GIOVANNI BOCCACCIO

  • IL BOCCACCIO DELLE OPERE MINORI
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    Autore: Natalino Sapegno Tratto da: Prefazione al Boccaccio

     
         

    Nel proemio al Filocolo il Boccaccio dichiara d'aver preso a narrare ancora una volta la storia tradizionale di Florio e Biancofiore, affinché « la memoria degli amorosi giovani » e la «gran costanza de' loro animi» fosse «esaltata da' versi d'alcun poeta», mentre fino a quel momento era stata «lasciata solamente ne' favolosi parlari degli ignoranti». Alcunché di simile avrebbe potuto agevolmente ripetere per la materia che confluisce in tutte le sue opere fantastiche: le leggende del ciclo troiano nel Filostrato e quelle del ciclo tebano nella Teseida; il mondo fiabesco e patetico dei volgarizzamenti e rifacimenti ovidiani, che dal Filocolo all'Ameto e alla Fiammetta costituisce gran parte dell'eloquenza appassionata e del repertorio di situazioni psicologiche dei romanzi e dei poemetti minori; i trattati d'Amore, i novellini, i fabliaux, le cronache, l'elegia di Arrighetto e le allegorie amorose, il ritmo narrativo un po' frettoloso e pedestre e l'ingenua umanità dei cantari, il gusto del romanzesco, dell'avventuroso, dell'esotico, del mirabile che tengono gran posto nella letteratura minore delle civiltà romanze, e che di volta in volta offrono spunti, stimoli e suggerimenti tematici alla sua accesa fantasia. Il gusto e la cultura, che si rispecchiano in questo mondo poetico così composito, contraddistinguono fin dall'inizio l'arte del Boccaccio, rispetto a quelle di Dante e del Petrarca; sia per quanto si riferisce alla disposizione sentimentale eclettica e curiosa, inquieta ed espansiva (laddove in quelli è, sia pur diversamente, tenuta a freno da un rigoroso criterio di scelta), sia per quanto spetta ai modi espressivi decisamente indirizzati al racconto, all'analisi minuta e cordiale delle vicende, degli ambienti, delle figure (mentre nell'Alighieri la rappresentazione dei fatti e degli uomini si condensa in una sintesi drammatica, in funzione di una dottrina e di una individualità prepotente, e nel Petrarca tutta l'attenzione si rivolge all'interno e si determina in forme liriche). Si potrebbe dire che, di quanto gli altri due grandi trecentisti tendono a ricondurre energicamente tutto il contenuto poetico alla loro persona, di tanto invece il Boccaccio tende ad espandere la sua esperienza autobiografica e ad obliarla nella contemplazione di una realtà esteriore, nella creazione di una serie di accadimenti, di paesaggi, di caratteri. Questo significa che la cultura borghese dell'età dei comuni (non genericamente « medioevale », come si suol ripetere) opera nel certaldese con un rapporto più immediato e diretto, meno impacciato da preoccupazioni dottrinali e da schemi culturali; che in lui, più che negli altri, essa si esprime in tutta la sua complessità e in tutte le sue manifestazioni più varie e contrastanti; che egli ne riassume, rendendoli espliciti e chiari, il significato e le aspirazioni e trova le forme più adeguate per corrispondere alle sue esigenze concrete e realistiche e insieme ai suoi ideali di decoro e di raffinatezza il romanzo e la novella.

    Non si dimentichi tuttavia che questa disposizione del Boccaccio nei confronti della minor cultura borghese del Due e del Trecento, se è sempre aperta e fiduciosa, non è mai peraltro meramente passiva. Dinanzi a quella materia, in cui pure avverte e ama una straordinaria ricchezza dei motivi poetici allo stato grezzo, c'è sempre l'artista che reagisce con il suo proposito di ricomporre in una superiore dignità e in una più classica armonia quelle esperienze incondite e disperse, e con la sua educazione tecnica rettorica e lirica laboriosamente foggiata sui modelli della prosa d'arte latineggiante e dei rimatori aulici, e c'è l'uomo con le sue personali esperienze erotiche e mondane, con le sue aspirazioni cortesi e raffinate, con le sue confessioni e le sue ambizioni.
    Di qui la duplice tensione che caratterizza lo svolgimento dell'arte boccaccesca fino al Decameron, nello sforzo di raggiungere e di contemperare l'equilibrio degli affetti con quello delle forme, la serenità dello spirito e il ritmo pacato dell'esposizione. Tutta la storia di quest'arte può riassumersi, per una parte, nel contrasto fra un'esperienza sentimentale esuberante tumultuosa e appassionata e l'ambizione di una cultura ricca, ma farraginosa e ancora acerba, fra un'autobiografia invadente e una rettorica tuttora scolastica, e per un'altra parte, nel contrasto, che fino ad un certo punto coincide col precedente, fra la persistenza di motivi lirici (di confessione, elegiaci, patetici) e l'esigenza di un ritmo narrativo robusto ed agile al tempo stesso, umano e pur distaccato. Donde una somma di incongruenze di incertezze e di scadimenti tonali, che si risolve soltanto nella raggiunta maturità umana e stilistica del capolavoro. Nel quadro di questi contrasti si colloca anche, come problema in apparenza minore ma persistente, l'esigenza di un organismo in cui vengano a disporsi in una composizione ordinata ed armonica tutte quelle esperienze disperse e di per sé frammentarie, l'esigenza cioè della « cornice », che, intravista e abbozzata nell'episodio delle « questioni d'amore » del Filocolo e nel disegno dell'Ameto, diventerà elemento essenziale e necessario della struttura del Decameron.

    Occorre che i temi lirici si vengano a poco a poco decantando del loro prevalente soggettivismo e autobiografismo, attraverso un assiduo esercizio di ritrascrizione letteraria, perché all'autore riesca alla fine di ridurli a materia viva e pulsante di un'obiettiva ricostruzione psicologica, e di fonderli con gli altri temi, che pure affiorano insistenti e un po' striduli già dalle pagine dei primi scritti napoletani, di un realismo ora sorridente ora acre. Occorre che l'ammirazione compiaciuta di un mondo idoleggiato di raffinate costumanze e di eleganze cortigiane si sciolga via via dai moduli fissi di una letteratura convenzionale, e diventi norma ideale, misura di decoro e di gentilezza, capace di aderire all'infinita varietà delle situazioni reali nei diversi strati e nelle distinte articolazioni della vita sociale. Occorre che la cultura e la tecnica letteraria cessino a poco a poco di porsi come strumento di ornamentazione e stilizzazione, e acquistino libertà e duttilità di movimenti, così da piegarsi volta per volta alle mobili situazioni del sentimento. Occorre infine, e soprattutto, che ad organizzare questa multiforme materia s'affacci e prenda alfine il sopravvento un criterio di valutazione e di interpretazione risoluto e vigoroso; onde la complessa realtà, non più accarezzata in alcuni aspetti esclusivi, ma rivissuta nella totalità delle sue manifestazioni, si definisca come materia organica di un'ispirazione di vasto e ordinato respiro, retta da un fermo e lucido giudizio, lievitata da un profondo e vitale impulso polemico.
    Questo è il senso e l'importanza della prolungata esperienza sentimentale e stilistica, che occupa la giovinezza e la prima maturità dello scrittore e si esplica nelle opere minori.

    La ricchezza e la varietà dei motivi fantastici, che urge nelle pagine del Filocolo e le assiepa con una dovizia di invenzioni tematiche, che sembra venir meno negli scritti immediatamente posteriori; il caldo e abbondante lirismo che illumina nel Filostrato i tentativi ancora sommari ed ingenui di definizione psicologica, nello studio dei caratteri singoli e nel taglio preciso della favola; la stilizzazione dei motivi patetici e sensuali perseguita nella Teseida, attraverso un proposito ambizioso di struttura epica; il cauto accostamento nell'Ameto a una materia che l'inquadratura stilnovistica e allegorica si propone di innalzare e nobilitare, conferendo loro una prima, ancor tutta esterna e provvisoria, unità di organismo poetico; l'impegno di un ritmo narrativo e dell'accanita esplorazione di un sentimento, indagato in tutte le gradazioni e sfumature, in tutte le fasi della sua storia segreta, nell'Elegia di Fiammetta, con un rigore di moralista e di stilista ancor più che di poeta; la freschezza e la libertà inventiva del Ninfale fiesolano, con quel suo fortunato equilibrio di delicata sensibilità e di vivacità popolaresca; sono altrettanti momenti di un processo di maturazione sentimentale e di allargamento degli orizzonti poetici, che culmina nella serena e potente commedia umana del Decameron. Così come ai modi formali, al linguaggio e allo stile del capolavoro, forniscono la necessaria preparazione i molteplici esperimenti giovanili, in cui si viene elaborando, in forme via via più originali e più aderenti, la sintassi del racconto e del dialogo, mentre il lessico si svincola dai modelli letterari e si arricchisce al contatto di una viva e sensuosa materia.
     

     
         
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    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis