FRANCESCO PETRARCA

  • FORMA PETRARCHESCA
  •  
    Autore: Francesco De Sanctis Tratto da: Saggio critico sul Petrarca

     
         

    Possiamo ora aprire il Canzoniere, aprirlo anche a caso. Come i pensieri e i sentimenti stanno ciascuno di per sé, non come parti svolgentisi da intrinseco processo, così ciascuna poesia è un tutto intelligibile in se stessa. Potete leggerlo, come leggereste i pensieri di Pascal, pensiero per pensiero, sonetto per sonetto. E vi sarebbe difficile a leggerlo in altro modo, e, come si dice, d'un fiato; perché, non vi essendo né varietà di soggetti, che desti la curiosità, né una vera successione storica, che vi tenga in una gradevole sospensione, lascereste ben presto il libro per stanchezza. Soprattutto è bene non fermarsi alle prime poesie, e subito buttar fuori il .proprio giudizio; essendo quelle le pessime della raccolta, composte probabilmente più tardi a introduzione. La porta è cattiva, ma l'edifizio è bello; e, se, o lettori, vi dà l'animo d'entrare, io voglio accompagnarvi e fare il cicerone.
    Troveremo sonetti, canzoni, ballate, madrigali, sestine. Ne' poeti antecedenti vi è maggior varietà di versi e di metri, così alla confusa, senza determinazioni; nei seguenti sono comparse nuove forme liriche, alcune recate a perfezione. Il sonetto e la canzone si possono considerare come il nocciolo di tutte queste forme, ed in Dante ed in Petrarca hanno una compiuta espressione...

    Ma sotto queste diverse forme vi è facile riconoscere lo stesso uomo, soprattutto all'elocuzione, all'uso de' colori. Se poeta fu mai atto a raggentilire una lingua ed una poesia, certo fu il Petrarca, dotato di una tanto squisita sensibilità. Nella lingua italiana si sentivano ancora gli elementi diversi che vi entravano, il latino, il municipale, il provenzale. Il Petrarca sviluppò quell'elemento cantabile e musicabile che la costituisce, e ne fece la dolcissima delle lingue. Guidato da un orecchio delicatissimo, vince ciò che di aspro è ancora nella etimologia con lievi cambiamenti eufonici; e questo fa con tanta sicurezza e finezza di gusto, che dove delle parole di Dante molte sono rimase anticate, le sue sono ancor fresche e giovani, come coniate pur ieri. Rifiuta le parole e i pensieri comuni, cerca con accuratezza quelle che rinchiudono il più d'accessorii, esimio soprattutto nella scelta degli epiteti e de' verbi. Mira a comprender molto in poco, a condensar pensieri ed immagini, che spesso ti vengono innanzi, non in virtù delle parole, ma per il solo effetto dello splendore e della grazia del tono. Come nella scelta e nel collocamento delle parole, così nella struttura del verso è artificiosissimo, maestro così dotto di melodie, che spesso, mentre la parola ti dà l'immagine, la melodia- te ne dà il sentimento, quasi testo e musica. Non vuole solamente che la forma sia bella per rispetto alla materia, ma che la sia bella in sé stessa. Ha l'idolatria della parola, non pur come espressione dell'idea, ma staccata, presa in sé come suono, attentissimo a sceverare le parole nobili dalle plebee, le poetiche dalle prosaiche, ed esprimer tutto con forbitezza ed eleganza, come un nobil signore che, anche a dir cose volgari, non dimentica il frasario dei suoi pari. Mai non puoi coglierlo in veste da camera; mai non ti viene innanzi che in guanti gialli e cravatta bianca. Le sue parole son tutte col blasone, tutte pietre preziose; i suoi versi, prima di giungere all'anima, si trattengono deliziosamente nell'orecchio. E poiché la forma opera immediatamente sui lettori, non è maraviglia che tanta perfezione tecnica abbia da prima generato un culto superstizioso per il Petrarca, tenuto per lungo tempo il direttore del gusto pubblico. Quella bella forma fu staccata dal suo fondo, lavorata in sé stessa, insino a che, fatta indiferente al contenuto, si esalò in una vuota sonorità. Ne nacque un gusto fattizio, fondato sopra quattro parole, che per lungo spazio hanno tiranneggiato in Italia: purità, dignità, eleganza e sonorità. Qui è tutta l'arte poetica, qui è il succo dell'arte dello scrivere professata anche oggi da parecchi critici e scrittori sotto il nome di stile letterario...

    Chi ha un po' di pratica del Petrarca, penserà: - Questa bella forma non è un puro artificio tecnico, una costruzione meccanica fatta a freddo ed a priori; ma è il prodotto della sua anima. Checché gli si offre, egli ha una tendenza inconsapevole a trasformarlo in un sensibile, o, per dir meglio, gli si offre sensibilmente; e quel sensato egli ha una tendenza inconsapevole ad abbellirlo e raggentilire. Ha l'istinto della bellezza; quella melodia che sentite nei suoi versi, risonava già nell'anima; quei lumi, quello splendore, quella grazia, quella magnificenza d'elocuzione è un riflesso della luce interiore. Se medita, i pensieri sono illuminati dall'immaginazione; se si duole o s'allegra. l'emozione è trasformata in immagine. L'intimità e la profondità de' sentimenti non è il carattere de' popoli primitivi, come non è de' fanciulli; non è il carattere del Petrarca, che pure in questa via è il più vicino ai popoli adulti. L'emozione e la meditazione passano presso di lui nella contemplazione. Come quel pittore che si inginocchiò innanzi ad un San Girolamo, pinto da lui stesso, il Petrarca rimane rapito e immemore innanzi alla bella faccia immaginata da lui, e dice: - Quanto è bella! -. Né sai se ami più Laura reale, o il bel fantasma che sotto il suo nome gli scintilla innanzi; disposto a consolarsi, se in luogo della donna amata possa aver sempre innanzi il suo fantasma:

     

    In tante parti e sì bella la veggio,
    Che se l'error durasse, altro non cheggio.


    Potete dunque rendervi ragione dell'impressione che la lettura di questo poeta produrrà su di voi. Di rado vi spunta la lacrima, di rado chinate il capo pensosi, assorti negli abissi del vostro cuore. Per entro a questi lamenti amorosi penetra costante serenità, elegante, pulita, abbagliante d'immagini, che vi tiene sempre al di fuori, e vi commuove sì, ma dolcemente, senza turbazione. Prendiamo qualche esempio. Il poeta vuol dire che talora sente de' desiderii sensuali. Un poeta moderno scende subito nella profondità del suo cuore, e vi descrive i diversi fenomeni che accompagnano questo sentimento. Il Petrarca corre subito all'immagine, fa di questo sentimento un sensibile. I desiderii carnali gli si presentano come un mare tempestoso, e paragona sé al povero nocchiero che faticoso e stanco ripara alfine nel porto:

     

    Non d'atra e tempestosa onda marina
    Fuggìo in porto giammai stanco nocchiero,
    Com'io dal fosco e torbido pensiero
    Fuggo ove 'l gran desio mi sprona e 'nchina.


    Sono quattro versi ammirabili. Il primo, con quegli accenti urtantisi sulla sesta e settima sillaba, ti dà come l'accavallare delle onde; il secondo, censurato a torto dal Muratori, con quelle vocali intoppate le une nelle altre ti dà il travaglio e l'affanno dello scampo; quel « fosco e torbido », quel « mi sprona e 'nchina » sono da soli tutta una descrizione. Certo, è questo un gioco d'immagini: l'emozione è rintuzzata, oltrepassata; non è una forza misteriosa che ti scuote l'anima, ma una bella faccia che diletta l'immaginazione. Di che un esempio ancora più scolpito ci dà la canzone quarta:

     

    Nella stagion che 'l ciel rapido inchina.


    Il concetto è che il dolore dell'innamorato poeta non ha mai riposo. In luogo di riflettere lo sguardo in sé ed esprimere tutte la gradazioni ed apparenze del suo dolore, il poeta guarda al di fuori, e fa vari paragoni tra il suo stato e quello degli altri mortali. La vecchierella, che di lontano paese ritorna in patria, dopo le fatiche della giornata trova riposo la sera, dov'io, - dic'egli allora appunto sento crescere il mio dolore. E seguita a questo modo a compararsi col zappadore, col pastore, co' naviganti, co' buoi. Ciascuna strofa contiene uno di questi paragoni. Il contrasto fra la calma della natura ed il proprio affanno, tra il finito di tutte le cose e l'infinità del proprio sentimento, è certo straziante. Ma il paragonato è affatto secondario, ed il sostanziale della canzone è il paragone. Il poeta è attirato fuori verso la natura, come ape verso il fiore, vi si indugia, vi si diletta; diresti che il suo dolore è un pretesto per descrivere ciò che si passa intorno a lui. Invano gitta le alte grida:

     

    Perché dì e notte gli occhi miei son molli


    Sentite che quegli occhi debbono pure in qualche momento essere asciutti, proprio in quel momento che li dice molli, poiché, a veder con quanta compiacenza vi pone innanzi la bellezza di quegli spettacoli, ha ben l'aria di un uomo che, abbattutosi a una bella vista, si asciuga gli occhi e guarda. Il suo dolore è sincero, ma è distratto e raddolcito. Ond'è che questa canzone è rimasta celebre, non come effusione di dolore, ma come tessuto di vaghissime descrizioni. Quella soprattutto della vecchierella pellegrina, e l'altra del pastore sono per grazia e semplicità ciò che di meglio si trova nella poesia italiana.
     

     
         
    HOME PAGE
         
    Letteratura italiana 2002 - Luigi De Bellis