GIOVANNI BOCCACCIO

  • GRAVITA' DEL BOCCACCIO
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    Autore: Pietro Bembo Tratto da: Prose della volgar lingua

     
         

    Volle il Boccaccio servar gravità in questo cominciamento delle sue Novelle: Umana cosa è l'avere compassione agli afitti; perché egli prese voci di qualità, che avessero gli accenti nella penultima per lo più, la qual cosa fece il detto principio tutto grave e riposato. Che se egli avesse preso voci che avessero gli accenti nella innanzi penultima, sì come sarebbe stato il dire: Debita cosa è l'essere compassionevole a' miseri, il numero di quella sentenza tutta sarebbe stato men grave, e non avrebbe compiutamente quello adoperato, che si cercava. E se vorremo ancora, senza levar alcuna voce, mutar di loro solamente. l'ordine, il quale mutato, conviene che si muti l'ordine degli accenti altresì e dove dice: Umana cosa è l'avere compassione agli afflitti, dice così: L'avere compassione agli afitti umana cosa è, ancora più chiaro si vedrà quanto mutamento fanno pochissimi accenti, più ad una via posti che ad altra nelle scritture. Volle il medesimo compositore versar dolcezza in queste parole di Gismonda, sopra il cuore del suo morto Guiscardo ragionate: O molto amato cuore, ogni mio ufficio verso te è fornito; nè più altro mi resta a fare, se non di venire con la mia anima a fare alla tua compagnia; per che egli prese medesimamente voci che nelle penultime loro sillabe gli accenti avessero per la gran parte, e quelle ordinò nella maniera, che più giovar potesse a trarne quello effetto che ad esso mettea bene che si traesse. Le quali voci se in voci d'altri accenti si muteranno, e dove esso dice: O molto amato cuore, ogni mio Ufficio, noi diremo: O sventuratissimo cuore, ciascuno dover nostro; o pure se si muterà di loro solamente l'ordine e farassi così: Ogni ufcio mio, o cuore -molto amato, e fornito verso te; nè altro mi resta a fare più, se non di venire a fate compagnia con la mia all'anima tua; tanta differenza potranno per aventura queste voci dolci pigliare, quanta quelle gravi per lo mutamento, che io dissi, hanno pigliato. Né quali mutamenti, benché dire si possa che la disposizione delle voci ancora per altra cagione, che per quella degli accenti considerata, alquanto vaglia a generar la disparutezza che essere si vede nel così porgere e pronunciare esse voci, nondimeno è da sapere che, a compensazione di quello degli accenti, ogni altro rispetto è poco: con ciò sia cosa che essi danno il concento a tutte le voci, e l'armonia, il che a dire è tanto, quanto sarebbe dare a' corpi lo spirito e l'anima. La quale cosa se nelle prose tanto può, quanto si vede potere, molto più è da dire che ella possa nel verso ; nel qual verso il suono e l'armonia vie più naturale e proprio e conveniente luogo hanno sempre, che nelle prose.
    Per ciò che le prose, come che elle meglio stiano a questa guisa ordinate, che a quella, elle tuttavolta prose sono: dove del verso puossi gli accenti porre di modo, che egli non rimane più verso, ma divien prosa, e muta in tutto la sua natura, di regolato in dissoluto cangiandosi; come sarebbe, se alcun dicesse: Voi, ch'in rime sparse ascoltate il suono; e Per una sua leggiadra vendetta; o veramente Che s'addita per cosa mirabile, e somiglianti. Ne' quali mutamenti, rimanendo le voci e il numero delle sillabe intero, non rimane per tutto ciò né forma, né odore di verso. E questo per niuna altra cagione adiviene, se non per lo essere un solo accento levato dal suo luogo in essi versi, e ciò è della quarta o della sesta sillaba in quelli, e della decima in questo. Ché, con ciò sia cosa che a formare il verso necessariamente si richieggia che nella quarta o nella sesta o nella decima sillaba sieno sempre gli accenti, ogni volta che qualunque s'è l'una di queste due positure non gli ha, quello non è più verso, comunque poi si stiano le altre sillabe. E questo detto sia ne meno del verso rotto, che dello intero, in quanto egli capevole non può essere. Sono dunque, Messer Ercole, questi risguardi non solo a grazia, ma ancora a necessità del verso.
     

     
         
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    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis