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Il processo del primo obiettore di 
coscienza in Italia.

Processo a Remigio Cuminetti
Tribunale Militare Alessandria. Agosto 1916

 

Remigio Cuminetti e sua moglie Albina Protti in una foto del 1938.
Remigio Cuminetti e sua moglie Albina Protti in una foto del 1938

Quando nel maggio del 1915 l'Italia entrò in guerra, iniziarono le difficoltà particolarmente per uno dei primi testimoni di Geova italiani, Remigio Cuminetti. Fu chiamato per il servizio militare, ma egli decise di mantenersi neutrale.  Per questo fu processato dal Tribunale Militare di Alessandria. La sentenza n.309 del 18 Agosto, riporta i motivi di coscienza adottati da Cuminetti. Un altra testimone, Clara Cerulli, presente al processo, ne fece una dettagliata relazione al fratello Giovanni De Cecca della Betel di Brooklyn, che sempre si interessò dell'attività svolta dai fratelli italiani. La lettera, datata 19 settembre 1916, costituisce un'autentica testimonianza del suo processo.  


"Caro fratello in Cristo,

"Non voglio aspettare più a lungo a dirti la lieta notizia di come il nostro caro fratello Remigio Cuminetti manifestò la sua forte fede, dando durante il processo ad Alessandria una commovente e bella testimonianza.

"La sorella Fanny Lugli ed io avemmo il grande privilegio di assistere a questo processo e di godere così la grande manifestazione d'una aperta confessione e d'una ferma fede del nostro fratello.

"Invano il Presidente cercò d'indurre Remigio in qualche trappola, ma non riuscì mai a confonderlo. Ora segue il processo con le seguenti parole:

PRESIDENTE: 'Faccia attenzione, lei è davanti al Tribunale, la sua accusa è grave, sembra che abbia voglia di ridere!'

F.LLO CUMINETTI: 'Non posso cambiare l'espressione del mio viso, ho il cuore pieno di gioia, cosicché si rispecchia nella mia faccia".

PRESIDENTE: 'Perché non ha indossato la divisa militare, rifiutandosi di difendere la patria?'

FRATELLO: 'Non sarei qui se non avessi fatto ciò, poiché so di non aver commesso altre cose, salvo che non ho indossato la divisa militare, e questo solo; perché non si addice che un figlio di Dio indossi un vestito che significa odio e guerra! Per la stessa ragione mi sono rifiutato di lasciarmi mettere il bracciale in fabbrica e considerarmi militarizzato, preferendo portare il segno di un figlio di Dio, che significa pace per il mio prossimo'.

PRESIDENTE: 'È vero che nel carcere di Cuneo lei si spogliò rimanendo in mutande?'

FRATELLO: 'Sì, signor Presidente, è vero. Tre volte mi fecero indossare la divisa e tre volte mi spogliai. La mia coscienza si ribella al pensiero di fare del male al mio prossimo. Offro la mia vita per il bene del mio prossimo, ma mai muoverò un dito per recargli del male, poiché Iddio mi dice mediante il Suo spirito di amare il prossimo e non di odiarlo'.

PRESIDENTE: 'Quale scuola ha frequentato?'

FRATELLO: 'Questo ha poca importanza, ho studiato la Bibbia!'

PRESIDENTE: 'Risponda a ciò che le domando: per quanti anni ha frequentato la scuola?'

FRATELLO: 'Tre anni, ma ripeto che questo ha poca importanza in confronto a ciò che ho imparato da quando frequento la scuola di Cristo!'

PRESIDENTE: 'Peccato che lei sia venuto in contatto con certe persone (indicando la sorella Lugli e me) che l'hanno condotto in una via sbagliata. Da quanto tempo lei studia questo libro (con disprezzo) che lei chiama "Bibbia"?'

FRATELLO: 'Da sei anni. Una sola cosa mi dispiace: di non averla conosciuta prima!'

PRESIDENTE: 'Chi le insegna questa nuova religione?'

FRATELLO: 'Iddio stesso istruisce i suoi. Gli studenti più anziani mi aiutano a comprendere la verità della Bibbia, ma solo Iddio può aprire gli occhi del nostro intendimento'.

PRESIDENTE: 'Si rende conto quant'è pericolosa la sua disubbidienza? La sua coscienza le consente di affrontarla?'

FRATELLO: 'Sì, certo. Sono pronto a qualsiasi cosa mi avvenga; anche se vengo condannato a morte, non violerò mai il patto che ho fatto con Dio, perché voglio servire in tutto il Signore'.

"Dopo questo fu richiesta la condanna di Remigio Cuminetti a 4 anni e 4 mesi di carcere e data la parola all'avvocato (statale).

"L'avvocato si alzò e diede riguardo all'atteggiamento del fratello una meravigliosa testimonianza, dicendo che un tal uomo non è da condannare, anzi da ammirare per il suo coraggio e per la sua fedeltà verso Dio. Egli non vuole andare contro Dio né contro la sua coscienza, poiché la Bibbia gli dice di non uccidere e così vuole ubbidire alla Legge divina. . . .

"In seguito i giudici si ritirarono e dopo cinque minuti rientrarono nella sala delle udienze dove fu letta la sentenza: 'Remigio Cuminetti è condannato a tre anni e due mesi di carcere per la sua infedeltà al Re e alle leggi nazionali'.

"Il fratello ringraziò con un sorriso di beatitudine!

"Il Presidente gli chiese se avesse ancora qualcosa da dire.

"Remigio rispose: 'Avrei tante cose da narrare riguardo all'amore di Dio e al Suo piano meraviglioso per l'umanità'.

"Il presidente irritato: 'Abbiamo già sentito abbastanza di queste cose. Ripeto la domanda: Ha qualche cosa da dire riguardo alla sentenza?'

"'No', rispose il fratello con viso raggiante. 'Ripeto che sono pronto a dare la mia vita per il bene del mio prossimo, ma mai muoverò un dito per recargli del male!'

"Qui finisce il processo.

"La sorella Fanny Lugli ed io avemmo il privilegio di parlare con il nostro caro fratello. Tutti l'ammiravano. Persino i giudici erano stupiti da tale atteggiamento umile e anche per il suo coraggio, che solo i figli della luce possiedono; poiché non piegano i loro ginocchi davanti alle potenze terrene, ma solo davanti a Dio pregandolo in spirito e verità".


Ciò che accadde dopo il processo fu così sorprendente che anni più tardi venne narrato dal periodico L'Incontro nel suo numero di luglio-agosto 1952. Dall'articolo intitolato "L'odissea di un obbiettore durante la I guerra mondiale" sono tratti i seguenti brani:

"Questo testimone fu Remigio Cuminetti, nato a Porte di Pinerolo nel 1890. . . .

"Ma, scoppiata la prima guerra mondiale nel 1915, quelle Officine [la RIV di Villar Perosa] furono considerate come ausiliarie di guerra e perciò fu imposto agli operai di mettere un bracciale e considerarsi militarizzati. Sarebbe bastato che il Cuminetti accettasse questa mobilitazione civile per evitare tutte le angustie per cui dovette passare in seguito, poiché avrebbe avuto quale operaio specializzato l'esonero permanente; ma immediatamente si presentò alla sua mente il quesito: Posso io fare la volontà di Dio al quale mi son consacrato e in pari tempo contribuire alla guerra e disubbidire, sia pure indirettamente, ai comandamenti: 'Non uccidere', e 'Ama il tuo prossimo come te stesso'? Non sono forse i Tedeschi e gli Austriaci mio prossimo come lo sono i Francesi, gl'Inglesi, i Russi? E siccome nel suo cervello non c'era posto per i ragionamenti cavillosi, la risposta al quesito fu netta ed esplicita. . . .

"Quando fu richiamata la sua classe, egli coerentemente rifiutò di partire, fu nuovamente arrestato e processato dal tribunale militare di Alessandria, il quale lo condannò a tre anni e mezzo di reclusione [in realtà tre anni e due mesi], e fu mandato al reclusorio di Gaeta. . . . Ma le autorità militari giudicarono che non era giusto che, mentre i suoi coetanei affrontavano i disagi, le durezze e i pericoli della vita di guerra e rischiavano la vita sui campi di battaglia, egli se ne rimanesse così tranquillo in carcere! . . . Perciò lo prelevarono da Gaeta e lo mandarono al distretto per costringerlo a fare il soldato e a combattere . . . si rifiutò di vestire la divisa militare; allora fu spogliato dei suoi abiti e lasciato in camicia in cortile.

"Passato alquanto tempo così, tra le beffe e le risa dei compagni, finì col riflettere che dopo tutto . . . l'abito non fa il monaco e neppure il soldato, e che egli poteva bene indossare quei panni, ma che un uomo non può essere considerato soldato e sottoposto alla disciplina militare se non appunta le stellette alla giubba. Così indossò l'uniforme, ma senza le stellette, che nessuno riuscì mai a fargli appuntare al colletto. Per questo fu rimandato in carcere e quindi giudicato pazzo, fu spedito in manicomio. Ma il direttore del manicomio non poteva ritenerlo pazzo, visto che il Cuminetti ragionava benissimo; perciò lo rimandò al Corpo che, di fronte al reciso suo rifiuto di mettere le stellette e di fare qualsiasi servizio militare, lo ricacciò in carcere. Così, fra carceri e manicomio, passarono parecchi mesi.

"Finalmente, rimandato al Corpo, un maggiore volle ridurlo all'ubbidienza, e un giorno gl'impose, puntandogli la rivoltella, di prendere le armi e di andare in linea. Cuminetti, . . . dato che gli era stato riferito che quel maggiore aveva già ammazzato parecchi soldati per motivi meno gravi, . . . aveva ritenuto per certo che fosse per lui venuta l'ora della morte. Tuttavia si rifiutò imperturbabile di prendere quelle armi. Allora il maggiore ordinò a due soldati di preparargli lo zaino e quindi caricarglielo sulle spalle, dopo avergli allacciato la cinghia con le giberne, la sciabola, ecc. Dopo averlo fatto bardare a quel modo, gl'impose nuovamente, minacciandolo sempre con la rivoltella, di recarsi in linea. Ma siccome Cuminetti non si muoveva, il maggiore ordinò ai due soldati di prenderlo sotto braccio e condurlo in linea a viva forza. Allora, mentre stavano avviandosi, egli si limitò a osservare: 'Povera Italia, se per mandare un soldato in linea si deve farlo condurre da due altri, come farà a vincere la guerra?' A tale osservazione anche quel feroce e implacabile maggiore rimase disarmato, ordinò che Cuminetti fosse spogliato di tutta quella bardatura e lo rimandò in prigione.

"Alquanto tempo dopo, fu mandato a chiamare dal colonnello del reggimento al quale era stato aggregato. Questo colonnello volle fare il tentativo d'indurlo a mettere le stellette prendendolo con le buone. Lo fece chiamare nel suo ufficio e gli fece le più ampie promesse che, s'egli si sottometteva, non avrebbe mai avuto da prendere un fucile in mano, che sarebbe sempre stato adibito a servizi di retrovia. Cuminetti ebbe a dire . . . che quella fu la lotta più dura ch'egli dovesse sostenere. Vedendolo umile e remissivo, il colonnello credette a un dato momento di averlo convinto e gli disse, parlandogli paternamente: 'Come puoi fare a lottare tutto solo, poveretto che sei, contro la formidabile forza costituita dall'esercito? Ne rimarresti schiacciato. Io stesso ti appunterò le stellette e tu le porterai senza ribellarti più oltre. Ti parlo per il tuo bene; e ti prometto solennemente che il tuo desiderio di non essere obbligato a sparare sul tuo simile sarà appagato in pieno".

"Cuminetti si limitò a rispondere: 'Signor Colonnello, se ella mi mette le stellette, certo io me le lascio mettere, ma appena fuori di qui le levo di nuovo'. Di fronte a tale indomabile volontà, anche quel colonnello non insisté più oltre e lo abbandonò al suo destino.

"Quest'uomo umile e semplice dovette subire per la sua fede cinque processi, fu ospite, oltre che del reclusorio di Gaeta, del carcere di Regina Coeli [a Roma] e di Piacenza, e del manicomio di Reggio Emilia".

Infine, dopo aver scontato altri mesi in prigione fu portato sul fronte delle operazioni di guerra per fargli trasportare i feriti. Il periodico prosegue:

"Un giorno, trovandosi agli avamposti per il suo servizio, seppe che un ufficiale ferito si trovava davanti alla trincea senza aver più la forza di ritirarsi, e che nessuno osava andarlo a trarre di là. Egli si offerse subito per quella rischiosa impresa e riuscì a portare in salvo l'ufficiale, ma rimase egli stesso ferito a una gamba".

Per questo salvataggio gli fu assegnata la medaglia d'argento al valor militare, "ma egli rifiutò l'onorificenza dicendo che, prima di tutto, non aveva compiuto quell'atto per guadagnarsi un ciondolo, ma bensì per amor del prossimo".

La sentenza pronunciata in data 18 agosto 1916 dal Tribunale Militare Territoriale di Alessandria porta il n. 10419 del Registro Processi che si trova presso l'archivio del Tribunale Militare di Torino. Il fratello Cuminetti fu senza dubbio il primo Testimone italiano che sostenne la neutralità cristiana e probabilmente il primo obiettore di coscienza dell'Italia moderna

Fonte: Annuario dei Testimoni di Geova. 1983. Watch Tower, pag. 123-126

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