ORIGINI E DUECENTO

  • LA SCUOLA SICILIANA
  •  
    Autore: Angelo Monteverdi Tratto da: Poesia politica e amorosa nel Duecento

     
         

    Nel mezzogiorno, il provenzale, pur essendo la lingua d'una poesia ammirata e invidiata, era una lingua assai lontana dagli idiomi paesani, difficile da imparare e da possedere, né la difficoltà potè essere attenuata dalla presenza personale dei trovatori. Non v'erano in Sicilia né in Puglia corti feudali : v'era un'unica grande corte regia, e la liberalità e la magnanimità di chi vi regnava sapeva certo esercitare la sua attrazione sin nei luoghi più remoti. In realtà, ben che molti trovatori celebrassero di lontano l'opera di Federico II, non par che nessuno (o forse uno solo) raggiungesse la sua corte. Perciò chi volle, alla sua corte, imitare poetando la grande arte trobadorica, e volle nello stesso tempo esprimersi senza impaccio e farsi comprendere dai circostanti, ricorse alla lingua da tutti egualmente parlata studiandosi, s'intende, di depurarla, di affinarla, di disciplinarla, di renderla atta a una funzione letteraria, di farle sopportare senza disdoro il paragone con l'aristocratica lingua dei trovatori.

    Fu la grande opera di Federico II e dei poeti che si raccolsero intorno a lui : primo fra tutti il Notaro, Giacomo da Lentino. Questi era siciliano; e altri erano pur siciliani; altri pugliesi, calabresi, campani; qualcuno veniva da Roma o dalla Toscana, uno solo dal settentrione (Percivalle Doria, ch'era anche il solo, appunto perché settentrionale, che poetasse, abbiamo visto, oltre che in lingua di si, come usava alla corte dei suoi re, anche in lingua d'oc, come usava nella sua Genova). Mala maggioranza era meridionale: e la corte che li accoglieva era la corte regia di Sicilia, era una corte essenzialmente meridionale: la lingua che vi si parlava doveva avere caratteri nettamente meridionali : la lingua che i poeti vi si foggiarono non potè avere che un fondo meridionale. Il fatto è che la loro poesia, nonostante il travestimento subito nei manoscritti (tutti, quelli che si conservano, toscani, o settentrionali), ancor rivela nelle rime il suo fondo idiomatico siciliano.

    Chi fa nascere quella poesia a Bologna si lascia illudere da una costruzione fantastica, che non risponde affatto alla realtà. A Bologna poetava Lambertino Buvalelli; e poetava in provenzale. Certo, anche nel settentrione, qualche tentativo di poesia d'arte in volgare italiano non mancò; e si può ricordare il « sirventes lombardesco » che un ignoto autore mandò fuori come « cosa nova ». La « cosa usaa » era però e continuò a essere, in tutto il settentrione, quella di comporre canzoni e serventesi in provenzale.

    Torniamo nel mezzogiorno. La poesia di quella che da tanti secoli chiamiamo « scuola siciliana » senza dubbio è nata qui. Solo la sua nascita meridionale può spiegare sia l'adozione di una lingua diversa da quella tradizionale dei trovatori, sia l'innegabile fondo siciliano della sua lingua, sia, infine, la rinuncia a ogni velleità di trattare argomenti politici.
    Niente v'è nel mezzogiorno di ciò che spiega la fortuna della poesia politica del settentrione. Non corri feudali or guelfe or ghibelline, non liberi comuni aperti al gioco alterno delle fazioni: qui è un unico reame saldamente costituito, retto da una potente monarchia accentratrice.
    Tutta l'attività politica si svolge in un solo senso, mira a un solo scopo, obbedisce a un solo volere. Manca ogni discussione. La polemica si fa cogli estranei, fuor dell'ambito chiuso del regno, sulla vasta scena imperiale; e si fa forza d'epistole e di libelli latini. A che mai le servirebbe la fragile tenuità delle strofe volgari?
    Quando Pier della Vigna si dà ad intonare canzoni nella sua lingua nativa, non pensa ad esprimervi i concetti politici ch'egli è avvezzo a fermare nel suo fiorito latino (e che, d'altra parte, egli non avrebbe alcun bisogno di esporre agli ascoltatori delle sue canzoni). Quando le intona, egli dimentica, e vuol dimenticare, per qualche istante, le sue preoccupazioni consuete.

     

    Amore, in cui disio ed d speranza,
    di voi, bella, m'à dato guiderdone...


    Né fa diversamente lo stesso imperatore. Le gravi cure del governo e del comando tacciono mentr'egli canta:

     

    Poi che ti piace, Amore,
    che io deggia trovare...


    Sembra che la poesia per loro non voglia e non possa essere che una distensione dell'animo. « Amore » cantano, « amore »; e pur ci si chiede se Amore sia veramente il dio che li fa poetare (« trovare », come essi dicono). Anche l'amore, per quei sottili rimatori, è un puro gioco. Ond'è che la loro poesia facilmente s'accomoda di tutte le convenzioni che le impone la dottrina d'amore trobadorica, anche di quelle che più discordano dalla circostante realtà. O se si piega talora a raccogliere, più che non facesse la poesia trobadorica, qualche indisconoscibile motivo popolare, anche questo è un gioco che rivela per mille modi il gusto aristocratico che l'ha ispirato.

     

    'Dolze meo drudo, e vatene:
    meo sire, a Dio t accomanno;
    che ti diparri da mene,

    ed io, tapina, rimanno...
    'Dolze mia donna, lo gire
    non è per mia volontate,
    che mi convene ubidire
    quelli che m'à 'n potestate...


    Di chi sono questi versi? Dicano quel che vogliono i critici; ?'indicazione del codice è chiara: l'autore di questo leggiadro dialogo popolaresco è proprio colui che ha « potestate» di separare gli amanti, di chiamar gli uomini alle armi lungi dalle loro donne: il re, l'imperatore. Gli piace qui di staccarsi da sé stesso, immaginare i sentimenti e le voci d'altre persone, d'umili anonime persone; così come gli è piaciuto altre volte staccare sé stesso dalla sua realtà consueta, darsi una figura immaginaria, la vieta figura del servo sospiroso, nella finzione poetica dell'amore:


                                              ed ò fidanza ne lo mio servire...


    Portar nei suoi versi la sua personalità di sovrano, con le sue cure d'ogni giorno, con le sue lotte d'ogni tempo, è ciò che Federico non vuole. Né vuole che altri intorno a lui lo faccia. Né gli altri vorrebbero, fermi come sono tutti in una stessa concezione della poesia : poesia gioco, poesia oblio della realtà.
     

     
         
    HOME PAGE
         
    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis