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Padova, martedì 5 giugno 2001, S. Bonifacio

CITTADELLA CAMPOSAMPIERO

San Giorgio in Bosco. L'autopsia riapre il giallo sulla fine di un operaio precipitato dal camion in un cantiere di Piazzola
«Non fu infarto, ma infortunio»
L'angoscia dei familiari: «Ora vogliamo sapere com'è successo»
Su Odino Favero il medico legale ha riscontrato fratture e lesioni alla testa fatali

di Giuliano Doro

SAN GIORGIO IN BOSCO. Nessun malore, piuttosto una morte causata da «un gravissimo infortunio o incidente di lavoro». A queste conclusioni è arrivato Fabio Fenato, il medico legale nominato dalla famiglia di Odino Favero, 54 anni, morto il 28 maggio in un cantiere a Piazzola.
La penserebbe allo stesso modo il medico legale Zancaner, nominato dal pubblico ministero padovano Orietta Canova che nei prossimi giorni depositerà la sua perizia. Il caso, dunque, si riapre. Sono i familiari che chiedono alla Procura di fare chiarezza. «Sono arrivato sul posto: mio fratello era supino, le mani giunte, gli occhi al cielo, sotto alla testa un sacco di nylon e neppure una goccia di sangue, nonostante le fratture distruttive al cranio», racconta Mario Favero, imprenditore edile. «Una scena surreale, incredibile per una morte. Guido Nardello, che dice di essere stato l'unico testimone, racconta di aver visto mio fratello accasciarsi a terra, con le mani giunte. Lui avrebbe continuato a scaricare dal camion prima di preoccuparsi di dare l'allarme». Questa è soltanto una delle decine di versioni fornite dai testimoni sia ai familiari che al datore di lavoro di Odino «Meni» Favero, Adriano Scolaro della Tre Esse. Nessuna combacerebbe con le altre. Mario Favero è convinto che l'incidente sia avvenuto altrove e il corpo, come il camion che «Meni» guidava, sia stato portato all'interno del cantiere. Sono molte le testimonianze anonime che giungono in queste ore, confermano i familiari, per lo più da operai extracomunitari nel cantiere.
«Non siamo noi a dare giudizi, ma nulla delle molte ricostruzioni effettuate della morte di Odino si spalma sui riscontri dei medici legali: sono state riscontrate fratture a un polso, pesanti lacerazioni a una spalla, la nuca fracassata, la fronte spaccata da un taglio che fende il cranio per 6-7 centimetri, tre litri di sangue nei polmoni, tranciata una vertebra cervicale: quest'ultima la causa della morte istantantanea».
La versione viene confermata dal datore di lavoro, Adriano Scolaro. Insieme ai familiari si è fatto carico delle spese legali affidandosi alla consulenza dello Studio Ali di Vigonza per arrivare alla verità.
«Nessuna delle ricostruzioni fatte può adattarsi alla realtà - aggiunge Mario Favero - Nel cantiere di Nardello si usava una forca applicata a una terna (ruspa), Meni non doveva per alcun motivo trovarsi sopra il camion: quel che è certo è che non voleva mai andare a consegnare in quel cantiere, diceva che ne succedevano di cotte e di crude. Come è certo che non è morto per infarto».
Venticinque anni di esperienza non l'avrebbero mai portato sopra o sotto (perché i testimoni non concorderebbero neppure su questo) quel camion dove è stato rinvenuto cadavere: «Lì c'è stato trasportato, tutto intorno non ci sono neppure le tracce dei movimenti delle macchine», denuncia il fratello. Interviene anche il sindaco Leopoldo Marcolongo: «Ho sentito Fabio Nardello (l'amministratore dell'omonimo gruppo), mi riferisce che non esistono responsabilità per la sua ditta, ma a questo punto chiedo che la magistratura faccia al più presto chiarezza: almeno per la famiglia di Odino».