che il mondo è davvero unito, che non c’è più l’insularità americana, che non c’è più possibilità di isolazionismo americano rispetto a questo mondo. Il secondo elemento che ha turbato la situazione politica è questa pressione unilaterale americana, questa pulsione verso la guerra come copertura dei limiti dell’impero che si è sviluppata in maniera così pesante a partire dagli Stati Uniti. L’unilateralismo americano tenta di mettere in atto un’operazione di controllo, di possesso dell’impero, cosa che prima dell’11 settembre sembrava molto difficile da realizzare.

Nota: a cura della redazione di Sherwood Comunicazione

02/2002