CRITICA: VITTORIO ALFIERI

 ALFIERI PROTOROMANTICO

 AUTORE: Benedetto Croce    TRATTO DA: Poesia e non poesia

 

È stato talvolta segnato l'inizio della nuova letteratura italiana nel Parini; ma il Parini è di mente e d'animo uomo del Settecento, del periodo razionalistico e delle riforme, e settecentesca sebbene elegantissima è l'arte sua didascalica e ironica nei toni maggiori, erotica e galante nei minori. Il vero inizio (quando si guardi al moto delle idee e alla qualità dei sentimenti) è in Vittorio Alfieri, che tocca corde le quali vibreranno a lungo nel secolo decimonono, dal Foscolo e dal Leopardi fino al Carducci; in Vittorio Alfieri, che io non posso considerare se non come strettamente affine ai contemporanei Sturmer und Drànger di Germania, i quali s'ispirarono come lui alle pagine di Plutarco e risentirono profonda l'efficacia del Rousseau, neanche a lui estranea. Al pari degli Sturmer und Drànger, egli è fortemente individualista; e individualismo è il suo amore perla libertà e il frenetico odio alla tirannia, così indeterminato nel suo contenuto politico, perché egli aborre con la stessa risolutezza re e demagoghi e patrizi di repubblica (l'«oscena libertà posticcia» di Venezia e le «sessanta parrucche d'idioti» di Genova), e non cerca nella sua vita altro stato, e non persegue nella sua arte altro ideale, che quello del «liber'uomo», che possa cioè muoversi, parlare, operare, attuare il proprio pensiero e la propria vocazione, non oppresso e soffocato da veruna forza estranea, non contrastato impacciato da verun ostacolo. Come gli altri consapevoli o inconsapevoli roussoviani, moventi all'assalto delle Bastiglie morali, le sue passioni sono estreme per violenza; e, quasi per dar loro qualche lenimento, egli ama la solitudine, si abbandona con voluttà alla malinconia, sente l'incanto degli spettacoli naturali, delle montagne, delle acque, delle spiagge. Il freddo intellettualismo, e il Voltaire che lo rappresenta, gli ripugnano, e non sopporta il «lepido stile», la leggiera e facile prosa degli illuministi, ben adatta alla divulgazione, ma che per ciò appunto a lui sembrava che prostituisse «la viril nostr'arte». E se egli non è tutto Shakespeare, come erano i suoi affini tedeschi, se presto intermise la lettura che aveva cominciato di quel poeta, non è già perché esso non gli piacesse, ma anzi perché gli piaceva troppo: «quanto più (scrive) mi andava a sangue quell'autore, tanto più me ne volli astenere»: cioè per non correre il rischio di imitarlo, e per serbarsi spontaneamente shakespeariano. C'è perfino qualche concetto sul cattolicismo, di lui non cattolico, che anticipa lo Chateaubriand (il quale veramente non si è potuto mai sapere se poi fosse sul serio cattolico). Alludo a quel singolare sonetto, che, comincia: «Alto, devoto, mistico, ingegnoso, Grato alla vista, all'ascoltar soave, Di puri inni celesti armonioso È il nostro culto: amabilmente grave...», e più oltre ha il verso: «Dell'uom gli arcani appien sol Roma intende».
Si deve dunque, a mio avviso, considerare l'Alfieri come un Protoromantico: il che non vuol dire propriamente romantico, come ora si è preso il vezzo di chiamarlo, confondendo ben distinti periodi spirituali.
Del romantico all'Alfieri mancano tratti essenziali, l'ansia religiosa sul fine e il valore della vita, l'interessamento per la storia, e il compiacimento per gli aspetti particolari e realistici delle cose. Anche la sua autobiografia sta sulla linea delle confessioni alla Rousseau, ricca di passione e scarsa di senso storico così rispetto al proprio tempo come alla sua vita medesima. Di questo suo limite, e della incapacità a ritrarre, come diceva, «la vera e scalza triste natura nostra», la patologia individuale e sociale, ebbe consapevolezza. «E carmi e prose in vario stil finora, lo scrissi, abil non dico, ardimentoso; Storie non mai...». L'epica, l'oratoria la tragedia, la filosofia cioè le riflessioni morali e politiche: ecco il suo campo: «Arti tutte divine, in cui, ritratto L'uom qual potria pur essere, s'innalza Al ciel chi scrive e il leggitore a un tratto» .

Tale, all'incirca, la collocazione dell'Alfieri nella moderna storia mentale e morale. Ma per intendere e giudicare l'arte di lui, per risolvere il quesito, anch'esso storico, del suo svolgimento estetico, bisogna farsi presente la particolare conformazione di quell'anima. Perché l'Alfieri, prima che poeta o al tempo stesso che poeta, era un uomo di passione così ardente («furore» è la parola che più spesso torna nelle sue pagine) da rivolgersi diritto all'azione e alla pratica, guidato da inflessibile fermezza di proposito. Azione e pratica, la quale certamente non si attuava altrove che nella parola e nelle carte, ma azione era nondimeno, se tale è essenzialmente l'oratoria. L'anelito alla libertà e l'aborrimento per la tirannia gli avevano ingenerato nell'immaginazione un fantasma pauroso, il Tiranno, che non è già un fantasma poetico ma un incubo passionale, una sorta di condensazione della più nera nequizia umana, che ha luogo in un determinato individuo non si sa perché, se non forse per incoercibile potere di attrazione e agglomeramento. Sono colpevoli i suoi tiranni? Non si oserebbe affermarlo; o non più colpevoli, certo, di chi ha la disgrazia di essere preso da un'infezione, dall'idrofobia o dal tetano. «Ah forse voi dite il vero!» - esclama il tiranno Timofane verso i suoi congiunti ed amici, che procurano di richiamarlo ai doveri del cittadino -, «ma non v'ha più detti, E sien pur forti, che dal mio proposto Svolger passanmi ormai. Buon cittadino Più non posso tornare. A me di vita Parte or s'è fatta la immutabil, sola, Alta mia voglia: di regnar... fratello, Tel dissi io già: corregger me sol puoi Col ferro: invano ogni altro mezzo...». Un altro di quei tiranni, Polifonte, nella «Merope», - anche lui non figlio, non sposo, non padre, «tutto tiranno», che non vede «altro che regno», - sospira, alla fine del primo atto, stanco sotto il cumulo della sua propria ineluttabile malvagità: «Oh quanta è impresa il mantenerti, o trono!» Ad abbattere con un colpo di mazza ferrata il Tiranno, tanto più a lui odioso perché se lo rappresentava in modo da dovergli riuscire necessariamente incomprensibile, l'Alfieri costrusse la sua tragedia, nella nota forma, senza confidenti, senza episodi, senza intermezzi di amore, scheletrica, precisa e rapida come una macchina, tagliente col ben noto stile. Stile che ha anch'esso del proposito, dell'intestamento, della fissazione, e poiché egli non tollerava, come si è visto, la lepidezza e la leggerezza della prosa illuministica, e poiché gli moveva nausea la correlativa poesia canterellante di quel tempo, che in Italia, e non solo in Italia, era la metastasiana, il suo dramma e lo stile di esso sono il rovescio violento del melodramma metastasiano (come ebbero già a notare, credo per primi, la signora di Staél e Guglielmo Schlegel), e le cabalette e ariette, con cui i suoi personaggi, al pari di quelli del Metastasio, palesano se stessi, stridono in digrignamenti di denti e suoni aspri e rotti. E quando per avventura la sua ira si volge al sarcasmo e all'irrisione, come nelle satire e nel Misogallo, il cipiglio tragico si cangia in comico, ma resta pur sempre cipiglio: onde quel suo coniare, nel «furor comicus», vocaboli grotteschi, parole bizzarramente composte o stranamente diminutive, e versi duri e ferrei non meno di quelli delle tragedie.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis