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Lo sfaticato Carloforte, Ilbono del paese, dopo tanto Ozieri, decise di recarsi in campagna a Cuglieri Nuxis, anche per destarsi un po' dal suo Torpè.
Quando arrivò in Collinas vide Mara Pau che pascolava le Cabras. Era Tottubella, aveva due Senis molto graziosi, una Gonnesa molto attillata ed un visino che sembrava Santa Teresa. Da quando il Magomadas gli aveva detto che non sarebbe rimasto ancora Assolo per altro Tempio, tutto Marrubiu per l'emozione decise di dichiararsi alla ragazza: "Buongiorno, mi Portoscuso per il disturbo, è da Jerzu pomeriggio che la osservo, l'Aggius Castiadas bene, ed è un Orroli che lavori qui Solanas come un cane… Ho visto che Armungia spesso il gregge…La mia anima Anela a Lei anzi a te. Vorrei sposarti, sono regolare: Martis finirò di fare il Milis e poi andremo nella nostra casa, una bella Domusnovas, e tu mi aiuterai: tu Assemini il Campus, io zappo la Capoterra e la irrigo con l'acqua del Pozzomaggiore, e poi cuoceremo il pane nei Fonni a Carbonia, a Foxi lento; avremo un bel frutteto di Golfo Aranci e una Serramanna, però dovremo stare attenti ai Furtei, perché sarebbe un'autentica Ruinas". La ragazza, Chiaramonti, si sentì un po' con le spalle al Muros per questa proposta ma alla fine non riuscì a dirgli Gonnosnò e accettò volentieri.
Allora la giovane coppia andò a chiedere il consenso alla famiglia nella casa che si trovava ne Las Plassas del paese. Il giovane arrivò e Buddusò alla porta, e venne ad aprire la Mamoiada: "Buongiorno, chi siete Gavoi?." "Sono Carloforte Asuni e vengo a chiedere la Mandas di sua figlia. Posso entrare?". "Ma Simaxis! Entri e si Sedilo! E cosa avete da offrirle? Una Villamar, la macchina Dolianova e Sanvito e alloggio nella mia manSardara". "Allora Sìssini! E' una cosa Santa Giusta! E tu, figlia mia, sei innamorata?". "Abbasanta! E' così Norbello, così Bono, proprio unu Figu!! E poi è già il Decimo ragazzo che ho avuto ma questo ha proprio la Giave del mio cuore…" Anche il Padru Setzu al caminetto fu molto contento, e Posada la bottiglia che stava sorseggiando non potè dar loro Tortolì e diede il suo consenso.
E fu così che allora si sposarono nell'Iglesias di un antico Monastir in un Luogosanto, e poi partiremo in Lunamatrona di miele, a visitare i posti più belli di tutta la Padria: andarono a vedere i Monti, i Musei e i Nurachi, e poi fecero una bella festa nella Domusdemaria che era veramente una Villagrande, situata nell'antico Burgos, quindi andarono a Ballao e bevvero una Bottida di Nuragus e un Sorso di Villacidro, ma gli amici pagarono alla Romana. Si ubriacarono tanto che qualcuno uscì di Sennori. La festa continuò sino a Terralba, tutti cantavano: "Ollolai-Oh-Oh, Be-Bop a Lula…" insomma, erano tutti al Settimo cielo, e dopo il banchetto rimasero Triei Bidoni di Ossi di porchetto per cani…Poi gli sposi dissero: "Noi Sindiandausu, sennò Sorgono problemi…" La Mamoiada disse: "San Sperate che San Gavino vi protegga e vi dia Sanluri e prosperità! Che la vostra gioia Siamaggiore per sempre… E sia Lodè San Teodoro!"
E fu così che coronarono il loro sogno d'aMores e vissero Benetutti.
Un formatore esploratore |
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Credo che per realizzare una ricerca seria su un paese, sulla sua storia e sulle sue tradizioni non basterebbero due o tre anni di indagini e ricerche ma in qualche settimana qualcosa si può fare: oltre a chiedere ai miei allievi di portare materiale su Bessude ho proposto di dedicare la mattina del mercoledì alla ricerca sul campo. Mi presento puntuale all’appuntamento alle 9 davanti al bar del paese dove mi aspettano Gavina, Romina e il mio alunno Mario, 48 anni di cui 25 passati in polizia in un nucleo speciale antisequestri. Attendiamo qualche minuto che arrivino gli altri ragazzi, ma alle 9.15 non è arrivato nessuno, forse hanno preferito il mare di Alghero. Saliamo a bordo della macchina di Mario, un fuoristrada Suzuki, ideale per arrampicarci nei viottoli della montagna, inizia il giro turistico tra le campagne divise dagli antichi muretti a secco, la mia guida mi mostra subito una caratteristica capanna in pietra a pianta circolare, e mi assicura che non si vedono da nessuna altra parte della Sardegna, in effetti ricordo di averne viste simili nel nuorese ma erano coperte da un tetto in canne e paglia mentre queste hanno una copertura a cupola in pietra, come dovevano essere i nuraghi nell’antichità. |
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Giriamo intorno all’invaso del Bidighinzu che ha coperto all’inizio degli anni 60 i terreni più fertili di Bessude anche se, secondo Mario, all’epoca erano stati pagati profumatamente ai proprietari; in compenso ora si può portare a casa anche qualche buona carpa. Dopo qualche chilometro di strada imbocchiamo una mulattiera che ci conduce ad uno spiazzo sotto la necropoli di “Enas de cannuja” sconosciuta anche a Romina e Gavina ma esplorata spesso anche da turisti tedeschi sempre alla ricerca di testimonianze di culture remote. |
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Gavina e Mario davanti alla necropoli |
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Ci arrampichiamo nella parete rocciosa dove troviamo diverse tombe scolpite internamente, una in particolare sembra reggersi su due pilastri scolpiti dall’uomo in epoca prenuragica. |
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Durante il viaggio di rientro mi faccio raccontare da Mario qualche aneddoto legato alla sua vita da “testa di cuoio”, mi parla di camminate sull’Aspromonte calabrese e sulle montagne sarde, mi racconta dell’arresto di un pericoloso brigatista riconosciuto da lui tra la folla della stazione Principe di Genova, della vita da scapolo forzato perché il matrimonio mal si conciliava con la vita randagia, della pensione che rischiava di sfuggirgli a causa di Amato fino al rientro al tranquillo lavoro dei campi, alla famiglia, alla casa di Bessude tra i tetti di tegole rosse ai piedi del vasto altopiano basaltico del monte Pelao. Raffaele |
Ho da raccontarvi una storia
tenera e divertentissima allo stesso tempo!
E' giovedì, ore 20; finita la lezione con i grandi, esco dal municipio e mi
avvio verso il mio catorcio a quattro ruote. I giardini antistanti l'edificio
sono invasi dai ragazzini che giocano, tra di loro ci sono anche i miei pulcini
del mitico gruppo C. Non si capisce niente, ci sono bambini (e palloni) che
spuntano da tutte le parti e io mi fermo un attimo sui gradini per scegliere la
strada meno pericolosa per arrivare alla macchina sana e salva. In mezzo a tutto
questo caos, vedo R. che si blocca al centro della piazza e rimane a guardarmi
fino a quando gli passo davanti, mi saluta sorridente, ricambio saluto e sorriso
e faccio appena in tempo a vedere un pallone che, arrivato da chissà dove,
riporta il mio allievo sulla terra! Poverino, era troppo imbarazzato! Si sarà
mica innamorato della piccola Valeria?!
Trasferirsi per due mesi a 200 Km da casa non è cosa da poco e soprattutto non sono poche le spese che bisogna affrontare. Io però ho trovato una soluzione che non solo mi fa risparmiare un po’ di soldi ma che mi fa anzi guadagnare, almeno dal punto vista culturale.
Vivo nel Monastero di San Pietro di Sorres sfruttando l’antica tradizione dell’ospitalità benedettina. Vi devo confessare che non è stato facile passare dal caos di Cagliari al silenzio assoluto tra le mura medievali del monastero.
Qui la vita è scandita da orari immutati da secoli: sveglia alle 5.25 e poi l’alternarsi di “ora et labora” fino alle 13 quando i monaci vanno a tavola per mangiare in trenta minuti esatti, primo secondo contorno e frutta evitando anche il minimo rumore tra le posate e i piatti.
Mentre la mattinata la trascorro a sgolarmi con i miei simpatici allievi, il pomeriggio faccio il portinaio-centralinista al monastero; ed è facendo questo lavoro che ho scoperto dopo qualche giorno la presenza in questo monastero, isolato su un colle che domina a 360 gradi la valle dei nuraghi del Logudoro, l’esistenza di un computer collegato in rete!
Ricevo una telefonata da una signora che mi chiede di ringraziare un monaco per l’email ricevuta; preso da crisi di astinenza da internet, terminata la cena, chiedo al novizio Lorenzo di accompagnarmi al tanto desiderato Pc; riesco a connettermi e inizio a spulciare i messaggi del forum di Sardegna2000, il mio accompagnatore mi lascia, rimango solo, incollato alle parole che scorrono sullo schermo. Soltanto dopo aver terminato il mio breve viaggio nella rete, mi rendo conto di trovarmi in una oscura biblioteca, mi viene in mente “Il nome della rosa” e inizio a temere quei corridoi lunghi e stretti e le scale a chiocciola tra gli ingialliti libri; trovo un’uscita che mi porta al chiostro anch’esso coperto dal buio della notte, ora il problema è raggiungere la camera, mi infilo in una porticina poi in una scaletta ripida e finalmente trovo un interruttore, accendo, davanti a me un quadro con scritto: Laudato sii mi Signore per sora nostra morte corporale… più allegro non potevano trovarlo? Trovo finalmente la mia stanzetta che per dispetto illumino a giorno.
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Prima di infilarmi nel letto c’è ancora tempo per stare un minuto alla finestra col naso all’insù per ammirare le infinite stelle che il cielo di Cagliari non mi ha mai mostrato. Raffaele
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