LUCIFERO NELLE FONTI BIBLICHE

di Gabriele Burrini

 

"Gli spiriti luciferici diedero all'uomo la possibilità di esplicare nella sua coscienza una libera attività ma lo esposero anche alla possibilità dell'errore e del male", scrive R. Steiner in La scienza occulta (Milano 1969, p.202), distinguendo così l'aspetto virtualmente positivo dell'azione luciferica sull'uomo - quello cioè che lo spinge alla ricerca della conoscenza e quindi alla libertà dell'agire - dall'aspetto negativo che reclude l'anima umana nell'illusione, nella sterile nostalgia, nei sogni utopistici, nell'eccesso di streben faustiano.

La figura mitica di Lucifero nasce dalla letteratura biblica e precisamente dagli scritti profetici. Nel cap. 14 di Isaia, che presenta una satira contro un sovrano di Babilonia (Sargon II, Nabonide o Nabucodonosor) vinto da Dio, si legge un celebre passo (14, 12-15):

 

"Come mai cadesti dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora (hêlel ben sahar) ! Come mai fosti abbattuto a terra, dominatore di popoli? Tu che pensavi in cuor tuo: "Salirò in cielo, sopra le stelle di Dio innalzerò il mio trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, all'estremo limite del nord. Salirò sulle nubi più alte, rassomiglierò all'Altissimo!". Ecco, ora sei stato precipitato nello sheol, nelle profondità dell'abisso".

 

"Salirò": è il verbo tipico di Lucifero, un verbo semanticamente simile al goethiano streben. Non vi è migliore formula - per esprimere l'impulso luciferico - di questa forma verbale intuita dall'immaginazione profetica: 'e'eleh, "salirò", è il mantra di Lucifero. Ma anche il verbo "rassomigliare" è per così dire luciferico, se pensiamo che la tentazione del serpente nell'Eden verte tutta su questo concetto ("quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio", Gen. 3,5).

La traduzione latina della Vulgata rese con Lúcifer, "portatore di luce", la parola greca Eôsphóros, "(stella) apportatrice dell'aurora", che la traduzione dei Settanta aveva adottato per rendere l'ebraico hêlel ben sahar (dove helel deriva dalla radice hâlal, "risplendere"). Ed Eosforo era per i Greci la stella del mattino, la stella di Afrodite o Venere, che dai Latini era identificata invece con Vespero, la stella della sera destinata ad annunciare la luce del giorno.

Il brano di Isaia risente delle circostanze storiche in cui il profeta scrisse: siamo nell'VIII secolo, dopo il crollo della monarchia salomonica, un periodo durante il quale la cultura religiosa ebraica era in forte contrasto con la religiosità cananea legata ai culti agricoli e astrali. Alcuni aspetti di questa religiosità "politeistica" ricompaiono infatti nei versetti citati di Isaia:

1. l'ebraico "nord" (saphôn) richiama il termine ugaritico Sapân, la montagna sulla quale si riuniva l'assemblea degli dèi cananei;

2. 'Elyôn ("l'Altissimo") era, secondo Filone di Biblo, il nome di un dio cananeo-fenicio, successivamente equiparato al dio Yahwèh. E' interessante notare che "Altissimo" e "salirò" sono termini che derivano dalla stessa radice 'alah, "salire, innalzarsi";

3. Sahar, padre di Lucifero, era il nome di un dio ugaritico figlio di El, che forse presso i Cananei era il dio dell'aurora, essendo parallelo a Salim, il dio del crepuscolo.

Queste poche note ci fanno comprendere come il contenuto del brano di Isaia sia in parte la reinterpretazione di un antico mito cananeo, visto come "luciferico" agli occhi del monoteismo etico dei profeti.

Ugualmente importante è un brano tratto da Ezechiele (28, 12-19) e rivolto contro Et-Baal II, re di Tiro, nel quale la tradizione cristiana ha visto una figurazione di Lucifero. Ezechiele, il sacerdote vissuto nell'esilio di Babilonia intorno agli inizi del VII secolo a.C., il profeta che ebbe la visione del Trono di Dio, così scrive:

 

"Tu eri un modello di perfezione, pieno di Saggezza, perfetto in bellezza; in Eden, giardino di Dio, tu eri coperto d'ogni pietra preziosa: rubini, topazi, diamanti, crisóliti, ónici e diaspri, zaffìri, carbonchi e smeraldi; e d'oro era il lavoro dei tuoi castoni e delle tue legature, preparato nel giorno in cui fosti creato. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio e camminavi in mezzo a pietre di fuoco. Perfetto tu eri nella tua condotta, da quando eri stato creato, finché fu trovata in te l'iniquità. Crescendo i tuoi commerci, ti sei riempito di violenza e di peccati; e ti ho scacciato dal monte di Dio e ti ho fatto perire, cherubino protettore, in mezzo alle pietre di fuoco. Il tuo cuore si era inorgoglito per la tua bellezza, la tua Saggezza si era corrotta a causa del tuo splendore: ti ho gettato a terra e ti ho posto davanti ai re che ti vedano. Con la gravità dei tuoi delitti, con la disonestà del tuo commercio hai profanato i tuoi santuari; perciò in mezzo a te ho fatto sprigionare un fuoco per divorarti. Ti ho ridotto in cenere sulla terra sotto gli occhi di quanti ti guardano. Quanti fra i popoli ti hanno conosciuto sono rimasti attoniti per te, sei divenuto oggetto di terrore, finito per sempre".

 

Questo angelo che si inorgoglisce per il possesso della Saggezza e della bellezza è, in Ezechiele, uno dei cherubini posti a guardia del Paradiso terrestre e dell'albero della vita (Genesi, 3,24): anch'egli si innalza, ma viene precipitato.

E' la stessa immagine che ritorna in un versetto di Luca, dove il Cristo, dopo aver affidato la missione ai settantadue discepoli, dice: "Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore" (Luca 10, 18). La parola "satana" deriva dall'ebraico satan, che significa "avversario": il termine indicava infatti, nel linguaggio giuridico, l'accusatore che durante il processo si poneva a destra dell'accusato (Zaccaria 3,1; Salmi 109, 6; Giobbe 1, 6). La parola ha assunto lungo i secoli tanta importanza da divenire denominazione propria del principio del male, il tentatore delle virtù dell'uomo pio.

Furono poi autori cristiani come Tertulliano e Gregorio Magno a identificare nel Lúcifer di Isaia il principe degli angeli ribelli descritto da Ezechiele; in seguito a ciò, Dante (Inferno, XXXIV, 37 e sgg.) farà di Lucifero un démone tricipite dotato di sei ali, quindi identificabile con un serafino decaduto, stando all'angelologia di Dionigi l'Aeropagita.

La volontà di ascendere sempre più in alto, l'orgoglio per la Saggezza e per la bellezza, l'irrimediabile caduta nell'abisso dello sheol, il cupo aldilà semitico: ecco, dunque, i caratteri che le antiche scritture attribuiscono a Lucifero.

 

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