Angela Barbagallo
Parole di memoria
© 1996 - Proprietà letteraria riservata all'Autrice.
PREFAZIONE
"Tutto, in lontananza, diventa poesia: monti lontani, uomini lontani, eventi lontani, tutto diventa romantico."
Torna Novalis, e torna la nostalgia leopardiana, in queste "Parole di Memoria" di Angela Barbagallo che scavano nell'Humus dell'esistenza a dissotterrare sensazioni, stati d'animo e sentimenti, radici di un passato che, nella lontananza del ricordo, assume i caratteri di una privata mitologia. E "tutto diventa poesia" ruotando attorno al nucleo tematico del ritorno, un malinconico nostos alla "casa della memoria" alla ricerca delle certezze antiche, per rivivere le dolci illusioni e "l'inganno ameno" di un'età perdutasi nelle nebbie del tempo. Ma il poeta sa che lo scotto da pagare è la nostalgia, dolorosa malattia con la quale è necessario convivere se si vuole che la lontananza diventi poesia.
E alla domanda che si pone: "Perché sono tornata?", risponde decisamente: "Perché mi si è squadrato il mondo". Ecco, il mondo si è squadrato e la difficoltà di vivere il presente conduce sulla strada del passato. Diceva Anatole France: "Il presente è arido e torbido; il domani è ignoto; tutta la ricchezza, tutto lo splendore, tutta la grazia del mondo è nel passato". Il passato, non vissuto semplicemente come luogo della memoria, ma anche, e soprattutto, come luogo degli "ameni inganni" e dell'amore, come struggente paesaggio dell'anima inciso nella mente.
Con "Parole di memoria" Angela Barbagallo si immerge, e ci immerge, in un mondo che ha tutto il sapore del rimpianto e della pena per ciò che fu e il tempo ha consumato
Oh l'oro antico dei sogni che ti portasti via! le mie corolle fragranti di carezze, le mie notti popolate di stelle! Oh il cuore mio gonfio d'amore che lasciasti per via! Oh le mie mani di cera sfaldate dal mio pianto! |
Il sentimento del tempo spinge il poeta sulla corsia dei ricordi e tornano alla mente, dolorosamente vivi, i momenti felici di una fanciullezza antica rimasta intatta nel cuore in fotogrammi di nostalgica presenza
Corre sul prato, a flash in bianco e nero la puledra bizzarra degli anni verdi .................................................................. Nel sogno antico, come una vestale, mi vedo china con le mani a coppa! Abbevero il mio prato per la puledra folle del passato. |
C'è, nei versi della Barbagallo, la presenza costante di una liricità incline ad una visione pessimistica della vita, un soffuso senso di disagio dinanzi ad una realtà che cambia distruggendo affetti e sentimenti, sicurezze e illusioni. In tutto il libro sembra aleggiare una voglia o, meglio, un bisogno di stabilità, di certezza, forse di fede
Io non t'ho detto mai rimani un po' con me nelle mie sere buie spugnate dalla nebbia di un eterna incertezza. |
Stritolato dagli ingranaggi implacabili del tempo il poeta si affida alla potenza evocatrice della parola per riportare in vita lacerti di memoria, brani di storia e di "innocenza antica" da cui attinge speranze di sopravvivenza
Io sono una perla che non può uscire dall'ostrica del tempo. ................................................. Datemi le parole del vagito del pianto perché le labbra arse si schiudano a preghiera ed io vivrò. |
Ed è con una preghiera che si chiude la parte lirica del libro, una preghiera che riassume in sé l'itinerario poetico di Angela Barbagallo, tutto legato alla nostalgia del passato e agli incanti di un'infanzia felice e di una stagione d'amore che il tempo ha consumato
Dolce Gesù del regno della vita dove ci vuoi fanciulli sotto il tuo manto d'oro ridonaci l'incanto della preghiera pura ......e così sia. |
Formalmente la silloge evidenzia alcuni elementi che a me sembrano peculiari nella poesia della Barbagallo.
Innanzi tutto la struttura dei versi, prevalentemente imparisillabi (privilegiati gli endecasillabi, spesso spezzati, i settenari e i quinari), che si allungano e si abbreviano in funzione delle pause e dell'intensità ritmico tonale.
Il secondo elemento da sottolineare è il lessico che, a volte, assume aspetti espressionistici grazie all'uso straniante di neologismi desunti da termini antichi o tratti dal dialetto siciliano (esempi: "incarcando" "asunto" dall'antico carcere o, meglio, dal siciliano 'ncarcari; "ammola" da molare o dal dialettale ammulari) o semplicemente, da forme convenzionali del linguaggio ("cupolato" da cupola, "bussolar" da bussola, "morganata" da Morgana, personaggio delle leggende celtiche, o, per estensione, da Fata Morgana, nome al fenomeno simile al miraggio, ecc.). Lessico che, qua e là, indulge al piacere del desueto ("etade", "aprichi", "pietade", "speme") quasi a volere riaffermare i valori semantico-espressivi del linguaggio poetico tradizionale.
Infine, terzo elemento, la ricchezza di metafore nominali espresse, in prevalenza, con costruzioni al genitivo ("templi di memorie", "schegge di ricordi", "guaiti d'innocenza", "l'ostrica del tempo", "fardelli di addii", "gabbie di parole", "cariatidi di sogno", "il muro delle parole", "il siero della banalità".......), di assonanze e consonanze ("ricordo di piombo", "suona l'ora", "capo insanguinato", "in questa sera persa senza te", "sapore amaro", "sorbe acerbe", "dei monti e della mente", ecc...) e qualche concessione al pleonasmo ("sete seriche").
Rino Giacone
QUELLE RADICI... E IL VENTO Quelle radici perse nella notte del tempo sono le nostre padre Ogni nodo una vita, una fonte di sogni migrati ad altre vite L'ultimo nodo, il nostro, pare umoroso, aperto a germogliare ancora. M'accosto perché un vento spinge a folate e vedo nei tuoi occhi strani brillii di luce morganata venuti da lontano. Quelle radici a nodo padre son pure mie e gli occhi stanchi del tuo cammino di sogni di bambino li ritrovo allo specchio nei giorni del sereno quando la mente svaga per quella terra dove insieme andammo dondolando nell'amaca del tempo ma il vento spinge cieco, spinge crudele a raffica di neve contro quel mondo antico e con pietade io spremo umori perché germogli ancora quel tronco che ci lega Quelle radici, padre sono le nostre. |
PERCHÉ "PAROLE DI MEMORIA" ?
Perché sono tornata alla casa della memoria ed ho suonato alla porta, come una volta - Nel silenzio che non rimanda neppure l'eco di un trillo di uccello, cigola il cancello arrugginito: il custode lo ha lasciato aperto ai giochi del vento: non ci sono più fiori nell'orto soleggiato e i cani se ne sono andati per le strade deserte del mondo.
La porta, lavata da mille piogge e bruciata da mille soli, quanti sono i pianti del cuore, cede pian piano alla pressione della mia mano e si apre senza suono come il pettine muto della tessitrice seduta sulla panchetta davanti alla muta spola - È sera e le stelle, almeno quelle, sono tornate quasi per una promessa non dimenticata, e pure il vento è tornato anche se la sua voce s'è fatta stridula come d'un vecchio che fischietta tra i denti cariati.
È passata una vita da quando sono andata via ed ho chiuso la porta della casa della memoria. Accendo una candela e sfido il buio che mi inquieta come quando ero bambina e scongiuravo paure di tenebre con la spada di una fiammella ardente.
Mi siedo e, nella solennità del silenzio, mi chiedo: Perché sono tornata?
Perché mi si è squadrato il mondo, non ho più il mio contenitore e le poche cose che possiedo se ne vogliono andare.
Non ho mai avuto il tempo di ordinarle, di dare loro un senso ed ora mi vogliono lasciare.
Gli anni. uno dopo l'altro, mi hanno lasciato dei negativi di fotografie; li ho fatti cadere nel contenitore pensando che un giorno mi sarei seduta, mi sarei fermata e avrei fatto spazio ai bozzoli larvati lasciando che si svolgessero dal nero della crosta spessa e si librassero nel volo solare della farfalla della parola. Volevo, prima, vivere, avevo fretta; cercavo, forse, la mia canzone o il suono magico di una melodia che gli altri non potevano udire. "Gli ameni inganni" del Poeta recanatese che ha cantato per noi tutti, mi facevano credere di essere unica e pensavo che l'universo ruotasse intorno alla mia avventura e sono stata, una dopo l'altra, tante.
Non c'era sera per me, c'erano solo cieli azzurri e albe d'inizio e i meriggi erano soste di sogni che velavano tramonti presaghi.
Ora.....mi sono fermata e non amo più la luce cruda. Ora è venuto il tempo della quiete e l'anima indulge alla pietà. Ora che l'autunno si croma di colori pastello e inclina al sotto bosco, ora è il tempo della preghiera perché reggano le assi della memoria ed è il tempo dell'indulgenza alle piccole cose.
Piano, piano quando la notte diraderà il suo nero al tocco gentile della mia invocata epifania ed Erebo andrà a vagare per emisferi a me ignoti, andrò a ricercare tasselli d'incanti perduti per un mosaico in cui incastonare il cuore che è rimasto puro come una perla.
SEVERA E DOLCE È LA SERA È severa la sera come una madre all'altare della mensa quando si segna e leva una preghiera. Ma è pur dolce la sera che, stanca, inclina a notte se lentamente schiude finestre al sogno. Scivola allora come fonte al piano un lavacro di nodi e dorme la coscienza. S'alzano arcani templi di memorie e a tondo girano vite dissepolte: amori mai vissuti dei quali porti ineffabili profumi e schegge di ricordi. Scardina il tempo sull'asse che risuona e lievita lo spazio. La notte, antica madre, congiunge nell'eterno l'immensità dell'essere. |
IL MIO PRATO Il mio prato color dell'erba scintilla argenteo, intatto nel ricordo. Ma quando è notte e veglio alla lumera la mia luna dagli occhi di bambina si vela d'una patina verdastra come rame cromato di sapone. Corre sul prato, a flash in bianco e nero, la puledra bizzarra degli anni verdi e rompe ogni frontiera mentre per sortilegio un fosco gioco d'ombre inquieta, giù allo stagno, la mota di speranze. Nel sogno antico, come una vestale, mi vedo china con le mani a coppa! abbevero il mio prato per la puledra folle del passato. |
TENTAVA IL SOGNO Tentava il sogno il chiaro della luna e smemorava grevità di vita. Nel caldo buio fasciato di silenzi scivolavo tra ninfee in arenile di turgori d'acqua. poi... nella conchiglia di due braccia lievi, a respiro di vento varcavo lidi ignoti: segnava rotta il bussolar di Sirio. Onde di mare a incavo d'oro fino sbalzavano coralli al tocco di sirene ninnate dalle spume. Glauca già m'indiavo ma da lontano baluginava il faro del mattino. |
LA VENDEMMIA DEI SOGNI Sotto la tettoia scalcinata dal sale dell'abbandono hanno un sapore amaro le sorbe acerbe e gli acin insecchiti ai piedi di un filare. Nella gittata lunga del domani, teneri d'erba e di speranze immense giurammo arrivederci al primo amore ed eravamo sacri, ma un crepuscolo miope di luce segnò la vita a pianto: la vendemmia dei sogni si rapprese nella caglia degli anni: come giuda contro i trenta denari di chi ha tradito. |
NON MI POSSO FERMARE Già suona l'ora dell'Ave Maria e la colomba china il capo a notte. Sono straniera per deserte strade che segnano la storia di una vita: solo un archetto muto stride senza rumore al suono dei ricordi. Nell'ora santa di memorie antiche mi segno ancora e la malìa del tempo porta rose di maggio e riso al primo amore. Nella chiesetta a monte mi vedo al limitare e la tua mano a gocce d'acqua santa sfiora il mio volto a croce: Ma il vento sferza su capelli bianchi e pene catramate: io passo oltre come una chimera. |
C'ERA UNA VOLTA
C'era una volta, al tempo degli uomini, un bimbo poeta e c'era un fiore dai petali rosa e un poeta e un fiore, in riva ad un ruscello, se ne stavano felici, a scherzare coi raggi del sole. Il poeta gentile stendeva a cupola il palmo della mano sulla corolla dai petali trasparenti per filtrare di dolcezza i bianchi spruzzi dell'acqua canora che, come opali d'iride, piovevano ubriachi di luce: era il tempo degli uomini e delle fate e dei bimbi e delle ninfe danzanti nei boschi, era il tempo della Primavera ed era il tempo dell'amore.
La terra si offriva al cielo delle stelle e della luna come una tazza ricca del liquore profumato di erbe montane e di pratoline. Lontano, lontano le ciminiere si alzavano ancora innocenti e gioiose, coi loro sbuffi di fumo che sapevano di pane benedetto e al tramonto sembravano tanti signori di mezza età che si levavan il cappello e col sigaro in mano rispondevano al tocco dell'Ave Maria - Il poeta gentile, e gli anni passavano, non aveva una casa perché s'era fatto un tetto di lucciole e un letto di prato; si fermava col vento, nelle notti d'inverno e accendeva il camino del suo cuore.
E il vento, stanco della sua rabbia, riposava con un sorriso fra le braccia dell'uomo delle fate e raccontava le storie cullate dal tempo nella sua notte infinita. Il poeta gentile si faceva prestare l'ala da una farfalla e disegnava sul tronco di un pino le tenere fiabe del cielo: ogni segno un amore, ogni punto un dolore e ogni suono un tramonto di vita. Poi.....un mattino, mentre il sole sorgeva e imbiancava le braci della notte, il poeta si smarrì nella luce dorata e comprese che era ora di andare pei campi verso il mondo fatto di case e di suoni aspri, di lunghe strisce dissonanti d'asfalto accecante lungo le quali un formicaio di corpi prigionieri di scatole d'acciaio si perdeva nel labirinto intricato delle cose e delle case e delle luci che a notte non rispondevano al pianto dei rimorsi: non tornò mai più dove le voci suonano per cembali divini.
TI CHIAMERAI UOMO La morte s'è abbellita incarcando lo scheletro d'un corpo s'è imbellettata l'ossa delle mani e corre su due ruote. L'altro giorno su un viale che slargava la vista all'azzurro del mare cupolato dal cielo ha fatto un zig zag capriccioso baluginando l'occhio a belzebù e un mucchietto di peli scantonato da quella marcia in più moriva con guaiti d'innocenza su braccia inermi d'un samaritano. E l'altro giorno ancora, su una piazza, su quella del soccorso pronto e vano, un gattino, pudico e atrofizzato nel corpo illividito dal tuo tocco restava fermo, eterno, e rispondeva all'urlo senza eco d'una rondine con l'ali chiuse e il capo insanguinato. E l'altro giorno ancora e ancora l'altro come ti chiamerai, morte che vesti lo scheletro d'un corpo e corri su due ruote? Ti chiamerai.......uomo. |
IN QUESTO CREPUSCOLO In questo crepuscolo ove il giorno s'incontra con la nebbia dei monti e della mente torno alla conta dei fogli strappati col segno della croce. Tra le mie carte notate a piede da incastri sibillini solo quei fogli recano una croce. La prima l'ho segnata quando sfilasti al pianto della gente, muta per lo sgomento del cavo nulla di una bara sorda. La seconda, la terza a ogni crepuscolo le ho segnate nel sacco del mio corpo più cavo ancora di una bara sorda. |
NATALE La neve del presepe è di stoppa ed i pastori imbracciano fucili Nemmeno gli occhi dei tuoi bambini brillano nella Notte Il fango ci ha sporcati Signore perché noi uccidiamo anche nella tua festa, come ogni giorno Noi..... siamo uomini, Signore. |
MI PORTO DIETRO Il mio passo è pesante: da tempo smemorato cammino senza il tuo braccio perno d'universo. La levità d'allora è ricordo di piombo e non trovo bastone a cui poggiare i piedi stanchi e il corpo vacillante. Cerco arenili fondi per seppellire il pianto e il bacio che mi donasti tracciando un solco lungo all'infinito. |
IO SONO UNA PERLA Io sono una perla che non può uscire dall'ostrica del tempo. Io sono un figlio che travaglia il grembo d'una donna in gramaglie. Io sono un uomo che non trova la luce. Datemi le parole del vagito del pianto perché le labbra arse si schiudano a preghiera ed io vivrò. |
ESODO Se ne vanno per le strade degli altri: filari di viti in cieli di piombo. Fardelli di addii curvano spalle vuote a memorie d'eterne transumanze. |
ED IO POETA... Me ne sto con le favole antiche: sono un poeta! Per troppi giorni, i giorni della Storia, ho tremato coi bimbi della Bosnia nella morte dei sogni d'innocenza. Sentivo e solo io, campane a lutto ma l'aria era di festa: non di follia. Le parche repellenti recidevano fili lunghi e brevi, ma l'aria era di festa e non di pena. Consunto nell'attesa di un pianto universale, per paura ho ceduto e son tornato alle favole antiche: ma a breve sosta. Il tempo, incalza venditori di sogni e suona l'ora di novello cammino: al poeta le fiaccole di luce per sentieri di pace. |
LA RAGAZZA DELLE BARCHETTE Amava il mare ampio e sereno come la sua fronte ma il suo mondo era chiuso in un pallone Il filo, a coda, restava immoto e il vento disperava d'alzarla a cieli azzurri. I suoi occhi, castagne ed alghe pure, nelle sere d'inverno vagavano fra l'onde mentre il braciere ardeva all'aria fredda ma il suo mondo era chiuso in un pallone. Solo, pudiche e un po' furtive per non far male, le belle mani a fuso svegliavano la carta e il viaggio incominciava. Sulla barchetta bianca caricava i suoi sogni e il bruno scolorito del tavolo invecchiato sfumava verde e bianco solcando lidi ignoti Amava il mare limpido e profondo come il suo sguardo dolce ed inquietante ma il suo mondo era chiuso in un pallone e il filo si marciva consunto dall'amore che le negava il volo |
TU MI CHIEDI: "LA PACE" ? Tu mi chiedi di fermare visioni in gabbie di parole ed io stupisco all'onda di misteri che ti trapassa il viso. Non è più il tempo, il nostro di sospendere vita a rimembranze antiche ma mi commuove il balbettio gentile delle tue labbra sorprese d'emozione. In questo primo freddo novembrino verberato da un raggio che ti regala luce tu mi chiedi la risposta di un dio e mi presti, a dipingere un incanto suoni di Saffo che non m'è germana. Io . . . . . che trascino, opaca, cariatidi di sogno confondo la domanda e ti parlo dell'innocenza antica che ti presta fonemi su fogli di Sibilla per smemorare l'ora e sospendere il male della storia. |
LE SOLITE COSE Ci diremo le solite cose: saranno nuove come un mattino fresco ed avranno il sapore di more colte al bosco. Da tanto tempo non odo la tua voce da quando il grano a spighe là, nella pianura sembrava un mare biondo e il Simeto, lontano cullava antiche fiabe. Scorre ancora la falda d'acqua pura sul fazzoletto d'erba di quella casa antica abbandonata e trillano gli uccelli Ci diremo le solite cose: saranno dolci come una stretta al petto di speranze tornate |
AMORE MIO LONTANO Il cipresso si staglia ancora alto sull'urna dei tuoi sogni e nega morte. Le farfalle rincorrono chimere e accompagnano l'eco del tuo riso che la casa ridonda. E quando il Sole inclina nell'orto ombroso un suono di campana lievita ancora parole senza suono. Amore mio lontano affido all'aria un sospiro d'amore in questa sera persa senza te. |
IO NON T'HO DETTO MAI Io non t'ho detto mai quant'é lunga una notte su cuscini deserti di ricordi d'amore. Io non t'ho mai detto quant'ho cercato un volto che fugasse l'angoscia di scheletri vaganti intorno al corpo inerte. Io non t'ho detto mai rimani un po' con me nelle mie sere buie spugnate dalla nebbia di un'eterna incertezza. Io non t'ho detto mai del pianto soffocato di mute confessioni e t'ho lasciato andare. |
PREGHIERA ALLA VERGINE Non so pregare con le mani giunte come una volta, Madre Non sento più nel cuore lo stupore arcano della Parola M'hanno inchiodato auna croce e non mi fa paura, ma dolente nei nervi reclino il capo Le mie mani insecchite si spezzano, inerti al gesto: bagnami del tuo pianto |
TRASALIRE IL PENSIERO Trasalire il pensiero ad un odore antico, al piegarsi di steli offesi nel meriggio di un caldo sole da mistero di vento in aria immota. Non essere più qui, tirati i sensi in epoche lontane. Errare per le deserte vie cancellate da sabbie arse d'acque salate e sentirti fasciata da sete seriche che sulla carne pulsano colori Bruciare di calore mentre fiocchi di neve si ficcano negli occhi come aghi di corone di spine. Sognare e non dormire mentre una mano ti sfiora a pelo senza carezzarti. |
ABBAGLIO Poi... me ne andai con le spalle alzate: m'era sembrato d'udire la tua voce e il mondo dei miei giorni s'era, a colpo, smagato. Il passo lento, squadrato d'emozioni calamitava giochi del passato e la vittoria sul pianto serrava l'ali abbasso. M'alzavo già sui monti e tornavo gazzella come allora, quasi sfaldavo il corpo e dondolavo, lieve, a un dolce vento. Oh turbino di fuochi, vampate di calura in pochi istanti: dolce magia di scintillante abbaglio! |
INCUBO DI UN SOGNO Quel burattino coi piedi a ciondoloni quella pupa cinese dal muso a sfinge stanca, quel pappagallo antico, quel suonatore di marmo col cigno a collo teso vibrano a sera tarda nel silenzio del sonno che copre corpi e langue di speranze. In questa stanza fredda che solo a notte pensa cose strane quando una donna interroga la vita e non trova risposte c'è un'ottomana a cornupie all'orientale dove, seduta piangono parole intruppate a legioni. Danza, improvviso, un piffero infernale a fiato di serpente e sarabande di nomi sfilano angosciate. Spiuma l'uccello e cade durlindana al silenzio intonato dal suonatore algente: il marmo del suo corpo fascia la donna nell'incubo di un sogno. |
TALVOLTA..... UNA PAROLA Poteva essere "rosa" ed evocare amore Poteva avere un suono di fontana malata o melodia d'uccello Poteva legare un volto a un tempo di rossori ad un'età che torna nel profumo d'un sogno, ma "basalto" incastrata a tristezze di poeta, stridenti ai verdi anni e alle speranze, è la parola dura come pietra che segna un'amicizia di tant'anni. |
LUME DI SERA Tempesta d'acqua e mulinar di vento m'hanno ridato un lume e il libro che sfogliavo mentre, lontana, cercavo i passi che il cuore suggeriva, il libro opaco a senso prefissato ha lievitato suoni scomponendo fonemi. L'aria d'ottobre, annerita d'autunno, squadernava estasi pascoliane di ninne-nanne dolci d'infanzia di braciere Intorno al lume danzavano falene e si perdeva in moto di gocce stanche la sera opaca ignorata dalle stelle. |
ORA CHE PIÙ..... Ora che più non stendo il fazzoletto alla vigilia della festa antica e il buio non mi fascia nell'attesa di cuccagne e paure. Ora che i morti sono sacri al cuore e chiedono il mio pianto per l'assenza m'accora il rito usato e il chiacchierio svagato della gente a passeggio il due Novembre per i viali e le tombe profanate del silenzio remoto dei giorni non sacrati alla memoria. Per l'aria violentata dalla folla pressata al peso di razzia di fiori un cipresso crucciato veglia a notte i suoi nidi celati e il cane del guardiano di quelle case dove muore speme e solo vive illusione di ricordi accuccia muto e sbava la sua noia. Ora che più non vengono i defunti a banchettare amore e nostalgie me ne sto, il due Novembre, col fiore di una lacrima di pena. |
VILLA COMUNALE Cartolina di sagra di paese Non datata dal tempo, con la fontana al centro e un putto spifferante dal corpo satinato a verde e bruno d'anni. Nelle stagioni del vivere e morire, d'adolescenze inquiete al primo amore e di tramonti grigi di vite al lumicino serbi, fedele amica, le panchine appartate ai poeti-bambini. Nelle sere d'estate, golosi della vita che scaldano ai ricordi, lungo i paesi del pedemontano si raccontano favole innocenti. E i corpi curvi sotto pene antiche si snodano nei miti di memorie perdute a poesia di quello che non fu. Torna il sorriso nell'inganno ameno |
PLANARONO LE RONDINI Planarono le rondini con un canto d'amore e Benedetto sorrise dai suoi cieli. S'apriva a germi, intanto anche la terra alla carezza calda delle mie mani, trasalita di gioia L'inverno stanco di pompare dal mare le lacrime votive a scongiuro di pesti girò il campo commosso e disse addio alle serate calde al focolare. Planarono le rondini con un canto di vita ed io sorrisi anche se il mio cuore serrava a notte le sue primavere |
LONTANO Lontano oltre il muro della parola che imbriglia i sogni c'è il mio mondo. Ha un colore d'azzurro d'opale a chiaro d'alba e tace nel silenzio degli arcani. Fra le verzure e i faggi stesi a filare dove gioca l'ombra ci sono tre betulle e un rivo d'acqua svirato dall'attesa d'innocenza. Un tempo..... e il vecchio freddo non sfiorava l'etade del mio cuore, frullava d'ali e l'eco dei miei passi affondava tra il muschio e le speranze. Ora.... solo per sortilegio di memoria se Selene s'imbruna e finge assenza e stinge la ragione, sospesa a un aquilone torno a stagioni intatte e mi stendo nell'acqua sublimata di un sognato Letè. |
L'ARIA RESPIRA L'asprigno odore di pampini bagnati a salamoia d'acqua impregna i sensi e il sole intimidito occhieggia tra le cime di un giovine castagno. È l'ora in cui Novembre scrolla la croce del bisbiglio dei morti e gioca, vecchio saggio, con l'oro delle foglie itineranti a notte. Lieve come il sospiro di un'amante segreta l'aria respira per gli squarci aprichi e ammola a pastafrolla ovatta eterea. La talpa annusa e insinua il muso bulinando a fondo ma un borbottio gufato la rintana e la terra sorride. |
TRITTICO Lo sai.... Lo sai, mi chiamo come i tuoi sogni e vivo come le rose Lo sai aspetto come la rondine che torni primavera Lo sai, intristico come la foglia nell'autunno dell'abbandono |
AMORE Una parola sola, nuova come questo verde della foglia novella Una parola sola dolce come un sorriso Una parola sola forte come una diga che rompe l'urlo del nero della notte |
OH L'ORO ANTICO! Oh l'oro antico dei sogni che ti portasti via! Le mie corolle fragranti di carezze, le mie notti popolate di stelle! Oh il cuore mio gonfio d'amore che lasciasti per via Oh le mie mani di cera sfaldate dal pianto! |
FINESTRA DELL'EMMAUS Sfumanti nella nebbia verdi bruni di tronchi remoti e tenera verzura tra ricchi di castagni Curve morbide, sinuosi inganni di pace immobile d'Etna ruggente, sfocano a tramonti di rose Lontana, la corriera si perde nella valle coi miei sogni Io.......vivo il tempo della Storia |
L'APPUNTAMENTO DEL 18 Certo, c'ero per le vie del paese non potevi confondermi scintille a sfrigolati acciarini squadravano il meriggio e inarcavano immagini Ti mandai il mio vestito color sabbia: gonfiava d'onde elettriche e scandagliava lunghi marciapiedi. C'ero all'appuntamento del 18: non t'ho mandato solo questo cuore affaticato dalla lunga attesa Scusami: l'hai lasciato troppo solo |
BANALITÀ Voglio degli occhi nuovi per guardarti: ho smarrito nel sogno il mio prisma di luce voglio un cuore diverso per tornare ad amarti: sfolgorato, t'ho visto come tanti. Voglio dei sensi nuovi per bruciare di gioia: giaci nel siero acquoso della banalità. |
EPPUR LO SAI... Eppure lo sai che sono qui come in croce con questo freddo delle mani e di te. Ti aspetto, ma non conta mentre intorno c'è il buio d'ogni sera Quattro alberi stanchi e dei fiori che non crescono qui, intorno, come in croce dormono insieme a me. |
31 DICEMBRE Quel mostro dagli occhi tristi che incontri per la via è figlio della speranza dei tuoi giorni del pianto Porta un sacco di vento e un fetore di morte Salutalo con dolcezza: forse sorriderà nell'arcano dei tempi e non dirà che t'aspetta tra un anno |
Un Natale di freddo, come lo dona il tempo a chi si è scordato di Dio e del fratello. All'angolo della piazza del paese, dei ragazzi soli intorno al ceppo si fanno coraggio facendo i teppistelli e la Chiesa ostenta i suoi gradini di marmo bianco che non si sporcano perché solo pochi piedi li premono, e in fretta. I lampioni, spenti perché contesi dall'ENEL e, dicono, dal furor popolare, stanno dentro le aiuole come braccia dimenticate, spalancate ai quattro lati, quasi per una scommessa inutile di saluto ad ospiti che si sono dimenticati di venire. L'aria è fredda e i cani la fiutano come persona amica, carica com'è dell'odore acre del fumo che la legna esala, forse ricordando carezze familiari di padroni che non ci sono più perché non si usa più aprire la casa agli amici. Sono tanti i cani che tintinnano le zampe fredde sull'acciotolato del Duomo e non sono solo di razza canina. Nella Notte Santa tutto un esercito di solitudini umane ed animali sfila in corteo e sosta davanti al ceppo. Il ceppo, a tarda sera, l'hanno acceso con litri di benzina, e se ne sono andati, gli uomini che si illudono di essere buoni e dicono di essere in pace. Le larve solitarie, quelle inquiete, quelle abbandonate, invece, si stringono intorno al fuoco e lottano contro il freddo del tempo, che è il freddo dell'anima ed è la fame nella landa dove non c'è amore che diventa una piazza con il ceppo acceso.
Pian piano, verso il ceppo convergono tutti i fantasmi del paese che non hanno carne ed ossa ma parlano e schioccano allegria battendo i piedi sull'impiantito.
Cacciati, sono usciti dalle case dove c'è lo sfolgorio dell'albero di Natale e ci sono i doni ammucchiati. Si sono presi solo uno scialle, o una giacca, o una sciarpa e li hanno buttati, ognuno, sul cuore per sentire meno freddo. Spinti da una forza misteriosa, sono usciti anche le povere creature custodi solo del focolare domestico e i poveri uomini che hanno sempre visto chiudersi col giorno la speranza di ogni vigilia.
E sono usciti i bambini, tutti interi nella loro verginità sacra, con i loro sorrisi d'angeli e i giovani con i loro sgomenti.
L'ora svolge al Sacro Evento e c'è folla, intanto, intorno al ceppo, ma non c'è festa. Le campane della chiesa si toccano nei batacchi e cozzano fra loro, ma nessuno le ascolta: I fantasmi non amano i canti di culla e la voce di nenia non giunge ai cuori che non pompano lacrime col sangue e la folla intorno al ceppo guarda con occhi asciutti i gradini che non si tingono di orme e nemmeno della cenere che il vento porta nell'aria rubandola alla fiamma che avvizzisce.
L'orologio rintocca dodici colpi e lontano, nella campagna, scoppiettano fuochi d'artificio. Un cane randagio, un bastardello dal pelo normanno, tira coi denti dolci l'allegria, il cappotto di un bimbo; sorridono d'intesa santa i due cuccioli e contagiano altri bimbi e altri cani, belli e sgraziati, eleganti e scalcagnati. Nel silenzio della piazza, dei fantasmi e della Chiesa, improvviso scoppia il miracolo di un riso cristallino che cresce, si innalza e si gonfia e rimbomba come la vita che torna dalle tenebre della morte e si fa luce. E allora.....i lampioni ridono e trascolorano
nelle bocce, il fuoco si ingagliardisce e sfida il vento sornione, i gatti incuriositi strusciano fra le gambe dei bimbi e i cani rubano i grani di perle dalle bocche dei piccoli per farne acuti che sembrano serenate. I giovani, storditi, alzano le braccia quasi in difesa e guardano il bastardello normanno che tiene ancora, coi denti dolci d'allegria, il cappotto di un bimbo che ride. Ed a un tratto tutto è luce e riso e amore: anche per loro che nella notte smarriscono il conto dei loro giovani anni e tornano appena un poco indietro e guardano con gli occhi del sogno. È Natale e il bambino che ride splende di luce, si fa luce: è Gesù. La chiesa spalanca le sue porte, invade i gradini e li preme in fretta e va verso il ceppo della solitudine, incontro al Bambino.
Ora il ceppo della piazza è un altare perché vi è nato il Bambino, nella Notte Santa, i lampioni sono i ceri della Grotta divina e il fuoco è il cuore di Cristo.
Il Salvatore torna a nascere per i bimbi-pastori, per i giovani Abeli, per i cani randagi e per i gatti che hanno chiesto ad un bue e a un asinello la gioia di stare per una volta vicini a Colui che ama i puri, il dolore e la fragile vita di chi soffre.
RIDONACI, GESÙ Dolce Gesù dei tempi dell'infanzia, delle manine a cuspide di fede nella notte gioiosa a fiocchi bianchi. Dolce Gesù rinato lungo gli anni che sapevano solo la speranza dei Magi d'oro venuti da lontano. Dolce Gesù dei luoghi della morte dove la Stalla Santa lastrica pietre a notti di dolore e geme amore ad urto di gramigne. Dolce Gesù del regno della vita dove ci vuoi fanciulli sotto il tuo manto d'oro ridonaci l'incanto della preghiera pura ..... e così sia. |
Ho scoperto la poesia caproniana per caso, sfogliando una antologia del Novecento poetico e ne sono stata presa subito, come avviene a chi si trova davanti al bello, ma anche come capita a chi sente il palpito insondabile della comunicazione dell'anima, a se stesso e agli altri per mezzo della parola. Lettrice di provincia, non sapevo come contattare questo poeta e quel che di lui andavo sapendo, per lungo tempo mi tenne timorosa di un approccio sbagliato, ma alla fine ruppi gli indugi e gli scrissi dicendogli che mi sarebbe piaciuto lavorare sulla poesia e, a mo' di presentazione, gli inviai un mio saggio su Silone. Mi rispose dopo un po' di tempo e mi diede "carta bianca", mi invitò, cioè a scrivere liberamente, col taglio esegetico che ritenevo più congeniale.
E fu l'inizio di un lungo studio e di laconici contatti telefonici, garbati, civilmente corretti, ma freddi, tanto freddi, pur nella disponibilità generosa di indicazioni bibliografiche. Per farla breve, a lavoro pubblicato, mi ringraziò per lettera dicendomi che non sapeva come ringraziarmi per l'intelligente lavoro svolto. Queste parole mi bastarono e..... mi gelarono. Mi gelarono perché capii che il vero discorso tra noi due era rimasto sospeso ed era quel discorso che il poeta dei luoghi non giurisdizionali non aveva voluto iniziare per un consenso contraddittorio che mi aveva dato quando, gratuitamente, mi aveva autorizzato a farlo per iscritto, dopo avermi conosciuto leggendo il "mio" Silone, quel Silone dal quale traspariva chiaramente l'opposta "filosofia" fondante del mio laicismo. Mi sono chiesta tante volte se Giorgio Caproni voleva da me quello che ho scritto, come intelligenza di qual cosa che si celava dietro la malinconica coerenza del suo laicismo negante, mi sono chiesta tante altre cose e tante altre aspettando che venisse a Giarre, ospite d'eccezione al "Premio Altarello" nel suo decennale. Non è potuto venire perché, a breve distanza della sua malattia, la morte glielo ha impedito e sono rimasta con le mie inutili domande. Così, gli ho scritto una lettera che non ho mai spedito.
Gentile Poeta,
io non t'ho scritto mai, se non una volta, quando t'ho chiesto con molta umiltà di poterti accompagnare in quel terribile viaggio che, tappa dopo tappa, già portavi a compimento verificando il nulla dal quale ti sei messo in cammino dalla prima stazione di posta.
Quando mi sono offerta come compagna, avevo già letto la cronaca lirica del tuo vagabondare per i luoghi non giurisdizionali e ne ero rimasta affascinata, ma non turbata, la mia ragione. Sapevo del tuo rigore umano, dell'indole schiva che si concedeva a pochi amici e non potevo, quindi, dirti della mia valenza laica disperante del mondo, si, ma contraddittoriamente placata dal superamento del tuo travaglio nella stupenda pace della fede.
Certo, una pace turbata spesso dall'inquietudine esistenziale ma punto fermo e insieme prisma attraverso il quale il gioco dialettico della ragione col metafisico conosce l'oasi della resa gratificante al Logos infinito. Così, ho adottato lo schermo estetico ed ho ottenuto l'accesso al viatico dei tuoi luoghi. Com'è stato lungo quel nostro viaggio e quante mute domande ti ho posto! Dietro l'ossimoro e il paradosso, dentro quel silenzio immobile di piccole stanze dove la parola impazziva all'urlo della sua insignificanza e si scarniva come l'umore del tuo spirito, quanta angoscia e quanta virile sofferenza! E quanta dolcezza nelle brevi soste al caffè di una stazione sfumata dalla fitta caligine di uno sbuffante treno a vapore che confondeva i volti di gente senza pace che andava, andava come spinta da un pungolo cieco, o da un destino crudele, dove? Forse a vagare per altre soste che non erano mai l'ultima, quella dove il compiuto, il nulla sostanziale darebbe pace, sfaldando per l'eternità l'essere.
Mi chiedo, poeta, e perciò ti scrivo: l'Annina, la madre tua dolcissima che dalle carte del tuo volume sbalza in dolce movimento di brezza, odorosa di cipria e sinuosa del fascino della vita, l'Annina seduta ad un misero tavolino di un sordido caffè, confusa del suo essere lì, l'Annina smemorata di sé che sente la tua presenza di figlio e si ferma, pur nella fretta di dover andare, quell'Annina che tu congiungi a ponte con gli amici seduti sul muretto ad essi accomuni nel silenzio della parola, ora che sei, forse, in quei luoghi dove hai poggiato il piede di viaggiatore cerimonioso, l'hai ritrovata? E gli amici muti, insieme a lei parlano, e suona la parola?
Oh la struggenza mia per il silenzio che non cancella l'interrogativo, la mia umana struggenza, più grande della tua! Hai imbracciato il fucile del cacciatore cercando la grande preda e la stagione è stata lunga per la tua finzione di bracconiere, ti sei chiuso in una stanza insonorizzata per raggiungere la condizione assoluta dell'assenza mimando il tuo istinto di cacciatore per cercare la tana dove si nascondeva la fiera che divora l'amore stendendo le sue fauci a guardia di quella soglia al di là della quale nemmeno al poeta è consentito andare.
Poeta, che cosa c'è oltre al silenzio, all'angoscia, al freddo che hai plasmato in volti e in intrighi di sterpi, e in lande indefinite? C'è forse, ma se così è il pianto ti ha redento, il tuo errore d'avvio del lungo viaggio? La prima posta nera era l'assunto di un filosofare che ti negava presenze quando bussavi a quella porta e salivi le scale per giungere alla stanza da dove Lui un po' prima andava via? Forse la madre tua, l'Annina per la quale ti sei fatta prestare la musica del verso dell'ombroso amico Cavalcanti, come la madre dolce e statuaria innanzi al Dio vivente (quella dell'Ungaretti), t'ha già preso per mano e t'ha sorriso di luce?
Forse, poeta, nel silenzio dei cieli, benedici il tuo viaggio: il pianto dell'uomo è bellezza eterna che intristisce le stelle a luce dura.
Non cercate i grandi fatti, o le opere maestre dello spirito, nell'agglomerato convulso ed efficiente della città. Se volete ricamare la tela del tempo e darle un significato umano, allontanatevi dal rumore assordante e pianificato dell'opificio sindacalmente regolato, evitate i circoli culturali e le associazioni scientifiche, buttatevi tutto quel che è definito alle spalle e venite in provincia.
Allogatevi in una cittadina dinamica, dove tutte le tematiche storiche siano presenti e mettetevi ad osservare, con disinteresse, con genuina ed acritica curiosità. Guardate i tipi ed analizzate i comportamenti, scrutate gli affetti e constatate le reazioni ed allora il grande mondo, quello della politica e della cultura, del progresso civile e dell'incidenza sociale, in tutta la sua portata, vi si spalancherà davanti. Perché, signori, la storia, quella vera, oggi non si fa più nei grandiosi centri di azione paradigmatica, la politica non si decide nei gabinetti squisitamente ideologici e la strategia non si elabora più nei chiusi circoli dei baffuti generali. Oggi, viva la democrazia, oggi che gli strumenti del dire e del fare son diventati patrimonio di tutti, oggi i modelli li crea la provincia.
E vien da dire, veramente, quando qualcuno, tirando fuori un'immagine letteraria, incomincia una vicenda del vivere quotidiano nel quadro arcaico e genuino della provincia, che sa tanto di buon pane di campagna, sostanzioso e raffinato. Il pane è stato lievitato, secondo la più ardita linea dietetica e la provincia sforna michette, michette smaliziate, gonfie vuote all'interno. La crosta è croccante e lucida per le spennellature vaporate ed il lievito di birra, in sapiente dosaggio, esplode, attraverso la pasta frolla . in turgori esteticamente manicrati. Mi direte che il pane della provincia, quello di casa per intenderci, ha sempre avuto un valore simbolico, oltre ad una consistenza granulare, ed io vi rispondo che proprio dalle sue virtù altamente nutritive e conservative ha saputo trarre l'impeto ardito del suo slancio verso la leggerezza snella e svettante.
D'altronde e non lo si può negare, dove la materia è più densa e più compatta, non è proprio là che la forza energetica, qualora vi penetra può dar luogo all'infinita possibilità delle forme caleidoscopiche? E dove il raggio di Sole batte più forte perché l'oggetto è opaco e resistente, non è proprio il punto dove la sua potenza, scomposta dallo spettro, mostra più violentemente e completamente la gamma dei colori primari e complementari?
Il vero è che il sottile gioco dell'intelligenza maliziosa sonnecchia sempre nel paesaggio monotono ed è pronto a dare le più imprevedibili modalità di espressione, appena il vento leggero delle passioni attutite scuote il gioco dell'immobilismo saggio del tempo che, della provincia, ha sempre fatto il magazzino, o meglio, il fondaco perso delle sue memorie. Allora, appena e quando l'eco dell'universale creazione degli uomini lambisce la terra arcana e remote della provincia, traducendosi in mode, discorsi, problemi ed istanze di portata sociale e politica, allora avviene un fenomeno strano. Quello che è stato forgiato nelle officine del pensiero ed ha assunto una veste formale, si cala nei soggetti, individualizzandosi, perde la sua astrattezza e si incarna in figure che sostanziano di pathos e di cinismo ciò che viene presentato come cerebrale e generico e, perciò, attagliabile a tutti e a nessuno, a tutto e a niente.
La provincia ha la saggezza del realismo, ha la ricchezza della visione economica delle idee ed ha, soprattutto, la fantasia eroica, soffusa di utilitarismo. Per l'uomo di provincia l'ideale è il concreto e la serenità è l'impronta che qualifica l'azione.
Per quel che concerne il piano etico, la misurazione dell'eticità e dell'obbligatorietà dell'impegno è direttamente proporzionale al senso che egli dà al valore e al fine dell'azione stessa. In questo caso la collocazione geografica della provincia, assume un valore di primo piano e diventa significante in modo assoluto. La tradizione culturale e il grado di evoluzione in senso progressista, sono fattori decisionali, in senso specifico. Se per tradizione si intende accumulo di esperienze culturali millenarie ed esemplari, classiche in altri termini, cristallizzate in formule di saggezza pratica, e per grado di evoluzione in senso progressista si intende una mediata e filtrata recezione non estemporanea delle conquiste civili, allora è chiaro che l'assorbimento di tematiche nuove subisce il vaglio critico di un'ottica funzionale che non indulge ad alcuna forma di genericità e mira, piuttosto, alla realizzazione praxista dell'idea. È questo il caso tipico della provincia del sud ed in particolare della provincia isolana, come potrebbe essere quella siciliana. La provincia siciliana, in ispecie una provincia lambita dal mare e schiacciata maestosamente dalla terribile necessità della lezione frustante ed esaltante dell'Etna, è il tipo di provincia più adatta a produrre naturalmente personaggi di primo piano, dove le dimensioni della provvisorietà, della saggezza lungimirante e dell'opportunismo più immediatamente fruibile si fondono titanicamente. C'è di più ed è che l'essere sbilanciati tra l'immensità della distesa uniforme ed inquietante del mare e l'immobilità paurosa dell'energia vulcanica, danno all'uomo di provincia etnea, il senso drammaticamente ludico della vita.
Egli è un attore vocazionalmente paradossale, che recita in uno scenario naturalmente paradossale.
La sua cultura è vissuta come un fatto classicamente paradigmatico ed esistenzialmente inquietante. Voglio dire che egli si costruisce come un colosso, i cui piedi hanno la solidità profonda, insondabile e persistente dell'Etna ed il corpo la mobilità ricca e varia delle onde del mare che sanno assecondare le maree e vincere le correnti, adeguandosi al loro ritmo. La testa, e qui è il segreto, riesce a compendiare sinteticamente il gioco delle viscere incandescenti della montagna, quello delle forze segrete che agitano le acque, tesorizzando la sapienza varia ed unitaria di ciò che resta immobile al di sotto della frenesia fenomenica.
E non è questa, in senso estetico, la dimensione più pura dell'artista, che sa creare, inventare e recitare le sue parti?
Se guardate all'uomo di provincia, nel suo ambiente sociale e vi mettete in una prospettiva di indagine esegetica sulle modalità di costruzione della personalità, allora, signori, vi occorrono le armi sottili ed affilate della analisi critica, per vagliare, distinguere ed intendere. Noi della provincia siamo veramente creature pirandelliane, che vi confondono molto facilmente perché sappiamo dosare la tragicità del recitare a soggetto, con la levità del funambolismo e la magia sorniona del gioco delle "tre carte".
Il pesce grosso s'è sempre mangiato i pesciolini, anche quelli che sfuggono alla fine rete del pescatore che, voga, voga, per l'abbacinante distesa d'acqua confonde la linea dell'orizzonte con l'azzurro turchino dell'ultima, ingannevole onda. È stato così da secoli, da millenni, da quando l'Architetto del mondo, irritato dal caos petulante della palude melmosa in cui si giacevano, con eguale diritto, pantere e pecorelle, ha deciso di mettere un po' d'ordine.
Sono nate le regole, i nomi, gli uffici e le patenti, ma, come sempre capita, sono nati, pure, i furbetti che, per confermare la regola, si sono assunti il compito di costituire l'eccezione.
Di furbetti, oggi, se ne contano varie categorie, tutte distinguibili per caratteristiche specifiche, ma riconducibili ad un unico denominatore che ne fa individuare subito la matrice. Al di sopra, infatti, delle diverse aspirazioni e, quindi, delle varianti nel comportamento, c'è nei furbetti l'inconscia consapevolezza che nella tradizione è la loro forza e nella lezione della vita quotidiana il modello informante. Così, il furbetto intellettuale, in genere pelandrone e sfaticato, applica il suo quoziente intellettivo nello studio del manuale spicciolo del pesce grosso, si immagina con la "coppola in testa" e fa il mafiosetto: guarda ai boss per i quali ha quel rispetto che viene dalla paura e dall'onesto, seppure inconfessato, complesso di inferiorità, e ne mima pedestramente il comportamento. Gran cosa, la mafia, e cosa di casa nostra! Degna di riverenza e di ammirazione, prescindendo da quisquiglie di natura morale, ma quando si incarna in una personalità autentica, poliedrica, versatole e, lasciatemelo dire, fascinosa. Certo, può essere fascino orrido, ma non ha una sua bellezza, anche se speciosa e sui generis, quel che è correttamente, grandiosamente e meravigliosamente brutto? E non ha una sua grazia pure il malvagio, se la sua malvagità brilla dell'oro e dell'intelligenza e dell'armonia del rituale nero? Ciò che è brutto, autenticamente brutto, è ciò che è impotente e incapace ad attagliarsi, o meglio ad attagliare a se, il modello che si è assunto. Brutto è ciò che è incompiuto, contraddittorio e inane, brutto è tutto ciò che suscita il sorriso cerebrale e vieta la risata aperta e cordiale, e brutto, per eccellenza in questo senso, è il furbetto.
Il furbetto è opaco, infatti, e per brillare deve farsi prestare la luce da chi la possiede e lo tiranneggia con i suoi flash capricciosi; è baro, ma ha bisogno del giocatore d'azzardo che gli ruba la posta a suo piacimento e gli rompe le ossa, se non si attiene al patto di intascare solo la misera percentuale che gli elargisce per pietà ed è, infine, rivoltante perché è governato, perfino nei sogni, dal dio della paura che gli può togliere la poltrona su cui siede o il bottone che lo fa potente, o il nome che lo fa roboante, se non usa lo staffile implacabile della soverchieria, secondo le direttive dei suoi padroni. Perché il furbetto soffre? Soffre perché non è nello stato dell'idiozia atarassica e non è, nemmeno, nello stato liberatorio del superamento spregiudicato della norma etica. Ha una coscienza ed ha una intelligenza e, per contro, ha una camicia di nesso che lo costringe all'iniquità e una scatola programmata che gli preme il cranio e lo forza ad appiattire la sua materia grigia. Vive ogni giorno, lui pesce grosso, fra pesciolini vivi e guizzanti; qualcuno lo acchiappa e lo ingoia , altri, molti altri, gli fanno i saltelli davanti e lo dannano coi loro colpi di coda.
Allora è la bava dell'impotenza, l'insulto maleducato, l'offesa bassa e meschina.
Da gatto sornione diventa elefante della mole ottusa e schiaccia, schiaccia; ma, all'improvviso sbuca fuori il topolino che lo sbilancia con la paura della battuta salace ed intelligente. Alza le zampe possenti, in cerca di scampo, ma dall'alto piomba, tremenda e sferzante, la voce del boss: La poltrona, il bottone! : la dignità, la coscienza...
Povero furbetto! È l'angoscia, la morte del vivere e il vivere morendo, anche se il compenso è la gioia esaltante di un nome roboante.
Mio nonno soleva dire che non c'è flagello al mondo più tormentoso della "mezza calzetta" cui la sorte gioca il perfido tiro di fargli credere che, volendo, può dar fastidio a tutti con la forza della sua intelligenza sottile e del suo humur cerebrale. È storicamente documentabile che, in tutti i secoli, gli scrittori seri hanno reso giustizia agli uomini di buona volontà, immortalando la sua sciocca presunzione in personaggi esemplari che fanno testo per la "concinnitas" della saggezza popolare, che si esprime in proverbi, ma è anche provabile a memoria di esperienza umana, che ogni generazione ha dovuto, purtroppo, sorbirsi la sua "mezza calzetta" ricorrendo a tutte le risorse dell'intelligenza per neutralizzarne la perniciosità. E fino a quando il raggio d'azione di questa mosca cavallina è circoscritto e privato, si può far ricorso ai santi perché ci scampino dalle fetide punture, ma quando il ronzio fastidioso di questo insetto sudicio ed inutile penetra in un'area più vasta e di portata sociale comunitaria, non ci sono santi, ne armi micidiali che possano salvarci.
La "mezza calzetta" della seconda metà del secolo ventesimo, per esempio, è più terribile delle cavallette di apocalittica tradizione, e lo è per il triste fatto che, non solo è di moda, ma per certe esigenze di natura politico-affaristiche, è richiesta, necessaria e pregiata. C'è da sovvertire il buon senso logico di una discussione sensata? Interviene la "mezza calzetta" col suo linguaggio costruito sugli slogans più incongruenti e qualunquistici possibili.
Si tenta di portare avanti un discorso costruttivo e realistico? La "mezza calzetta" ve lo distrugge con i suoi "distinguo" di insipida struttura e significato.
Per dirla col Manzoni, la "mezza calzetta" è una copia sbiadita dell'Azzeccacarbugli, ma è più squallida ancora, perché non baratta i capponi di Renzo con la mensa di Don Rodrigo e si crede, invece, il vindice degli oppressi e dei diseredati. E qui è il punto chiave, signori miei, il punto da analizzare e ponderare gravemente per comprendere come mai la "mezza calzetta" di oggi abbia conquistato una roccaforte dalla quale le mille cannonate delle imprecazioni a mezza voce delle sue vittime non potranno mai farla ruinare. Secondo me, il guaio è stato combinato in questi termini: c'è una massa enorme di gente che oggi ha conquistato la sua sacrosante coscienza di classe, poiché ha assimilato ben bene, nella forma in cui gli è stato ammannito, il catechismo dei diritti del proletariato e chiede di assurgere a categoria storica, per il rovesciamento e lo sconquasso della proprietà privata e della testa del capitalismo. La frittata è fatta, se ne rendono conto i capoccia teorici, i segretari di periferia e perfino il segaligno sindacalista di una magra sede provinciale. Come rimandare, come far rientrare nei ranghi questa forza vergine, brutalizzata dal credo rivoluzionario? Alienandola, e cioè narcotizzandola con i sofismi del paralogismo della riforma, al posto dell'assalto e della dimostrazione, al posto della rivoluzione. Ci vuole, però, gente che ci sappia fare, gente, speciale, che dica e non dica, prometta e ritragga: ci vuole gente che dia l'impressione del saper fare volpesco e vellutato, capace di sussiego e apparente bonomia, che sembrino armi nascoste, per qualcosa da fare esplodere all'improvviso, qualcosa di magico, di grandioso, di paradossale, come..... la montagna di maccheroni al sugo e parmigiano del Paese di Bengodi. E valla a trovare, si chiedono, sempre i capocaccia teorici, una faccia da paesano di Bengodi, che dia l'impressione d'esser tale solo per finta e poi.....lo sia sul serio! Ci vuole un occhio da pesce morto baluginante, perché sembri vivo e maliziosamente ammiccante, una bocca che sappia ritmicamente restare aperta, come per stupore, ma in effetti ci resti per stupidità e ci vuole, soprattutto una fede fanatica nel culto del compromesso a tutti i livelli, scambiato in buona fede per l'optimum dell'astuzia politica. Padre Machiavelli, reo d'aver insegnato agli uomini grandi come si adora la Ragion di Stato per il bene comune e meritevole dell'avallo, in nome tuo, di tutte le offese alla dignità umana, per l'aberrante interpretazione della tua dottrina, Padre Macchiavelli perché non ti costituisci parte lesa, nei confronti della "mezza calzetta"? Le imputazioni che puoi rivendicare sono quelle di falso ideologico, di vilipendio e, soprattutto, di blasfemità. Tu piccolino e sgusciante, in quel corpo che stava solo a sostegno del più grande e perfetto cervello politico, ti nascondevi dietro le colonne della Firenze michelangiolesca per creare i titani dell'arte del governare e guardavi lontano, lontano, alla terra promessa, in cui il gregge orchestrato dal tuo Principe sarebbe approdato un giorno, Principe, anch'esso. Nel tuo spietato e sprezzante realismo, eri giansenista antelitterani, dividendo gli esseri umani in gregge ed individui d'eccezione, ma eri aristocraticamente ottimista, nella visione ultima dell'uomo. Ma la terza categoria, quella della "mezza calzetta", perché non l'hai prevista e neutralizzata? Essa è una categoria storica e non poteva non esistere: forse tu ti sei vergognato di noverarla tra la massa, perché in cuor tuo la massa l'amavi, forse ti sei rifiutato, per dignità di ammetterne l'esistenza, ed hai sbagliato. Il tuo tallone d'Achille, il figlio spurio, è stato partorito dai merciaioli della tua grandiosa costruzione, é cresciuto satollato dalla tecnica squallida dei degenerati manipolatori della tua teoria e stanno divorando la massa.
Si infiltrano ovunque, infettano tutto, appestano l'aria ed inquinano i cervelli. Mandaci un'idra che li divori, Padre, prima che sia troppo tardi.