CRITICA: VITTORIO ALFIERI

 LA MIRRA

 AUTORE: Francesco De Sanctis    TRATTO DA: Saggi critici

 

Nell'Ippolito di Euripide comparisce Fedra abbandonata della persona, col passo faticoso, il capo languente, magra, gli occhi cavi: ha tutte le apparenze di una malattia mortale. Che cosa è? È un Dio che si è gittato tutto in lei, che l'arde e la consuma, e la tiene in un delirio e turbamento di sensi che dà pur talora luogo alla ragione: allora ella piange ed abbassa gli occhi per vergogna. E' una delle più pietose scene che ci abbia tramandato l'antichità. Fedra ama il figliuolo del suo marito; ed il Coro che compiange i suoi mali, quando conosce ciò, manda un grido d'orrore. Ma notisi bene. Si abborrisce la cosa in sé, non Fedra - si teme la collera di Venere mostratasi in lei, invano ripugnante; tutti la chiamano sventurata; nessuno la dice empia, se non solo ella stessa, che non può scacciare da sé il nemico Iddio, e sente tutto l'orrore della sua passione, e la espia con la morte. L'influsso fatale di Venere e la passione rimasta a distanza, non incontrandosi mai sulla scena la matrigna e il figliastro, rendono tollerabile sul teatro la Fedra antica. In Racine, Venere è una parola rimasta per tradizione; il soprannaturale ci è per cerimonia; il fondo del dramma è lo svolgimento progressivo di una passione colpevole, ma non mostruosa. Qui non questione di teologia, ma di poesia. Un fatto viene rappresentato dal poeta secondo il giudizio che ne fanno i contemporanei e l'impressione che ne ricevono. Nella tragedia di Racine non ci è il sentimento di ciò che il fatto ha in sé di mostruoso e d'innaturale; non ci è né presso il poeta né presso gli spettatori. Quindi il poeta ha potuto alzare a Fedra il velo di cui l'ha ricoperta Euripide; e condurre il suo amore verso il figliastro fino ad una vera dichiarazione, ed il pubblico ha potuto non solo tollerare, ma applaudire questa scena, riboccante di bellezze poetiche. Mutate ora i nomi dei due personaggi, chiamate l'uno Mirra e l'altro Ciniro; sia la figlia che sveli il suo abominevole amore verso del padre al padre; e a voi parrà che la terra vi tremi sotto i piedi e che la natura si capovolga. È impossibile! Ciò segna l'infinita distanza che separa la Fedra dalla Mirra. Questa finisce, dove comincia la prima. La scoperta della passione nella Fedra è il punto di partenza, nella Mirra è la catastrofe. Racine ha per campo tutta la storia di una passione colpevole in tutte le sue gradazioni dal punto ch'essa è conosciuta; Alfieri ha per campo la storia oscura e a lampi di una passione abominevole fino al punto che sia conosciuta... Ma ciò che costituisce il pregio della Mirra, è la sua originalità; è la passione colta in uno dei suoi momenti non rappresentati ancora dalla tragedia, un nuovo orizzonte aperto all'arte.

Mirra ama di un amore abominevole e lo sa, e teme che una parola, uno sguardo, un gesto non la tradisca, e quanto più si sforza e meno riesce ad occultare la fiamma: ella muore nel momento stesso che il segreto le fugge di bocca. La tragedia così è una lunga lotta la soverchia e turbasi visibilmente. Le escono parole equivoche, in apparenza naturalissime come il suo dolore di dover, maritandosi, abbandonare i genitori:


Non li vedrai mai più!...
Abbandonarli... e morir... di dolore;



eppure, guardando a' suoi gesti e sguardi disperati, che oltrepassano qualsivoglia espressione consueta di filiale affetto, lo spettatore si vede balenare qualche orribile mistero e ne rifugge spaventato...

Nel terzo atto grande è l'aspettazione. Ecco la figlia per la prima volta in presenza del padre e della madre. Quanta tenerezza verso la madre, con quale abbandono le parla! come i suoi sguardi cercano lei per tema d'incontrarsi in altri sguardi! È sul suo seno ch'ella inchina il capo, trangosciata e lacrimosa.


Ma che?... voi pur dell'orrendo mio stato
Piangete? Oh madre amata!... entro il tuo seno
Ch'io, suggendo le tue lacrime, conceda
Un breve sfogo anche alle mie!...



Ma il padre! al primo vederlo rimane atterrita.


Oh ciel! che veggo?
Anco il padre!...


Né si risolve a parlargli, e sospira e tiene gli occhi a terra e impallidisce.

. . . . . . Signor...

ella dice esitando e si arresta.


Tu mal cominci; a te non sono
Signor; padre son io: puoi tu chiamarmi
Con altro nome, o figlia?



Ma tanta tenerezza l'empie di tremore, né mai è ch'ella si attenti di chiamarlo padre o di volger la parola a lui solo. Noi assistiamo all'ultima prova di Mirra. Descritto pietosamente il suo stato, ella ottiene da' genitori che le nozze si stringano subito, che subito si parta; ed il terzo atto finisce in una falsa calma. Sono imminenti le nozze .... La scena terza dell'atto quarto in cui si celebra il sacro rito, è la crisi della tragedia. Mirra in questo lungo sforzo ha logore le sue forze; le sue parole sono vivaci e risolute, ma gli occhi brillano di un ardore febbrile; ella è piena di una esaltazione fittizia. Innanzi ai sacerdoti, mentre il Coro invoca Venere e chiama le benedizioni celesti sugli sposi, gli spettatori guardano con terrore il sembiante trasformato di Mirra e convulso: la natura, quanto più repressa, con tanto più impeto prorompe al di fuori. Si precipita verso la catastrofe. La fanciulla non ode più, non vede più; Venere la possiede tutta.


Chi al seri mi stringe? ove son io? che dissi?
Son io già sposa? Oimè!...



Stupefatti noi la veggiamo respingere la madre, fuggire dalle sue braccia, guardarla con occhi infocati; poi pentirsi e chiederle perdono; poi imprecare, maledirla, riempier d'orrore i circostanti, e poi di nuovo:


Deh! perdonami, deh! ...non io favello:
Una incognita forza in me favella.



Il mistero s'intravede, funerei lampi spesseggiano a chiarirci la vista, eppur noi temiamo la luce già tanto desiderata e chiudiamo volontariamente gli occhi per non vedere, per non credere quello che già si dipinge nell'ansietà di tutti i volti. Padre e figlia stannosi dirimpetto, soli. Il padre alterna sdegni e carezze. Stringe fra le braccia la figlia trepida, che fugge e ritorna e fugge ancora, ebbra, insana: miserabile lotta del corpo infiammato e dell'anima inorridita.


. . . . . . Ormai per sempre
Perduto hai tu l'amor del padre,



esclama Cinino corrucciato.


. . . . . . Da te morire io lungi?...
Oh madre mia felice!... almen concesso...
A lei sarà... di morire... Al tuo fianco.



Queste parole sono illuminate dal gesto, dallo sguardo; l'orribile segreto scoppia fuori, e nel tempo stesso la fanciulla cade sul proprio sangue. Gli spettatori non han tempo di mandare un grido d'orrore che già quel grido si trasforma in un lungo gemito. L'ira è congiunta con la pietà, lo spavento con l'orrore, e restiamo immobili. Padre e madre fuggono, straziati da opposti sensi.


- Empia!... oh mia figlia!... -


Mirra muore sola nelle ultime convulsioni mostrando l'interna ribellione della natura alla sua volontà.

È una delle tragedie meglio concepite e più profondamente pensate di Alfieri. Non ci è che un solo personaggio, che parla, di cui si parla: tutti vi stanno per porre in luce, per dar rilievo al protagonista. Nessuno, fuori di Mirra, ha carattere, una individualità prominente; non vi è alcuna distrazione; Mirra, anche assente, empie di sé tutto. Il solo carattere che mi par vizioso è quello di Pereo, che si uccide quando sa di non essere amato. Ciò fa supporre in lui qualche cosa di eroico e un fervidissimo amore. Ben ci è nelle sue parole; egli dice spesso che ama, che si ammazzerà, ecc., mala sua passione è debolmente rappresentata, il suo carattere è appena abbozzato e riesce freddo e duretto. Alfieri ha temuto creare una individualità possente che svolga la nostra attenzione da Mirra. La stessa azione non ha niente di serio; essa è uno stimolo esterno per far traboccare tutto ciò che ferve nel seno di Mirra. Così tutta la tragedia non è che una serie di manifestazioni sempre meno oscure secondo che la giovinetta è più stretta ed incitata dai fatti, insino a che il fatale mistero le esce di bocca. L'istrumento di queste manifestazioni sono gesti, sguardi, sospiri che contraddicono alle parole, e però la vera tragedia non è in quello che è espresso, ma in quello che è rappresentato. Il gesto non è qui semplice accompagnamento della parola, ma il rivale di essa che le si pone dirimpetto, ed ora la commenta, ora l'accusa e la smentisce. Gusterà questa tragedia un lettore di così viva immaginazione, che si componga nella mente una Mirra fantastica atteggiata in quella guisa che la vedeva il poeta.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis