LETTERATURA ITALIANA: DANTE ALIGHIERI

 

Luigi De Bellis

 


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Dante: la Divina Commedia in prosa


Inferno: canto XXIX

Gli innumerevoli peccatori e le mostruose ferite avevano riempito d’orrore a tal punto i miei occhi, che questi erano desiderosi di piangere;

ma Virgilio mi disse: " Che cosa scruti con tanta insistenza ? perché il tuo sguardo si posa ancora laggiù in mezzo alle abiette anime mutilate ?

La descrizione delle mutilazioni inferte dalla giustizia divina ai seminatori di discordia si è mantenuta, lungo tutto l’arco del canto precedente, sul piano di una cruda oggettività, volta ad esprimere la recisa condanna del Poeta per coloro che hanno introdotto, nell’ordinato vivere sociale, i germi dell’anarchia e della violenza. Soltanto qui, nei versi con cui il canto XXIX inizia, riaffiora un elemento soggettivo: Dante esprime il proprio dolore, o, meglio precisando, l’incommensurabilità del proprio dolore (splendido l’accostamento di inebriate a luci: la fonte di ogni chiarezza, dell’evidenza sensibile non meno che di quella razionale, è come travolta, sommersa dalla sofferenza) alla vista dello spettacolo ritratto, in precedenza, con mano ferma e spietata. Scrive il Sapegno: "La tensione drammatica che, nel canto XXVIII, sorregge in un atroce crescendo la rappresentazione di sangue e di piaghe dei seminatori di discordia, s’allenta e si scioglie, nella prima parte del canto XXIX, in un tono di elegia tormentosa". Sempre del Sapegno è l’osservazione che il rimprovero di Virgilio "stimola Dante a sviscerare e render chiaro dentro di sé il motivo segreto di quella perplessità e di quell’angoscia, e, chiarendolo, a prender coscienza dei suoi limiti, e cioè a superarlo". La vaghezza di piangere - che nel Petrarca esprimerà un compiacimento dello scrittore per il proprio soffrire, una fuga dal mondo nell’interiorità dei sentimenti, là dove il mondo, riflettendosi, perde progressivamente la fermezza dei suoi contorni, per dissolversi in sogno, incertezza, sconforto (Rime XXXVII, verso 63: "gli occhi ... di sempre pianger vaghi", espressione lontanissima, come significato complessivo, da quella del verso 3 di questo canto, per la presenza dell’avverbio " sempre") è da Dante considerata colpevole, in quanto allontana l’uomo dalla chiarezza razionale e dalla operosità (la virtute e canoscenza di Ulisse).

Non hai fatto così nelle altre bolge: se tu pretendi di contare le anime, pensa che la bolgia ha una circonferenza di ventidue miglia.

E la luna è già sotto di, noi (agli antipodi di Gerusalemme: sono all’incirca le ore tredici): ormai il tempo concessoci è breve (dovendo i due poeti percorrere l’itinerario infernale in non più di ventiquattro ore ed essendone trascorse diciotto, restano loro soltanto sei ore per concludere il viaggio tra i dannati), e sono da vedere cose diverse da quelle che staì guardando".

"Se tu avessi" gli risposi subito io " fatto attenzione al motivo per cui guardavo, forse mi avresti concesso di fermarmi ancora."

Intanto Virgilio si avviava, e io lo seguivo. già dandogli la risposta. e soggiungendo: " Dentro quella bolgia

dove io poco fa avevo lo sguardo così fisso, credo che uno spirito della mia famiglia sconti con dolore il peccato che laggiù sì paga così atrocemente ".

Disse allora Virgilio: " D’ora in poi non pensare più a lui: poni mente ad altre cose, ed egli resti là;

giacché io lo vidi alla base del ponticello mentre ti indicava (agli altri dannati), e proferiva aspre minacce agitando il dito, e udii che lo chiamavano Geri del Bello.

Geri del Bello, cugino di primo grado del padre di Dante, secondo quanto afferma uno dei figli del Poeta, Pietro Alighieri, fu ucciso da un membro della famiglia dei Sacchetti. Un altro dei figli del Poeta, Jacopo, attribuisce la sua morte violenta al fatto che fosse un seminatore di discordia. L’inimicizia tra i casati degli Alighieri e dei Sacchetti durò fino al 1342, Allorché, per iniziativa del Duca d’Atene, fu stipulato in forma ufficiale un patto di riconciliazione tra le due famiglie. "Dante - osserva il Grablier - non fa entrare direttamente in scena la figura di Geri e non la fa parlare; eppure le dà un rilievo potentissimo: con l’atmosfera che le suscita intorno riflettendo su di essa i fieri e accorati sentimenti del proprio animo; chiudendola nel disdegno e nel silenzio; facendo sì che soltanto Virgilio l’abbia vista e la profili su uno sfondo scuro e lontano, dove resta incisa in un gesto: in quel minacciar forte col dito che evoca un volto, un’anima, un dramma."

Tu eri allora così completamente occupato a guardare il signore di Hautefort (colui che già tenne Altaforte: Bertran de Born), che non volgesti lo sguardo in quella direzione, finché quello (Geri) non se ne fu andato ".

" O mio signore, la sua morte violenta che non è stata ancora vendicata " dissi " da alcuno che (per vincolo di sangue) sia partecipe dell’ingiuria subìta,

lo riempie di sdegno; per cui egli, come io penso, si allontanò senza rivolgermi la parola: proprio per ciò mi ha reso più pietoso verso di lui. "

La vendetta privata era, ai tempi di Dante. un diritto che le leggi riconoscevano e riservavano alla parentela dell’offeso; questa era considerata consorte, cioè compartecipe del danno subito. Per il Grablier "Dante resta qui legato al senso medioevale della consorteria e dei suoi offesi diritti", laddove l’interpretazione che il Sapegno dà della "pietà" del Poeta nei confronti del suo congiunto appare più complessa, sfumata e, in ultima analisi, più persuasiva. Secondo il punto di vista del Sapegno "la meditazione del messaggio cristiano e l’alto senso della giustizia e della pace, maturato attraverso le amare vicende dell’esilio e la susseguente speculazione politica" avrebbero determinato in Dante, nel periodo in cui scriveva la Commedia, "un atteggiamento di distacco e di superiorità nei riguardi di certe superstiti usanze barbariche dei suoi contemporanei". In particolare. nell’episodio di Geri del Bello, da nessuna delle parole del Poeta "traspare il rimpianto di una vendetta mancata; sì, se mai, un senso di alta e pur distaccata pietà, che comprende e compatisce, ma non è mai ìndulgenza e tanto meno rinunzia ad un ideale etico superiore".

Così discorremmo finché si giunse in quella parte del ponte dalla quale per la prima volta l’altra bolgia sarebbe visibile, se vi fosse più luce, interamente, fino in fondo.

Allorché giungemmo sopra l’ultima fossa circolare di Malebolge, così che i dannati, che vi erano dentro potevano mostrarsi alla nostra vista,

mi colpirono terribili lamenti, penetranti come frecce dalle punte armate di dolore; per cui mi coprii le orecchie con le mani.

La decima bolgia è designata, al verso 40, col termine chiostra (luogo chiuso nel quale sono a loro volta chiuse le anime dei peccatori), parola usata nel Medioevo anche per indicare il chiostro, il monastero. L’ambiguità di questa parola legittima l’immagine dei conversi: poiché la bolgia è un chiostro, i dannati in essa contenuti si determinano sarcasticamente - ma è un sarcasmo triste, severo, affatto alieno dalla leggiera ironia che alcuni hanno preteso scorgervi - come frati (i conversi sono i frati laici, non ordinati sacerdoti). Prendendo lo spunto dall’analisi di due immagini contenute nelle terzine 40 e 43 (quella del conversi e quella dei lamenti... che di pietà ferrati avean li strali, metafora quest’ultima giudicata da molti barocca, priva di risonanze liriche, freddamente concettuale, e dal Sapegno, con più precisa determinazione storica, ricondotta nell’ambito del linguaggio lirico medievale) il Gallardo osserva: "L’immagine, ricercata, elaborata, è caratteristica di questo canto, in cui lo stile raffinatissimo, non solo, come già altrove, nell’uso di vocaboli dotti o plebei, il cui accostamento rende prezioso l’insieme, ma anche nel giro delle frasi, nella scelta delle immagini, che, anche se ispirate alla vita comune, sono rappresentate in modo da farne sottolineare il carattere raro e inconsueto, crea una sorta di distacco tra il Poeta e il mondo di mali fisici, di morbi ripugnanti e pietosi che egli descrive da artista consapevole della propria arte".

Quale sarebbe il dolore, se le malattie degli ospedali della Valdichiana e della Maremma e della Sardegna (tre zone particolarmente paludose e malsane) che si manifestano tra luglio e settembre,

fossero riunite insieme in una fossa, tale era il dolore in questo luogo, e da esso emanava un fetore simile a quello che suole diffondersi dalle membra putrefatte.

Lo spettacolo dei dannati racchiusi nella decima bolgia è veduto dapprima nel suo complesso: l’orrore che ne deriva non trova riscontro nella realtà dei mali della terra. Il Poeta ricorre perciò ad una similitudine analoga a quella con cui si apre il canto XXVIII, nonché a quella che, nel canto XXIV (versi 85-90), introduce allo spettacolo delle trasformazioni dei ladrì. Si tratta di similitudini ipotetiche (anche se, per quella del canto XXIV, questa designazione non appare convalidata dalla sua struttura sintattica), il cui termine di raffronto risulta dalla presenza simultanea, in un luogo relativamente ristretto, dì elementi reali che nella nostra esperienza si mostrano ampìamente dispersi nel tempo e nello spazio. Per quel che riguarda in particolare il rapporto che lega la similitudine ìniziale del canto dei seminatori di discordia a quella che ha come suo termine di raffronto i morbi contenuti negli ospedali della Valdichiana, della Maremma e della Sardegna, chiarificatrici appaiono le seguenti osservazioni del Grabher: "Dal carname dei corpi " smozzicati " (verso 6), eccoci al carname de le marcite membre, dal "modo sozzo" (XXVIII, 21) al puzzo. Di tormento in tormento la persona umana è " torta ", dilaniata, si disfà, marcisce; e Dante si tormenta anche lui a cercare nel nostro mondo una realtà che si avvìcini a quella paurosa realtà e ne dia una qualche immagìne; come ha chiaramente mostrato all’inizio del canto precedente, dove ha sentito l’insufficienza dell’arte e dell’umano linguaggio e dove ha chiamato a paragone tutta la gente straziata durante secoli di guerre".

Noi scendemmo dal lungo ponte (l’insieme degli archi di pietra che attraversano Malebolge) sull’ultimo argine, sempre dalla parte sinistra; e allora la mia vista divenne più chiara

giù verso il fondo, là dove l’infallibile giustizia esecutrice dei voleri di Dio punisce i falsari che segna sul suo libro mentre sono ancora ìn vita (qui: sulla terra).

Non credo che fosse maggiormente triste vedere in Egina tutto il popolo malato, quando l’aria fu così piena di germi pestilenziali,

che morirono tutti gli esseri viventi, fino al piccolo verme, dopodiché gli antichi abitanti, secondo quanto i poeti affermano come cosa certa,

rinacquero dalla specie delle formiche, di quanto fosse vedere in quella buia valle soffrire le anime ammucchiate in cumuli orribili.

Secondo quanto narra Ovidio nelle Metamorfosi (VII, versi 523-660), Giunone per vendicarsi della ninfa Egina amata da Giove, inviò nell’isola in cui la ninfa dimorava (e che da questa ninfa prese il nome) una pestilenza alla quale il solo re Eaco sopravvisse. Questi ottenne da Giove che le formiche da lui scorte mentre si trovava sotto una quercia si trasformassero in uomini. Dante condensa, in un breve giro di frasi, il diffuso racconto ovidiano, non senza una punta di lieve ironia verso l’illustre modello al quale si è ispirato (verso 63). Come ha posto acutamente in rilievo il Malagoli, sia lo spettacolo apparso agli occhi di Dante dall’alto dell’ultimo argine di Malebolge sia l’evocazione mitologica della peste di Egina "si sviluppano dall’espressione a veder, che, posta all’inizio (verso 58) e ripetuta alla fine (verso 65), regge tutto il complesso periodo... E come nel primo termine di paragone la visività risalta nell’immagine del cascaron tutti, così nel secondo si concreta nella rappresentazione degli spiriti languenti per diverse biche".

Alcuni giacevano sul ventre, altri addossati gli uni alle spalle degli altri, altri ancora si trascinavano carponi lungo il miserevole cammino.

Procedevamo lentamente senza parlare, osservando e ascoltando i malati, che non potevano alzarsi in piedi.

lo vidi due sedere appoggiati l’uno all’altro, come si mette a scaldare teglia contro teglia, macchiati di croste dalla testa ai piedi;

e giammai vidi usare la striglia da un garzone di stalla quando è atteso dal suo padrone, né da colui che sta sveglio malvolentieri (e quindi desidera terminare presto il suo lavoro),

con la furia con la quale ognuno di essi si grattava spesso con le unghie per il gran tormento del prurito, che non trovava altro sollievo;

e le unghie staccavano le croste, come il coltello raschia le squame della scardova (pesce d’acqua dolce) o di altro pesce che le abbia anche più grandi.

" O tu che ti togli le croste (come se fossero le maglie di un’armatura: ti dismaglíe) con le unghie " cominciò a dire Virgilio a uno di loro, " e che talvolta le usi come fossero tenaglie,

dicci se tra quelli che sono in questo luogo vi è qualche italiano; così possa l’unghia durarti in eterno per il lavoro che compi. "

Nell’ "insistente brulicare di immagini scelte con bizzarra fantasia" che caratterizza la presentazione dei due peccatori che siedono a sé poggiati V. Rossi ha scorto un "atteggiamento scherzoso" del Poeta nei loro confronti, il Sapegno uno stato d’animo "altrettanto lontano dallo sdegno come dalla pietà", mentre il Grablier ritiene piuttosto che "nella stessa struttura fonica e ritmica del passo" si rifletta, "in un clima di... allucinante disperazione", la gran rabbia del pizzicor che tormenta i due dannati. Indipendentemente comunque dalla particolare tonalità che ciascuna di questi critici ha creduto di individuare in queste terzine, occorre rilevare la funzione degradante, intesa a costringere l’umano entro i termini della bruta materia, che rivestono i paragoni della tegghia, della stregghia, del coltel, nonché l’amaro sarcasmo che caratterizza le parole dì Virgilio.
Il primo gruppo di falsador - questi risultano divisi in quattro categorie: falsificatori di metalli o alchimisti, di persone, di parole, di monete - che Dante e Virgilio incontrano è quello dei falsificatorí di metalli. Per essi, secondo il Chimenz, il contrappasso "potrebbe consistere in ciò, che, come corruppero i metalli, assoggettandoli, a scaglie a scaglie, ai processi alchimistici, così ora hanno le membra corrotte e si graffiano rabbiosamente le croste scabbiose; ma il concetto fondamentale di corruzione sembra troppo generico, essendo applicabile a molte altre specie di peccatori; anzi, propriamente, ogni peccato è una corruzione dell’intelletto. E’ probabile che questo genere di pena fosse suggerito a Dante dall’opinione, non infondata, che gli alchimisti, trattando acidi e sostanze nocive, contraessero malattie di vario genere; e, per analogia, assegnasse ad essi le malattie come tormento eterno".

" Noi, che tu qui vedi ambedue così sfigurati, siamo italiani " rispose uno di loro piangendo; " ma tu chi sei che hai chiesto di noi? "

E Virgilio disse: " Sono uno che scende giù di cerchio in cerchio con questo essere vivente, e voglio mostrargli l’inferno ".

Allora si staccarono l’uno dall’altro (si ruppe lo comun rincalzo: si ruppe il reciproco appoggio); e ciascuno tremando si rivolse a me con altri che avevano ascoltato indirettamente.

Dopo le crude immagini dei versi precedenti, un gerundio - tremando - riconduce i dannati di questa bolgia entro una dimensione umana, ci fa sentire in loro, al di là dei peccatori, dei nostri simili. Le metafore fin qui usate dal Poeta avevano accentuato l’immobilità di questi dannati - quasi fossero cose inanimate: ricordiamo le biche, i covoni di anime del verso 66 - o una loro mobilità frenetica, che nulla più aveva di umano (versi 76-84). Qui come altrove, in presenza di Dante - il vivo che nella immobilità dell’eterno riconduce il tremore del tempo, il brivido, se non della speranza, dei rimpianto, degli affetti perduti - la morta gente risuscita per un attimo alla vita. Nel verso 98 "la meraviglia si risolve tutta in un tremare. Sulla cruda materialità della scena spicca più netta la vibrazione della vita morale: più netta e più cupa" (Malagoli).

Il buon Virgilio si accostò con tutta la persona a me, dicendo: " Chiedi loro ciò che vuoi "; e io cominciai, dal momento che egli lo volle :

" Possa il ricordo di voi non dileguarsi in terra dalla memoria degli uomini, ma possa vivere per molti anni,

ditemi chi siete e di quali città: la vostra ripugnante e dolorosa pena non vi impedisca, per la paura, di rivelarmi i vostri nomi ".

Nel rivolgersi ai due falsari Dante si dimostra più cortese e pietoso di Virgilio: li tratta come uomini, riesce a scorgere in loro la nostalgia per il mondo dei vivi (il primo mondo, quel mondo che nessuno dei dannati, per quanto oppresso dalle pene più atroci, riesce a dimenticare) e il desiderio di sopravvivere nel ricordo di questi. Il solo dolore che Virgilio aveva invece veduto in essi era stato il pizzicor, che non ha più soccorso, il solo desiderio attribuito loro dal poeta latìno era stato quello di poter etternalmente proseguire a lacerarsi con le unghie.

" Io nacqui ad Arezzo, e Albero da Siena " rispose uno " mi fece mandare al rogo; ma la colpa per la quale io morii non è quella che mi conduce in questa bolgia.

E’ vero che gli dissi, scherzando: "Io saprei alzarmi in volo per l’aria"; e quello, che era curioso e stolto,

volle che gliene insegnassi la maniera; e solo perché non fecì di lui un Dedalo (il mitico costruttore del Labirinto, che attraversò a volo il Mediterraneo, da Creta alla Sicilia; cfr. canto XVII, versi 109-111), mi fece bruciare da un tale che lo teneva in conto di figlio (il vescovo di Siena).

Ma nell’ultima delle dieci bolge, per la sofisticazione dei metalli (alchimia) che praticai in terra, mi condannò Minosse, a cui non è possibile sbaglìare. "

Il personaggio che qui parla è Griffolino d’Arezzo, definito da un antico commentatore, il Bambaglioli, "grande e sottilissimo alchimista". Egli fu arso vivo sul rogo come eretico, ma il motivo reale della sua condanna, avvenuta prima del 1272, fu, come egli stesso racconta, il fatto che non riuscì a trasformare in un nuovo Dedalo uno sciocco e presuntuoso senese. Quest’ultimo, di nome Albero, godendo dell’appoggio del vescovo di Siena, del quale forse era figlio, lo fece processare e mandare al rogo come eretico. "Si noti - osserva il Grabher - il tono canzonatorio di quel mi saprei levar... che non dà nulla per certo, ma che Albero intende come cosa serissima." Quanto all’espressione perch’io nol feci Dedalo, ricca di maliziosi sottintesi, essa "motteggia coll’arguzia del doppio senso la scempiaggine di quel vanesio, ch’avea vaghezza e senno poco, mentre poi l’infallibile giustizia di Minosse, celebrata nel verso con cui Griffolino suggella solennemente il suo piano e brioso racconto (verso 120), si contrappone... alla giustizia di chi, vescovo o inquisitore dell’eretica pravità, aveva imbastito un’accusa di eresia o di negromanzia per consumare una stolta vendetta personale" (RossiFrascino). Il contrasto tra la giustizia umana, di sua natura imperfetta, e quella divina, immune da errori, è messo in forte rilievo dall’asciutto, scandito contrapporsi l’uno all’altro dei due emistichi del verso 111.

E dissi a Virgilio: "Vi fu mai gente così fatua come la senese? Di certo non lo è tanto nemmeno quella francese! "

Allora l’altro lebbroso, che mi udì, rispose alle mie parole: " Escludi Stricca che seppe spendere con moderazione,

e Niccolò che per primo introdusse la costosa usanza del garofano nel giardino, dove tale seme attecchisce (cioè in Siena);

ed escludi la brigata facendo parte della quale Caccia d’Asciano dilapidò i vigneti e i grandi boschi, e l’Abbagliato dimostrò il suo senno.

I Senesi menzionati da Capocchio sono Stricca dei Salimbeni (o secondo altri dei Tolomei), Niccolò dei Salimbeni (o dei Bonsignori), il cui vanto maggiore sarebbe, secondo l’insinuazione del dannato, quello di avere diffuso a Siena l’usanza dì rendere i cibi più saporiti con i chiodi di garofano, Caccia di Asciano degli Scialenghi, che dissipò le sue ricchezze, consistenti in beni fondiari (la vigna e la gran fronda), per alimentare la sua smodata e vanitosa prodigalità, e Bartolomeo dei Folcacchieri, soprannominato l’Abbagliato, appartenenti tutti alla brigata "spendereccia" o "godereccia", costituitasi a Siena nella seconda metà del Duecento.

Ma affinché tu sappia chi è a tal punto d’accordo con te contro i Senesi, aguzza la vista verso di me, in modo che il mio viso ti si mostri chiaramente:

così t’accorgerai che io sono l’anima di Capocchio, che per mezzo dell’alchimia falsificai i metalli: e ti devi ricordare, se ti riconosco bene,

come io fui esperto imitatore della natura ".

Di Capocchio, probabilmente fiorentino. l’Ottimo scrive che fu "sotttilissimo alchimista, e perocché operando in Siena questa alchimia fu arso, si mostra suo odio contro i Senesi" e l’Anonimo Fìorentìno che "seppe contraffare ogni uomo che volea, e ogni cosa, tanto che egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contraffacea in ciascun atto".
"Capocchio è - come ha ben visto il Gallardo - uno di quegli spiriti ricchi di ingegno e di umore bizzarro, incostante, ironico nella polemica e ironico verso se stesso (e basti quel buona scimia con cui si conclude il suo discorso) a Dante non discari. E tutto umoroso, vario ed ironico è il suo discorso, ingegnoso nel giro della frase, senza parere ricercato nelle parole. capace di dar risalto ai particolari sìgnificativi: le temperate spese; la costuma ricca; la vigna e la gran fronda; ecc."





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