Un pittore adranita.
L'ottocento si apre con una rifioritura di classicismo, ravvivata dall'epopea napoleonica, e che si suole appellare neo classicismo,in tutte le manifestazioni artistiche: Vincenzo Monti, Alfieri, Foscolo per la poesia; il Canova per la scultura, il David per la pittura.
Agli atteggiamenti romani delle composizioni e delle figure prende parte anche la decorazione, e quest'ultima, geometrica e stereotipa al punto, da cadere nel più rigido convenzionalismo.
In tutta Italia però, questa imposizione neoclassica o napoleonica era alquanto mal tollerata ed evitata, così come mal si tollerava la dominazione politica del grande despota europeo.
Le grandi composizioni pittoriche, che in Francia erano costrette a magnificare Napoleone, deviarono in Italia in quelle religiose che furono come la risorsa delle nostre terre e l'aria più respirabile in quella universale suggestione.
Anzi, accanto alla composizione solenne, austera e teatrale dei poemi classici, magnificamente tradotti, dei poemetti solenni e di memoria dantesca, ai carmi civili e didascalici, alle tragedie fosche e rabbiose, scherzava la commedia del Goldoni.
Questa specie dì contrasto, che pare soltanto letterario, non è fuori posto e neanche ornamento, è invece lo sfondo, di cui abbiamo bisogno per comprendere meglio l'arte pittorica del nostro concittadino Giuseppe Guzzardi.
Giuseppe Guzzardi è nato in Adrano l'8 dicembre 1845 dal nob. cav. maggiore Francesco Guzzardi Stracuzzi è dalla nobildonna Maria Piccione. Ebbe in patria le prime lezioni sotto il maestro Vincenzo Costa: ancora giovanissimo fece concepire belle speranze del suo valore
nel disegno e nella colorazione, tanto che il Municipio gli deliberava un premio d'incoraggiamento, stimolandolo a dedicarsi completamente allo studio della pittura.
Mandato a Firenze, entrò nella R. Accademia di Belle Arti, dove studiò sotto l'abilissimo Prof. Antonio Ciseri, da cui apprese le più riposte esigenze dell'esatto disegno e s'ispirò alle migliori opere dei più celebrati artisti.
Terminati i suoi studi di figura nella R.Accademia, progredì meravigliosamente, mostrando l'acume del suo ingegno nella pittura, tanto che vi fu nominato professore onorario.
Fu socio di un nucleo d' artisti, che si costituirono nel 1876 in un Circolo, a cui appartennero tra gli altri, il Barabino, il Gordigiani, il Muzzioli, il Vinea, il Segoni, il Ciardi ed. altri iniziatori di una scuola del costume; circolo che ebbe notevole incremento e nel 1887 fu onorato dalla visita dei Sovrani d'Italia; e quelle spaziose sale vennero allora trasformate in un modo molto fantastico ed originale dal Guzzardi, che era tra i dirigenti di esso, coadiuvato dal Barabino e da molti altri valorosi artisti.
Maestro dunque del Guzzardi fu Antonio Ciseri, uomo di austera pietà, che espresse la sua arte in grandi composizioni e in figure di carattere religioso, e in ritratti d'una serenità e gravità, imponente ed educativa.
Allevato nei principi d'un'arte convenzionale, seppe con grande energia e con vera costanza, in tempi in cui tutto era accademico e manierato, emanciparsi e trarre dal solo vero non poca ispirazione per le sue tele.
In quel pensiero austero e religioso, che anima tutti i quadri del Ciseri, lo seguì dapprima il nostro Guzzardì.
Le sue opere di questo tipo non sono propriamente una composizione storica d'insieme, ma qualche dettaglio che rivela, nel tempo stesso, la fedeltà del discepolo, che vorrebbe seguire del tutto il maestro, e la rivoluzione del proprio spirito, che tende a rendersi autonomo.
Dovette naturalmente influire su lui il grande quadro rappresentante La strage dei fratelli Maccabei del Ciseri, a cui l'autore aveva dedicato ben otto anni di lavoro, perchè il Guzzardi, quasi volendo contendere col maestro, ritrae nel più vivo naturalismo cinquecentesco uno dei Maccabei, che può ben rivaleggiare, se non
superare per sentimento e atteggiamento quelli del maestro.
Ma dove il Guzzardi segue anche troppo il Ciseri, è nella pittura agiografica.
Cominciamo dalla più bella, per quanto già nota e diffusa, almeno per i giudizi dei competenti e per le diverse recensioni della stampa.
È La Vergine sul Golgota, che si trova nella casa del nob. Prof. Rosario Guzzardi, fratello dell'illustre pittore. Il quadro, a grandèzza naturale, fu esposto dal 12 al 27 febbraio del 1876 all'Accademia dl Belle Arti, e riscosse critiche benevoli e giudizi talvolta lusinghieri.
Nel Conservatore del 7 Marzo 1876 in Firenze così si legge di questo quadro: « La Madonna sul Golgota del Guzzardi è quel celeste tipo dì beltà e di candore cui si è maggiormente ispirata in ogni tempo e luogo l'arte cristiana, la pittura come la scultura, l'architettura come la poesia, la musica e l'eloquenza.
L'insieme delle linee e dei contorni, delle pose e dei colori, della luce e dei ripieghi bene esaminato, sta a denotarci un non comune amore alla naturalezza e una non redarguibile tendenza all' invenzione e alla spigliatezza.
Lodevolissimo è quel sentimento infuso, sentimento che non s'impara ma si crea, che non si studia ma s'indovina e che pure dev’essere suprema cura dell'arte, perchè senza di essa, per bene elaborata che sia, un' opera d'arte rimane morta.
L' armonia plastica di tutta la figura, con ambo le mani a rassegnazione incrociate, col suo mortale pallore, con gli occhi rivolti al cielo, con due lacrime che, inorridite, direbbe un poeta, appena spuntate sì cristallizzano, è certo che se non ti esprime il più grande dei dolori, narra un dolore grande ».
Il Giornale La Nuova Firenze del 2 marzo 1876 dava dei giudizi che onoravano e incoraggiavano il nostro artista a più splendide prove.
Fra tanti apprezzamenti benevoli e lusinghieri se n'ebbe qualcuno poco favorevole.
Il giornale La Nazione del 15 febbraio 1876 così scriveva La Vergine sul Golgota in veste rossastra, con manto azzurro che le scende dalla testa ricinta d'un panno bianco, è in piedi. su tin piccolo ripiano.
L'atteggiamento della persona è composto a grandi linee, il danneggiamento assai disinvolto e naturale, ma il
colore è alquanto monotono e per quanto armonizzi col fondo e anche, se si vuole, col carattere della scena, è troppo convenzionale, Il cielo è alquanto ottenebrato,
un denso velo di nubi di colore scuro, quasi uniforme lo ricopre tutto sino all'estremo orizzonte e nella peiiombra in lontanatiza si scopre la città sulla vetta di ùn colle e, più lontano ancora, una linea
di montagne. Il luogo dove la Vergine è in piedi ha invece uno sprazzo di luce e la Vergine stessa
L'Addolorata del Cuzzardi è una figura che va esaminata anzi tutto spiritualmente: prima d'ogni altro leviamo il pensiero alla
Madre di Dio che nel figliuolo bello, sapiente, divulgatore dì un nuovo Verbo che doveva spiritualizzare il mondo, perdeva non un figlio comune, ma troppo grande, superiore a tutti gli altri, per non doverne
sentire uno speciale dolore. Ora il nostro Cuzzardi, foiide in quel mutismo della Vergine Madre, le cui labbra quasi chiuse non costituiscono un difetto, come fu scritto, un dolore cosciente e profondo. La
bocca aperta è l'abbattimento completo di una madre che nel figlio perde tutto, e il dolore è allora senza compenso, non è il dolore che è misto al conforto dell'idealità del sacrificio e a un certo
orgoglio che lascia in eredità ai suoi. E quindi un abbattimento che è sorretto, mentre il rilasciamento di tutte le membra sarebbe alquanto volgare. Nell'Addolorata del Guzzardi vien fuori subito quella
coscienza della grande missione che Dio affidava alla Vergine nel sacrificio del figlio, onde quello sguardo, rivolto intensivamente al cielo, come se vi leggesse ogni spiegazione e di là venisse il conforto
supremo, è di un ef fetto dì sintesi sorprendente.
Due altre belle tele, rappresentanti l'una S. Margherita e l'altra
L'aspetto, forse anche rigido e non molto espressivo delle figure, prende invece molta vita dal colore: non a torto è stato detto che il colore
è da lui sentito come da un veneziano del cinquecento, perchè la sua tavolozza ha le tinte le più calde e le più vive. Si vede che è nato nella bella isola del sole I
Nell'avvolgere la figura di Gesù con un candido manto, ha il Glizzardi usato una certa libertà, del resto di non pochi altri artisti, ed è
anche questo 1' indizio del desiderio suo di sottrarsi al convenzionalismo dell'epoca. Il Guzzardi bozzettista infatti è sorprendente davvero, per il numero delle composizioni, tutte esuberanti di vita e
di movimento, oltre al fascino dei colori.
Nel 1876 esponeva alla Promotrice di Belle Arti a Firenze un quadro rappresentante un Idillio campestre, la
cui grazia e bellezza è veramente non comune. Fu giudicato il solo gioiello vero fra le tante perle false dell'esposizione. Il soggetto del quadro è di un verismo caratteristico: sono due vecqhi contadini
che hanno dei rìsvegli d'amore, rivelati da un pizzicotto che lui dà al ganascino della vecchia sposa, ed un sorriso, come di fuoco fatuo, illumina i due volti. il disegno, il colorito, la finitezza di
tutti gli accessori, la fu ligiiìe del camino, le foglie del cavolo, le fisonomie dei yecchi contadi ni, le loro pelli grinzose, tutto è reso con vivezza e scrupolosa fedeltà.
Il quadro fu subito acquistato dalla Galleria Borg de Balzan in Firenze, e, per decisione di
un apposito comitato, che lo aveva prescelto fra i tanti lavon~ esposti, il soggetto del quadro fu riprodotto in incigione su rame, e gli esemplari ricavati vennero distribuiti in premio ai soci della
galleria medesima.
Ma quel che è più degno di nota è il fatto che lo stesso artista, per accontentare le insistenti richieste, che gli venivano da vari punti
d'Europa, dovette riprodurre ben dodici volte il soggetto del quadro. Infatti quest'opera si trova a Genova nella Galleria De Muratt; un'altra copia in Svizzera, due agli Stati uniti, una in Austria,'
ùna al Perù presso il Conte Canevaro, ivi Console generale d'Italia. Un'altra copia
fu mandata a Melbourne nell'Australia, per l'esposizione internazionale nel 1881, e fu acquistata dal governo inglese per la Galleria d'arte moderna> insieme al quadro Momenti d'ozio dello
stesso autore, che ricevette dalla Giuria di quella mostra la medaglia d'oro e il relativo diploma, come premio speciale.
Altro graziosissimo quadro di gyfl§4e del Guzzardi è Dopo il duello, in cui l'artista ci rappresenta un giovane ferito ad un braccio per
un ùolpo di spada e che, sollevando lievemente la fascia, fa vedere la sua fefita ad una vispa giovinetta, la quale gli appresta una bibita, con cui calmare il leggero ardore dello stato febbrile. Il giovane
ha cinto col braccio la vita della fanciulla ed ha tanto malizioso amore negli occhi lucenti,' e uno sgomento cosi naturale è dipinto nel fresco volto della fanciulla, da far provare allo spettatore
l'emozione del momento, in cui amore tesse le sue insidie. Questo~quadretto, insieme a due altri, Corruccio e Il caffè del nonno, trovasi a Vienna. Quest'ultimo è una piccola scena CH famiglia
fra il noriflo, il bambino e la cameriera. Bella quell' espressione del volto del bambino, che, seduto sulle ginocchia del nonno, beve il caffè col visetto nascosto per metà nella tazza e gli occhi fissi nel
vuoto, brillanti di ghiottoneria soddisfatta.
Non è possibile in questi brevi cenni dare notizia dì tutta la produzione artistica di questo caratteristico pittore.
Nel '1887 esponeva, sempre alla Promotrice di Belle Arti, una scena del secolo XVI I> ove figurano moltissimi ritratti di persone del tempo,
due dei quali sono il Guzzardi stesso e il fratello Rosario.
Compose anche dei quadri di costuriii siciliani, come quello dal titolo Regali. Questo
lavoro ricorda il ritorno del Guzzardi dalla Sicilia, dove erasi recato nell'occasione dell' epidemia colerica del 1S87, per assistervi i colpiti dal morbo, poi;tando ai suoi concittadini il soccorso della
sua opera personale e una cospicua somma, che gli fu inviata dal Circolo degli Artisti di Firenze. Per tale opera pietosa ed eroica ottenne dal Governo la medaglia d'argento al valore civile (2).
Fra tutti questi bozzetti emerge, per espressione vivissima e finitezza di particolari, il quadro Al pascolo, figura dal vero, con
paesaggio, dipinto a Cutiglianò nell'Appennino pistoiese. È la figura di un bambinuccio campagnuolo che conduce le bestie al pascolo. Il viso e gli occhi del
fanciullo, offesi dalla carezza troppo viva del sole, sono un prodigio di verismo.
Una delle più belle composizioni del Guzzardi, che richiama in essa il Morelli e il Palizzi, è fuori dubbio quella intitolata RImenibranze.
I citati pittori preferirono chiamarla Odalisca, ma il Guzzardi ha voluto richiamare l'attenzione e caratterizzare la sua opera dal dramma spirituale
che tormenta, più che dalle bellezze corporee dell'Odalisca. Osiamo affermare che è tra le cose più belle e più vive del nostro artista. Se pur non supera altri nella purezza del disegno o nella magia del
colore, su moltissimi si eleva per l'espressione che egli ha infusa negli occhi, nella fronte pensierosa in cui una lieve malinconia vince gli agi e le ricchezze di colei che, bella e ricca, sente sempre la
prigione del corpo e più quella del cuore.
Nella figura flessuosa e gentile dell'Odalisca che, mollemente abbandonata sul divano, su un cuscino rasato vieil-or, posa in attitudine
riflessiva sino alla mestizia, coi grandi occhi vaganti, assorta in un pensiero grav% tutto parla ed esprime quello che ha voluto espri-' mere l'artista. Cinta da un serico vestito rosso, poggiato il braccio
sul
cuscino, e sopra la testa con moto g~ranoso il ventaglio, fissi gli occhi nel vttoto,
rimembra. Forse la sua vita innocente di fanciulla e i distrutti aneliti del suo cuore? Quadro prevalentemente psicologico che popola la mente di tante visioni di giovani esistenze, votate al sacrificio.
Un accenno dra ad un altro genere di composizione del Guzzardi. Li chiamerei bozzetti compléssi più che drammatici; perchè, itentre fissano
un momento solo, come purtroppo son costrettè a fare le arti plastiche e disegnative, includono altri momenti precedenti o conseguenti di esso. Il Guzzardi sa cogliere e fissare quei momenti che
necessariamente riescono a richiamarne altri; cosicchè tutta una piccola storia vi è svolta e compresa. Genera questo un piacere particolare nello spettatore, che gode ad indovinare e tessere l'intero
piccolo dramma, indicato in un momento solo, e a risolvere senza fatica un rebus artistico, lusingato nella sua felice e rapida integrazione.
Questa caratteristica del Guzzardi, degna di nota, è anche una rivélazione del suo spirito alquanto bizzarro e capace di tirare in un ordine
complesso di cose, e si direbbe in un imbroglio, lo spirito altrui.
Così nel bozzetto La figlia dell'oste: Alcuni soldati secenteschi, capitati in una osteria, approfittando dell'assenza dell'oste che è
disceso in cantina, si abbandonano alla più strana gazzarra. Uno di essi, afferrata la bionda figlia dell'oste, la solleva più che può in alto, perchè" tolga da un cerchio, sospeso al soffitto, uno
dei prosciutti che vi pendono e 1' allegra ragazza si presta alla baldoria, sorridendo giocond4mente ed allungando quanto più può il braccio per afferrare la preda, che però non arriva a raggiungere. Uno
dei venturieri, per facilitare l'impresa, afferrata una fune, sta per lanciarla contro il cerchio perchè si pieghi e la ragazza possa facilmente afferrarlo. Alcuni dei presenti, fra i quali un guascone, un
frate e un tamburo, prendono parte, ridendo e in atteggiamenti diversi, alla burla.
Ma a destra, carico di piatti, con un grosso fiasco di vino e un recipiente di rame penzoloni nelle mani, sopraggiunge sul più bello l'oste, che
rimane sorpreso a tale scena e forse più che della figliuola, dolente della manomissione dei prosciutti; e l'irritazione gli si legge
nel grasso e rubicondo volto accigliato,' perché nella sua brevissima assenza quei
birboni siano andati tant'oltre; ed è rivelata con evidenza dalla posa estatica e dalla grande sorpresa, che lo costringe quasi a retrocedere. La stanza è in disordine: cappelli, tamburi, fiaschi, zaini
sono sparsi qua e là per terra. La scena è illuminata da un raggio azzurrognolo di luce, scendente da una finestra, collocata in alto della parete sinistra, onde l'osteria rimane parte in piena luce, parte
in una semi-oscurità, ove le diverse gradazioni di toni sono benissimo rese. È anche degno di nota il contrasto che si ha della luce calda, data dalla piccola
fiammella, che uno dei soldati in ombra adopera per accendere la pipa, con la luce fredda, che illumina la scena principale.
Le figure, per la loro disposizione e per i vani atteggiamenti, rendono assai bene l'animazione della scena e sono da osservarsi quella della
fanciulla e del soldato che la sorregge, nel quale alla viva espressione della forza va unita quella del piacere, che ei prova per la gaia impresa. Altri quadri del genere dipinse, di cui faremo cenno più
sodisfacente in altro lavoro.
Rimane a ricordare l'arte del ritratto nel Guzzardi, la cui importanza, com'è risaputo, fu notevole nel periodo ottocentesco, perché valse a
liberare dal convenzionalismo e dalla sopraffazione neoclassica l'arte nostra. Il ritratto indusse parecchi artisti, deviati prima dal neoclassicismo, poi dal macchiaiolismo, al senso del naturalismo che
doveva richiamarli ad una delle più grandi fonti dell'ispirazione.
Anche il Canova nella bellezza di Paolina Bonaparte si salva dalla morta gora neoclassica, come lo stesso maestro del Guzzardi, nel ritratto
paterno, lascia un momento da parte le torture dell'espressione storica e da noi non sentita dei Maccabei, e s'avvia per più liberi e reali sentieri (1).
Quale forza naturalistica abbia il Guzzardi trovato nel ritratto non saprei a modo esprimere: non è possibile ritrarre a parole una nota
musicale, ne un momento pittorico, perciò vi rinunzio, limitandomi solo a dire che il naturalismo del ritratto guzzardiano èbellissimo.
Prescindo stai ritratti di famiglia, ove l'arte è avvinta dalla realtà viva e presente, che non perdona deviazioni a danno della somiglianza e
dei caratteri individuali del soggetto, perchè l'affetto domestico prevale e la trasfigurazione è minima. Questi ritratti di famiglia, belli per colore, fedeli per la somiglianza, prospettici e posati
éome quelli fotografici, hanno altri pregi e bellissimi, ma non quelli che vengono fuori dall'immaginazione t dalla libertà spirituale dell'artista. Ben altra cosa è effigiare Dante, Michelangelo Bramante,
Bellini e Raffaello, come ha fatto il Guzzardi. Qui lo spirito ha subito il fascino della grandezza dei soggetti che ha prescelto. Il loro corpo non esiste, vi è solo vivo e presente il loro spirito:
l'artista deve dargli lui un corpo e pensa di dargliene uno tutto suo, cioè di pura fantasia.
Vi è però una certa tradizione storica> che pur bisogna rispettare, che ci dice dell'età, delle abitudini, della costituzione fisica di
tali grandi uomini. Queste tradizioni fanno sì che pittori e seguaci figurano e immaginano tali uomini sempre allo stesso modo. Così si rassomigliàno tra di loro i ritratti dell'Alighieri, del Petrarca, deI
Buonarroti ecc. Infrangere alquanto queste tradizioni, ribellarsi a questo rigido tipo che sopprime la spiritualità fu, senza spegnere del tutto la tradizionq,
l'idea del Guzzardi. Il Dante, il Michelangelo, il Bramante, il Bellini e il Raffaello, che ho ammirato più volte nei medaglioni della cornice decorativa d'uno dei saloni della casa Guzzardi, mi haiino
lasciata suggestionata. Dante ha tutto l'abbigliamento trecentesco convenzionale, ma al viso, pur conservando la profondità dell'occhio e il noto naso aquilino, è stato aggiunto un lieve affondamento alla
radice nasale, perchè lo sguardo del poeta divenisse intensamente meditativo, richiamando al nostro pensiero -lo sforzo della concezione soprannaturale del suo poema. La faccia, viva di carne sanguificata, dà
un misto di realtà piacevole che produce un compiaCimento, nel pensar il poeta più umano di quel che il tradizionalismo impone. Più slanciato e ossuto il viso del Buonarroti, sagoma quasi spttoposta a
quella geometria che il grande richiama, e all'espressione di chi ebbe più muse alla sua ispirazione.
Bellissimo sopratutto è il ritratto del Bramante, pieno di vita gioiosa e di sorrisi vivaci, che lo, trasfoiìde in una luce di biondo
oro, mentre, ben nutrito e rubicondo com'è, è tutto un trionfo di salute e di
bellezza.
Raffaello è il più tradizionale, intisichito per la sua Fornarina, bello d'una) bellezza esotica e giovanile, pallido come un giacinto: è,
nella sua vivezza, presente e nel tempo stesso più vicino alla sua storia, così ricca di romantico.
Il Guzzardi ha lasciato anche bravi discèpoli q sopra ogni altro un nostro concittadino: il Prof. A. La Naia, che, con le ammirevoli opete
pittoriche e scultoree, aggiunge lustro alla gloria del Maestro. Ci piace perciò concludere questa breve notizia con alcune considerazioni del La Nala:
« L'arte del Guzzardi appartiene alla scuola accademica realistica. Egli la seguì con scrupolosa meticolosità e riuscì a darci dei veri
saggi di pittura realistica. Nei piccoli quadri di genere (i suoi cavalli di battaglia) fu un virtuoso degno di stare accanto ai pittori olandesi del 600:
Terburg, Wouwernans, Dow, Nooghe.
Il nostro artista seppe insinuare negli umili soggetti delle sue composizioni buon gusto, sentimento, poesia, senza eccedere in un brutale,
grossolano, superficiale realismo.
La sua pittura, se anche qualche volta non ci rapisce e ci tra-sporta nelle regioni del sogno, tiene sempre però ad allettare i nostri sensi
col colore e la naturalezza. Ebbe il tocco franco, solidità e perfezione nel disegno, equilibrio di masse, splendore di colorito.