L'INCONTRO CON L'ALTRO: IL SENSO SPIRITUALE DEL DIALOGO

Luigi Saggese

 

I tre modi del Dialogo


Nel confronto dialogico esistono, a grandi linee, tre modi di porsi che hanno infinite gradazioni coscienziali.

* Quello più comune si potrebbe definire Fisico-Eterico e da, un certo punto di vista, "casuale". Esso infatti risulta dalla temporanea somma delle più elementari istanze che la personale sopravvivenza fisica detta. L'umore di fondo col quale ci si "porge" in questo caso risulta influenzato persino da contingenze minimali, come possono essere piccoli malesseri che poco dispongono all'ascolto e che, al contrario, pre-dispongono ad un atteggiamento negativo a volte persino battagliero. Un certo diffuso benessere fisico ed anche residuali esaltazioni dovute a passeggeri appagamenti del piccolo ego, invece, danno luogo ad una sorta di eccessiva disponibilità alla recezione dell'altrui pensiero fino ad arrivare ad accettare opinioni in altri momenti assolutamente non condivisibili.

* Il secondo modo del "porgersi" è grossolanamente appellabile con le due parole "Sentimentale" e "Proiettivo". Ma, siccome anche in questo caso le ripercussioni psicofisiche non cessano di influenzare il resto delle attività umane, risulta più corretto definirlo, continuando ad utilizzare anche il linguaggio della Scienza dello Spirito, Fisico-Eterico-Astrale. Tuttavia l'influenza di ognuno dei "corpi " che intervengono nell'incontro ha un andamento variabile a seconda dell'esperire personale, del "bagaglio karmico" e del prefigurantesi destino di ognuno.
In questo secondo modo del "porgersi" le connessioni sentimentali ed affettive influenzano non poco l'atteggiarsi. Come esempio si può citare il caso di un uomo adulto che puntigliosamente difende certe persone appartenenti al "tipo" cui egli assimila il proprio amato padre, precocemente scomparso. Oppure, il caso contrario di persona che mette in discussione ogni idea riconducibile a qualcuno che, anche solo lontanamente, tenda a fargli ricordare un torto subito. Insomma anche a questo livello, si può tranquillamente affermare che persino le elementari deduzioni della psicologia empirica, oltre naturalmente alle riflessioni di tipo scientifico-spirituale, hanno una loro efficacia interpretativa.
Prima di dire qualcosa del terzo modo del "porgersi" bisogna specificare un non troppo evidente dato di fatto. In nessun caso, bisognerebbe sempre tenere presente, si può pensare che un dialogo in atto possa del tutto alienarsi dal contatto col Senso (intendendo qui con il concetto di Senso il Logos "centrale", imprescindibile Fonte di Senso appunto, cui l'IO vero d'ognuno, dovrebbe tendere al fine di realizzarsi). Ché, altrimenti, avrebbe luogo una impossibile "astrazione" perfino dal sé dialogante (anche solo con sé medesimo) che in queste condizioni non potrebbe neanche più attingere a quel comune patrimonio significante che il linguaggio, anche nei suoi aspetti elementari, esprime. Infinite gradazioni di "astrazione" (di distanza dal Senso, dal Logos cioè) caratterizzano l'andamento discorsivo. Di conseguenza gli attori del dialogo, quando non fattisi coscienti di ciò, ignorando la scansione ideale del dialogare e quindi astraendosi, fatalmente cadono in un "errare" allontanantesi da una mèta oramai sempre più "sfuocata". La distanza stessa dal pieno del Senso, dalla comprensione retta e netta anche solo di una piccola porzione del reale risulta essere, in questa ottica, proporzionale alla quota di "astratto" che il discorso ospita, suo malgrado.
Quando è "Astratto", quando cioè non è più o ancora non è divenuto disciplinato "satellite" del Sole-Logos, il dialogare oscilla vacillando aggrappato alla non totale alienazione che pur sempre il linguaggio concede. E, in queste condizioni, l'Altro invece di essere sentito sempre meglio in sé e di conseguenza compreso, diviene anch'egli "Astratto", come fosse tolto. Ecco che, in questo caso, ha luogo uno "stereo monologare" che col Dialogo ha oramai pochissimo più in comune.

* Nel terzo modo del "porgersi", sempre semplificando, rientra quello che dall'ottica scientifico-spirituale e non solo, potrebbe già ritenersi un ottimo ideale cui aspirare. Fisico-Eterico-Astrale sono, in questa "tipologia", attivi. Anzi, al loro meglio. Poiché qui il "porgersi" non è più il casuale frutto delle interazioni di Fisico, Eterico ed Astrale e di conseguenza neppure del gioco confuso degli interessi fisici, psichici, sentimentali o emotivi. No, non più su questo piano dell'IO. Qui l'IO, ormai emancipatosi dalle istanze della sua depotenziata versione "Standard", diventa Auriga di sé. Armonicamente disegnando il suo percorso.
L'altro simultaneamente diviene il TU che è in me, mentre a Lui parlo. Questo ora può accadere per virtù dell'IO che da qui in poi determina se stesso e il suo sviluppo cosciente, grazie anche alla amorevolezza di Altri da lui che lo hanno fatto partecipe del loro sapere fino a diventare, il TU nel cuore. Affinché IO-TU, TU-IO "sposando" e coniugando "vedute", colgano l'essenza dell'Essere Spirituale che ognuno a suo modo esprime. Quando l'uomo ama elevarsi fino a qui, il Centro dei suoi centri ­ l'IO appunto ­ attualizza di concerto ai "corpi" l'interezza dell'Entità Umana, in certi casi perfino presagendo le ulteriori tappe riservate all'Evoluzione (veggenza?!).
E' a questo livello che la cognizione del Reale riceve un incremento tale che le intuizioni Morali (perfettamente caratterizzate dal Dott. Steiner nella sua "Filosofia della Libertà"), s'affacciano. Intuizioni indispensabili al fine di indirizzare la vita animica verso un "avvicinamento" al Sole-Logos. Intuizioni Morali che finalmente possono presentarsi in sincronicità con l'apparire delle immagini concrete di cui sono rivestiti i fatti così contribuendo all'armonizzarsi dell'esistenza fisico-spirituale.
Il dialogo, è difficile immaginare, quanto in questo caso sarà favorito? C'è da dubitarne?
Dove "il chi sei Tu? chi sono Io?" viene superato dal compenetrarsi di intenzionalità protese verso un'unica Fonte dispensatrice Coscienza, quale "santa lotta" avrà ancora ragione di esistere?

Il Senso: ciò che il dialogo dovrebbe cercare di svelare.

Il dialogo potrebbe, volta per volta, impegnarsi in questo compito: far avvicinare il discorso al discernimento di ciò che si intende comprendere, come a un "Tutto", senza nessun tipo di "resto". Potrebbe ­ ma è ostacolato da fattori contingenti che, a causa di una non del tutto sana"tecnica discorsiva" ormai consolidatasi, hanno finito per diventare cronica consuetudine nel contesto del discorso.
Ma quali fattori alterano l'efficacia del dialogo, la sua chiara intelligibilità? Cosa ostacola, più frequentemente di quanto si abbia il coraggio di credere, la soddisfazione della legittima esigenza umana di comprendere? Apparentemente sono le interferenze di tipo culturale, antropologico e, non ultimo, psico-fisiologico. Si aggiunge poi la generale visione meccanicistica, "tecnica" ovunque in atto! In realtà tutte queste categorie sono raggruppabili in una sola definizione: "superficiale autoaffermazione di un provvisorio piccolo io" ancora annaspante nel confuso mare del reale, ancora male inteso.

Il Senso spirituale del Dialogo.

Chi decide, come un pendolo scandente il ritmo del nostro comprendere sé e l'altro da sé, quale misura di Vero Dialogo è per noi attingibile? Il Dialogo ha un suo proprio Guardiano? Viene da supporre che l'interagire verbale chiamato dialogo generi dalle due "correnti" principiali un "Terzo", un Testimone-Guardiano più saggio di chi l'ha suscitato. Come se il Dialogo stesso, per trovare mediazione coi suoi "portatori" ancora scostanti, nominasse un suo Alfiere, qualcuno che sempre temperi e bilanci le conclusioni che si possono trarre da un dialogare. Che le connette al reale concreto, le fa recepire nel "linguaggio" personale di ognuno. Edulcorando, accentuando, esasperando o sminuendo a seconda delle reali possibilità e necessità relative al piano spazio-temporale sul quale ognuno si colloca. Un Alfiere-Guardiano che agisce la legge: il Dharma del Dialogo trova così la sua inesorabile applicazione consistente in: presa di coscienza, maturazione, "Frutto dialogico" ed infine, Nesso risultante.
Al di fuori da ciò, che altro se non molteplici gradazioni di confondente Astrazione, di lontananza dal puro Logos e dalla logica del Senso, suo rappresentante?
In fondo al percorso che il Dialogo (quando è efficace) propone sta forse ciò che miti, racconti e fiabe pongono come Catarsi? Metafore tutte, in fondo, di un "Matrimonio". Anzi, del Matrimonio più difficile a convolare! Spirito e Natura , "stessi" l'uno per l'altra da sempre, dal punto di vista umano, debbono ri-celebrare le loro Eterne Nozze qui sulla Terra. Affinché un giorno SOFIA, l'Essere ANTROPOSOFIA il Velo suo lasci cadere, così testimoniando l'avvenuto riconoscimento da parte dell'Uomo, dell'effettiva non più esistente soluzione di continuità di SPIRITONATURA.
Il Dialogo, se ben vissuto, è privilegiato strumento di avvicinamento alla fonte del perenne richiamo del "Sé" a pieno realizzantesi. E' attraverso il Dialogo che è possibile cogliere sfumature spirituali fattesi parola in noi e nell'Altro da noi!

Provando ad immaginarsi il risultato del dialogo, quando cioè attraverso il vero "fare-dialogico" si arrivasse all'Essenza stessa della "Cosa" trattata, si può pensare che una piccola parte del Tutto svelerebbe anche qualcos'altro da sé! Nudo ed essenziale, un nesso potrebbe divenire cosa nota! Diverrebbe noto svelandosi e nel contempo, insieme al proprio, svelerebbe il segreto esistenziale di tutti i suoi principali "Altro" a lui contigui. Esponendosi, esponendo. Ecco che una nuova "Terra" e l'interpretazione ad Essa connessa andrebbe ad arricchire con la sua "Geografia" il conosciuto.
Lasciando vivere l'ipotesi che il Dialogo in sé altro non è se non il "Veicolo" per eccellenza del procedere, dell'espandersi di IO in cammino, si potrebbe dedurre ciò che ne ostacola l'evolversi. L'evanescente linea di confine della "Geografia" futura per essere oltrepassata richiede gente che al fuoco del Dialogo sappia, persino con piacere, sacrificare le infime soddisfazioni di cui il piccolo ego di solito si pasce. Non per ascetica rinuncia ma per logica deduzione relativa a un adeguarsi, a un nuovo più evoluto "Porgersi".
Il Guardiano probabilmente a ciò rivolge maggiormente la sua attenzione: a che i dialoganti sempre abbiano presenti la veracità, il rispetto, la pulizia d'animo indispensabili all'attraversamento di un sempre nuovo confine di Senso. Confine oltre il quale le nuove sintesi, di cui si sarà poi capaci, conservino sempre la presenza nel cuore del Tu. Tu che, mai dimenticabile se onestamente indirizzati, rappresenta tutti gli " Altro/i " esistenti. Tu che con Me evolve, capisce e con-patisce le durezze e le appetibili sinuosità di un cammino in avvicinamento al vero Senso dell'Essere.
TU con ME in cammino - sopra a tutto - verso la Luce, in direzione del Logos-Sole, verso il Cristo stesso per noi sacrificatosi ed in attesa. TU senza il quale l'IO assottiglia il suo stesso esistere, in solipsistiche implosioni che annientano il Dialogo dell'Essere (passato, presente e futuro) col Sé attuale d'ognuno.
Il Tu , l'Altro da Me è - come Io stesso sono per Lui - interfaccia del Reale. "Tornasole" interpretativo della correttezza o meno del ritmo dei passi nostri verso ciò che veramente vuol dire AMARE. Ed è perciò che: ogni Uomo che abbia in sé vera disposizione al Dialogo, è Rosa sempre in fiore nel giardino di DIO.

 


Milano, Società Antroposofica 6 novembre 2001

 

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