FILOSOFI, PELLEGRINI, BACKPACKERS: IL VIAGGIO COME SCOPERTA DI SE'

Marcello Girone Daloli

 

La storia del pensiero, della filosofia, così come la storia delle religioni, dei grandi Mistici e dei Santi è costellata di viaggi alla scoperta del Divino, dello spirito e, in ultima analisi, del nostro sé, del nostro Io Superiore.
E' importante capire quali impulsi hanno messo in moto tanti uomini nelle varie epoche.
Ai primordi dell'umanità troviamo viaggi solenni, viaggi che precedono la storia, che rientrano nell'epica: dall'Epopea di Gilgamesh (2900 a.C.), all'Odissea, ai viaggi della Genesi (Adamo ed Eva e Noé). Viaggi all'insegna della fatica, prove mosse dal Volere, inteso come bisogno immediato, impulso istintivo, mosso dalla sete di vita, dalla necessità. Si può dire che l'uomo dormisse nella volontà, ovvero fosse spinto dall'esterno a soddisfare un bisogno interiore:i viaggi erano, infatti, imposti dagli Dei.
L'Epopea babilonese di Gilgamesh racconta le imprese eroiche del re di Uruk il quale, dopo aver difeso la sua città dal "Toro celeste" che massacrava guerrieri e popolo inerme, parte alla ricerca dell'Immortalità e dell'unico uomo, Utnapishtin, che l'ha raggiunta. Gilgamesh, attraverso molte peripezie, finalmente lo incontra e il grande saggio Utnapishtin gli indica come scoprire "la pianta dell'eterna giovinezza" che cresce in fondo al mare. Il nostro eroe riesce a impossessarsene, ma sulla via del ritorno la magica pianta gli viene rubata da un serpente. Torna quindi a Uruk stanco e deluso.
Nell'Odissea, Omero ci presenta Ulisse, l'eroe instancabile, assetato di conoscenza, che nella cultura occidentale rappresenta il viaggiatore per eccellenza, le cui prove gli vengono sempre imposte da un comando esterno.
Dante addirittura, pur spendendo per lui parole di ammirazione, lo troverà nell'Inferno. Ulisse, infatti, non seppe accontentarsi, non trovò mai pace, non trovò mai se stesso. Dopo Itaca, ci dice Dante, l'incontentabile Ulisse ripartì, oltrepassò le colonne d'Ercole, oltre le quali si inabissò. Un Ulisse quindi spinto dalla "brama" dell'esperienza. Ecco che già nell'epica il viaggio è esperienza autentica.
É curioso che la radice indoeuropea di "esperienza", "Per", riporta al significato di "tentare", "mettere alla prova", "rischiare".
Anche nella Genesi le migrazioni dal paradiso alla terra di Adamo ed Eva, così come sull'Arca di Noé durante il diluvio, sono imposte da Dio.
Con l'avvento dei primi filosofi, intorno al 500 a.C. il contatto diretto con il Divino si è ormai perduto; la necessità, l'istinto volitivo, che ancora primeggiano nell'uomo comune, in queste anime si presenta come ricerca conoscitiva. Eppure nei loro "viaggi" emerge l'antico afflato verso gli dei, non più accessibili per via diretta all'uomo che va sempre più perdendo la sua chiaroveggenza: "Le cavalle che mi portarono fin dove il mio desiderio vuol giungere mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose, che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l'uomo che sa. Là fui portato...". Così inizia il viaggio di Parmenide, una metafora che indica la via della conoscenza, tratto dal suo poema filosofico, ad alta densità simbolica, che l'illuminato filosofo di Elea, divise in due parti "Verità e Opinione", al quale si è dato il titolo convenzionale Sulla Natura e di cui ci sono pervenuti 154 frammenti.
Il viaggio che si snoda dalle case della Notte, il quartiere popolare di Elea, simbolo dell'oscurità in cui vive l'uomo comune, cioè colui che si lascia guidare dai sensi, dopo un'impervia salita, si conclude davanti alle porte del tempio: "Infatti là mi portarono accorte cavalle tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
L'asse dei mozzi mandava un sibilo acuto, infiammandosi, quando le fanciulle Figlie del Sole affrettavano il corso nell'accompagnarmi, dopo aver lasciato le case della Notte, verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno, con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra; e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti, di cui la Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole, con accortezza la persuasero, affinché la sbarra del chiavistello, senza
indugiare togliesse dalla porta...".
Parmenide verrà ammesso nel tempio dove riceverà la dottrina dell'Essere, la Verità, direttamente dalla bocca della dea Necessità. La Necessità e la Volontà determinano, quindi, l'impulso che induce al viaggio. Forse le cavalle simboleggiano proprio la Volontà e le fanciulle che "indicavano la via" la ragione.
I viaggi dei primi filosofi erano viaggi dentro di sé, non fisici. Platone nel Fedro addirittura canzona Socrate proprio perché non si mosse mai da Atene. Furono sì precursori dell'epoca del pensare, posero il primo seme del pensiero libero dei sensi, elaborarono impulsi destinati a fiorire in futuro, ma non viaggiarono fisicamente. L'impulso era ancora a livello animico: perché si materializzi si dovrà attendere la svolta dei tempi, l'incarnazione del Cristo. L'impulso di libertà del pensiero venne per così dire preannunciato dai primi pensatori, così come dal Buddha, il grande rivoluzionario del sistema brahamanico/indù radicato all'antica chiaroveggenza. I primi filosofi quando viaggiavano fisicamente lo facevano per insegnare, per offrire (spesso a peso d'oro) la loro saggezza, non per conoscere. Lo storico e geografo Strabone (I sec. a.C.) ci racconta di filosofi greci, tra cui i Sofisti, definiti anche i "folli", che fecero molti viaggi, soprattutto ad Atene, venendo ovunque ospitati con grandi onoreficenze. Ed è curioso leggere una sua frase che si addice particolarmente agli eremiti e ai guru dell'India: "...Cercano il senso della vita coloro i quali vagano per le montagne...". Siamo sempre nell'ambito di un viaggio che l'uomo compie, se pur nella natura, immerso dentro di sé.
Da questi viaggi interiori guidati dalla nostalgia di una chiaroveggenza perduta, con la discesa dell'uomo sempre più nella materia, il viaggio, pur sempre rivolto al mondo spirituale, si trasforma in pellegrinaggio, ovvero si materializza, diviene fisico. La via che conduce alla Verità, diviene in Occidente la via verso il Cristo. Con l'evento del Golgotha il seme dell'Io è stato impresso nell'uomo, ma molti secoli ci vorranno prima che inizi a germogliare.
Per tutto il primo millennio sarà ancora la via della volontà, della necessità a muovere il pellegrino, che lentamente lascerà il passo, nel corso del medioevo, alle forze del sentire. Da "queste forze" scaturirà un viaggio rivolto al Signore, un viaggio di fede, un pellegrinaggio di tipo penitenziale, redentore, mai conoscitivo. Anzi il viaggio spinto dalla "curiositas" viene fortemente criticato dagli stessi Sant'Agostino, San Tommaso e San Bernardo. Il viaggio, anche se fisico in realtà è ancora dentro di sé, come per gli eremiti indiani nelle foreste. Non dimentichiamo che nel medioevo la cultura passava attraverso gli ordini monastici dove, fino al XIV Secolo, per moltissimi ricercatori spirituali la forma più comune di viaggio era il "viaggio nel libro", chiusi nella propria cella.
Il medioevo è costellato di pellegrinaggi sostenuti dalla fede. Nel cristianesimo abbiamo i tre classici pellegrinaggi, di cui ho accennato l,anno scorso nel nostro incontro sul Cammino di Santiago de Compostela: a Gerusalemme (alle origini del Cristianesimo), a Roma (nel Cristianesimo attuale) e a Santiago de Compostela (verso il Cristianesimo del futuro).
Nell'Islam il pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita, diviene addirittura un precetto della fede coranica.
In Oriente continuano gli antichi pellegrinaggi presso i luoghi sacri buddhisti e indù: a Kapilavastru, città di nascita del Buddha Shakyamuni, a Kushinagara, città dove morì, e a BodhGaià presso l'Albero del Bodi, dove ricevette l'illuminazione. L'induismo è ricchissimo di pellegrinaggi in luoghi sacri, oltre al grande ritrovo ogni 4 anni, il piccolo Kumbhamela e ogni 12 anni, il grande Kumbhamela. Si pensi che secondo stime indiane, generalmente poco attendibili, l'ultimo Kumbhamela nell'anno 2000 ospitò 80 milioni di fedeli durante il mese, e nel giorno più rappresentativo 20 milioni.
Ci sarebbe molto da dire su altri aspetti del viaggio nella storia. Si pensi solo alle migrazioni, al nomadismo e al vagabondaggio che segnarono fasi fondamentali per l'evoluzione di interi popoli.
Nel medioevo, abbiamo poi il viaggio eroico, viaggio di conquista, ma pur sempre spinto dal sentire (le Crociate).
A differenza di questi ultimi però il pellegrinaggio è il viaggio alla scoperta di sé, anche se per ora il sé è ancora un puro riflesso del Divino.
La spinta è data sempre più dalle forze del sentire: al sacrificio fisico si aggiunge il sacrificio interiore. La spinta della volontà è ora al servizio del sentire. L'Imitatio Christi rispecchia perfettamente la potenza di tale impulso.
Il Petrarca, e siamo ormai nel XIV secolo, inizia a vedere il viaggio come "caratteristica delle menti superiori." Si comincia, quindi, a dare al viaggio una connotazione non solo positiva ed evolutiva. Il viaggiare richiede ora quell'ingegno, riservato a chi riesce già a cogliere il Divino nel mondo.
Peculiare fu invece la figura di Cartesio (1500/1600) che sino a 29 anni girò in lungo e in largo tutto il mondo conosciuto; si formò nel mondo, come disse lui stesso, lesse "il libro del mondo", per poi fermarsi definitivamente e chiudersi a studiare e a scrivere. Arrivò addirittura a sostenere che fondamentalmente "tutto il mondo è paese" e rinnegò così lo spirito estroso del viaggiatore che si andava sempre più delineando.
Sarà la figura di Bacone (XVI Sec.) che offrirà una concezione filosofica del viaggio come ricerca della libertà attraverso la conoscenza del mondo.
Persino il viaggio cavalleresco ne riceverà una connotazione filosofica. Il viaggio diventa una dimostrazione della libertà dell'individuo che si distacca dall'antico impulso volitivo e dalla necessità.
Dalla rivoluzione francese in poi, dall'avvento dell'epoca dell'anima cosciente, nell'uomo le forze del pensare iniziano ad essere il faro che illumina la via della Conoscenza. Ciò chiaramente ha cambiato anche l'impulso del pellegrino. Il viaggio non si riferisce più esclusivamente alla ricerca del Divino e quindi al raggiungimento dei "luoghi sacri".
L'anelito verso la conoscenza ha fatto sì che il viaggio alla scoperta di sé venga ora arricchito da tutto ciò che il mondo terreno, riflesso di quello spirituale, offre lungo il cammino.
Ecco che "il cammin di nostra vita" diventa un pellegrinaggio dell'anima verso la conoscenza di sé in nome della libertà. Un cammino che in realtà tutti gli uomini portano avanti nel quotidiano, ma di cui spesso non sono consapevoli, a causa delle distrazioni, della routine. Il viaggio in luoghi poco o nulla familiari diviene quindi un utile strumento di ritorno alla realtà del nostro pellegrinaggio interiore.
Lo stimolo continuo di nuovi luoghi, nuovi incontri, nuove scoperte dentro e fuori noi stessi ha indotto molti uomini di scienza, di lettere e "di spirito" a intraprendere viaggi di questo tipo.
A questo punto la filosofia fa un salto in avanti proprio in quella evoluzione del pensiero occidentale che dalla necessità passa alla libertà con l'avvento di una nuova coscienza (Hegel!). Tensione irrinunciabile verso la libertà che Goethe porterà nella scienza: quel "lasciar parlare le cose" è un lasciar parlare la natura, ascoltarla attentamente, permettendole di rivelarsi in noi.
Vorrei citare Goethe, non solo perché caro alla cultura antroposofica, ma perché ha offerto due aspetti di viaggio che, a mio avviso, offrono un quadro assai preciso del viaggio fuori e dentro di sé.
Il primo aspetto emerge dal "Viaggio in Italia" anzi, dai viaggi in Italia: "Io non intraprendo questo viaggio per ingannare me stesso bensì per imparare a conoscere me stesso attraverso i vari oggetti". Oggetti come realtà, mezzi scientifici, non empirici. Una scienza contrapposta all'odierna scienza basata sulla sperimentazione.
E ancora: "D'altronde, se ogni uomo va considerato semplicemente come un accessorio di tutti gli altri, e non risulta mai utile e degno d'affetto come quando si riconosce tale, ciò ha da valere tanto più per i resoconti di viaggio e per i viaggiatori" (p.386). Ecco che emerge l'importanza di viaggiare e di raccontare i viaggi, con la coscienza di essere "un accessorio di tutti gli altri". Meraviglioso! Profondamente Cristiano!
Questo lungo viaggio nel nostro paese, nel paese dell'arte, degli incontri culturali dell'epoca, paese bizzarro, creativo, di bellezza insuperabile, ma anche il paese per molti aspetti dell'arretratezza, dell'inciviltà, pensatelo, visto dagli occhi di una elevata coscienza germanica come quella di Goethe. Questo viaggio esteriore accompagna il suo viaggio interiore, alla scoperta di sé: "...tale è la forza che assumono le immagini radicate nei sensi e nell'animo ogni qual volta l'uomo si trova a dover fare i conti solo con se stesso!" (p.355) Immagini che ritroviamo meravigliosamente descritte nel Faust, viaggio immaginario, che mostra tutte le virtù, i vizi, la nobiltà e la pochezza dell'animo umano. Viaggio che nasce dal desiderio di conoscere la Verità.
Qui siamo nel chiaro predominio del pensare. Ciò non significa che le forze del volere e del sentire non spingano più da dentro, bensì che sono sempre più al servizio del pensare e che continuano a interagire con "il pensare stesso".
Faust vende la sua anima a Mefistofele non per brama di possesso, bensì di conoscenza.
Certo il pellegrinaggio con il corpo è una forma di purificazione, ma quanto è duro! Quanto è difficile portare a livello fisico ciò che si è raggiunto a livello interiore. "Ahi! che alle ali dello spirito difficilmente si associano le ali del corpo", dice Faust (p.35).
Siamo figli di tutti questi viaggiatori, incarniamo quegli impulsi che si sono via via evoluti: la Beat Generation è stato un chiaro esempio di ribellione al sistema consumistico-capitalistico, e si è espressa viaggiando. Viaggiando senza interesse materiale, viaggiando per guadagnare innocenza, per poi riguardare con occhi diversi ciò che ci circonda quando torniamo, come scrive lo stesso Kerouac, in On the road. Un impulso di libertà che è stato incatenato dallo zampino luciferico, dal ritorno alla necessità, ovvero dall'uso delle droghe e dell'alcool. Ma l'Impulso dell'Io, impulso rivoluzionario che mi permetto di definire "cristico", era ormai radicati nel patrimonio genetico-spirituale dell'uomo e non è mai più scomparso.
Ci sarebbe molto da aggiungere riguardo alla storia del viaggio alla scoperta di sé, ma quanto detto finora voleva essere solo un'introduzione, per così dire, di tipo storico-spirituale, a ciò che ritengo ben più utile portarvi, ovvero la mia testimonianza di viaggiatore, di pellegrino dei nostri tempi, di backpacker.
L'altra volta ho cercato di trasmettervi, per quanto possibile, quelle che sono state le fondamentali forze che hanno agito su di me durante il Cammino di Santiago de Compostela. Oggi vorrei ampliare il panorama del pellegrinaggio moderno scaturito da altre esperienze che ho fatto in luoghi molto diversi tra loro, ma senza fornire una collocazione.
Come feci per il Cammino di Santiago, devo partire dall'impulso che spinge alla partenza, in quanto in esso sono le prerogative dell'esperienza. Quando l'impulso arriva e se ne riconosce la spontaneità in quanto non deriva dal desiderio di fuggire dalla realtà, bensì di ampliarla, quando i segni ne confermano l'autenticità, quando l'ego si lamenta e ci frena, allora ci siamo, è giunto il momento di partire. Tanto più l'ego predomina in noi quanto più coraggio ci vorrà per seguire l'impulso. Impulso che nell'epoca moderna abbiamo detto essere anelito alla conoscenza, ovvero di libertà, sulla via del pensare. Il pensare che ora ci chiede di scoprire realtà nuove per conoscere e per poter scegliere la nostra. Quindi viaggiare non solo per osservare le tradizioni, i costumi, le idee di altri popoli, ma per entrarvici dentro, per sperimentarle interiormente, per condividerle. Tale approccio, spesso estremamente impegnativo, per la spregiudicatezza che richiede, è la chiave che apre le porte di tutti i luoghi e delle anime della gente che si incontra. Ciò ci arricchisce, allarga la nostra coscienza e la nostra visione, permettendoci di meglio interagire nel luogo dove viviamo.
Questa è, a mio avviso, la vera globalizzazione, quella che condurrà l'umanità ad esprimere la sua immensa forza d'Amore, quella che si può a diritto definire evolutiva!
E' chiaro che non stiamo prendendo in considerazione il viaggio turistico, dove si va da 'straniero' per conoscere, ma si resta fuori e si osservano i popoli e i luoghi come fossero oggetti di studio a noi estranei. Bensì di un vero e proprio viaggio dentro di sé con la spregiudicatezza necessaria a cogliere il nostro sé negli altri e altrove, al di là del suo contesto socio-culturale, al di là del luogo.
"Immergersi nello spirito dei luoghi, nelle anime, in ciò che ci circonda, la capacità di farsi parte, di distaccarsi dalle abitudini e calarsi leggeri nei tesori della novità, ovunque noi siamo, come se si dovesse rapinare il caveau di una banca... e in fondo è proprio così." Il brano è tratto dal diario della mia ultima esperienza in Patagonia.
"Viaggio diretto verso l'esterno - scrive un altro backpacker - duro, pericoloso, che precisa i contorni dell'individuo, viaggio come esperienza eccezionale, evento eroico che forma l'individuo".
"Concentrazione e spregiudicatezza sono richieste per assaporare nuovi paesaggi, nuove tradizioni, nuove idee, nuove problematiche, nuove gioie e nuovi dolori. E' una vera e propria filosofia di vita, una dedizione al mondo che ci circonda, una ricerca, che mi permetto di definire, religiosa. Dove per religione si intende quell'unione dell'esteriore con l'interiore".
Ma chi sono questi backpackers? E' brutto dargli un nome, perché non fanno parte di alcun movimento, organizzazione o associazione, semplicemente seguono un impulso comune a molti, che li rende inevitabilmente rivoluzionari, come lo furono tanti, forse tutti, i veri ricercatori prima di loro. Da backpack, in inglese, zaino, sono quelli con lo zaino in spalla, sono i viaggiatori senza le valige. Siamo ragazzi con una gran voglia di ampliare il mondo che non ci circonda, di conoscere, di vivere, di viaggiare. Non in modo turistico, come tradizionalmente inteso, ma integrandosi, condividendo la quotidianità della gente che si incontra, cercando di impararne la lingua, di apprezzarne i costumi. Giovani di tutte le età, giovani dentro, che appena possono partono, con il minimo indispensabile sulle spalle, visto che spesso si cammina su per le montagne, o comunque immersi nella natura.
A differenza del turista classico, il backpacker viaggia con poco danaro, poche sicurezze, nessuna certezza. Si muove con i mezzi di trasporto più a buon mercato, predilige l'autostop che per di più gli consente di conoscere gente nuova, dorme negli ostelli della gioventù, in tenda o viene ospitato, accolto nelle case, dove porta i suoi racconti, la sua visione aperta del mondo, il suo amore. Così avviene un interscambio senza confini che ci nutre di realtà sempre nuove che, sommate a quelle già presenti nel nostro bagaglio interiore, vanno ad ampliare sempre più la nostra visione del mondo.
Non serve essere benestanti per viaggiare in questo modo, anzi spesso può essere un ostacolo: in fondo per il backpacker vale il detto "meno hai, meglio stai". Non dimentichiamo che il comfort è una tra le più potenti forme di schiavitù. Il "ragazzo con lo zaino" risponde invece ad un impulso di libertà!
Inoltre il sacrificio fisico ha il suo peso nell'economia di un pellegrinaggio, di un viaggio alla scoperta di sé.
Ci si ferma per avere il tempo di interiorizzare il vissuto che generalmente è più rapido di quanto la nostra ordinaria coscienza non sia in grado di assimilare, oltre che per condividere le esperienze con i nostri cari e poi, se è il caso, si riparte. Insomma il backpacker incarna gran parte dello spirito del pellegrino, un pellegrino a cui non è richiesta alcuna fede se non nella vita, un pellegrino moderno, ma che, come il pellegrino di un tempo, è disposto a sacrificare il proprio benessere fisico per la crescita spirituale, il suo ego per l'amore altruistico, l'illusione per il reale. E' un pellegrino cristiano, buddhista, indù, musulmano, platonico, aristotelico, o magari ateo, ma è un pellegrino perché si lascia trasportare dal vento che gli soffia dentro e soprattutto perché si impegna a cercare di conoscerne la corrente sempre più a fondo.
Indubbiamente a un certo livello si può penetrare qualsiasi luogo lontano con l'anima senza esserci mai stati. Il pellegrino è un ricercatore interiore prima che esteriore, e lo spirito non ha confini, ma ahimè la psiche spesso glieli impone, così per convincerla è utile spostare il corpo e renderlo partecipe. Per quanto la mente sia condizionata dai confini socio-culturali, inquinata dai pregiudizi dei costumi che spesso la allontanano dal resto del mondo (quanto più è radicata in essi tanto più i confini sono ristretti), avvicinando il corpo, viaggiando, le distanze necessariamente si accorciano e i confini sfumano anche per la "mente stessa". Per la maggior parte della persone l'impegno non è di viaggiare, bensì di condurre la loro vita in un luogo, con una famiglia o comunque con un preciso impegno sociale. Può sembrare meno stimolante, ma ciò dipende solo dalla nostra capacità di vivere attentamente il continuo flusso di novità che la vita ci propone. La monotonia è una scelta.

Dalle passate esperienze come backpacker credo di poter affermare che neppure il luogo viene scelto, è lui che ti viene a prendere, è lui che ti chiama".
Questo estratto dall'introduzione del Diario di un backpacker credo rispecchi lo spirito del backpacker... Sono gradite critiche e integrazioni (presso il mio e-mail: celloman@iname.com)
C'è un backpacker che sta girando il mondo ospitato da chi risponde al suo invito: www.letmestayforaday.com. Alla richiesta pare che abbiano aderito in tanti... e il mondo si fa sempre più piccolo.
Scrisse Camus: "Il viaggio mantiene il suo carattere antico, non c'è piacere nel viaggiare... è occasione per affrontare una prova spirituale... ci riporta a noi stessi". (1962) Ecco perché è richiesto coraggio all'inizio e sacrificio, attenzione e predisposizione a cogliere tutti gli aspetti della vita durante il cammino.
A conclusione di questo breve "viaggio nel viaggio" vorrei leggervi due versetti tratti rispettivamente dal Corano e dal Vangelo di Matteo: "Chiunque si allontani dai suoi sulla via di Dio, troverà sulla terra numerosi luoghi di asilo e abbondanti risorse e chi sarà uscito dalla sua abitazione andando verso Dio e lo abbia colto la morte, Dio si impegna a ricompensarlo, poiché Dio è indulgente e compassionevole" (S.IV,100). Se la ricerca di sé equivale alla ricerca di Dio mi sento di poter confermare per esperienza personale che quanto più si è decisi in tale direzione tanto più "numerosi luoghi di asilo e abbondanti risorse" ci verranno incontro.
Il concetto di abbandono della propria casa per intraprendere un cammino spirituale lo ritroviamo nel Vangelo. Emil Bock nei suoi Tre anni (del Cristo) commentando il passo in cui il Cristo dice: "Le volpi hanno tane e gli uccelli dell'aria nidi, ma il Figlio dell'uomo non un posto dove posare il Suo capo" (Mt.8,20 & Lc.9,58) sostiene che il Cristo "vuole affermare che la prima tappa sul cammino dello spirito è la mancanza di una dimora. La mancanza di una dimora è la prima prova sul sentiero del Figlio dell'Uomo, prova che dev'essere affrontata da chiunque segua il cammino dello spirito" (p.149).
Alla luce di quanto detto questa sera riguardo al viaggio come scoperta di sé, ovvero come cammino interiore, a mio avviso emerge questa urgenza di "mancanza di una dimora", per trovare la vera dimora. Nel senso di ampliare la nostra dimora, la nostra famiglia al mondo intero. Forse questi backpackers sul cammino ci sono. Ma siamo solo alla prima tappa...
Vorrei concludere leggendovi un haiku (gli haiku sono brevi composizioni poetiche giapponesi che in una terzina condensano profonde immagini) scritto da Basho, un viaggiatore giapponese del 1600 che così descrive uno dei piaceri del viaggio:
"trovare un genio tra le erbacce e i cespugli, un tesoro smarrito tra piastrelle rotte".
Buon cammino


Milano, Società Antroposofica 23 ottobre 2001

 

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