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CATERINA  DA  SIENA

 

Santa, Vergine e Dottore della Chiesa patrona d’Italia memoria liturgica al 29 Aprile

 

Nacque il 25 marzo 1347 a Siena da Jacopo Benincasa, tintore di pelli e da Lapa. Fu la ventiquattresima e penultima figlia della feconda coppia. Caterina manifestò fin dai primi anni una spiccata tendenza alla vita religiosa. A sei anni ebbe una prima visione che ne segnò chiaramente il luminoso destino: mentre con il fratello Stefano percorreva Valle Piatta per tornare a casa, le apparve, librato sopra la basilica di San Domenico, Cristo, rivestito dei paludamenti pontificali che la guardava sorridendo dall’interno di una loggia risplendente, circondato da una folla di personaggi bianco vestiti, fra cui ella ebbe modo di riconoscere S. Paolo, S. Pietro e S. Giovanni. A dodici anni ebbe i primi contrasti con la famiglia, soprattutto con la madre, la quale, tutta intenta a progetti terreni, non comprendeva le alte mire della precoce figliola. Dopo vari diverbi, Caterina troncò ogni discussione tagliandosi i capelli per dimostrare con un atto, in quei tempi di indubbio significato, la sua irrevocabile scelta. Cominciò da quel giorno la vita sempre più austera della fanciulla che si chiuse volontaria­mente nella sua cameretta per dedicarsi tutta al colloquio con Gesù. I suoi familiari, però, con una durezza inspiegabile nel loro animo fondamentalmente buono, la strapparono dal suo rifugio, la obbligarono alla vita in comune, addossandole i più faticosi e più umili lavori e impedendole il raccoglimento, la preghiera e, soprattutto, le penitenze corporali. Ella non si ribellò, anzi obbedì docilmente sostituendo alla cella materia­le una cella spirituale che, con l’aiuto dello Spirito Santo, riuscì a fabbricare nell’intimo della propria mente. “Fatevi una cella nella mente dalla quale non possiate mai uscire”, consiglierà più tardi ai suoi discepoli. Raccolta in essa, la sua conversazione con lo Sposo Divino continuò: in questo periodo sorse in lei il desiderio di vestire l’abito di s. Domenico, apparsole in una visione che dovrà più tardi ispirare molti artisti. Cessarono finalmente le persecuzioni familiari per l’intervento decisivo di Jacopo, illuminato dall’apparizione di una colomba posatasi sulla testa della figlia in preghiera. Nel 1363 Caterina fece domanda di entrare nel Terz’Ordine dei Predicatori, fra le Mantellate, chiamate così per il lungo mantello nero che ne ricopriva l’abito bianco. Vinte le resistenze oppostele a causa dell’età, fu accolta tra le postulanti. Vestita dell’abito religioso, la giovane continuò con maggior fervore la sua ascensione verso la santità: le sue giornate erano divise fra la chiesa di san Domenico, la sua casa, l’ospedale della Scala e il lebbrosario di S. Lazzaro, dove si prodigava a curare amorevolmente gli infermi anche più ripugnanti, Immergendosi nella contemplazione del suo modello Gesù, riuscì con ferrea volontà a domare il corpo, cui concedeva poco sonno e poco cibo e che puniva con flagellazioni cruente, ripetute tre volte al giorno. Eccezionali favori celesti la premiavano e confortavano nella difficile ma rapida ascesa: le visioni e le estasi, unite alla vita di straordinaria penitenza, alla eroica carità verso i poveri, gli infermi e i condannati, da un lato suscitavano una grande popolarità intorno a lei, dall’altro, come era inevitabile, invidie e contrasti anche negli ambienti religiosi. Alcune volte gli stessi frati predicatori la trascinarono, resa insensibile dall’estasi fuori della chiesa e la lasciarono inanimata sul sagrato. Altre volte le consorelle, esacerbate dalla sua santità, la colpirono con calunnie atroci e persino i malati da lei curati talora l’accusarono ingenerosamente. Il 1374 fu l’anno in cui la peste infuriò anche in Siena e Caterina, al suo ritorno da Firenze, si dedicò completamente alla cura di coloro che ne erano stati colpiti. iniziarono in quello stesso anno i suoi rapporti con (successore di Urbano V) Gregorio XI, intento a promuovere la crociata verso i Turchi alleatisi coi Tartari. Caterina, in obbedienza al pontefice e ai suoi superiori, esercitò la sua influenza, già notevole, per spingere i cristiani al “santo passaggio”. Gli eventi politici italiani, nel frattempo, precipitavano: Firenze, messasi a capo di tutti i nemici della Santa Sede, aveva formato una lega alla quale ben presto aderì un numero sempre maggiore di città. Allora Gregorio XI lanciò contro la città e i suoi alleati la scomunica e l’interdetto. Firenze, allarmata per le conseguenze si affidò a Caterina sapendo quanto fosse gradita al pontefice e la mandò quale sua ambasciatrice ad Avignone per trattare la pace. Giunta ad Avignone con un gruppo di discepoli, fu ospitata insieme con essi a spese del pontefice, che la ricevette benignamente, accogliendo le sue richieste. Ma il mutato governo fiorentino doveva ben presto disconoscere l’opera mediatrice della santa, riprendendo le ostilità contro la curia avignonese. Le buone disposizioni del pontefice permisero a Caterina di occuparsi della missione che più le stava a cuore e che l’aveva decisa ad accettare il. viaggio ad Avignone: il ritorno del vicario di Cristo alla sua sede naturale. Gregorio Xl, fino a quel momento indeciso, per le opposizioni della curia e della sua stessa famiglia, ad effettuare un ritorno che pur vedeva opportuno, riconobbe nelle parole della santa, che gli svelò un voto da lui fatto nel giorno della sua elezione e a tutti segreto, la manifestazione della divina volontà. Il 16 settembre 1376, superando ogni ostacolo, il pontefice partiva con la sua corte alla volta dell’Italia. Il giorno dopo, anche Caterina con i suoi discepoli lasciava Avignone dirigendosi a Genova: a Varazze liberò la città dalla peste lasciandovi un ricordo indelebile. Giunta a Genova e ospitata nella casa di Orietta Scotti, incontrò il pontefice che, pressato dai suoi, stava per ritornare sulle sue decisioni e lo esortò a proseguire per Roma. Ella, invece, si diresse a Siena e non assistette alle entusiastiche dimostrazioni di affetto tributate dai romani al papa che era finalmente ritornato. Ritornata a Firenze per incarico del papa che desiderava la pace con quella città, rischiò di essere uccisa da alcuni facinorosi durante il tumulto degli “ammoniti”; ma la sua ardente brama di martirio non fu soddisfatta, perché quegli uomini violenti rimasero soggiogati dal suo aspetto e se ne andarono senza nulla osare. Era stato indetto frattanto un congresso a Sarzana per definire la pace; ma nel marzo 1378 Gregorio XI moriva, li nuovo eletto, Bartolomeo del Prignano, arcivescovo di Bari (Urbano VI), primo papa italiano dopo sette francesi, continuando la politica del predecessore, riprendeva le trattative con Firenze. Il 18 luglio Caterina aveva la gioia di assistere, nella città del Fiore, a quella pace per la quale aveva tanto lavorato. Tornata nella sua Siena, si dedicò completamente ai colloqui con Dio: immersa nell’estasi, dettò ai suoi segretari il Dialogo della Divina Provvidenza, al quale affidava il suo messaggio di amore per le creature. Sfinita dal lavoro e dalla passione divorante per la Chiesa, Caterina, tormentata da acuti dolori fisici, si spegneva (29 aprile 1380) nella sua casetta di via del Papa (oggi Via S. Chiara), attorniata dai prediletti discepoli ai quali non si stancava di raccomandare lo scambievole amore, testimoniando, davanti ad essi, di dare la vita per la Chiesa: “Tenete per fermo, o dolcissimi figlioli, che partendomi dal corpo io in verità ho consumata e data la vita nella Chiesa e per la Chiesa santa, la qual cosa mi è singolarissima grazia. “lo sono Colui che è: tu sei quella che non è” Quando si ricorda santa Caterina da Siena è in primo luogo la dichiarazione di Gesù che viene alla mente. C’è tanto da cogliere nella vita di Santa Caterina da Siena nonostante il trascorrere dei secoli che si rimane un po’ storditi. Vita consacrata nel mondo figlia della Chiesa al più alto grado madre spirituale di un gran numero di persone che la chiamavano “la dolce mamma”, Caterina ha di che soddisfare tutte le nostre ambizioni di una vita d’intimità con Dio ed anche di testimonianza e d’apostolato... essendo ovviamente questo nient’altro che effusione della prima.

 

SCHEGGE DAI PENSIERI DI SANTA CATERINA

 

AMARE

L'uomo è stato fatto per amare ed è per questo che è così portato ad amare.

 

AMORE

Niente attrae il cuore di un uomo quanto l'amore! Come potrebbe essere altrimenti? Per amore Dio lo ha creato, per amore suo padre e sua madre gli hanno dato la propria sostanza, egli stesso è fatto per amare.    

 

AMICIZIA

L'amicizia che ha la sua fonte in Dio non si estingue mai.

 

ANIMA

Poiché l'anima non può vivere senza amore, conviengli amare o Dio o il mondo.

E l'anima sempre si unisce in quella cosa che ama e vi si trasforma, chè sempre piglia di quello che è nella casa che ama.

 

CRISTO

Cristo è il ponte. L'unico ponte che va dalla terra al cielo. fuori di lui è l'abisso.

 

CUORE

Niente attrae il cuore dell'uomo quanto l'amore.        

 

PROSSIMO

Il prossimo ci è stato dato per mostrare l'amore che nutriamo per Iddio.

 

MOMENTO PRESENTE

L'ora di fare il bene è subito.        

 

PERSEVERANZA

Alla virtù della perseveranza sono date la gloria e la corona della vittoria.       

 

ANIMA

L'anima non può vivere senza amore, ha sempre bisogno di un oggetto d'amore, poiché è per amore che Dio l'ha creata.   

 

AMORE DI DIO

Non amate Dio per voi stessi, per il vostro tornaconto, ma amate Dio per Dio, perché Egli è la suprema bontà degna di essere amata.

 

COLLABORAZIONE

Dice Dio: vi ho creati senza di voi, ma senza di voi non vi salverò.

 

AMORE DI DIO

Ovunque mi volga trovo solo l'abisso di fuoco del tuo amore.

 

INCARNAZIONE

Dio eterno, folle d'amore, hai dunque bisogno della tua creatura, tu che agisci come se non potessi vivere senza di lei? Come avresti potuto avvicinarti di più a lei, se non rivestendoti della sua umanità ?

 

DALLE «LETTERE» 

«Che voi non siete fatti d’altro che d’amore».

 

«Dunque carissima suora, aprite l’occhio dell’intelletto ed amate il vostro Creatore e ciò che Lui ama, cioè la virtù, possedendo le cose del mondo e marito e figlioli e ricchezze ed ogni altro diletto, come cosa prestata e non come cosa vostra. Pero, come già detto, vengono meno, e non le potete tenere né possedere a vostro modo, se non quanto piace alla divina Bontà di prestarvele. Facendo così, non vi farete Dio de' figlioli né di alcuna altra cosa».

 

«A Dio date amore; al prossimo fadiga».

 

«Noi non fummo fatti per nutricarci di terra».

 

«La verità tace quando è tempo di tacere e, tacendo, grida col grido della pazienza».

 

“Ogni gran peso diventa leggero, sotto questo santissimo giogo della volontà di Dio”

 

 

ANEDDOTI SULLA VITA DI SANTA CATERINA

 

 

IL MANTELLO D'ORO

Una volta, santa Caterina da Siena, da una finestrelle vide un mendicante steso all'angolo della via. Mentre recitava le preghiere, l'immagine di quel poveretto esposto al freddo, non la lasciò un istante. Infine, non potendo più resistere, corse in cucina a prendere del pane per deporlo presso il dormiente. Lo trovò invece sveglio e parecchi infreddolito: "Non avresti qualcosa per coprirmi?", chiese. Per tutta risposta Caterina si tolse il mantello nero della penitenza e glielo diede, rammaricandosi di non poter dargli anche le vesti, per via della gente. Alla notte seguente Gesù le comparve in visione dicendole, compiaciuto: "Figlia mia, oggi hai coperto la mia nudità: Per questo io, ora, ti rivesto del mantello d'oro della carità". D'allora in poi Caterina non soffrì mai più il freddo e anche nel più crudo inverno "poteva andare in giro vestita di leggero". Il calore della Grazia la riparava sempre.

 

 

IL POSTO DI DIO

In un periodo in cui era afflitta da una marea di tentazioni della carne, santa Caterina da Siena ricevette la visita del suo Sposo celeste: “Signore mio gli gridò —, dove eri quando il mio cuore era tribolato da tante tentazioni?”. E il Signore: “Stavo nel tuo cuore”. E lei: “Sia salva sempre la tua verità, o Signore, e ogni riverenza verso la tua Maestà; ma come posso credere che tu abitavi nel mio cuore, mentre era ripieno di immondi e brutti pensieri?”. E il Signore: “Quei pensieri e quelle tentazioni causavano al tuo cuore gioia o dolore? Piacere o dispiacere?”. E lei: “Dolore grande e grande dispiacere!”. E il Signore: “Chi era che ti faceva provare dispiace­re se non io, che stavo nascosto nel centro del tuo cuore?”.

 

PICCOLA EREMITA

Ancora bambina, dopo aver ascoltato, nelle prediche di fra Tommaso delle Fonti, le austerità degli eremiti ed il loro ideale di vita ascetica nel deserto, Caterina di Siena intraprese una rigorosa ascesi di stile eremitico: cercava luoghi nascosti, si disciplinava con una funicella, pregava ininterrottamente, scopriva il valore del silenzio e riduceva progressivamente l’alimentazione. Scrive il Del Corno a proposito del richiamo della Tebaide nel Trecento, che la piccola Benincasa “provvista di un pane, esce per la porta di Sant’Ansano, alla ricerca del deserto, che le pare di trovare in una spelonca, sotto una rupe, poco lontano dalle ultime case (di Siena). Ella si raccoglie in un’intensa preghiera e si leva nell’aria fino a toccare la volta della spelonca; ma all’ora nona, in cui il Figlio di Dio posto in croce consumò il sacrificio di salvezza, cessano i fenomeni di levitazione: Caterina si dà conto d’essere vittima di una tentazione e che il suo deserto è la casa paterna. Trasportata da una forza prodigiosa, quasi novella Maria Egiziaca, rientra in città prima che i suoi genitori si accorgano della sua assenza".

 

FARSI MONACO PUR DI PREDICARE IL VANGELO?

Poco prima d’entrare fra le Mantellate, cioè le Domenicane dell’Ordine della Penitenza, Caterina di Siena fu oggetto di molte insistenze da parte di sua madre Lapa perché, dopo la morte del padre, si decidesse per il matrimonio: la giovanetta «meditò a lungo di imitare Eufrosina, scrive Raimondo da Capua, la quale, fuggendo lontano da dove era conosciuta, si finse maschio e visse murata in un cenobio di religiosi: così pensò di fare la fanciulla per entrare nell’ordine dei Predicatori dove potesse sollevare le anime di coloro che perissero»

 

LA CELLETTA INTERIORE

Lo stesso beato Raimondo di Capua, scrisse che Caterina, privata di un luogo dove potesse isolarsi, «si costruì un eremo mentale, una cella tutta interiore, dalla quale stabilì di non uscire, benché fosse impegnata in qualsiasi negozio esterno” (cf Vita di S. C. I, p. 49). Effettivamente la Santa di Fontebranda si era costruita una celletta nel cuore, come confidava in varie lettere, erigendola sulle fondamenta dell’umiltà, con le pareti di speranza, imbiancata di purezza, con lo zoccolo della fede, col soffitto di prudenza, con la finestra dell’obbedienza, la porta della carità, la chiave della povertà, l’ornamento di un crocifisso e come unico mobile un inginocchiatoio. Così poté viaggiare per il mondo, assistere gli infermi, aiutare continuamente i vivi ed i morti.

 

 

CATERINA, DONNA FORTE E DELICATA

Siena, seconda metà del XIV secolo.

All’Ospedale S. Lazzaro non si aveva memoria di un malato più impaziente e ingrato della Tecca. Ha la lebbra! E’ intrattabile, smaniosa, per un nulla si adira con i medici e gli infermieri. Vagherà per la campagna, secondo l’uso dei tempi, suonando un campanello, per annunciare il suo passaggio. La voce giunge fino a Caterina, una giovane religiosa, appartenente alle Mantellate di S. Domenico, della quale tutti hanno grande venerazione. Caterina si reca a S. Lazzaro e chiede di accudire lei alla povera Tecca.

Conosco la tua generosità; le risponde il cappellano dell’ospedale, ma temo che questa volta non ce la farai. Caterina non si scoraggia. Va dalla Tecca. Buon giorno, Tecca, il Signore ti aiuti! E a te venga una lebbra peggiore della mia! Le urla la terribile malata, graffiandola a sangue. Ma Caterina non si arrende e comincia a occuparsi di quella povera lebbrosa, con lo stesso delicato amore con cui Maria unse e profumò i piedi di Gesù. In cambio non ne ha che sgarbi e male parole. Un giorno Caterina arriva in ospedale in ritardo: ha le mani fasciate, la lebbra ha colpito anche lei. Quando la Tecca la vede e se ne rende conto, scoppia in singhiozzi. Non piangere per me, la consola Caterina; quando il Signore permette che il male ci colpisca, lo fa per prepararci un posto più bello in cielo. Qualche giorno più tardi, dopo essersi riappacificata con Dio e con gli uomini, la povera Tecca, va in cielo. Caterina, con l’amore forte e delicato di Patrona d’Italia, ne lava per l’ultima volta le piaghe e l’accompagna nel suo ultimo viaggio. Al ritorno si guarda le mani: non un segno, non un’ulcera: sono miracolosamente guarite, forse per le preghiere della sua amica Tecca in cielo.

 

 

CATERINA E NICCOLÒ SUL PATIBOLO

Da una lettera di S. Caterina da Siena al suo Padre Spirituale, Fra Raimondo da Capua: «…Andai dunque a far visita al giovane condannato a morte, Niccolò Toldo. Ne fu confortato a tal punto che dalla disperazione passò alla Confessione e si dispose molto bene alla morte. Mi fece promettere che sarei salita con lui sul patibolo. Così feci. La mattina, innanzi alla campana, andai da lui. Ne fu tanto Contento. Lo accornpagnai a Messa e ricevette la S. Comunione, che non aveva più ricevuta da quando era in carcere. Era sereno; solo gli era rimasto il timore di non essere forte durante l’esecuzione. Andava dicendomi: Stammi vicina; non abbandonarmi. Solo con te morirò contento. Così dicendo, appoggiò il suo capo sulle mie spalle. Io lo consolavo: Coraggio, mio dolce fratello: ben presto giungeremo alle nozze. Tu v’andrai purificato dal sangue dolce di Gesù: il cui nome non deve uscirti dalla memoria. Coraggio! T’aspetto la! Queste parole lo fecero oltremodo contento. Giunse sul patibolo, come un agnello mansueto. Quando mi vide, sorrise e volle che gli facessi il segno della Croce. Ricevuta la benedizione, gli dissi: Giù la testa! Alle nozze, fratello mio dolce! Tra poco avrai la vita eterna! Lui si pose giù con grande mansuetudine. Io gli distesi il collo, mi chinai su di lui e gli ricordai il sangue del­l’Agnello. La sua bocca non chiamava che Gesù e Caterina. Mi trovai la sua testa, troncata, tra le mani e il mio vestito rosso e profumato dal suo sangue. Ohimé, misera! Rimasi sulla terra, invidiando grande­ mente la sua sorte! (Lettera 273)

 

MANTELLO E CARITÀ

Per strada S. Caterina incontra un povero. Non avendo nulla da dargli, gli dà il suo mantello nero di domenicana. Le consorelle terziarie la rimproverano. AI che la  Santa: Meglio senza il mantello che senza la carità. Una strada difficile. Quando ci si innalza tanto al di sopra della gente comune, si suscita sempre o grande ammirazione, o altrettanto grande invidia e rabbia. Caterina è circondata da uno stuolo di discepoli fedelissimi, gode di fama di santità presso il popolo, ma ha anche acerrimi nemici. Suoi nemici sono i vecchi compagni di quei peccatori che è riuscita a recuperare alla Grazia, suoi nemici sono anche alcuni religiosi la cui limitatezza non permette di capire la statura mistica di lei. Le voci, i pettegolezzi, le calunnie aumentano col passar del tempo. È vero, Caterina, che ieri sei stata cacciata dalla chiesa di S. Domenico? Caterina non si turba. È vero. E perché mai? Ero immersa nella preghiera e non mi sono accorta che il tempo passava. Non mi sono accorta neanche che mi chiamavano, mi scuotevano. Ed i sacrestani dovevano chiudere la chiesa, era buio ormai. E allora... Se i sacrestani avessero saputo cosa significava per Caterina potersi abbandonare alla preghiera, se solo avessero saputo quali estasi, quali visioni essa godeva davanti al tabernacolo, certamente non sarebbero stati così duri, così inflessibili. Ed è vero che, da qualche tempo a questa parte, ti cibi soltanto di un po’ d’erba cruda e di acqua di fonte? Vero anche quello. Ma come puoi resistere? Oh, benissimo, per grazia divina. Il fatto è che io da piccola ero golosissima di frutta e, per permettermi di purificarmi da questo difetto, il Signore mi ha dato il privilegio di sostentarmi di poco. È vero anche che ti comunichi tutti i giorni? Certo. L’ostia consacrata è il nutrimento della mia anima, e nessuna anima può vivere senza nutrimento. Non ti sembra un atto di presunzione questo di comunicarti tanto spesso? (Nei suoi tempi era una cosa molto inconsueta). I cristiani primitivi si comunicavano tutti i giorni.  S. Agostino dice: «io non lodo né biasimo chi si comunica tutti i giorni». E se non mi biasima S. Agostino, perché volete biasimarmi voi, padre reverendissimo? Caterina risponde con calma assoluta e con sicurezza al lungo interrogatorio del Superiore dei Terziari, un religioso che ha voluto porre qualche domanda alla fanciulla di Fontebranda per veder di chiarire un poco la ridda di dubbi e di interrogativi che si moltiplicarono intorno alla sua persona. Credeva di trovarsi davanti ad un’esaltata, una fanatica, e deve constatare che la giovane donna che gli sta davanti, umile e rispettosa ma decisa e sicura di sé, è animata da una fede profondissima e chiara, e che ha una straordinaria conoscenza di tutti gli argomenti di fede.  Un’ultima cosa, Caterina. Sai cosa dice la gente? Che tu digiuni in pubblico e ti nutri di nascosto, per alimentare la fama di santità intorno alla tua persona. C’è una frase del Vangelo, padre reverendissimo, che io ricordo sempre: «non giudicate e non sarete giudicati». Il religioso la congeda, convinto ed edificato: Caterina ha vinto una dura battaglia.

                                                  (ROSSANA GUARNIERI Caterina da Siena, Edizioni Messaggero – Padova).

 

 

VADO A RIPOSARMI IN UN OCEANO DI PACE

È il 29 aprile del 1380, domenica. Caterina è in preda a sofferenze indicibili, che sopporta con eroica pazienza: Figlioli carissimi, non dovete rattristarvi se io muoio, ma piuttosto dovete gioire con me e con me rallegrarvi, perché lascio un luogo di pene per andare a riposarmi in un oceano di pace, in Dio eterno. Vi do la mia parola: dopo la mia morte, vi sarò più utile... Dopo la confessione generale e grandi segni di contrizione perfetta, gli astanti si accorgono che la sua anima sostiene una dura lotta coi potere delle tenebre: La vanagloria, no sussurra, ma la vera gloria e la lode di Dio sì! L’agonia è lunga e la vittoria completa. Ottenuta l’assoluzione generale, vedendosi ormai prossima alla morte, dopo varie raccomandazioni ai suoi, disse: signore, raccomando nelle tue mani lo spirito mio! E, finalmente sciolta e libera, la sua anima può congiungersi indivisibillmente con lo Sposo che aveva amato per tutta la vita. Aveva solo 33 anni!

 

 

PREGHIAMO CON LA LITURGIA DELLA FESTA

O Dio che in Santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito di amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa, per sua intercessione concedi a noi tuoi fedeli, partecipi del mistero di Cristo, di esultare nella rivelazione della sua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo….

 

PAROLA DI DIO PROPOSTA NELLA FESTA DELLA SANTA

 

1^ Lettura 1 Gv 1,5 - 2,2

Dalla prima lettera di Giovanni

Carissimi, questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Parola di Dio

 

Salmo 44 “In te, Signore, ho posto la mia gioia”

 

Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;

al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui. R

 

La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d'oro è il suo vestito;

è presentata al re in preziosi ricami. R

 

Con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza

entrano insieme nel palazzo del re. R

 

Vangelo Mt 25, 1-13

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora”. Parola del Signore

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