CRITICA: DECADENTISMO

 IL LINGUAGGIO DEL FOGAZZARO

 AUTORE: Mario Fubini         TRATTO DA: Critica e poesia

 

Non altrettanto si potrebbe dire del Fogazzaro, che fra i due esempi insigni del Manzoni e del Verga, esempi non solo di due personalità poetiche, ma di due momenti singolarmente importanti della storia della nostra lingua letteraria, meglio rivela, se non m'inganno, una intrinseca incertezza, che si fa palese ad un esame anche sommario della sua lingua, anzi di qualcuna soltanto delle sue caratteristiche. Basti per tutte ricordare le battute dialettali che così frequenti ricorrono nei suoi romanzi, non già che esse siano difettose per l'uso del dialetto (uno scrittore può attingere alle diverse tradizioni linguistiche che gli stanno innanzi fino al caso estremo del maccheronico), ma perché fan spicco nel contesto, e attirando su di sé per la loro singolarità l'attenzione del lettore, esauriscono la loro efficacia in questo troppo facile effetto: rimangono, in una parola, «battute dialettali», non diventano un elemento fuso con gli altri della lingua fogazzariana. Sono, ad esempio, artisticamente immotivate e mirano evidentemente ad una caratterizzazione del personaggio, non altrimenti riuscita, le parole in dialetto piemontese di quel prete che aveva prestato a Franco la Summa di San Tommaso, invano tentando di avviarlo allo studio della teologia: «Ca s'araccómmanda al Sgnour e sperouma ca fassa Chiel». Talora anzi diremmo, se l'accostamento non sembrasse poco rispettoso, che il romanziere dimostri un gusto assai simile a quello del suo Pasotti, che si compiaceva per divertire i commensali di rifare caricaturalmente la parlata veneta di un personaggio: ma anche se non si risolvono in una caricatura tutta esteriore, le battute in dialetto, e così l'insistenza su qualche difetto fisico o tic di un personaggio, vengono sempre a svelare una scoperta ricerca di effetto, un'attenzione volta se non all'estrinseco al particolare singolo, curioso o dilettevole, con risultati che non vanno, nei casi felici, al di là di una vivacità bozzettistica. Perciò assai opportunamente il Donadoni si è soffermato su questo aspetto dell'arte fogazzariana, riconoscendovi uno dei segni della sua debolezza, e felicemente, anche se il suo giudizio non vorrebbe essere negativo, il Devoto ha parlato del valore di «illustrazione» proprio di queste battute in dialetto, «illustrazioni che non sono fotografie ma provengono da una specie di discoteca dialettale o paradialettale». Il che vale ad indicare per noi non tanto «l'evasione da un istituto linguistico» quanto un'evasione, se così vogliamo chiamarla, da un serio e coerente impegno d'arte: ché certo è proprio del Fogazzaro, come finemente ha rivelato ancora il Devoto, un interesse per quel che è di particolare e di peculiare nel suo mondo, evocato con nomi e voci locali, ma, se per questo, lontano dal Manzoni, partecipa al gusto della sua età, egli tende, come ci avvertono i suoi passi in dialetto, alle soluzioni più facili, alla illustrazione e non alla rappresentazione, alla giustapposizione di elementi diversi che possono dilettare con la loro varietà il lettore, ma a cui manca una interiore coesione. E i dialetto nella prosa fogazzariana ci par degno d'attenzione, perché l'atteggiamento dello scrittore, che ci è palesato in quei passi, è poi il medesimo di tutte le altre pagine, anche delle più patetiche e solenni, un atteggiamento, mi si permetta la parola, di fondamentale dilettantismo. Altrettanto dilettantesca è ad esempio la pagina in cui una voce (col V maiuscolo) annuncia a Luisa la sua nuova maternità con parole tutte enfasi melodrammatica: e come attinge alla sua discoteca dialettale (ma almeno qui egli sembra più padrone della sua lingua), così lo scrittore attinge per i momenti e le situazioni «tragiche» al repertorio di tutte le frasi fatte, senza preoccuparsi di saggiarne la consistenza e di risolverle in un discorso suo, riuscendo ad un linguaggio sempre provvisorio e approssimativo e troppe volte stonato sino alla volgarità. Vien fatto di chiedersi leggendo oggi i suoi romanzi, che ci offrono in ogni pagina testimonianze così vistose di un'assoluta insensibilità linguistica, come egli abbia potuto essere per tanto tempo considerato uno dei maggiori artisti nostri dell'ultimo Ottocento e del primo Novecento, non soltanto da una vasta cerchia di lettori ma anche da critici assai fini, i quali, quand'erano più severi, pur facevano un'eccezione almeno per Piccolo mondo antico. Non è qui il luogo per un saggio critico su Fogazzaro (noi lo abbiamo già del resto nel libro del Donadoni, appassionata disamina dello scrittore, delle sue contraddizioni, delle sue debolezze, della sua superficialità), ma penso convenga dire esplicitamente che il Fogazzaro fu un gentiluomo, dilettante di problemi religiosi, dilettante di casistica erotica, ed anche dilettante scrittore. Né farei eccezione per Piccolo mondo antico, dal quale, non a caso, ho tratto gli esempi di questa nota: poiché quel romanzo si distingue dagli altri, a me pare, non come opera di poesia, ma come opera gradevole (il Donadoni, pur non nascondendone le manchevolezze, ne parla come di un «libro buono»), in quanto veniva incontro ai gusti dei lettori con la rievocazione di un'età a loro cara (un Risorgimento, a dire il vero, un poco oleografico), con un'accorta dosatura di comico e di patetico, con un dramma ideale enunciato peraltro piuttosto che sviluppato, con un contrasto sempre commovente tra buoni e cattivi, con la rinuncia, soprattutto, alle contraddizioni, così stridenti in altri suoi romanzi, di misticismo e di erotismo e alle più scoperte velleità ideologiche. Se poi gradevole riesca anche ai lettori di oggi, non saprei dire: forse la fama è sopravvissuta al libro.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis