LETTERATURA ITALIANA: DANTE ALIGHIERI

 

Luigi De Bellis

 


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Dante: la Divina Commedia in prosa


Inferno: canto XXIV

In quel periodo dell’anno nato da poco in cui il sole rende più caldi i suoi raggi trovandosi nella costellazione dell’Acquario e già le notti si avviano a durare dodici ore,

quando la brina riproduce sulla terra l’aspetto della neve, ma la sua penna (con la quale ritrae l’immagine della neve) si spunta rapidamente,

il povero contadino al quale mancano le provviste, si alza, e guarda, e vede tutta la campagna imbiancata, per cui si percuote il fianco,

rientra in casa, e andando di qua e di là si lamenta, come il misero che non sa cosa fare: poi torna fuori, e riprende la speranza,

vedendo che il mondo ha mutato in poco tempo aspetto, e prende il suo bastone, e spinge fuori le pecorelle al pascolo.

Il sole, che si trova nella costellazione dell’Acquario dal 21 gennaio al 21 febbraio, era personificato nella mitologia classica dal dio Apollo, al quale si riferiscono le due espressioni, rispettivamente di Stazio e di Virgilio, dalle quali Dante ha probabilmente tratto ispirazione per l’immagine "in certo senso " prebarocca "" (Maier) del verso 2: "crinem... temperat" (Stazio Silvae I, 2, 14-15) e "crinitus Apollo" (Virgilio - Eneide IX. 638).
L’esordio di questo canto, di particolare ampiezza e complessità e nel quale "una fine impressione naturalistica si è unita a una limpida suggestione letteraria" (Maier), può dare l’impressione di non aver nulla in comune con la narrazione del viaggio dei due poeti (per il Sapegno esso ha "un carattere " extravagante " rispetto alla linea narrativa") e contrasta singolarmente con l’opprimente atmosfera infernale. Esso è stato pertanto considerato generalmente come un pezzo a sé, una miniatura (secondo il Fubini, negli esordi "Dante dovette pensare molte volte al libro miniato") perfetta nei suoi contorni, ma scarsamente funzionale nello scorrere del racconto. Così il Momigliano, pur caratterizzandolo felicemente ("un quadro fresco, pungente, di campagna mattutina, un lontano presentimento di primavera"), si limita a considerarlo alla stregua di un "bellissimo frammento". Il Pézard sottolinea l’affinità fra l’arte di Dante e quella dei pittori che si ispirarono alla tradizione medievale.
Il Sapegno giudica la similitudine del villanello, già dal Tommaseo ritenuta "troppo erudita", negativamente: "Il gusto del paesaggio, che ispira questi versi, non ha nulla a che vedere con il realismo schietto e robusto di certe similitudini della Commedia, dove il linguaggio acquista un’intensità ed efficacia espressiva tanto più grande quanto più aderisce con immediatezza a una verità familiare e quotidiana". Tale giudizio, mentre esprime la preferenza del critico per quel tipo di realismo che forse caratterizza con maggiore autorevolezza la poesia di Dante, non rende tuttavia conto del fascino di queste terzine. Esso, come ha rilevato il Maier, si sprigiona dal contrasto tra la vita quotidiana, fatta di umili ed elementari bisogni, del villanello (per cui, ad esempio la sua speranza "è rapportata al suo piccolo mondo agreste e introdotta con un verbo che allude metaforicamente ai cesti da lui usati, con vigorosa, densa e utilitaristica materializzazione di un atteggiamento spirituale") e l’"esitodi squisito addobbo espressivo, sin quasi al margine della virtuosità e della ricercatezza" cui questa umile vita quotidiana è ricondotta attraverso la metafora del verso 2, l’uso del termine "assemprare", la definizione perifrastica della neve ed il richiamo, a proposito di un fenomeno naturale come la brinata, al lavoro dell’amanuense (penna). Anche per il Malagoli il carattere distintivo di questa similitudine deve essere ricercato nell’intrecciarsi di determinazioni metaforiche e determinazioni reali. Dal punto di vista dell’ordito sintattico e stilistico, possiamo notare che qui, come del resto ovunque nella Commedia, mentre la perifrasi e la subordinazione (in quella parte... che... quando) tendono a ricondurre la realtà al pensiero, cogliendo in essa un ordine immutabile (qui il ritmo delle stagioni) e una struttura logica, la coordinazione (e già le notti... ma poco dura... si leva, e guarda , e vede... ) e la designazione diretta rispondono invece al proposito di coglierla nella schiettezza dei suo manifestarsi, anteriormente ad ogni determinazione concettuale.
Contro l’opinione dei critici che hanno ritenuto ingiustificata l’inserzione, in questo punto dei racconto, di tale scena idilliaca (il dolore del villanello a confronto delle pene infernali appare ingenua testimonianza di una condizione felice), l’Apollonio rileva che l’apertura del canto XXIV si giustifica proprio per il contrasto che in essa viene istituito fra "la magia bianca di quelle figure mitologiche che personificano le vicende delle stagioni... e la magia nera delle metamorfosi d’inferno". A sua volta il Mattalia ritiene che la sua funzione di preludio, "poggiando sul motivo delle illusionistiche appariscenze (brina, neve, dissoluzione in vapore) si estende a tutta la materia dei canti XXIV e XXV, la sezione che Dante ha voluto ritagliarsi nel poema per i suoi agonistici e compiaciuti orgogli di inventivo competitore di Ovidio (Lucano in linea subordinata), il grande " maestro " delle "trasformazioni " operate poetando".

Nello stesso modo Virgilio mi fece sbigottire quando lo vidi con aspetto così turbato, ed altrettanto rapidamente giunse la medicina al mio spavento,

poiché, non appena giungemmo al ponte franato, la mia guida si rivolse a me con quell’atteggiamento affettuoso che io avevo precedentemente veduto ai piedi del colle (canto I, versi 13 e 77).

Aprì le braccia, dopo aver preso dentro di sé una decisione e aver osservato prima attentamente la frana, e mi afferrò.

E come colui che agisce e valuta, il quale dà sempre l’impressione di pensare prima di agire, in tal modo, mentre mi sollevava verso la sommità

di un masso sporgente, cercava con lo sguardo un’altra sporgenza dicendo: " Afferrati poi a quella; ma accertati prima se è abbastanza salda da reggerti ".

Quella non era una strada che gli ipocriti, vestiti delle loro pesanti cappe, avrebbero potuto percorrere, poiché a stento noi, egli leggero (perché puro spirito) e io spinto da lui, potevamo salire di appiglio in appiglio;

e se non fosse stato per il fatto che su quell’argine più che sull’altro il pendio era breve, non so cosa sarebbe accaduto a Virgilio, ma io senz’altro sarei stato sopraffatto (dalla stanchezza).

Ma poiché Malebolge è tutta quanta inclinata verso l’apertura della voragine più bassa (che porta al nono cerchio), la posizione di ogni bolgia comporta

che un argine (quello esterno) si eleva maggiormente e l’altro (quello interno) è invece più basso: noi infine giungemmo sulla sommità dalla quale l’ultimo masso (del ponte franato) sporge in fuori.

Dante non si accontenta di darci una descrizione del modo in cui il paesaggio infernale gli è apparso nel corso del suo viaggio, ma vuole altresì ragguagliarci su quello che esso è in sé: una struttura geometrica in cui si riflette la volontà ordinatrice di Dio. Di qui la sua costante preoccupazione di determinare, attraverso una terminologia tecnicamente precisa, forme, rapporti spaziali e misure del suo oltretomba. Questo realismo, di carattere più che altro scientifico, in quanto nasce da uno scrupolo di esattezza, differisce da quello attraverso il quale vengono colti, intuitivamente e con uno straordinario potere di sintesi, i tratti più salienti di una situazione o di un personaggio, ma serve non meno di quello a conferire concretezza e serietà al mondo immaginato dal Poeta. Nei punti della Commedia nei quali, come qui, egli intende chiarirci l’ordinamento topografico delle regioni da lui visitate, l’esattezza grafica ha il sopravvento sul rilievo plastico o musicale dei suo linguaggio.

Il fiato a tal punto mi era stato spremuto fuori dai polmoni nel momento in cui raggiunsi la cima, che non potevo più andare avanti, anzi mi sedetti appena arrivato.

"Ormai è necessario che tu con fatiche di questo genere ti tolga di dosso la pigrizia" disse Virgilio; " poiché, adagiandosi sui cuscini, o sotto le coperte, non si raggiunge la fama;

chi termina la sua vita senza questa, lascia di sé sulla terra una traccia simile a quelle che lasciano il fumo nell’aria e la schiuma nell’acqua.

E perciò alzati: vinci l’affanno con la volontà che trionfa di qualsiasi difficoltà, se non si abbatte con il corpo pesante cui è legata.

La descrizione minuziosa della scalata compiuta dai due poeti è qui, come nota il Mattalia, evidentemente " moralizzata ". Nel monito di Virgilio si afferma con singolare vigore l’ideale etico dantesco, per il quale la vita, dono che abbiamo ricevuto da Dio, deve essere convertita in compito, in missione. Dante non è uno spirito contemplativo; per lui, se alla base del riscatto dell’uomo dalla sua condizione imperfetta deve porsi un diretto intervento di Dio (la Grazia), l’uomo può e deve tuttavia tendere al bene con le proprie forze. In questi versi l’esortazione del poeta latino si orna "di una sfumatura "umanistica" per la presenza in essa dell’accenno alla " gloria "" (Maier). Questo accenno caratterizza il mondo culturale che nel poema ha in Virgilio il suo portavoce (nella tradizione classica, diversamente che in quella cristiana, orientata verso l’interiorità delle coscienze, la gloria era stata considerata tra i fini più alti che l’uomo può raggiungere) e la funzione allegorica di quest’ultimo (la gloria è tra i fini che si possono conseguire con l’uso della sola ragione). In tutta questa scena, alla serietà della professione di fede nella vita come dovere si intreccia, secondo il Mattalia, un "gusto autocaricaturale", che assume qua e là toni lievemente comici per il contrasto tra la solennità dell’ammonimento e la esiguità del fatto che lo ha determinato, ma occorre non dimenticare che i dialoghi tra maestro e discepolo hanno un valore simbolico dal quale non è lecito prescindere: in esso si configura la battaglia che l’anima, sotto la guida della ragione, combatte per vincere il male che è in lei e rendersi degna della Grazia. Sotto questo punto di vista anche il più trascurabile incidente, nell’itinerario che i due poeti percorrono, può rívelarsi fatale: un attimo di pigrizi a, un momentaneo rilassarsi della vigilanza può portare in sé i germi della perdizione.

Occorre salire una scala più lunga (dal centro della terra alla vetta dei purgatorio); non è sufficiente che tu ti sia allontanato da questi dannati: se mi capisci, ora fa in modo che la mia esortazione ti sia d’aiuto."

Allora mi alzai, mostrandomi provvisto di forze più di quanto io stesso me ne sentissi, e dissi: " Procedi, poiché sono forte e coraggioso ".

Ci incamminammo sul ponte (che varca la settima bolgia), il quale era irto di sporgenze, angusto e difficile da percorrere ed assai più ripido di quello precedente.

Procedevo parlando per non apparire stanco; per cui dall’altra bolgia usci una voce, incapace di articolare parole.

Non so che cosa disse, sebbene mi trovassi già sulla sommità del ponte che qui fa da valico: ma colui che parlava pareva spinto a camminare.

Io ero rivolto verso il basso, ma il mio sguardo, per quanto penetrante, non poteva arrivare fino al fondo (della bolgia) a causa dell’oscurità; perciò dissi: " Maestro, fa in modo di arrivare

all’altro argine e scendiamo giù da questo ponte; poiché, come di qui odo senza comprendere, così vedo quello che c’è nel fondo senza distinguere nulla ".

" Non ti do altra risposta se non il fare (ciò che tu chiedi) " disse; "poiché occorre soddisfare la richiesta giusta con i fatti, senza parlare. "

Discendemmo per il ponte da quella estremità in cui esso si congiunge con l’argine ottavo, e poi la bolgia mi divenne visibile:

e in essa vidi uno spaventoso ammasso di serpenti, e di così strano genere, che il ricordarmene mi guasta ancora il sangue.

Più non si vanti la Libia con i suoi deserti, poiché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene,

mai mise in mostra tanti animali velenosi né così nocivi insieme con tutta l’Etiopia, e con la terra (l’Arabia) che è delimitata dal Mar Rosso.

Le specie di serpenti che qui Dante menziona si trovano in un passo della Farsaglia di Lucano (IX, versi 711-720). I chelidri farebbero, secondo l’autore latino, sprigionare fumo lungo la strada da essi percorsa; gli iaculi avrebbero la capacità di volare; le faree lascerebbero dietro di sé una traccia fatta con la coda; i cencri procederebbero sempre in linea retta; le anfisibene avrebbero due teste. Come ha notato Sante Muratori, in questa presentazione che Dante fa dell’insieme della settima bolgia l’uso di termini peregrini e l’accenno a paesi esoticì introducono in quell’atmosfera di mistero che caratterizza le metamorfosi di questa bolgia. La descrizione della trasformazione dei ladri, che qui inizia, non deve essere considerata come un pezzo di bravura, anche se Dante mostra di essere consapevole della difficoltà del tema trattato e della propria abilità e di questa abilità si vanta. "In verità anche qui l’ispirazione di Dante è più complessa e profonda che non appaia a prima vista. Il distacco artistico, che regola la tecnica descrittiva e guida la fantasia a sbrigliarsi in una sorta di divertimento umanistico di miracolosa sapienza inventiva e figurativa, si genera a sua volta in uno stato d’animo di crudele e sprezzante giudizio morale." (Sapegno)

In mezzo a questa feroce e terribile moltitudine correvano schiere nude e atterrite, senza speranza di trovare riparo o elitropia (pietra che si credeva guarisse dal morso dei serpenti e rendesse invisibili):

avevano le mani avvinte dietro la schiena con serpenti; questi spingevano la coda e la testa lungo i loro fianchi, e si attorcigliavano sul loro davanti.

Il contrappasso che si cela nella pena dei ladri è così spiegato dai commentatori: le mani, di cui in vita si servirono per compiere i loro furti, sono ora immobilizzate dai serpenti. Questi, secondo alcuni, simboleggerebbero l’astuzia connaturata all’idea del furto. Anche nelle trasformazioni che i ladri subiscono occorrerebbe vedere un significato simbolico: essi verrebbero in tal modo defraudati di quello che per ogni uomo è un bene inalienabile: le proprie sembianze umane.

Ed ecco che contro uno che si trovava dalla parte del nostro argine, si scagliò un serpente che lo trafisse nel punto in cui il collo si congiunge alle spalle.

Non si scrisse mai tanto rapidamente né " o " né " i ", come quello prese fuoco e bruciò, e dovette, cadendo, diventare tutto quanto cenere;

e dopo che fu così annientato a terra, la cenere si radunò insieme per virtù propria, e si trasformò di colpo nello stesso dannato di prima:

allo stesso modo i grandi sapienti affermano che la fenice muore e in un secondo tempo rinasce, allorché si avvicina al suo cinquecentesimo anno:

mentre è in vita non si ciba né di erbe né di biada, ma solo di stille d’incenso e di amomo (resina aromatica), e morendo si avvolge nel nardo e nella mirra.

Dopo aver evocato il numero ingente di serpenti che popolano la bolgia, il Poeta, nel descrivere la trasformazione di uno dei dannati, mette l’accento sulla rapidità (né o si tosto mai né i si scrisse) e sulla innaturalezza (e ‘n quel medesmo ritornò di butto) di questa metamorfosi. Per quel che riguarda l’immagine dei verso 100, analogicamente affine a quella del verso 6 (ma poco dura alla sua penna tempra), l’Anonimo Fiorentino spiega: "queste due lettere, o e i si scrivono a uno tratto di penna, e pertanto si scrivono più velocemente che le altre, che con più tratti di penne è dato loro forma".
La fenice è un mitico uccello del quale hanno favoleggiato gli scrittori dell’antichità. Il paragone dei versi 106-111 è stato ispirato a Dante probabilmente da Ovidio, ma risulta, rispetto al testo latino, assai più ricco di vita poetica. Del brano di Ovidio (Metamorfosi XV, versi 392-400) Dante ha omesso la menzione degli alberi sui quali la fenice nidifica "certo avvertendo che l’eccessiva specificazione e l’indicazione di piante comuni e note (il " leccio " e la " tremula palma ") venivano a dismagare l’incanto della rappresentazione dell’uccello straordinario; e ha invece interamente puntato sui dati più peregrini ed efficacemente caratterizzanti, tutti stilizzati nel senso dell’accentuazione magica e fantastica del motivo: e precisamente i particolari dei cinquecentesimo anno, della morte e della rinascita (riunite in un sol verso, per suggerire l’immediatezza miracolosa del trapasso), dei rari cibi di cui la fenice si pasce; ed ha anche colto e trasferito "di peso " nel suo testo i due punti più sorprendenti e poetici del passo ovidiano: quello delle lagrime d’incenso e d’amomo (e l’inversione del nesso soggetto - complemento di specificazione accentua la rarità di quel cibo singolare) e quello della morte dell’uccello fra gli incensi, efficacemente materializzato, secondo il tipico gusto dantesco del concreto, nell’audacissima immagine delle ultime fasce" (Maier).

E quale è colui (l’epilettico) che cade, e non ne conosce il perché, a causa di un assalto di demoni che lo fa precipitare a terra, o di un altro impedimento che lo paralizza,

il quale, quando si rialza, si guarda attorno del tutto disorientato a causa del grande dolore che ha sofferto, e mentre guarda sospira,

tale era il peccatore quando si rialzò. Oh quanto è severa la potenza di Dio, la quale per punizione scaglia tali colpi!

Dopo le immagini suggerite al Poeta dalla frequentazione di testi letterari - immagini che traggono gran parte della loro carica suggestiva dal riferimento ad epoche e culture lontane - ecco una immagine che esprime, in termini di estrema precisione, un diretto contatto con la realtà. I punti di più vigoroso rilievo della similitudine sono posti all’inizio e alla fine e si corrispondono sia per la posizione nel verso (occupano il secondo emistichio dei versi 112 e 117) sia per la loro funzione (in un periodo ordinato secondo una rigorosa subordinazione, e non sa como... e guardando sospira rappresentano i momenti di più viva immediatezza, di maggiore aderenza da parte del Poeta all’oggetto della sua visione). Fra le subordinate il ritorno insistente delle relative (di cui due armonicamente si bilanciano, conferendo alla terzina 115 una particolare eleganza) mira a circostanziare nei suoi dettagli il quadro, a conferirgli il crisma dell’oggettività. Lo stesso scopo ha l’enunciazione delle possibili cause del fenomeno considerato, in merito alle quali il Poeta non si pronuncia e che separa, ponendole sullo stesso piano, per mezzo della particella disgiuntiva o.

Virgilio gli chiese poi chi fosse; onde egli rispose: " Io precipitai dalla Toscana, poco tempo fa, in questa bolgia crudele.

Trovai di mio gradimento una vita da bestia, non da uomo, degna del bastardo che fui; sono Vanni Fucci, la bestia, e Pistoia fu il mio degno covo ".

Vanni, figlio illegittimo del nobile Fuccio dei Lazzari di Pìstoia, militò nel partito dei Neri e prese parte alle lotte civili che insanguinarono la sua città. Condannato in contumacia per omicidi e rapine nel 1295, si ritirò nel castello di Lizzano, da dove alcuni mesi dopo rientrò in Pistoia per distruggere le case dei Bianchi. Era stato al servizio del comune di Firenze nella guerra contro Pisa (1289-1293) e forse Dante lo conobbe in quell’occasione. Il Poeta lo colloca nella bolgia dei ladri perché gli attribuisce il furto, avvenuto nel dicembre 1292 o nel gennaio 1293, delle statue d’argento della Vergine e degli Apostoli custodite nella cappella di Sant’Jacopo del duomo di Pistoia. Del furto furono incolpati un certo Rampino Foresi, poi prosciolto, e, in un secondo tempo, il notaio Vanni della Monna, che fu condannato a morte e impiccato. Vanni Fucci morì nel 1300.
La figura di Vanni Fucci ha una sua tragica grandezza. Molti critici hanno veduto in lui il più diabolico fra i personaggi dell’Inferno. Per il De Sanctis le prime parole che il dannato rivolge a Dante costituiscono "una professione di bestialità". Scrive il De Sanctis: "Era riserbato a Vanni Fucci il dire: io piovvi... il personalizzare questo verbo, lo scegliere una immagine impersonale, nella quale egli annega la sua propria persona. Vita bestial mi piacque; e non se ne accontenta, e vi aggiunge la vita umana a contrapposto ed esclusione. Siccome a mul ch’io fui: alla degradazione dell’anima aggiunge la degradazione della sua origine: egli si proclama bastardo e la espressione è degna della sua intenzione: l’immagine ch’egli sceglie è quella del mulo... Un uomo direbbe: - Pistola fu mia patria -; Vanni Fucci bestia soggiunge: Pistoia mi fu degna tana".

E io a Virgilio: " Digli di non sgusciar via, e chiedigli quale peccato lo spinse quaggiù; poiché io lo conobbi come uomo sanguinario e rissoso ".

E il peccatore, che capì, non esitò, ma rivolse verso di me l’animo e lo sguardo, e arrossì di malvagia vergogna;

poi disse: " Provo più dolore per il fatto che tu mi abbia sorpreso nella condizione miseranda nella quale mi vedi, di quello che provai morendo.

La terzina 133 riecheggia le parole che Farinata rivolge a Dante dopo l’intermezzo rappresentato dal colloquio del Poeta con Cavalcante: s’elli han quell’arte... male appresa, ciò mi tormenta più che questo letto. Vanni Fucci si è definito bestia (era questo il soprannome che gli era stato dato in vita) e con gioia perversa ha ribadito a Dante la sua inumanità. Ma nel rossore che gli si dipinge sul volto allorché si vede costretto a confessare di essere stato, oltre che un violento (di ciò se ne era fatto un vanto), anche un ladro, e nell’energica dichiarazione del suo rammarico (che quando lui dell’altra vita tolto) si esprime una pena umana ed un apprezzamento non pervertito dei valori morali. I versi 133-135, se non fanno di questo dannato un magnanimo come il grande eretico ghibellino del canto decimo, rivelano in lui la presenza di una coscienza ed un cupo, insanabile dolore. Per liberarsi da questo dolore egli cercherà di fare del male (profetizzando a Dante una sconfitta dei Bianchi).

Non posso ricusarti quello che mi chiedi: sono collocato così in basso perché fui ladro nella sagrestia riccamente addobbata,

e il furto fu allora ingiustamente attribuito ad altri. Ma affinché tu non gioisca per avermi veduto in questo stato, se mai uscirai dall’inferno,

presta attenzione alla mia profezia, e ascolta: Pistoia dapprima si svuota dei Neri (scacciati nel 1301 dai Bianchi): in seguito Firenze cambia (i Bianchi verranno banditi dopo l’entrata in città di Carlo di Valois, perché con il suo appoggio i Neri sostituiranno al potere il partito avversario) popolazione e forme di governo.

Marte fa uscire dalla val di Magra un fulmine avviluppato in nuvole cupe; e con travolgente e aspra tempesta

si combatterà a Campo Piceno; per cui esso vigorosamente dissiperà le nubi, in modo che ogni Bianco ne sarà colpito.

E ho detto ciò perché ti debba far male! "

Nello stile oscuro delle profezie Vanni Fucci predice a Dante la sconfitta dei Bianchi pistoiesi ad opera di Moroello Malaspina. marchese di Giovagallo (il vapor che il dio della guerra, Marte, fa uscire dalla val di Magra), e dei suoi alleati Neri, lucchesi e fiorentini (i torbidi nuvoli in cui è avviluppato), avvenuta nel territorio di Pistoia (sovra Campo Picen). Dante, come molti suoi contemporanei, identifica erroneamente l’Ager Picenus di cui parla Sallustio (Catilinaria LVII) con il territorio pistoiese. In coerenza con lo sviluppo metaforico di questa predizione la battaglia tra Neri e Bianchi è veduta come una tempesta. Moroello Malaspina condusse fra il 1302 e il 1306 una guerra contro Pistoia governata dai Bianchi, che ebbe nella presa del castello di Serravalle (1302) e in quella di Pistoia i suoi episodi più notevoli. Non è certo a quale di questi due eventi alluda Vanni Fucci nella sua profezia.





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