1982 - 2001


AVVERTENZA: La filmografia comprende i film che ho visto. Di ogni film ho voluto dare una indicativa valutazione espressa da un certo numero di stelle (da 1 a 5). E' solo un modo di ordinarli in base alle mie preferenze personali, per cui non significa che i film che ne hanno di meno siano insufficienti!

 

1982 - FITZCARRALDO

1984 - DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI

1987 - COBRA VERDE

1990 - ECHI DA UN REGNO OSCURO

1991 - GRIDO DI PIETRA

1992 - APOCALISSE NEL DESERTO

1997 - LITTLE DIETER NEEDS TO FLY

1999 - IL MIO NEMICO PIU' CARO

2001 - INVINCIBILE

Progetti Futuri

LINKS

brani video

 


FILMOGRAFIA 1967 - 1973

FILMOGRAFIA 1974 - 1978

 


 

 

 

FITZCARRALDO    £
Fitzcarraldo (1982)  - 158 min. - VHS (ELLEU MULTIMEDIA) - DVD Regione 2 ("Fitzcarraldo" - Manga Films - edizione spagnola - "Fitzcarraldo" - Stonevision - edizione inglese - "Fitzcarraldo" - Ripley Home Video - edizione italiana)

Premi: Palma d'oro per la regia al Festival di Cannes (1982)

Giudizio: 

iiii

Fitzcarraldo non è il miglior film di Herzog  ma è senza dubbio il più ambizioso, il più costoso (5, 6 milioni di dollari di budget), il più faticoso da realizzare.

Herzog è colpito dalla vita del “re della gomma” Brian Sweeney Fitzgerald, un irlandese melomane che costituì un enorme fortuna agli inizi del secolo in Amazzonia, con il commerico del caucciù, sfruttando il lavoro degli indios.

La lavorazione  è lunga e  tormentata (dal ’79 all’ 81 con molte pause). Herzog decide di stabilirsi con la troupe nella vasta area intorno al Rio Maranon e al Rio Canepa verso il confine fra Ecuador e Perù. Gli indios Aguarunas che abitano quelle zone, hanno da tempo ingaggiato una battaglia per la difesa dei loro valori etici e per la conquista di una maggiore autonomia dal governo centrale. Herzog è sensibile a questi problemi e si impegna personalmente: tratta con la comunità di Wawain, trascura però un “consiglio regionale Aguaruna y Huambisa” che si rivela potente e ben organizzato, il cui rappresentante riesce a trovare udienza presso le sedi occidentali più sensibili ai problemi del terzo mondo ed ha screditare il regista tedesco. Scatta il “caso”, che rimbalzerà sui giornali di mezzo mondo. L’associazione per la difesa dei popoli minacciati, sezione tedesca dei “Survival international”, pubblica un dossier: si accusa Herzog di brutalità nei confronti degli indigeni, si citano i numerosi feriti sul set, dove accadono numerosi incidenti.

Secondo contrattempo: gli attori. L’attore protagonista Jason Robards (già, a mio avviso, interprete herzoghiano ne La ballata di Cable Hogue (1970) di Peckinpah) si ammala di dissenteria amebica dopo poche settimana sul set amazzonico, e viene sostituito dal fido ma intrattabile Klaus Kinski. Mick Jagger, interprete di un piccolo ruolo di “spalla” a Robards, decide di lasciare il set anch’egli dopo i primi ciak per intraprendere un tour. Il ruolo verrà soppresso.

Terzo contrattempo: mentre si muove con l’enorme battello fluviale lungo il fiume, scoppia all’improvviso una guerra fra Ecuador e Perù, da ciascun lato del fiume vengono costruiti dei campi militari che impediscono il passaggio della nave. Herzog decide di falsificare un documento del presidente peruviano: in esso il presidente ordinava ai militari di far passare la troupe e dare ad essa tutta l’assistenza per qualunque bisogno.  Così ricorda Herzog: “Il documento era redatto su una carta molto notarile, di quelle che si possono comprare in qualunque negozio. C’era anche un sigillo, che naturalmente avevo fatto io. Per dare un aria più ufficiale al documento, avevo aggiunto anche una serie impressionante di bolli più altre firme del segretario di Stato e di assistenti personali vari. La cosa più impressionante era un timbro in tedesco, che recitava: “Se volete comprare i diritti di pubblicazione di questa foto, siete pregati di contrattare il fotografo” .

Questa tortuosa vicenda produttiva è stata documentata da Les Blank nel celebre Burden of Dreams.

La trama: Manaus, Amazzonia, primi del ‘900: epoca d’oro della gomma. L’avventuriero Brian Sweeney Fitzgerlad, per gli indios Fitzcarraldo, è un avventuriero esperto in progetti fallimentari (ha ideato ed iniziato una ferrovia transandina, poi rimasta incompiuta: ha ideato una elaborata macchina per produrre il ghiaccio) che coltiva ossessivamente un grande sogno: costruire nella foresta amazzonica il più imponente teatro dell’opera del mondo, con l’intima speranza di farlo inaugurare dal celebre Caruso.

L’unica a credere nel suo progetto è Molly, materna tenutaria di una casa di tolleranza di belle indie destinate ai ricchissimi baroni della gomma di Iquitos (interpretata con grazia dalla sempre stupenda Claudia Cardinale), la quale, per amore di Brian, finisce per finanziare l’impresa che dovrebbe consentire a Fitzcarraldo di arricchirsi.

Il facoltoso Don Aquilino (José Legwoy) aveva rivelato a Fitzcarraldo l’esistenza di un esteso territorio di alberi della gomma non ancora sfruttato: nessuna imbarcazione può giungere infatti nella zona (quella del fiume Uyacali) perchè nei pressi si trovano le terribili rapide chiamate “Pongo das Mortes”.  Fitz nota su una carta geografica che, parallelamente all’Uyacali scorre un altro fiume, il Pachitea, e che i due corsi d’acqua  in punto sembrano quasi toccarsi. Sarebbe cosi possibile risalire quest’ultimo fiume e trasportare la nave attraverso l’istmo tra i due fiumi (vedi clip).

Così Fitzcarraldo può dare inizio alla sua straordinaria avventura a bordo di un battello ribattezzato Molly Aida. Recluta poi un equipaggio improvvisato: l’esperto capitano Orinoco, il monumentale meccanico Cholo e lo scaltro e puttaniere cuoco Hurequeque.

Inoltrandosi in territori inesplorati e circondato dagli indios tagliatori di teste, Fitzcarraldo e la sua ciurma percepiscono subito tensioni ed oscure minacce. Alcuni missionari confermano l’inaccessibilità  e l’ostilità delle genti del fiume.

Venuto in contatto con una tribù indigena, per stemperare la tensione venutasi a creare, l’affronta facendole ascoltare un disco di Caruso dal grammofono che ha portato con sè ed i tamburi (in realtà i percussionisti del Burundi) si placano: la scena è uno dei vertici del film.

Gli indios, comunque, superato lo stupore, nottetempo rompono gli ormeggi del battello che finisce sulle pericolose rapide del Pongo das Mortes. Risvegliatosi, Fitz si ritrova con la nave alla deriva ed a bordo solo i suoi tre uomini più fedeli (Orinoco, Cholo e Hurequeque), dato che il restante equipaggio si è ammutinato nottetempo.

Quando sembra inevitabile il ritorno ad Iquitos, il “Molly Aida” si trova sbarrato il percorso da decine di piroghe con una moltitudine di indios immobili e silenziosi. Nel momento in cui questi cominciano a salire a bordo Fitz si rende conto che non sono ostili; la grande barca ed i suono del grammofono li hanno affascinati anche se sanno di non trovarsi di fronte agli dei bianchi da lungo attesi. Fitzcarraldo capisce che può servirsi di loro per il suo progetto. Quando si giunge al punto di massima vicinanza dei due fiumi paralleli, rivela finalmente le sue intenzioni: trasportare l’imbarcazione attraverso il monte fino all’altra riva per mezzo di argani rudimentali, facendola scorrere sulle rotaie prelevate alla stazione e stabilire poi un trasporto regolare tra Iquitos e il territorio della gomma. Il capo degli indios inspiegabilmente accetta di aiutare i bianchi in questa impresa (Nella realtà, la nave venne smembrata e poi ricomposta nel letto dell’altro fiume).

Il lavoro e la fatica sono immani, alcuni uomini rimangono schiacciati sotto la barca. Ma alla fine il miracolo si compie e il “Molly Aida” scende trionfalmente nell’Uyacali (inutile dire che la nave è stata veramente trasportata, con l’aiuto di un bulldozer) - vedi clip. La notte tutti festeggiano l’evento. I bianchi si ubriacano e così non si accorgono  che un gruppo di indios è salito a bordo e ha tagliato le corde che ancoravano l’imbarcazione alla riva. Al suo risveglio Fitzcarraldo si rendo conto di essere ormai tra le rapide del Pongo, impotente. Il “Molly Aida” riesce a superare il terribile ostacolo pur danneggiandosi  gravemente mentre gli indios esultano perchè cosi, dicono, hanno placato finalmente la collera degli dei del fiume.

Il sogno di Fitzcarraldo sembra definitivamente svanito, ma Don Aquilino gli concede un’ultima occasione comprando il “Molly Aida”. I proventi della vendita non bastano a costruire un teatro ed a far arrivare il grande Caruso, ma bastano per ingaggiare l’opera dei Iquitos almeno per un giorno. Da Manaus giungono, infatti, cantanti, coristi, orchestra e scene dei Puritani di Bellini e la rappresentazione avviene sul battello a vapore dove, per l’ultima volta, ha trovato posto il suo padrone ed, in una poltrona dorata, il suo maiale preferito (vedi clip).

Klaus Kinski, escluso inizialmente per  via della sua immagine di personaggio brutale che non sa sorridere, sfodera inediti tratti di dolcezza e di tenerezza e si rivela l’interprete ideale del personaggio di Fitzcarraldo, il sognatore, “costruttore di cose inutili”: con i capelli schiariti, tagliati corti e gli abiti bianchi da dandy (la velenosa critica del New Yorker Pauline Kael l’ha visto quì come Bette Davis che interpreta Rutger Hauer) .

Fitzcarraldo prende alla lettera la battuta di Molly al direttore dell’opera, “I sognatori riescono a spostare intere montagne”, quando riesce a trascinare la nave da un fiume all’altro. E “sebbene Fitzcarraldo sembri fallire nel tentativo di costruire il suo teatro, lascia comunque la traccia della speranza, e la consapevolezza inconscia di riuscire, un giorno, a realizzare uno dei suoi sogni” (Herzog).

In questo il personaggio di Fitzcarraldo (“canto di Dio”) sembra essere l’antitesi di Aguirre (“furore di Dio”): mentre quest’ultimo si addentra nella giungla con lo sterminio, Fitzcarraldo da buon “uomo dell’Opera”  si affida alla candida voce di Caruso che placa i primi segnali di pericolo (“Questo Dio non arriva con i cannoni ma con la voce di Caruso!”). Ed è il credere ciecamente nel potere magico della musica che lo salva nel primo incontro con la tribù cannibale degli Jivaros.

A differenza probabilmente del suo originale storico, il personaggio del film non è uno sfruttarore nei confronti degli indigeni. Egli, infatti, espone a questi il suo progetto ed ottiene, sorprendentemente, il loro contributo alla realizzazione della sua folle impresa. Questo perchè anche gli indios hanno un loro progetto che è quello di placare gli spiriti maligni supposti nelle rapide del fiume. Ma questo Fitzcarraldo non lo sa e, alla fine, sarà lui ad essere sfruttato: il suo obiettivo serve a realizzare quello degli indigeni.

Alla fine Fitzcarraldo celebrerà una sua rivincita con la rappresentazione dell’opera sulla nave: una rivincita apparente del suo regno musicale di cartapesta, leggero e trasparente, sul regno spirituale celato nel paesaggio pesante e concreto sullo sfondo.

 

NOTA: Questa “meraviglia eccentrica e monumentale” (Paul Taylor) è stata vista anche come metafora della creazione filmica, laddove Herzog, come Fitzcarraldo, ha celebrato, con quel film, il trionfo della sua immaginazione soffrendo un tracollo economico. L’ha compreso bene Abel Ferrara che nel film-nel-film Occhi di serpente (1993) riporta le parole di Herzog come ad illuminarne il senso.

 

Brano dal film "Fitzcarraldo"

Brano dal film "Fitzcarraldo"

Brano dal film "Fitzcarraldo"


 

 

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI     £   
Wo die Grunen Ameisen Traumen/Where the Green Ants Dream (1984) - 103 min. -  VHS (SAN PAOLO - CD VIDEOSUONO).

Giudizio:

iii

Il tema di Dove sognano... è l'estrema incomprensione che abbiamo noialtri occidentali evoluti nei confronti  degli stili di vita e dei valori delle comunità pre-moderne. L'elemento centrale della vicenda è il confronto fra gli arborigeni australiani ed i rappresentanti di una compagnia mineraria che hanno progettato una serie di esplosioni nel loro territorio in cerca del prezioso uranio. Un giovane ingegnere (Bruce Spence) ha scelto la zona delle esplosioni e si prepara a far detonare gli esplosivi quando un gruppo di anziani arborigeni arrivano per proteggere il sito dalla distruzione e dallo scempio.

Gli arborigeni, convinti della misteriosa connessione esistente fra la terra, la loro comunità, i loro avi ed i sogni, si oppongono con la loro presenza immobile alla compagnia, guidata dai principi capitalistici del profitto e dell'illusorio "progresso". Per gli arborigeni quella è un luogo sacro. E' il luogo dove sognano le formiche verdi ed il loro sogno è l'esistenza dell'universo. Se fossero svegliate, o il loro sogno fosse disturbato, il caos si scatenerebbe nel pianeta. 

 La forza degli arborigeni risiede nella loro pazienza. Essi bloccano il progetto sedendosi sulla terra, cantando e pregando (vedi clip). Come dicono al giovane geologo, essi rappresentano 40.000 anni sul nostro pianeta, e durante tutto questo tempo non hanno mai distrutto la terra, come sta facendo, adesso, da ultimo arrivato, l'uomo bianco (vedi clip). Seguendo il ritmo della terra, gli arborigeni sanno avvantaggiarsi del tempo ed arrivano a bloccare gli esplosivi. Ma la sospensione non è definitva; al processo la Mining Company vince e riprende le sue esplosioni.

Il giovane geologo, cui è affidato il compito di "negoziare" con gli indigeni, sembra avere successo allorchè solletica il loro desiderio di avere in regalo un aereo. Ma il tentativo fallisce. Alla fine, profondamente influenzato dalla chiarezza e dal potere della loro visione del mondo, lascerà il centro della vita moderna per rimanere nella loro periferia. 

Prestando fede all'essenza più intima di molti personaggi herzoghiani, l'estinzione delle culture antiche viene intesa come annullamento dei paesaggi dell'anima. Emblematica in questo senso la scena nel supermercato. C'è un gruppo di giovani aborigeni seduti tra gli scaffali. "Cosa fanno lì davanti ai detersivi?", chiede il geologo, "Sognano i loro bambini", risponde laconico l'inserviente e spiega: "Per costruire questo supermercato è stato tagliato l'unico albero della zona intorno al quale gli uomini si riunivano per sognare i propri figli...". Il luogo mentale è rimasto, quello fisico no. E via via che spariscono i luoghi fisici spariranno anche le tracce culturali (Reiter).

E' il film più piano, accessibile di Herzog. Girato in inglese ed in lingua arborigena, Dove sognano... vale sopratutto per la riuscita invenzione di un mito interamente apocrifo, ma anche per la maniera ironica con cui il regista tratta un tema serio come quello del conflitto di civiltà. Anche se Herzog ha spesso dichiarato che l'ironia non è proprio nelle sue corde, il film ha diversi momenti serio-comici, ad esempio gli episodi dell'ascensore e dell'areo.

Lo scarso successo, anche critico, del film sembra confermare la scarsa sensibilità verso queste, ormai rare, testimonianze. Come il personaggio di Mabila, muto testimone di una tribù estinta e condannato al soliloquio perchè non compreso più da nessuno, così Herzog sembra essere l'ultimo rimasto di un'antica stirpe, che cerca di comunicare con un linguaggio che nessuno purtroppo comprende più.

 

NOTA: In un piccolo ruolo di autista  troviamo il regista australiano Paul Cox, al cui film Man of flowers (1983) Herzog ha partecipato, interpretando il ruolo di un padre particolarmente tirannico.

 

Brano dal film "Dove sognano le formiche verdi"

Brano dal film "Dove sognano le formiche verdi"


 

COBRA VERDE    £
Cobra Verde (1987) - 110 min. -  VHS (DELTAVIDEO - SAN PAOLO) - DVD Regione 2 (Ripley's Home Video).

Giudizio:

iii

Cobra verde è un libero adattamento de “Il viceré di Ouidah” dello scrittore-viaggiatore Bruce Chatwin (ed. it. Adelphi, 1983), un “romanzo di follia e crudeltà tropicale” che narra l’avventurosa vita di Francisco Manoel da Silva, un miserabile bracciante brasiliano che diventerà il  maggior mercante di schiavi nell’Africa occidentale durante i primi anni dell’ottocento (ispirato al vero mercante di schiavi Francisco Felix de Souza) .

Herzog conosce Chatwin nel 1983  in Australia, dove sta girando Dove sognano le formiche verdi: molte sono le affinità tra i due, a cominciare dalla comune convinzione del potere “taumaturgico” del camminare.

Come lo stesso Chatwin riconosce (si vedano le sue annotazioni diaristiche nel libro “Che ci faccio qui?", Adelphi 1990) Herzog era  l’unico regista che avrebbe potuto rappresentare filmicamente la vicenda di Cobra Verde.

Il ruolo del protagonista è affidato ancora una volta (sarà comunque l’ultima) a Klaus Kinski, sebbene anche in questo caso, come in Aguirre, la sua bionda capigliatura non corrisponde esattamente all’immagine di un negriero brasiliano.

Il budget è rispettabile, due milioni e mezzo di dollari, e le riprese, previste in Ghana, in Colombia ed in Brasile, sono, come stupirsene?, tormentatissime. Stavolta Kinski è in uno dei suoi periodi peggiori, cercando di sabotare il film ad ogni costo. Ad esempio, litiga furiosamente con il fido direttore della fotografia Thomas Mauch ed impone al suo posto il comunque ottimo cecoslovacco Viktor Ruzicka, oppure, come riferisce Chatwin,  in Africa capeggia una rivolta delle guerriere amazzoni contro la produzione (“Io sto con le ragazze!”, dice divertito). Insomma alla fine il film va faticosamente in porto, ma la rottura fra regista ed attore è netta ed i due non lavoreranno più insieme.

Un cantastorie intona la “ballate del più solitario dei solitari”: Francisco da Silva (Klaus Kinski), contadino del Serto brasiliano rovinato dalla siccità. All’inizio un dettaglio “alla Leone” dei suoi occhi. Controcampo: una croce (quella di sua madre  morta) e, con una panoramica circolare, tutto intorno deserto e carcasse di animali morti

Ridotto alla fame, Francisco è costretto a lavorare in miniera ma, dopo una faticosa giornata di lavoro, non viene pagato. Nella scena successiva, che è completamente oscura, si accende una piccola luce, giusto il tempo necessario per svegliare il “superiore” della miniera: “Voglio che tu sia sveglio per vedere in faccia la morte!” dice Francisco. Poi la fiamma si spegne e noi sappiamo che Francisco ha ucciso.

Dopodiché Francisco  si da alla macchia: diventa il temuto bandito Cobra Verde, davanti al quale chiunque sfugge impaurito.

Quando Cobra Verse riesce a bloccare la fuga di uno schiavo del barone dello zucchero, Don Octavio Coutinho (il popolare attore brasiliano, Josè Lewgoy) pensa bene di ingaggiarlo come supervisore dei lavori.

Purtroppo per lui, l’esuberante Franciscoo ingravida tutte e tre le sue preziose figlie e così Don Octavio, per vendicarsi, congenga un piano per ucciderlo. Decide allora, insieme agli altri baroni dello zucchero, dii mandarlo in Africa per comprare schivi dall’infido re del Dahomey, sapendo bene che il malfidato re lo avrebbe fatto subito ammazzare.

Se così non fosse successo, don Octavio e i suoi compari avrebbero comunque avuto una discreta fornitura di nuovi schiavi per le sue piantagioni.

La seconda parte, ambientata in Africa, ripropone un tema caro ad Herzog: l’uomo “civilizzato” che entra in un territorio “primitivo”, con smodate ambizioni di potere, ma poi finisce coll’essere distrutto da quell’ambiente, al quale non ha portato il dovuto rispetto.

Sbarcato sulle coste del Dahomey, Francisco scopre di essere nel bel mezzo di una faida per il controllo della “costa degli schiavi”. Nella fortezza abbandonata degli inglesi incontra un nero che gli racconta le atroci violenze praticate dal re del Dahomey (un autentico re africano, Sua Altezza Nana Agyefi Kwame II di Nsein). Francisco decide di attendere. All’improvviso arriva un gruppo di neri, il re chiede un incontro. Francisco spiega la ragione del suo arrivo e come per magia giungono gruppi di schiavi inviati dal re: Francisco restaura la fortezza, ne fa la sua residenza e invia carichi di schiavi nel Brasile.

Il commercio fiorisce, ma il re è ostile a Francisco e lo condanna a morte. La fortuna però continua ad assisterlo: il fratello del re, avido di salire al trono, lo libera e chiede aiuto a Francisco per organizzare la rivolta.

Con un’armata di amazzoni, in una delle migliori sequenze del film,  Francisco irrompe nella dimora del trono (con un autentico pavimento di teschi umani), il re si ritira (verrà ucciso dalle sue stesse concubine). Sembra la vittoria decisiva. Ma il destino ora è crudele e Francisco sarà abbandonato due volte: i suoi alleati brasiliani non comprano più gli schiavi (il Brasile, dietro pressioni inglesi, ha votati il divieto della schiavitù), e il nuovo re (che in segno di ringraziamento lo aveva nominato vicerè) gli manda come ultimo carico un gruppo di deformi. Oltretutto, come ultimo scacco, Francisco scopre che i suoi guadagni accumulati  nel commercio degli schiavi gli sono stati sottratti dai Brasiliani.

Rimasto solo nelle grandi camere della sua fortezza ed in preda a dilemmi esistenziali (seduto davanti ad un tavolo gigantesco scrive una lettera in cui riflette sulla sua vita: “Come descrivere questa mia stupida esistenza? Vorrei vivere nella terra del ghiaccio … il caldo ti scorre dentro come una febbre eppure nonostante ciò il mio cuore si fa ogni giorno più freddo”), Francisco prevede la sua rovina: vedendo sbucare da un cunicolo sotterrano degli schiavi, la sua “merce”, egli con preveggenza esclama: “Ecco i nostri futuri assassini!”.

Nell'epilogo, Francisco lascia la fortezza e si avvia verso il mare. Nell’ultima scena (un’”improvvisazione” di Kinski, pare) disperato, con le ultime energie, tenta di trainare in acqua una barca, ma le onde del mare lo respingono a riva; alla fine, spossato, verrà trascinato via dalle onde (vedi clip).

Visto nell'insieme dell'opera del regista bavarese, Cobra verde è sicuramente è il meno riuscito, il meno innovativo dei film girati con Kinski (mancandogli il fascino ipnotico e straniante di Aguirre, l’asciuttezza e la potenza “compressa” di Woyzeck o l’ambizione titanica di Fitzcarraldo). In particolare, la sceneggiatura, pur spigliata e succinta nella prima parte,  ha molti “buchi”, specialmente verso la fine, dove la parabola discendente di Cobra Verde è trattata in maniera troppo sommaria (ma, in effetti, la struttura del film, di apologo sulla selvaggia e distruttiva futilità del colonialismo, non consente eccessive divagazioni).

D’altro canto, l’apparato figurativo del film è eccellente. La fotografia limpida e brillante di Ruzicka rende magnificamente i saturi colori equatoriali. L’utilizzo degli interpreti indigeni è molto efficace: soprattutto il re africano (la sua prima apparizione, festeggiato dai suo i sudditi acclamanti è godibilissima) e le scene dell’addestramento e dell’attacco delle amazzoni ("coreografate" dallo stuntman Benito Stefanelli)  rimangono di sicuro impresse nella memoria.

 

NOTA: Steff Gruber nel corto Location Africa ha girato un resoconto della lavorazione di Cobra Verde.

 

Bruce Chatwin sul set di "Cobra Verde"

Brano dal film "Cobra Verde"

Brano dal film "Cobra Verde"


 

ECHI DA UN REGNO OSCURO    £
Echos aus einem Dusteren Reich/Bokassa I, Echos d'un Sombre Empire (1990) - 90 min. 

Giudizio:

iiii

Il titolo di questo ottimo film è illuminante: “eco da un’oscurità, come è sempre un documentario per quanto si illuda di essere più di un eco, ma un documento della realtà” (Ghezzi).

Gli echi da un paese oscuro provengono dalla repubblica Centrafricana dominata dal ’66 al ’79 dal dittatore Jean Bedel Bokassa (morto nel 1996), il cui regno fu un massacro di proporzioni kurtziane: delitti, follie, torture inflitte ai prigionieri politici, cannibalismo. E’, in effetti, la figura del dittatore che interessa molto il regista, il quale aveva conosciuto, durante il suo viaggi in Africa nel ’69 il dittatore visionario John Okello.

Echi è un documentario atipico per Herzog, in primo luogo perché contiene molto materiale di repertorio (scene del processo in cui Bokassa venne condannato all’ergastolo per i crimini commessi,  foto dei torturati,  filmati dalla sfarzosa cerimonia dell’incoronazione in cui si proclamò imperatore ecc.); in secondo luogo perché ha una struttura tradizionale da report giornalistico, con il giornalista sudafricano Michael Goldsmith che ci guida attraverso varie testimonianze alla scoperte della figura del dittatore.

Avendo seguito per il suo giornale l’incoronazione di Bokassa, Goldsmith venne considerato una spia ed incarcerato per la sfortunata circostanza che il telex in cui aveva trasmesso il suo reportage risultò incomprensibile e venne ritenuto un  messaggio cifrato. Ritornato nei luoghi della sua prigionia Goldsmith rievoca la violenza del regime bokassiano attraverso le parole degli intervistati (l’ultima moglie Augustine Assemat, le amanti, gli innumerevoli figli avuti in Africa ed in Indocina, dove era agli ordini di De Grulle, David Dacko - presidente del centroafrica prima e dopo Bokassa -  anche lui incarcerato, gli avvocati difensori) ed il potere evocativo dei luoghi visitati (le ville del dittatore, il suo giardino zoologico, le prigioni ecc) [vedi  la magione di Gesualdo da Venosa in Morte a cinque voci (1995)].

L’avvocato Francis Szpiner, in particolare, da un illuminante profilo del dittatore:

“Credo che sia tutta un’evoluzione del carattere. Credo che all’inizio Bokassa fosse un piccolo paesano, il cui padre era stato ucciso dai coloni. S’ingaggia nell’esercito e conduce un’esistenza da soldato francese […] Si creò poi la famosa leggenda di Bokassa che da rozzo sottufficiale finirà capitano dell’esercito francese con un capo, che è il generale De Gaulle, che rappresenta per lui il generale vincitore ed il mito assoluto.

E poi, nel corso degli anni, vive in realtà come un cittadino francese. Non è africano (ha lasciato l’Africa a 18 anni). Quando ritornerà avrà passato venti anni fuori dal suo paese. Al ritorno in Africa è un ufficiale francese che ritorna a casa ma che nello stesso tempo si sente superiore agli altri africani, perché lui ha vissuto, ha girato il mondo, ha comandato soldati francesi, bianchi. E quando prende il potere, all’inizio, è un giovane ufficiale progressista degli anni ’60.  Poi molto presto – perchè come dice Saint-Just “il potere assoluto corrompe assolutamente” – non si accontenta di essere dov'è e diventa successivamente colonnello, generale, maresciallo, presidente a vita, imperatore e non gli basta più. Ha sempre una specie di sete, una ricerca. Ed ha sempre questa ambiguità in lui di essere molto africano – conosceva molto bene la sua gente – ed allo stesso tempo la sensazione di essere qualcuno al di sopra degli altri ed a parte […] 

E' poi vero che l’attenzione del mondo su di lui non ha aggiustato le cose, perché con tutte le sue stranezze, in fin dei conti, tutti i paesi stranieri l’hanno sempre ricevuto. In molte cerimonie ufficiali è stato considerato come un capo di Stato. Ha preso la parola all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. È stato ricevuto dal Papa. Dunque è qualcuno che, in fin dei conti, si dice: “Mi sono proclamato imperatore in faccia al mondo” ed il mondo l’accetta”.

Come premessa al film, Herzog ha poi inserito un prologo, in cui si presenta come l’autore del film ed esprime la sua preoccupazione per Michael Goldsmith, dato per disperso nei tumulti della guerra civile in Liberia. Legge poi la lettere che Goldsmith gli aveva inviato prima di cominciare le riprese (ma ho il forte sospetto che l’abbia scritta Herzog stesso):

“Caro Werner non vorrei attribuirmi un’importanza eccessiva, la mia storia è soltanto un insignificante ed alquanto bizzarro episodio e nessuno deve incorrere nell’errore di credere che io da allora abbia passato le notti in bianco. Al contrario, sono rimasto indifferente quasi estraneo, come uno scienziato che osserva se stesso, come un insetto.

Di quelli che mi tormentavano non ho avuto mai veramente paura. Avevo solo un pensiero quasi apatico: fino a che punto sarebbero arrivati questa volta. Ho deciso di seguire le tracce degli eventi di allora, che risuonano in me come un eco lontana. Mi sono deciso per uno solo motivo, che in effetti non ha assolutamente a che fare con le mie esperienze.

E tuttavia voglio mettermi in strada già questa settimana. Ho infatti sognato già per la seconda volta che dei granchi avevano invaso la terra: dei granchi grandi,  rosso arancio, emersi dal mare. All’inizio nessuno se ne curava ma diventavano sempre di più. E  poi diventarono così tanti che ne ebbi paura. Alla fine coprirono tutta la terra, in molti strati, uno sull’altro. Tutta la sfera terrestre ne fu ricoperta”.

Vediamo così una delle immagini più straordinarie del cinema di Herzog, che verrà utilizzata anche in Invincibile come metafora del male: un orda di grossi granchi rossi emerge dal mare, superando gli scogli e le rocce, arriva anche a coprire un rotaia mentre in lontananza arriva un treno.

Alla presenza inquietante dei granchi in apertura corrisponde un’altra presenza animale in chiusura: Nel giardino zoologico di Bokassa, dove coccodrilli e leoni mangiavano i condannati, Goldsmith ed il guardiano si avvicinano ad una gabbia dove c’è uno scimpanzé. Il guardiano chiede a Goldsmith una sigaretta, l’accende e la passa alla scimmia, che comincia tranquillamente a fumare.

“Non lo posso più vedere. Lo puoi spegnere adesso?”, chiede il giornalista disgustato ad Herzog. “Michael, penso che questa sia una delle scene che dovrei tenere” risponde questi. “Va bene, se prometti che sarà la scena finale del film”. “Si, prometto”.

 

 


GRIDO DI PIETRA    £
Schrei aus Stein/Scream of Stone (1991) - 109 min. -  VHS (?).

Premi: Premio speciale della giuria al Festival di Venezia (1991)

Giudizio:

ii

Grido di Pietra è, senza dubbio, il film più misconosciuto di Herzog. Nonostante sia stato premiato a Venezia nel 1991, ha avuto uno scarso successo critico e di pubblico e, sebbene sia fra i più recenti, è fra i meno conosciuti del cineasta bavarese. La critica, in particolare, ha accusato il film di schematismo e di banalizzazione televisiva. In effetti questa storia della scalata a una montagna meravigliosa e impossibile, il Cerro Torre in Patagonia, ambientato tra nevi, ghiacciai e tempeste di vento, impallidisce un pò di fronte ai grandi capolavori degli anni '70, sopratutto per via di alcuni grossi difetti della sceneggiatura di Hans Ulrich Kenner, Walter Saxer e Robert Geoffrion (come lo stesso Herzog ha in seguito riconosciuto).

Tuttavia, il film ha anche degli aspetti rimarchevoli. Innanzitutto le riprese in parete, chiaramente filmate in condizioni estremamente precarie, sono girate benissimo ed Herzog mostra di conoscere perfettamente i repentini cambiamenti di tempo in alta montagna. 

Ma interessante è sopratutto l'approccio anti-eroico scelto dal regista nel mostrarci la sfida fra la formidabile vetta della Patagonia, il "Cerro Torre", considerata la più impervia montagna del mondo, e due scalatori: l'esperto alpinista old-style Roccia (Vittorio Mezzogiorno, in un ruolo chiaramente ispirato a Reinhold Messner) e il giovane campione di free-climbing Martin (Stefan Glowacz).

In effetti, il film ripercorre un genere tipicamente tedesco: il film di montagna (Bergfilm), che ebbe nel regista-geologo Arnold Franck il suo campione. In particolare, la storiellina d'amore-gelosia dei due alpinisti per Katharina (Mathilda May), richiama alla mente il triangolo de La montagna dell'amore (Der Heilige Berg, 1927). Mentre però i film di Franck assecondavano gli slanci prometei dei borghesi tedeschi, il loro idealismo eroico che, come ha scritto Siegfried Kracauer, "per cecità verso più concreti ideali, si manifestava in imprese turistiche", in Grido di pietra il prototipo del fanatico scalatore con l'ambizione di conquistare l'inespugnabile colonna di granito, è destinato ad un inevitabile scacco.

Roccia e Martin hanno già perso in partenza perchè sedotti dal fascino della conquista mentre vittorioso risulterà lo strambo personaggio di Senzadita (Brad Dourif) il quale, rifugiatosi in un grotta ai piedi della montagna,  imperterrito continua a scrivere a Mae West, nonostante questa sia scomparsa da anni ("ma io so che è viva ed ha un salone di bellezza", dice a Roccia). Il suo folle amore per Mae West lo spinge a portare l'immagine di questa, legata ad una piccozza, fin sulla cima del Cerro Torre, lasciandoci quattro dita della mano. Se ne accorge amaramente Roccia, il quale, avendo superato Martin nella scalata, credeva di avere la vittoria in pugno.          

Un ultimo cenno merita, infine, la ripresa aerea finale di Roccia sulla cima, segnata da un allontanamento circolare della cinepresa, che ricalca il beffardo finale di Aguirre rimasto solo sulla sua zattera.

 

NOTA: la trama del film si ispira alla prima scalata del Cerro Torre effettuata da Cesare Maestri e Toni Egger nel 1959. Durante il ritorno, infatti, Egger morì travolto da una valanga e Maestri venne ritrovato dopo 6 giorni sepolto dalla neve. Era sopravvissuto a un volo di decine di metri. Da più parti si levarono sospetti sul fatto che fossero davvero giunti in cima. Così nel 1970, Maestri, come rivincita con se stesso, con la montagna e con coloro che avevano dubitato della sua impresa, risalì la montagna portandosi anche un compressore che sparava chiodi a pressione nel granito.                                                   

 

 


APOCALISSE NEL DESERTO    £
Lektionen in Finsternis (1992) - 52 min. 

Giudizio: 

iii

Sequel ideale di Fata Morgana, questo "requiem sul destino del pianeta" esamina le conseguenze della guerra del golfo (1991) attraverso le testimonianze dei sopravvissuti ed immagini apocalittiche dei pozzi di petrolio in fiamme. Le immagini di Apocalisse nel deserto - per lo più filmate da un elicottero da Paul Berriff - descrivono un inferno fantascientifico così come potrebbe essere visto da un alieno venuto da un altro pianeta.

Con un commento essenziale, Herzog ci mostra la devastazione ecologica del Kuwait dopo la guerra del golfo.  La sua cinepresa scorre tra scene di  sinistra bellezza. Molte immagini sono indecifrabilmente astratte. La paletta fotografica di questo film (colori acri, neri, grigi, rossi, arancioni, gialli acidi, sfumature metalliche) richiamano certe referenze artistiche, in particolare, nelle opere dell’artista tedesco Josef Beuys o del primitivista Dubuffett.

“Al pari della creazione anche la morte del sistema solare avverrà con maestoso splendore” dice la didascalia iniziale con le parole di Blaise Pascal

Un commento da reportage naturalistico: “Un pianeta del nostro sistema solare, maestose catene di montagne, nubi, la terra avvolta nella foschia...”

“La prima creatura che abbiamo incontrato ha tentato di comunicare con noi”: una squadra di pompieri con tute ignifughe e caschi e maschere  protettive tentano di spegnere i pozzi in fiamme …

Una ripresa aerea di Kuwait city (“una città che verrà presto distrutta dalla guerra… nessuno sembra presagire il terribile destino che l’attende…”) con i suo i futuristici edifici ed un mare denso e scuro che sembra petrolio.

“La guerra è durata qualche ora appena…dopo tutto è cambiato” : si vedono le immagini dei bombardamenti notturni di Bagdad.

Dopo la battaglia: Il prologo del "Parsifal" di Wagner … carogne di animali nel deserto …. camion distrutti (un cimitero di elefanti) .. una ripresa aerea radente... un suolo lunare (“esseri umani hanno vissuto realmente qui? [...] La battaglia è stata così dura che sul luogo dello scontro non sarebbe mai cresciuta l’erba”). Installazioni militari che sembrano resti di antiche piramidi...il cratere lasciato dall’impatto di una bomba……un lungo oleodotto ci conduce in sito estrattivo completamente distrutto  (i tubi sembrano serpenti sepolti nella sabbia)… grandi imponenti antenne scheletriche come fiori che hanno perduto i loro petali.

Un unico interno: strumenti di tortura diligentemente raccolti sopra un lungo tavolo; fuori dal loro contesto ordinario questi oggetti (tra gli altri un tostapane, una stufa) diventano sinistri esemplari di arte post-moderna, sul muro le foto di torturati

Due testimoni del massacro:

La prima è ad una donna con una  tunica nera ed è introdotta dalla voce del commentatore in un ambiguo stile da “reportage”: “Abbiamo incontrato una donna che voleva dirci qualcosa… aveva assistito alle torture dei figli .. per questo aveva perso la parola …nondimeno ha tentato di raccontarci quanto è accaduto”. La disperata farfuglia qualcosa con una voce rotta dal pianto…

L’altra, una giovane donna con in braccio il suo bambino racconta: “I soldati venero di notte mentre il  bambino dormiva … lo trascinarono fuori dal letto ed un soldato gli schiacciava la testa con lo stivale…guardate questo bambino da allora non ha detto una parola…solo una volta mi ha detto: mamma non voglio mai più imparare a parlare”. Il mutismo come unica reazione alle atrocità della guerra.

“Prima che il petrolio la coprisse questa era un tempo una foresta.. non è acqua ma petrolio; il petrolio è infido perché in esso si specchia il cielo.. il petrolio tenta così di sembrare acqua”  …un torretta su un lago di petrolio sembra uno scorcio di Disneyland

“E vi furono voci, tuoni e fulmini ed un terremoto così terribile e spaventoso come mai era successo da quando l’uomo vive nella terra …”:  citazioni bibliche introducono le maestose immagini dei pozzi in fiamme (in sottofondo il tema del “Crepuscolo degli Dei”).

“E il quinto angelo si fece sentire e vidi una stella cadere dal cielo sulla terra ed a lui fu consegnata la chiave del pozzo ed egli lo apri e dal pozzo si levò il fumo come il fiume di una grande fornace ed il sole ed il cielo divennero neri ... ed in quei giorni gli uomini cercheranno la morte e non la troveranno e desidereranno morire e la morte li eviterà”.

Epilogo: un mare magmatico di petrolio fumante e ribollente.

“Due figure si avvicinano ad un pozzo di petrolio. Una ha in mano una torcia accesa:  cosa stanno per fare, vogliono forse riappiccare un incendio? Forse la vita senza fuoco è divenuta per loro insopportabile.

Altri, preda della follia, li seguono; adesso sono contenti ora c’e di nuovo qualcosa da spegnere....".

 

 


LITTLE DIETER NEEDS TO FLY    £
Little Dieter Needs to Fly (1997) - 74 Min.

Premi: 

1999 Emmy Awards-Nominated, Best Non-Fiction Special

1999 National Educational Media Network-Winner, Golden Apple

1999 Biarritz International Festival of Audiovisual Programming-Winner,   Silver FIPA

1999 San Francisco International Film Festival-Winner, Golden Spire

1998 International Documentary Association-Winner IDA Award

1997 Amsterdam International Documentary Film Festival-Winner, Special Jury Award

Giudizio:

iii

Dieter Dengler era un giovanetto cresciuto nella Germania nazista quando, durante la seconda guerra mondiale, un aereo dell’aeronautica americana, sorvolando il tranquillo villaggio della Foresta nera nel quale viveva, passò talmente vicino al tetto della sua casa che riuscì a vedere gli occhi del pilota. Da quel giorno seppe cosa voleva fare da grande: volare.
Purtroppo la povera Germania del dopoguerra rendeva impossibile realizzare il sogno di Dieter nella sua terra natia così, appena divenuto maggiorenne, Dieter emigrò negli Stati Uniti con soli 37 cents nelle tasche e la conoscenza di poche elementari parole in inglese. Negli States Dieter si arruolò nell’Air Force ma per alcuni anni fece di tutto fuorchè pilotare un aereo.

Quando finalmente riuscì a diventare un aviatore per la marina militare, venne mandato in Vietnam. Quì, il primo febbraio 1966, il caccia di Dieter Dengler venne colpito e cadde nei territori del Laos, oltre confine. Dieter si salvò, ma venne catturato, preso come prigioniero e sottoposto ad indicibili sevizie. Dopo un mese di prigionia, riuscì a guadagnare, insieme ad altri 6 commilitoni, la libertà scappando attraverso la giungla del Laos: è l’unico a farcela.

Little Dieter Needs to Fly non è un comune documentario bellico. Nelle mani di Herzog, la sconvolgente esperienza di Dieter viene raccontata mediante una sapiente combinazione di flashbacks, ritorno nelle zone della prigionia ed immagini surreali.

Dieter, oggi ultracinquantenne, è un grande raccontatore. Nei suoi ricordi, riesce ad evocare efficacemente particolari a volte molto raccapriccianti, come l’elenco delle varie tecniche di tortura, ed, allo stesso tempo, tradisce un certa nostalgica esuberanza per quegli avvenimenti bellici che sono stati la parte più avventurosa della sua vita. Soltanto una volta, durante il corso degli ottanta minuti del film, sentiamo la voce di Herzog che gli chiede: “Come ci si sente ad essere un eroe di guerra?” Al che Dieter replica: “Non sono mica un eroe! Solo i morti lo sono!”, “La morte non mi ha voluto” dice sorridente, contento di poter essere quì a raccontarci la sua storia.

Così come in Paese del Silenzio e dell’oscurità anche in questo caso non è sempre facile distinguere fra la pura realtà e la finzione. Ad esempio, ritornato il Laos 30 anni dopo la prigionia, Herzog ricrea la stessa situazione utilizzando attori vietnamiti, con tanto di fucili, per interpretare i viet-cong.

Nell’ultima scena, Dieter cammina solitaria fra migliaia e migliaia di areoplani in un deposito deserto dell’esercito. Per lui è un estasi – un paradiso dei piloti – “Guarda questi cockpit!” esclama con fanciullesca ammirazione. Da una parte, Dieter ha torvato un ambiente perfetto che gli permette di fantasticare ad ogni angolo. Dall’altra, Herzog ha trovato una metafora visuale per le assurdità eccessive della guerra, e, per la tenace resistenza degli uomini, quando si trovano nelle condizioni più avverse: una storia, una vita.

Da non perdere, infine,  i titoli di coda, dove Herzog inserisce un triste epilogo alla vicenda. Il 7 febbraio 2001, Dieter Dengler morì e questo breve post scriptum offre una ripresa del suo funerale militare al cimitero nazionale di Arlington.

Little Dieter Needs to Fly è un eccellente documentario che trascende i limiti del tipico documentario sull’eroe di guerra fino a diventare un allegoria illustrante la forza dei sogni. La vicenda di Dieter è narrata attraverso i suoi sogni ed attraverso questo sguardo introspettivo su un anima Herzog rivela molte cose, oltre che su un solitario aviatore navale, anche su se stesso e sull’umanità in generale.

 


 

IL MIO NEMICO PIU' CARO    £
 Mein Liebster Feind/My Best Fiend (1999) - 95 min - VHS e DVD Regione 2 ("Ennemis Intimes" - Arte Vidéo - edizione francese ; "Mein Liebster Feind" - edizione tedesca).

Giudizio:

ii

Nella sua autobiografia ("Kinski uncut"), Kinski ha ricordato Herzog con parole amichevoli come "verme", "miserabile", "avaro", "sadico", "codardo". Finalmente nel 1999 Herzog ha avuto la possibilità di ricambiare con questo documentario che ricorda la loro turbolenta collaborazione.

Il film inizia con la ripresa di uno spettacolo di Kinski, una sorta di conferenza nella quale l'attore, davanti ad un audience turbolenta, annuncia in tono messianico di essere il nuovo Gesù Cristo ma "non il Cristo della chiesa ufficiale, tollerato dai potenti" [...] "Non la vostra superstar!". Allorchè uno spettatore coraggioso alla fine sale sul palco e ribatte ("Dubito che Gesù fosse come Kinski. Egli era un uomo paziente e non avrebbe zittito chi lo contraddiceva!"), Kinski infuriato gli strappa il microfono di mano e dichiara di non voler continuare fino a quando "Questo stronzo miserabile non abbia lasciato il palco!".

Dopo questo antipasto del Kinski più folle, Herzog visita la pensione (ora una casa di lusso) di Monaco dove negli anni '50, lui adolescente risiedeva con la sua famiglia e dove ebbe Kinski come co-inquilino per un breve periodo. E' alquanto divertente vedere come Herzog racconta ai nuovi padroni del locale, visibilmente sorpresi, come Kinski nudo aggredì il postino o come, in un eccesso d'ira, rimase chiuso in bagno per 48  ore distruggendo tutto ciò che aveva sottomano ("Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse urlare per 48 ore di fila!" è il commento del regista).

Questa pessima fama dell'attore non ha però impedito ad Herzog di sceglierlo come protagonista di Aguirre (progetto che Kinski accettò entusiasticamente), il film girato nell'Amazzonia peruviana con un budget risicatissimo ed una lavorazione a dir poco turbolenta.

Anche quì Kinski si scontra sia col regista (In una registrazione audio lo si sente dire: "Lei deve consultarmi! Anche David Lean e Brecht lo hanno fatto!") che con il resto della troupe (un attore peruviano, intervistato, mostra la ferita avuta sulla testa in seguito ad un colpo inflittogli da Kinski durante la ripresa di una scena).

Sempre in Amazzonia, durante le riprese di Fitzcarraldo lo vediamo poi litigare teatralmente con il direttore di produzione Walter Saxer, lamentandosi sulla scarsa qualità del cibo. La sua presenza risultava talmente insofferente agli indios che un gruppo di questi si offrì di ucciderlo ma Herzog, declinando cordialemente l'offerta, rispose di aver ancora bisogno di Kinski per qualche altra ripresa ("Non mi sono mai perdonato di aver perso questa opportunità" commenta ironicamente Herzog).

Le attrici Eva Mattes (Woyzeck) e Claudia Cardinale (Fitzcarraldo) ritraggono però un Kinski diverso, gentile ed incoraggiante, sebbene la Cardinale ammetta che la sua paura di essere toccato le ricordi quella di Michael Jackson. Lo stesso Herzog ritrova poi un filmato di un loro incontro amichevole al Telluride Film Festival negli anni '80 a dimostrazione che i loro rapporti, anche dopo la rottura di Cobra Verde, non furono mai astiosi (a conferma di ciò anche la volontà di Kinski di avere Herzog come regista del "suo" Paganini (1989)).

E il film si chiude proprio nel segno della riconciliazione con una bella sequenza finale (un ripresa dal set di Aguirre) nella quale Kinski gioca serenamente con una farfalla nella foresta amazzonica.

Dopo la fine della loro collaborazione nel 1987, Herzog ricorda di aver visto Kinski "consumarsi come una cometa" fino a quando la morte non lo colse a Marin County, California nel 1991.

In conclusione, sebbene  parte del materiale qui presente si era già visto nel celebrato documentario di Les Blanc sulla lavorazione di Fitzcarraldo (Burden of Dreams, 1984), My Best Fiend rimane comunque interessante non come documentario sulla vita di Kinski (non ci sono infatti testimonianze sulla sua vita privata), ma come commosso ricordo (ed omaggio) di Herzog al suo attore-feticcio. Chiunque sia poi interessato al rapporto, a volte anche conflittuale, che può instaurarsi fra regista e attore durante la riprese di un film o le prove di uno spettacolo teatrale non può certamente perderlo.  

 

NOTA: Io e Kinski ci completavamo in uno strano modo. Credo che lui avesse bisogno di me tanto quanto io di lui. Solo che, almeno in pubblico, lui non potè  mai ammetterlo, gli dava molto fastidio e nella sua autobiografia, che naturalmente è in parte fittizia, Klaus  descrive me e il nostro rapporto. Ne leggo una piccola parte. Parla della pazzia, l'insolenza, l'arroganza, la brutalità, l'ottusità, la megalomania, la mancanza di talento di Herzog. E prosegue così: "Ogni altra elaborazione sarebbe una perdita di tempo". Eppure, pagina dopo pagina, torna sempre su di me, quasi come un'ossessione. Io ho avuto un certo ruolo nella creazione di questo libro o di questi passaggi, dato che l'ho aiutato a trovare espressioni particolarmente cattive. Klaus  mi disse: "Werner, questo libro non lo leggerà nessuno se non scrivo cose veramente cattive. Se scrivo che andiamo d'accordo non lo compreranno. La gentaglia vuol sentire sempre e solo le cose cattive". Allora, con un dizionario, cercavamo di trovare espressioni ancora più truci, alcune di queste le usò e ci ridevamo spesso sopra.  (Werner Herzog da Il mio nemico più caro).                                                  

 

 


 

INVINCIBILE    £
Invincible (2001) - 130 min. - DVD Regione 2 ("Invincible" - Film Office - edizione francese; "Invincible" - Zephir - edizione tedesca).

Premi:

Premio "Anno Uno" al I° Festival delle cinematografie e delle culture europee di Trieste (2002)

Trailer del film "Invincibile"

Sito ufficiale del film

 


 

Progetti Futuri    £

 


 

Settembre 2004

 

 

Nel luglio 2003, dietro commissione del produttore e sceneggiatore Zack Penn (Behind enemy lines, X-men 2, Z la formica), Werner Herzog è volato in Scozia per dirigere il suo ultimo film un documentario chiamato "L'Enigma del Lago di Ness" che esamina il mito del Lago, il celeberrimo mostro di Ness ed il suo ruolo nell'inconscio collettivo degli scozzesi, piuttosto che tentara di avvistare e fotografare la creatura stessa. Mentre Herzog realizzava il film, un altro regista, John Bailey era lì per un film su Herzog dal titolo provvisorio "Herzog nel Paese delle meraviglie." Purtroppo (o per fortuna) la maledizione che ha accompagnato Herzog in alcune sue precedenti avventure si è di nuovo manifestata, in quanto la produzione è stata fermata in seguito ad un incidente con un battello noleggiato per le riprese, appena qualche settimana dopo l'inizio delle stesse. "Incident at Lochness" racconta il making off (e l'unmaking off) di questo progetto, aggiungendoci anche una sorta di epilogo fittizio. Seguendo, infatti, la falsa riga di film come "Lost in La Mancha", "The Blair Witch project" ed il recente "Open water", il film mescola realtà e finzione. Il regista Zack Penn, quì anche in veste di produttore, fa un parodia del tipico zuccone hollywoodiano deciso a "migliorare" il documentario con l'aggiunta, ad esempio, di una playmate come Kitana Baker spacciata come qualificato ingegnere del sonar. Accanto a loro altri memorabile personaggi, alcuni reali altri meno, che contribuiscono a vivacizzare il set, prima che venga sconvolto da una inaspettata apparizione nel terzo atto. "Incident at Lochness" è stato presentato il 17/09/2004 al Seattle International Film Festivale, dove ha vinto il New American Cinema award, ed è stato selezionato per i festival di Locarno, Edimburgo e Deauville. Incident at Loch Ness Anno: 2004 Produzione: USA Durata: 94 min. Zak Penn - Produzione e Regia - Werner Herzog - Produzione - John Bailey - Fotografia - Henning Lohner - Musiche originali - Abby Schwarzwalder - Montaggio - Howard E. Smith - Montaggio - Jackie Smith - Direttore di produzione - Katherine Ferwerda - Art Director - Careen Todd - Art Director - Robert O. Green - Produttore associato - Thomas Augsberger - Produttore esecutivo - Jay Rifkin - Produttore esecutivo- Annie Dunn - Costumi - Mike Fox - Suono - Matthew Nicolay - Suono - Martin Signore - Aiuto regista Interpreti: Werner Herzog Kitana Baker Gabriel Beristain Russell Williams David Davidson Michael Karnow Robert O'Meara Zak Penn Steven Gardner John Bailey Jeff Goldblum Lena Herzog Crispin Glover Ricky Jay Sito ufficiale: www.incidentatlochness.com

Fonte: www.wernerherzog.com

Aprile 2004

 

WAKE FOR GALILEO è il nuovo sbalorditivo film di Werner Herzog sull'odissea spaziale della sonda Galileo alla scoperta di Giove. Herzog ha creato una visione spettacolosa di immagine, suono, musica e emozione umana nello stile del suo "Apocalisse sul deserto". Ma mentre "Apocalisse sul deserto" trattava dell'odio e dell'ostilità, Wake for Galileo è la storia di un rapporto di amore - la curiosa, ma potente relazione tra gli scienziati e la loro creazione mandata tra le meraviglie dello spazio. Herzog ha avuto accesso esclusivo aI Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, il centro di controllo della missione. Un permesso che ha stupito lo stesso regista: Nonostante i loro migliori sforzi, “a James Cameron non è stato concesso di andarci, e nemmeno a Clint Eastwood.” “Quello che mi affascina su Galileo” dice Herzog “è la natura della missione: tutto andò per il verso sbagliato; era un bambino molto inquieto, e l'inventiva e l'ingegnosità degli scienziati per riportarlo di nuovo sui binari giusti è ai confini dell'incredibile. E contro tutte le probabilità, il raccolto di Galileo è stato senza precedenti.” Domenica 21 settembre 2003, alcune centinaia di ingegneri e scienziati si sono incontrati a Pasadena per attendere la fine della sonda Galileo nella sua immersione suicida nella densa atmosfera di Giove. Fra loro c'era Werner Herzog. “Centinaia erano riuniti. Alcuni di loro piansero. Altri festeggiarono. Io presi interviste con alcuni di loro solamente 30 secondi dopo che Galileo si era bruciata in un plasma rovente .” Il Time di New York scrisse che “loro erano qel genere di professionisti che tentano di resistere antropomorfizzando le loro macchine, anche una come Galileo, che è stata un compagno per molto tempo nelle loro vite e carriere". Ma ammise che essere lì alla fine era un atto di omaggio. “È l'equivalente di una veglia funebre” ha detto la Dottoressa Claudia Alexander, direttore del progetto." Gli Scienziati considerano Galileo come una delle missioni più riuscite mai intraprese dalle esplorazioni planetarie. Era un'orbita di otto anni attorno al pianeta Giove ed ai suoi satelliti. “Galileo ha registrato un mondo bello ed inospitale” ha commentato Herzog “io ho visto delle immagini bellissime ed enigmatiche come i fuochi in Kuwait.” Questo sarà un imperdibile appuntamento per la Primavera 2004. Regista: Werner Herzog * Produttore: Andre Singer * Produttore esecutivo: Lucki Stipetic

Fonte: www.wernerherzog.com

Luglio 2003

 

Il prossimo progetto di Herzog ha come oggetto una delle più misteriose creature del mondo: il mostro di Loch Ness. Herzog, affascinato dal mito creato attorno a questa fantastica creatura, ha raccolto molto materiale in proposito in preparazione del suo imminente viaggio nelle Highlands scozzesi (previsto per la fine di luglio 2003).

"L'enigma di Loch Ness" promette di essere diverso da qualsiasi altro documentario sul tema, in quanto Herzog ha intenzione di indagare sulle origini della leggenda ed immergersi nel lago egli stesso per trovare qualche traccia del mostro. All'uopo ha ordinato la costruzione di una poppa di nave sommersa per una sequenza, e ha previsto di girare alcune sequenze di fiction.

In una esclusiva intervista rilasciata a Scotland on Sunday, Herzog ha commentato: "Oltre che al mostro di Loch Ness, sono interessato anche ad altri aspetti della Scozia. Ad esempio il paesaggio, posti come l'isola di Skye e l'Old Man of Storr.  Non è tanto importante l'effettiva esistenza di questo cosiddetto mostro, la questione riguarda il perchè abbiamo bisogno del mostro".

In merito al punto di vista che utilizzerà, Herzog ha detto: "E' troppo presto per dirlo ora. Certo la cultura Scozzese e Celtica gioca un ruolo importante in tutto ciò. Io credo che alcuni monumenti  megalitici scozzesi abbiano un influenza enorme".

Non sarà comunque una ricerca del mostro: "Sarebbe meraviglioso se lo trovassi e lo filmassi" - ha detto divertito Herzog -  "Non avrei bisogno di lavorare più in vita mia. Ancora meglio che filmarlo sarebbe catturarlo per farlo esibire poi al San Diego Sea World a 50 dollari a biglietto". 

Herzog ha visitato molto la Scozia in passato, in cerca di tranquillità ed ispirazione. "La prima volto che sono stato in Scozia avevo 17 o  18 anni. Avevo lasciato la scuola ed andai a vivere a Manchester. Un bel giorno presi una macchina e guidai verso nord. Essendo cresciuto fra le montagne della Baviera, che sono molto simili a quelle scozzesi, mi sento a casa in questo paese".

Nel corso degli anni Herzog ha portato con sè molte cose dalla Scozia, musica, poesia - in particolare Burns - ed "i paesaggi che serbo nel cuore". "Amo veramente alcune parti della Scozia. La zona fra Inverness ed Ullapool è incredibile, così come alcune delle isole Hebridi".

Il documentario dovrebbe essere realizzato entro la fine del 2004. E' prevista anche la realizzazione di un secondo film, un making off che dovrebbe intitolarsi "Herzog in Wonderland".

Sito ufficiale: www.enigmaoflochness.com

 

Fonte: BRIAN PENDREIGH

 


 

Marzo 2003

 

WHEEL OF TIME
Werner Herzog, UK/Germany/France, 2003 - dur. 90 min 

Questo documentario è l'ultima fatica cinematografica di Werner Herzog.

Nel gennaio 2002, il regista tedesco, si è recato a Bodh Gaya, in India, dove si è svolta la cerimonia del Kalachakra alla presenza di oltre 300.000 pellegrini arrivati con ogni mezzo, molti addirittura a piedi. Dopo qualche mese, la troupe è andata in Tibet, sul Monte Kailash, per seguire il pellegrinaggio dei fedeli. Questo luogo è considerato il centro fisico e spirituale dell'universo non soltanto per il Buddismo ma anche per altre religioni come l'Induismo, il Gianismo e la religione sciamanica Tibetana Bon-Po, che risale ai tempi pre-Buddismo. Durante il pellegrinaggio intorno al monte, è possibile riconoscere i seguaci delle varie dottrine dal modo in cui compiono i loro riti. Sullo sfondo di una natura non descrivibile a parole e solo grazie alle immagini girate dallo stesso Herzog, riusciamo a conoscere la passione che questi uomini e queste donne mettono nella pratica delle loro religioni.

Il viaggio lungo le strade del Buddismo si conclude in ottobre in Europa, a Graz in Austria, dove i buddisti europei alla presenza di Sua Santità il XIV Dalai Lama hanno svolto il loro Kalachakra. In una cornice diversa, ma al tempo stesso uguale, vediamo lo svolgersi della cerimonia in un bellissimo paesaggio alpino.

Il film comprende un'intervista di Herzog al XIV Dalai Lama e ad un fedele tibetano che ha trascorso 37 anni della sua vita in carcere ed è riuscito a vedere per la prima volta il Dalai Lama proprio a Graz.

Kalachakra, letteralmente "ruota del tempo", è una complessa cerimonia di iniziazione per attivare lo spirito e favorire l'illuminazione. Il rituale centrale è la creazione del Mandala, un dipinto realizzato con granelli di sabbia colorata, che rappresenta la ruota del tempo e serve a visualizzare la meditazione interiore. Il mandala è l'occhio di un uccello, rappresentazione del palazzo nel quale il Buddha Kalachakra vive con la sua consorte e il suo seguito. 
Durante il rituale del Kalachakra, questo mandala, come parte della preparazione all'iniziazione, è realizzato, su una base di circa 3x3 metri, da sette monaci che, usando fili sottili di metallo, si affideranno alla memoria e a semplici istruzioni desunte da un testo scritto. Per completare il Mandala ci vogliono molti giorni. Durante lo stesso rituale, questo lavoro artistico servirà ai partecipanti come aiuto per orientarsi mentre il Dalai Lama spiega la complessa visualizzazione del Kalachakra. Alla fine tutti i partecipanti interiorizzano questo palazzo che simboleggia anche la loro essenza, pensiero e corpo. Una volta consegnato alla memoria, il dipinto non ha più motivo d'essere e viene disperso in un fiume come benedizione per l'ambiente: la corrente porta i benefici dell'energia positiva in tutto il mondo.

Fonte: www.ildocumentario.it


 

Dicembre 2001

 

Herzog sta preparando un nuovo documentario, da produrre in collaborazione con la "Società per la promozione dei valori buddisti"di Graz (Austria). 

Il film mostrerà le iniziazioni "Kalachakra" che si terranno a Graz e a Bodh Gaya (India settentrionale) nei primi mesi del 2002, eventi di enorme significato per il mondo buddista e ai quali parteciperanno, in totale, più di 300.000 persone.

Il film presenterà anche un estesa intervista a Sua Santità il Dalai Lama ed alcune riprese dei pellegrinaggi verso la sacra montagna di Kailash in Tibet.

La fotografia sarà di Peter Zeitlinger. Il film sarà girato in Super 16 (colore) e, dopo il montaggio, sarà anche trasferito in formato 35 mm, per consentirne la proiezione nei cinema. La versione per la televisione durerà approssimativamente 45 minuti, mentre la versione cinematografica, che includerà molto più materiale dalla cerimonia di Bodh Gaya e dal Monte Kailash, arriverà fino a 90 minuti.

Il documentario, per adesso col titolo di lavoro "Wheel of Time", dovrebbe essere completato per il mese di Dicembre del 2002. 

["La ruota del tempo" è stato presentato a metà marzo a Milano alla presenza del Dalai Lama. E' prevista la trasmissione su Tele + Bianco il 21 Marzo alle 22:55 ed il 28 Marzo alle 10:00]

 

Fonte: Kalachakra for World Peace Graz 2002


Bibliografia    £


Links £

Sito Ufficiale

Werner Herzog Web Board

 Aguirre, Furore di Dio

 





FILMOGRAFIA 1967 - 1973

FILMOGRAFIA 1974 - 1978


© 2002, Marco Salzano.

Updated September 2004. Additions, corrections, and friendly comments may be sent to: mrsalzano@astalalista.zzn.com

Rivisto Settembre 2004. Aggiunte, correzioni e commenti possono essere inviati a:  mrsalzano@astalalista.zzn.com

 

Site Meter

Powered by counter.bloke.com
Great Directors Webring
[ Join Now | Ring Hub | Random | << Prev | Next >> ]

This site is a member of WebRing.
To browse visit Here.