CRITICA: GIAMBATTISTA VICO

 VICO SCRITTORE

 AUTORE: Francesco Flora    TRATTO DA: Opere

 

L'opera del Vico è una narrazione mitologica e poetica, informata alla fantasia divinamente fanciullesca ch'egli ebbe, in un rapimento che assomiglia l'heroico furore bruniano. Mentre egli ricerca religiosamente il vero; e col rito più grave, la fantasia gli traduce in forme viventi d'uomini e di terre quelle nude concezioni. I tempi e gli spazi della storia si fan suono e lume: e quel che di corporeo porta in noi ogni più assottigliata idea, ai confini ultimi in cui la mente chiude tutti i sensi e fino i sogni della memoria per pensare il puro essere e il puro nulla, e sempre trova un'immagine e un segno, ombra di vuoto, numero matematico, il Vico sentì in grado sovrumano. La verità gli si traduce in una metafora, che, talvolta, amata per se medesima, gli farà quasi dimenticare l'idea donde nacque.
Il senso di un poema fu subito avvertito da coloro che primi amarono la Scienza nuova, e taluno ne indicò l'estro lirico e richiamò l'ode, e talaltro la paragonò alla Divina Commedia. Il paragone è spontaneo, se pur l'opera vichiana non raggiunga per alcun verso l'euritmia indicibilmente compiuta della Commedia: spontaneo per l'ambizione comune alle due opere di serrare in un circolo eterno tutto il mondo e gli eventi passati e i futuri, per l'energia che muta i concetti in forme corporee e metaforiche, per l'altezza severa dell'espressione, verde a un tempo e matura, nuovissima e pure antica...

Un concetto, un momento ideale della mente e della storia, prende forma e figura nello stile del Vico: diventa una persona, un fatto mitico. Ha trovato l'essenza della poesia come «prima operazione della mente umana», eterna fantasia dell'uomo che precede idealmente la riflessione logica, come scoprirà Omero «un'idea ovvero un carattere eroico d'uomini greci, in quanto essi narravano, cantando, le loro storie»; ha trovato la «Logica poetica» che i moderni han tradotto nella parola «Estetica», riconoscendo in lui il padre di questa nuova dottrina: ed ecco come, in un certo suo passo, esprime quella scoperta filosofica:

«Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione.» Ma subito la sua idea si tramuta in immagine: «ed è proprietà de' fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarci come se fussero, quelle, persone vive». Allora, assumendo come unità l'idea e l'immagine, trae una nuova conclusione mitologica: «Questa degnità filologico-filosofica ne approva che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti». Ognuno può cogliere i balzi pindarici d'un periodo come quello citato.

Ha scoperto la spontanea nascita del mito «nella vasta immaginativa di que' primi uomini, le menti de' quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualizzate, perch'erano tutte immerse ne' sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne' corpi»: e il mito gli si è svelato una storia primitiva che gli uomini formano e credono, non già l'allegoria di concetti o il travestimento di fatti eroici reali. Così, dicendo egli che i primi uomini furori di natura sublimi poeti, ha veramente detto che furono gli inventori della storia primitiva. E d'un subito la scoperta gli si traduce essa stessa in immagini mitologiche.
Qui si svolgono alcuni di quei suoi motivi primevi, un che di silvestre e di aurato, che han la trama di una sinfonia: e par che il richiamo d'un solo, come in rime ideali ed echi e specchi della mente, faccia risuonare tutti gli altri nelle loro armoniche segrete. Perfino la sintassi coltissima, e tuttavia irregolare, contribuisce a questo incanto...

Il Vico scrittore aveva ben chiara coscienza della sua virtù letteraria e nell'Autobiografia, a proposito di una sua orazione in morte di donna Angiola Cimini marchesana della Petrella, scrive: «il Vico vi volle fare esperienza quanto la dilicatezza de' sensi greci potesse comportare il grande dell'espressioni romane, e dell'uno e dell'altro fosse capace l'italiana favella».
Tra i sublimi irregolari della nostra letteratura, sino al Cellini, la sua prosa è coltissima. Alla base della sua espressione e della sua, talvolta, anarchica sintassi è un humus di classico latino, specialmente tacitiano; ed è degno di nota che la sua prosa latina ha una compostezza ed euritmia assai maggiori che non abbia la sua prosa italiana. Le proposizioni del suo periodo non si possono ripetere se non come versi, con un'intenzione di canto: e alla poesia sempre riportano le rispondenze analogiche delle idee e i paralleli delle metafore, non per la gioia del concettismo, ma per la genuina letizia delle discoverte, degli accostamenti, dei ricorsi.

In alcuni suoi numeri, o anzi nella grandezza del numero, questa prosa richiama poi la splendente prosa del Tasso, che unisce la duttile e un po' languida eleganza metrica del Mezzogiorno, con la netta proprietà toscana; ma è più rilevata e succinta. Talvolta la sua espressione sembra tradotta in termini toschi dal dialetto napoletano: talaltra si direbbe che egli abbia seguito un cammino più lungo, e avendo tradotta in latino la frase dialettale, la ritraduca in aulica parlata toscana, con quell'aria assorta e canora che è attenta al minimo rilievo: al punto che anche tipograficamente il Vico sembra aver percorso con l'abbondanza dei caratteri la stampa dei moderni paroliberi.
In quei casi l'ammirazione nostra per il Vico è sempre accompagnata da un sorriso, che non è già quella tenerezza stupita con la quale si accompagna la prosa fanciulla dei primi secoli, ma la previsione di un non so che ingenuamente comico. Sono confidenze che il genio del Vico non potrebbe considerare irriverenti, tanto sono accompagnate dalla riverenza genuina verso la sua grandezza; ma esse sono incoercibili quando, in quei periodi che scoppiano l'uno dall'altro come fuochi d'artificio, la prosa si concentra come può in una descrizione solenne, e scatta improvviso un particolare di tutto diverso tono. Pensate questa meravigliosa visione: «Gli eroi, per la fresca origine gigantesca, erano in sommo grado goffi e fieri, quali ci sono stati detti los patacones, di cortissimo intendimento, di vastissime fantasie, di violentissime passioni. Per lo che dovetter essere zotici, crudi, aspri, fieri, orgogliosi, difficili ed ostinati ne' loro propositi e, nello stesso tempo, mobilissimi al presentarsi loro de' nuovi contrarii obbietti». Ma quei patacones inattesi, in una così severa prosa, sforzano irrimediabilmente al sorriso.

È un linguaggio «ricercato» sempre, e tuttavia spontaneo, virgineo. Tutta una serie di espressioni vichiane ha tal personale suggello che il dizionario e la grammatica non ci hanno che fare: e son restate sue, e non han possibilità di accasarsi nella prosa altrui, senza subito parere: non hanno agevolezza di entrar nella comune lingua, come, ad esempio, nella nostra poesia entrò tutta la fraseologia petrarchesca: conservano la lor origine vichiana, che com'era insolita pur nei suoi tempi, è stranamente antica e solitaria anche per noi. Le parole «eroico, favoloso, barbarie, favole eroiche, degnità» ecc., come in parte abbiamo notato, sono assunte dal Vico in un significato tutto suo, anzi originario: e non so quale scrittore italiano fu mai da dire come il Vico inventore di parole e di significati nuovi.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis