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Cagliari fu punto d’approdo per i fenici, che cominciarono ad insediarsi nel promontorio di S. Elia e nella laguna di S. Gilla. Ma allora Cagliari non assunse la struttura di una città.
La mutazione si verifica con i cartaginesi. I reperti che attestano la città punica sono numerosissimi e provano varie funzioni soprattutto quelle religiose con le terrecotte votive di S. Gilla e la necropoli di tuvixeddu nel quartiere di S. Avendrace.
Il passaggio della Sardegna (238 a. C.) dai Cartaginesi ai romani segna un mutamento profondo nell’assetto della città.
I romani utilizzano gran parte di quello che avevano edificato i Cartaginesi, costruendo anche un complesso come la Villa di Tigellio, e l’Anfiteatro, e trasformando il quartiere di Marina. È con Roma che Cagliari diventa una vera e propria città, con regolari rifornimenti idrici, passeggiate, piazze e vie lastricate, magazzini per il sale e per il grano, nuove necropoli.
Cagliari si riconferma porta della Sardegna quando si diffonde il Cristianesimo. L’avanzata della nuova religione continua anche durante la dominazione dei Vandali e dei Bizantini e le ripetute incursioni degli Arabi, che nel 1015-16 la depredano ferocemente.
La decadenza nel centro urbano in questo periodo è grave ed estesa.
Pisa, che ha la meglio su Genova per il predominio della città, trasformò radicalmente Cagliari. La grande novità urbanistica fu rappresentata dalla realizzazione di una cerchia di mura che isolò Castello dal resto della città. Successivamente, a difesa del porto furono circondati da mura anche i quartieri di Marina, Stampace e Villanova. Il dominio pisano fu presto minacciato dalla politica di Bonifacio VII, che infeudò la Sardegna in favore di Giacomo II D’Aragona. Pisa corse ai ripari e le rinforzate mura di Castello furono dotate delle torri di S. Pancrazio e dell’Elefante, costruite rispettivamente nel 1305 e nel 1307 dall’architetto sardo Giovanni Capula.
Le preoccupazioni non erano infondate. Gli Aragonesi, infatti, si apprestarono nel 1323 alla conquista. Nel 1324, il trattato stipulato fra Pisa e Aragona mette fine all’influenza pisana in Sardegna, e segna l’inizio del dominio iberico. La Sardegna attraversa uno dei periodi più oscuri.
Nell’agosto del 1708 una squadra anglo-olandese bombarda la città, che viene occupata da un reggimento inglese senza incontrare alcuna resistenza. In seguito la Sardegna è ceduta a Vittorio Amedeo II di Savoia.
I Piemontesi progettarono la basilica di Bonaria, l’università e la ristrutturazione delle saline.
Gli avvenimenti della rivoluzione francese hanno qualche eco sugli intellettuali, ma sul popolo ha grande influenza la Chiesa, che diffonde uno spirito antifrancese e così, quando si presenta nel golfo di Cagliari una flotta rivoluzionaria al comando dell’ammiraglio Truguet le armate francesi, sbarcate a Quartu, vengono affrontate dai miliziani sardi comandati da Girolamo Pitzolo, e, con grande spargimento di sangue, sgominate e costrette a reimbarcarsi.
A Cagliari scoppia una sollevazione antipiemontese. A furor di popolo nel 1794, i piemontesi furono cacciati dall’isola. Non tardarono a tornare: nel 1799, poiché Napoleone li aveva cacciati via da Torino, si installarono a Cagliari il re, la corte e il governo piemontese.
Gli anni del fascismo a Cagliari non furono diversi da quelli delle altre città, con l’occupazione delle sedi dei partiti antifascisti e la caccia agli oppositori più risoluti, come Emilio Lussu, costretto all’esilio
Nella seconda guerra mondiale, l’importanza strategica del suo porto e dell’avioscalo di Elmas negli scontri aerei e navali nel Mediterraneo, inflisse a Cagliari la tragica esperienza dei bombardamenti dal cielo, con gran numero di morti e vastissime distruzioni dell’abitato. Per le sue sofferenze, la città martoriata meritò di essere insignita, il 19 maggio 1950, della medaglia d’oro al valore militare
L’ambiente naturale e il clima
Il clima è mediterraneo insulare quindi mite. Un fattore importante del clima è il vento: il MAESTRALE che soffia da nord - ovest a un velocità che può raggiungere i 100 Km orari.
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Soggiornare in Sardegna significa incontrare una cucina ricca per la varietà e bontà dei suoi piatti. Consigliamo perciò di ignorare almeno per una volta i tanti (e buoni) ristoranti di cucina italiana e internazionale, e di lasciarsi tentare dai sapori di tradizione sarda.
La scelta incomincia dal pane. Qualche esempio: su civarxiu, il più comune, è un’impasto di farina a forma di grossa pagnotta; su coccoiè fatto con pasta di semola elaborata a piccole creste, che con la cottura diventano dorate e croccanti (is pizzicorrus); su pani carasauè una sfoglia rotonda, sottilissima e croccante di farina e semola, ottima con olio e sale (su pani guttiau). Dal carasausi ottiene su pani frattau, cuocendo le sfoglie condite a strati con pomodoro, carne macinata, pecorino e uova. Pure in forme schiacciate, ma morbido, è la carta da musica
Un pranzo "alla sarda" inizia sempre da un’antipasto di terra o di mare: prosciutto di cinghiale, salsiccia, piedini d’agnello o di vitello, arselle o cozze alla marinara, burrida(gattuccio di mare con prezzemolo e noci) bottariga(uova di tonno o muggine) servita a tavola con olio d’oliva.
Tra i primi piatti spiccano sa fregula (semola grossa impastata con acqua tiepida e ridotta in piccoli grumi) servita in brodo di pesce; malloreddus gnocchetti di semola e zafferano conditi con pomodoro e formaggio; culingionis, ravioli di semola fine, e panadas, grandi involucri di pasta con ripieno di verdure, carni o anguille. A quest’ultima specialità è dedicata una sagra ad Assemini (luglio).
Le carni tradizionali sarde sono il porchetto, l’agnello e il capretto cotti allo spiedo. Chi cerca sapori ancora più nuovi può provare sa cordula, intestino d’agnellone cotto al forno e rosolato, e il sanguinaccio, budella di maiale ripiene del sangue dell‘animale, uva passa e zucchero, cotte in pentola o alla brace.
Del mare la cucina isolana predilige i pesci cotti alla brace (orate, mormore, spigole, triglie muggini e anguille), mentre aragoste, gamberi, seppiette e arselle condiscono pastasciutte e risotti.
Dalla tradizione pastorale provengono diversi tipi di formaggio, la cui produzione è ora affidata agli stabilimenti cesari. Tra i più conosciuti sono il fiore sardo (o pecorino sardo), a pasta dura ottenuto dal latte fresco intero di pecora, coagulato con caglio d’agnello o di capretto; il pecorino romano fatto con il latte di pecora e caglio d’agnello, a pasta dura e piccante; il dolce sardo, pasta molle e di latte vaccino. Del tutto singolare è su casu marzu (lett.<formaggio marcio>): all’interno della forma si sviluppano minuscoli vermi bianchi che, in tempi opportuni, riducono la pasta in crema delicata e piccante.
Molti i vini del campidano, bianchi o rossi (Nuragus, Barbera, Monica, Cannonau, Moscato), alcuni ottimi anche come aperitivi (Vermentino, Vernaccia). Caratteristici i liquori digestivi distillati da bacche di mirto e su fil’e ferru, l’acquavite sarda, cosi chiamata dall’uso dei coltivatori che interravano il distillato segnalandone la presenza con pezzi di fil di ferro conficcati nel terreno.
La più importante festa della tradizione cagliaritana è S. Efisio.
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Si celebra ogni 1° maggio, in segno di gratitudine, per salvato
la città da una terribile epidemia di peste. Il complesso cerimoniale inizia
con la vestizione della statua santo, nella sua chiesa di Stampace. Da questa
sede parte quindi la processione che raggiunge il culmine nella Via Roma: convenuti
da tutta la Sardegna, sfilano centinaia di partecipanti con i costumi tradizionali.
I gruppi si muovono a piedi oppure su i carri a buoi bardati a festa (le traccas).
Con loro sono anche i miliziani a cavallo, suonatori di launeddas, membri
della confraternita che ha provveduto alla vestizione. Chiude la sfilata il
cocchio dorato, con giogo di buoi, su cui ha preso posto il simulacro del martire.
Lo precede l’Alternos, rappresentante della municipalità, pure lui a
cavallo scortato dai mazzieri in alta uniforme. Il dignitario porta il <toson
d’oro>, grosso medaglione di cui il re di Spagna insignì la città nel
1679.
In onore del Santo si svolge una processione votiva anche il lunedì di Pasqua.
Anche in questo caso, c’è da celebrare una particolare grazia concessa alla città. Ai cannoneggiamenti delle navi francesi che assediavano Cagliari nel 1793, il santo avrebbe infatti risposto fermando miracolosamente i proiettili più pericolosi contro gli aggressori si sarebbe poi alzato un forte vento che spinse la squadra navale a sfracellarsi sugli scogli.
Di prima mattina il corteo parte dalla chiesetta di Stampace verso la cattedrale.
Emozionanti e coinvolgenti sono i riti della Settimana Santa.
Il venerdì precedente la domenica delle palme si svolge la processione dei misteri. Annunciati da un rullo di tamburo, si muovono i membri dell’arciconfraternita del Crocifisso: gli uomini sono vestiti di una semplice tunica di tela bianca con cappuccio, lunga a mezza gamba e stretta in vita da un cordone, le donne, rigorosamente velate, cero e rosario in mano, portano un abito nero con mantellina, legato in vita da una fascia bianca. Intorno alle 15, la processione esce da Piazza San Giacomo alla volta di sette chiese del centro storico (simbolo delle sette stazioni della Via Crucis).

Il venerdì santo, attorno alle 13, muove da Via San Giovanni la processione del Cristo Morto. Un rituale, con rullo di tamburi, canti, sfilata di croci e stendardi, accompagna il crocefisso sovrastato da un baldacchino bianco. Aprono il corteo i membri dell'arciconfraternita della Solitudine: gli uomini sono in tunica bianca con cappuccio e portano al collo una croce rosso-azzurra, le donne invece vestono in nero.
Sfila anche la statua dell’Addolorata, vestita tutta in nero, con il capo fasciato di bianco, sormontato da una corona d’argento e con le spade dei sette dolori puntate sul petto.
Viene poi deposta in una lettiga rivestita di veli e pizzi (la breve cerimonia è detta su scravamentu).
Il giorno di Pasqua, alle 11, si svolge s’incontru tra la statua del Cristo risorto e quella della Madonna. L’abbigliamento dei due simulacri simboleggia l’avvenuta Resurrezione: il Cristo sfila con una fascia rossa e oro e l’aureola sul capo, la Madonna con un abito bianco guarnito in oro, il manto azzurro, velo di pizzo, corona sul capo e bouquet di fiori tra le mani. La cerimonia culmina in Via Garibaldi.
Una tradizione molto vivace è quella del Carnevale che, durante i giorni deputati, paralizza il centro cittadino tramite cortei affollatissimi. Le maschere cagliaritane di fine Ottocento e d’inizio secolo sono purtroppo scomparse, lasciando il posto a costumi, perlopiù d’invenzione recente, che dilagano nei carnevali di qualsiasi città; tuttavia esse riappaiono saltuariamente per iniziativa di qualche circolo folcloristico: rivivono allora figure come sa panettera, ovvero la panificatrice a domicilio, che urlava in piazza le magagne di tutti; su tiaulu, il diavolo, che danzava davanti al rogo finale; oppure su caddemis, il pezzente.
Sopravvive ancora sa ratantira: il ritmo che scandisce la sfilata delle maschere, cadenzata dal suono di tamburi e altri strumenti a percussione.

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del centro storico di Cagliari.
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Pagina realizzata
da Alice Dessi
22/07/2001
- S2K - Via Castiglione
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