LETTERATURA ITALIANA: GIACOMO LEOPARDI

 

Luigi De Bellis

 

 

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LEOPARDI

Le idee

Tra il 1816 ed il 1819  il Leopardi vive il periodo più difficile della sua esistenza che lo indurrà finanche a concepire propositi di suicidio: i rapporti con i familiari si sono di gran lunga inacerbiti, dai concittadini si tiene alla larga, ma quello che maggiormente l’affligge, fra i tanti mali fisici e la consapevolezza di avere un corpo deforme, di avere cioè “dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a cui guardino  i più”, è una temporanea ma gravissima infermità agli occhi che gli impedisce di ingannare con gli studi il senso di solitudine che l’opprime. In questi anni il suo dolore raggiunge la punta estrema, come testimonia questo accorato lamento rivolto al solito pietoso amico, al Giordani, in una lettera del 26 aprile 1819: «Se in questo momento impazzissi - scrive il Leopardi -, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre con gli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere né movermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte; non perché io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo, e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell'animo mio, che ne vo fuori di me, considerando che è un niente anche la mia disperazione».  

Le tre conversioni

Questi tre anni sono decisivi non solo perché consolidano e rendono definitiva nel giovane poeta la concezione che la vita è dolore e noia, ma anche perché gli fanno maturare quegli orientamenti di pensiero e di sentimento che lo porteranno a tre specifiche “conversioni”: una di natura letteraria per la quale abbandona gli studi filologici per dedicarsi alla letteratura ed alla poesia; una di natura politica per la quale ripudia le idee conservatrici e reazionarie ed abbraccia le idee patriottiche dei liberali  (la cui più nobile testimonianza è nei canti “All'Italia”  e  “Sopra il monumento di Dante”, entrambe del 1818); la terza di natura filosofico-religiosa per la quale rinnega la primitiva fede religiosa e fa propri l'ateismo e la concezione meccanicistica degli illuministi.

Il Leopardi si determinò quindi ben presto all’idea, divenuta col tempo incrollabile, che la vita è dolore e che, specie per l’uomo, meglio sarebbe il non venir mai al mondo.

La pagina più spietata  in cui questo convincimento è spiegato in termini esasperati e forse paradossali, ci sembra essere la seguente nota dello “Zibaldone” datata da Bologna, 17-19 aprile 1826:

  «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esiste è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non v'ha altro di buono che quel che non è, le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive...

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento... Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e bruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica  e  stenta per arrivarvi. In tutto il giardino  tu  non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta...

Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista  e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorevole che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere.»

 

Il pessimismo

A questa drastica definizione del “male di vivere”, da cui discende ovviamente il concetto che la felicità non esiste se non nella vana speranza che sempre gli uomini nutrono per il loro avvenire, il Leopardi pervenne attraverso tre fasi che gli studiosi sogliono definire del dolore personale, del dolore storico e del dolore cosmico.

La prima è rappresentata soprattutto dai cosiddetti piccoli idilli  (“L'infinito”, “La sera del dì di festa”, “Alla luna”, “Il sogno”, “La vita solitaria”), composti tra il 1819 ed il 1821, e dal famosissimo “Il passero solitario”, che, pur essendo stato composto nel 1829 ed essendo comunemente inserito fra i “grandi idilli”, fu in effetti concepito tra il 1819 ed il 1821 e collocato dal poeta stesso insieme con i piccoli idilli: qui il Leopardi canta il proprio dolore e l'ineluttabilità della propria infelicità («...io questo ciel, che sì benigno / appare in vista, a salutar m'affaccio, / e l'antica natura onnipossente, / che mi fece all'affanno. -A te la speme / nego, mi disse, anche la speme; e d'altro / non  brillin gli occhi tuoi se non di pianto.-»), ma non esclude, anzi lo afferma, che gli altri possano essere felici  (« Tutta vestita a festa / la gioventù del loco / lascia le case, e per le vie si spande; / e mira ed è mirata, e in cor s'allegra. »).

La seconda fase è rappresentata dalle :

"Operette morali” del 1824 nelle quali il Leopardi svolge una ironica ma accesa requisitoria contro il Progresso, che invece di favorire l'uomo offrendogli i mezzi di un maggior benessere, lo ha sostanzialmente allontanato dallo stato beato della primitiva ignoranza, durante il quale egli “sentiva senza avvertire” e fantasticava a suo piacimento finché la Ragione non gli svelò il triste vero della sua fatale infelicità; contro la Filosofia, che si affanna a convincere l'uomo di essere una creatura privilegiata mentre invece è la più infelice di tutte proprio perché è in grado di comprendere il suo malessere ed è fortemente desiderosa di piaceri di cui non potrà mai godere; contro la Natura che crea incessantemente nuovi individui per poi distruggerli non senza averli prima tormentati So bene - così uno sperduto islandese apostrofa la Natura - che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, con le tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.»  e la Natura così risponde: «Tu mostri di non aver posto mente che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale, sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimenti in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento»; ma a quest'altra obiezione dell'islandese la Natura non dà - perché non vuole o, forse, non sa dare - alcuna risposta: «Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima, dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?»).

La terza fase, quella del dolore cosmico, già abbozzata nelle Operette, si sviluppa nei grandi idilli

A Silvia”, “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, composti tra il 1828 ed il 1830: tutte le creature dell'universo soffrono perché coinvolte nel processo di trasformazione che la Natura è costretta ad operare per garantirsi un'esistenza perenne, ma l'uomo soffre maggiormente per tre motivi precisi: perché è dotato di sensibilità per cui avverte scientemente il proprio dolore; perché ha un irrefrenabile desiderio di felicità che non esiste; infine perché solo all'uomo tocca di raggiungere la punta estrema dell'infelicità, che consiste nella “noia” (“taedium vitae”), cioè nell’assenza totale di ogni sensazione sia di bene che di male: il pastore errante dell'Asia dice alla sua “greggia”:

Quando tu siedi
all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
-Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?-

 

La concezione della Natura

A questo punto della sua riflessione è chiaro che la Natura, che pure un tempo gli era apparsa benigna, in quanto aveva fornito l'uomo della fantasia e, quindi, della capacità di eludere la conoscenza della triste realtà creandosi miti e illusioni a proprio piacimento (ed era stata colpa dell’uomo e della sua stolta sete di conoscenza se la Ragione aveva poi squarciato il velo che nascondeva la verità), e poi indifferente verso i problemi dell'uomo, destinato anch'esso, come tutte le altre creature, all'incessante processo di “creazione e distruzione” che è indispensabile alla conservazione dell'universo, ora gli appaia matrigna nei confronti dell'uomo nel quale ha instillato il desiderio di felicità, pur sapendolo destinato all'infelicità, ed al quale ha dato un'acuta sensibilità ad avvertire il dolore, pur potendolo creare insensibile.

Questa avversione verso la Natura, questa ostilità ossessivamente sentita nei suoi confronti, egli ribadì anche nel suo estremo messaggio agli uomini, nel suo testamento morale, cioè ne “

La ginestra”, in cui esorta gli uomini ad accettare virilmente  il proprio stato di infelicità e ad unirsi per contrastare fieramente la comune nemica, benché la lotta sia impari e la vittoria impossibile:

 

Nobile natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli oddi e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de' mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aìta
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune.

 

Filosofia - Religione - Morale

Naturalmente una così ostinata avversione contro la Natura e, praticamente, contro la vita dell'universo non reggerebbe se non inquadrata in una visione di radicale ateismo. Lo stesso Leopardi, in un'epoca in cui forse era ancora in qualche modo credente (1818?), aveva avvertito: «Può mai stare che il non esistere sia assolutamente meglio ad un essere che l'esistere? Ora così accadrebbe appunto all'uomo senza una vita futura».

 Ed ancora qualche tempo dopo, quando aveva già rinnegata la fede cattolica ed aveva abbracciato l'ateismo illuministico, egli ribadiva la necessità di un credo religioso, se non altro per motivi morali: «La filosofia indipendente dalla religione - scrive in una notazione dello “Zibaldone” datata 16 giugno 1920 -, in sostanza non è altro che la dottrina della scelleraggine ragionata; e dico questo non parlando cristianamente, e come l'hanno detto tutti gli apologisti della religione, ma moralmente. Perché tutto il bello e il buono di questo mondo essendo pure illusioni, e la virtù, la giustizia, la magnanimità ecc. essendo puri fantasmi e sostanze immaginarie, quella scienza che viene a scoprire tutte queste verità che la natura aveva nascosto sotto un profondissimo arcano, se non sostituisce in loro luogo le rivelate, per necessità viene a concludere che il vero partito in questo mondo, è l'essere un perfetto egoista e il fare sempre quello che ci torna in maggior comodo e piacere». Ma, nonostante queste premesse, egli rinnegò ogni valore positivo prima attribuito alle religioni, in quanto queste promettono una felicità ultraterrena, mentre l'umanità aspira ad una felicità terrena, “da essere sperimentata dai sensi e da questo nostro animo tal quale egli è presentemente”. Il cristianesimo in particolare gli pare più atto ad atterrire che a consolare o a rallegrare”.

La condizione dell’uomo si profila, così, disperata e dovrebbe logicamente convincere che il miglior partito sarebbe proprio il suicidio.

 D’altra parte, una tentazione del genere il Leopardi la aveva avuta realmente da giovane. Sul piano della pura razionalità, il Leopardi accetta codesta conclusione, ma la respinge energicamente con la forza del sentimento. Infatti, nel “Dialogo di Plotino e di Porfirio”, che è del 1827, il Leopardi non può non convenire sulla giustezza delle argomentazioni di Porfirio in favore del suicidio, ma finisce con l’accettare le ragioni del sentimento enunciate da Plotino.

  Ecco uno squarcio del Dialogo da cui si comprende la posizione di entrambi i protagonisti:

«Porfirio: La natura vieta l'uccidersi. Strano mi riuscirebbe che non avendo ella la volontà o potere di farmi né felice né libero da miseria, avesse facoltà di obbligarmi a vivere. Certo se la natura ci ha ingenerato amore della conservazione propria, e odio della morte; essa non ci ha dato meno odio dell'infelicità, e amore del nostro meglio; anzi tanto maggiori e tanto più principali queste ultime inclinazioni che quelle, quanto che la felicità è il fine di ogni nostro atto, e di ogni nostro amore o odio; e che non si sfugge la morte, né la vita si ama, per se medesima, ma per rispetto e amore del nostro meglio, e odio del male e del danno nostro. Come dunque può esser contrario alla natura, che io fugga la infelicità in quel sol modo che hanno gli uomini di fuggirla? che è quello di tormi dal mondo; perché mentre son vivo io non la posso schifare [= schivare]. E come sarà vero che la natura mi vieti di appigliarmi alla morte, che senza alcun dubbio è il mio meglio; e di ripudiar la vita, che manifestamente mi viene a esser dannosa e mala, poiché non mi può valere ad altro che a patire, e  a questo per necessità mi vale e mi conduce in fatto?

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Plotino: Sia ragionevole l'uccidersi;  sia contro ragione l'accomodar l'animo alla vita: certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dee piacer più, né vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo.

E perché anche non vorremo  noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle persone famigliari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno in questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o consueta, e per l'atrocità del caso? Io so bene che non dee l'animo del sapiente essere troppo molle; né lasciarsi vincere dalla pietà e dal cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra a lagrime smoderate, ad atti non degni della stabilità di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d'animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla  in  privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti,  degl'intrinsechi, dei compagni; o non esser atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d'altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri: non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che questa azione di privarsi di vita apparisce il più schietto, il più sordido, e certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo...

Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte, che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.» 

Le illusioni

In effetti  il  Leopardi amava la vita e questo suo amore noi non dobbiamo mai trascurare di considerare se veramente ci preme di penetrare nella sua poesia e se vogliamo spiegarci quei quadretti di vita così luminosi e gioiosamente rivestiti dei più splendidi colori a dispetto dell'amara conclusione che la vita è male. Tutto questo verificheremo a proposito dei “Canti”. Per ora ci basti ricordare che anche il Leopardi, come già il Foscolo, suggerisce di crearsi delle “illusioni”, cari compagni dell'esistenza, non tanto per dare un senso e un valore alla vita, ma per trarne conforto nell'affrontare i mali che essa ci presenta. Purtroppo al Leopardi le illusioni non furono di alcun sollievo perché tutte le distrusse sotto i colpi della fiera ragione, ma nondimeno nessun altro poeta le dipinse così affascinanti e lusingatrici come seppe dipingerle lui.

 

Il Leopardi fu un filosofo?

A questo punto viene spontanea una domanda: il Leopardi fu anche un filosofo? Egli stesso, alludendo alle sue teorie sull'uomo, sulla natura, sulla storia, definisce in più occasioni il complesso delle sue idee un “sistema di pensiero”, volendo con ciò dire di sentirsi filosofo. D'altra parte la sua consuetudine con i testi filosofici non fu né sporadica né superficiale; e per quanto egli affermi di aver tratto molti insegnamenti soprattutto dalla filosofia classica, è fuor di dubbio che conobbe assai bene le opere del Montesquieu, del Voltaire, del Rousseau e di tanti altri filosofi francesi contemporanei, senza escludere i tedeschi, per i quali è anzi da notare una sorprendente analogia fra il pessimismo del Leopardi e quello del coetaneo Schopenhauer (1788-1860).

Non sono mancati studiosi di  valore che hanno assecondato il desiderio del Leopardi di volersi considerare anche un filosofo, come per esempio l'Agnoli, quando afferma: “Certo al Leopardi è mancata la severa preparazione, l’ordinamento sistematico, il rigore di metodo, il magnifico paludamento dialettico che si ammirano nelle opere filosofiche dei due scrittori tedeschi [Hartmann e Schopenhauer], ma non crediamo per questo che gli si possa negare la facoltà di analisi; certo però questa si palesa intera e sicura specialmente quand’egli applica l'osservazione al mondo interiore. Nel Leopardi lottarono due facoltà ugualmente possenti: la ragione e il sentimento. Le sue incertezze, le sue esitazioni sono d'origine psicologica. Tanto è vero che, superato il dissidio interno, vinto il sentimento dalla ragione, la filosofia leopardiana corre filata alle naturali sue conclusioni, e il Leopardi si mostra un ragionatore diritto, poderoso e indipendente, almeno nelle conclusioni”.

Noi siamo invece del parere che proprio la mancanza o la fragilità di un “ordinamento sistematico” e di un “rigore di metodo”, lamentata dallo stesso Agnoli e condivisa dai più, sia di per sé sufficiente a negare al Leopardi il titolo di filosofo. Per noi non è vero che nel Leopardi la ragione e il sentimento furono “due facoltà ugualmente possenti” e riteniamo invece che il sentimento sovrastò enormemente la ragione ed anzi fu la causa primaria della fiacchezza di questa. E' difficile non rilevare, anche nei dialoghi delle “ Operette Morali”, che il ragionamento seguito dall’Autore, per quanto serrato e rigoroso, non poggi su assiomi che abbiano dignità filosofica e si risolva invece in una quasi lirica rappresentazione del sentimento del dolore. Il sentimento prevale sempre sulla ragione e detta le conclusioni, come nel “Dialogo di Plotino e di Porfirio” da noi già citato. Ciò può dipendere o dalla straordinaria potenza del sentimento o dalla debolezza della ragione. Certo è che, se pure questa avesse avuto la forza di filosofare, il sentimento gliel'ha impedito. E non è mai capitato l'inverso, che cioè fosse la ragione a conculcare il sentimento, com'è facilmente dimostrabile considerando i “Canti” leopardiani, in cui lo sfogo lirico prorompe sicuro, travolgendo nettamente i tentativi della ragione di incunearsi con le sue riflessioni.

Per noi il Leopardi fu solamente un grande poeta. D’altronde la consistenza del suo “sistema”, né originale né profondo, farebbe di lui un filosofo di ben modesta levatura e questa figura mediocre contrasterebbe tristemente, malinconicamente con l'immagine superba del suo Genio. 

                                                         

La poetica

Occupiamoci ora della “poetica” del Leopardi.

I primi scritti teorici sulla poesia risalgono agli anni 1816-18, all'epoca, cioè, in cui più accesa era la polemica fra i neoclassici ed i romantici. Si tratta di una “Lettera ai sigg. Compilatori della Biblioteca Italiana in risposta a quella di Mad. la baronessa Di Stäel Holstein ai medesimi”, che non fu mai pubblicata né dalla rivista milanese, cui era stata indirizzata, né dal Leopardi; e del poderoso “ Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica”, composto nel 1818 ed affidato all’editore milanese Stella perché lo pubblicasse o sulla rivista “Spettatore” o in opuscolo a parte, ma che non fu mai pubblicato vivente l’Autore. Entrambi gli scritti furono pubblicati postumi nel 1906. Più significative indicazioni sono però contenute in varie pagine dello “Zibaldone”, in cui la poetica del Leopardi si va sempre più delineando in termini romantici, laddove nei primi scritti appare dichiaratamente, sia pure con qualche “distinguo”, favorevole ai classicisti. D’altra parte l’iniziale formazione letteraria del Poeta, così profondamente legata agli studi di filologia classica, non poteva sortire effetti diversi.

Nella “Lettera” il Leopardi si dichiara esplicitamente d’accordo con la tesi del Giordani, secondo la quale la perfezione raggiunta dagli autori classici antichi nell’arte è da considerare definitiva e incapace di ulteriore progresso: 

"Se gli scienziati italiani s'istruiscono con diligenza dello stato delle scienze loro presso gli stranieri, questo è perché le scienze possono fare e fanno progressi tutto giorno, dove che la letteratura non può farne, cosa che l’Italiano [il Giordani] autore della lettera a voi indirizzata ha dopo infiniti altri dimostrato egregiamente, e a cui non so per qual ragione la illustre Dama abbia fatto vista di non badare”. Ma il Leopardi condivide l’accusa della De Stäel, secondo cui gli Italiani, allo stato presente, non sanno far altro che imitare stupidamente gli antichi, anche se nega risolutamente che il rimedio potrebbe trovarsi nel conoscere meglio le lettere europee moderne: 

Scintilla celeste, e impulso soprumano vuolsi a fare un sommo poeta, non studio di autori e disaminamento di gusti stranieri. O noi sentiamo l'ardore di quella divina scintilla, e la forza di quel vivissimo impulso, o non lo sentiamo. Se sì, un soverchio studio delle letterature straniere non può servire ad altro che a impedirci di pensare, e di creare di per noi stessi; se no, tutti gli scrittori del mondo non ci faranno poeti in dispetto della natura... noi non abbiamo mai potuto pareggiare gli antichi... perché essi quando volevano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle, e noi pigliamo in mano un poeta, e quando voleano ritrarre una passione s'immaginavano di sentirla, e noi ci facciamo a leggere una tragedia, e quando volevano parlare dell’universo vi pensavano sopra, e noi pensiamo sopra il modo in che essi ne hanno parlato... Ebbene date dunque agl'italiani altri modelli, fate che leggano gli autori stranieri: questo è mezzo certo per aver novità e cacciare in bando il rancidume. Vanissimo consiglio! Apriamo tutti i canali della letteratura straniera, facciamo sgorgare ne' nostri campi tutte le acque del settentrione, Italia in un baleno ne sarà dilagata, tutti i poetuzzi Italiani correranno in frotta a berne, e a disguazzarvi, e se n'empieranno sino alla gola... si aumenterà del doppio il vocabolario  delle nostre frasi e delle nostre idee; e dopo dieci anni tutte le frasi e tutte le idee aggiunte diverranno viete e comuni; e noi torneremo là onde eravamo partiti, o più veramente ci inoltreremo buon tratto verso il pessimo.

Il “Discorso di un italiano intorno alla poesia  romantica”, che doveva inizialmente essere una lettera aperta di risposta alle argomentazioni del Cavaliere Lodovico Di Breme sulla poesia moderna pubblicate sullo “Spettatore italiano” e che invece si ampliò in un’opera organica, svolge una serrata critica ai risultati ottenuti dai poeti romantici. Basta dare una scorsa ai titoli di alcuni capitoli che compongono il Discorso per rilevare la durezza con cui il Leopardi tratta i poeti romantici: “ L'ufficio del poeta è imitar la natura. I romantici al contrario cantano l'incivilimento"; "La corruzione dei gusti fa sì che la poesia romantica diletti un infinito numero di persone”; “La seconda cagione di questo diletto è la rozzezza di molti cuori e di molte fantasie”; “La terza cagione è la novità della poesia romantica, laddove l'assuefazione ha fiaccato il diletto della poesia classica”; “I romantici cercano, per commuovere i lettori, le più strane cose che si possano immaginare e gli eccessi di qualsivoglia genere; e ne fanno materia di poesia”; “La psicologia, caos di sofisticherie e di frenesie, è una delle principalissime singolarità usate dai romantici”; “I romantici, con la loro impudica ostentazione della sensibilità, hanno fatta la poesia di celeste e divina vergine verissima baldracca”.

Nel “Discorso” tuttavia  sono già fissati alcuni concetti fondamentali della originale poetica leopardiana, che sostanzialmente si avvicinerà sempre di più  all’essenza della poetica romantica. E' già chiaro, ad esempio, l’orientamento a distinguere fra “poesia di immaginazione” e “poesia di sentimento” secondo  come  era  stato teorizzato dallo Schlegel, dalla Stäel e, in Italia, dal Sismondi; c'è l’affermazione che la vera poesia è quella di “immaginazione”, tipica degli antichi, ingenua e istintiva, e non già quella del “sentimento”, propria delle età civili, dei moderni (“non cercheremo la natura e le illusioni di un tempo dove tutto è civiltà e ragione e scienza, e dove è scemato e scema l'uso dell'immaginazione”); c'è ancora l'affermazione che la condizione psicologica degli antichi è simile a quella dei fanciulli dell’età civile  (“quello che furono gli  antichi siamo stati noi tutti, dico fanciulli e partecipi di quell'ignoranza che infiamma la fantasia”) e che pertanto agli uomini moderni non resta che ispirarsi ai ricordi dell'infanzia se vogliono fare una poesia che si avvicini, per quanto possibile, a quella veramente autentica degli antichi (“io senza fallo... mi crederei divino poeta se quelle immagini che vidi e quei moti che sentii nella fanciullezza, sapessi e ritrargli al vivo nelle scritture e suscitarli tali e quali in altrui”).

Successivamente il Leopardi tornerà spesso  su questi concetti e li approfondirà in varie annotazioni dello “Zibaldone”, come in questa (datata Recanati 14 dicembre 1928) in cui ricorre il tema della “rimembranza”: “Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch'egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago”.

A questo punto ci sembra opportuno tracciare una sintesi, più o meno schematica, della poetica del Leopardi, per scrupolo di chiarezza.

Il Leopardi distingue, dunque, la poesia in “poesia d'immaginazione” e “poesia di sentimento”: la prima nasce dalle sensazioni primordiali dell’umanità ed è espressa con immagini di pura fantasia;   la seconda nasce da stati d'animo più complessi e sofisticati ed è espressa in forme elaborate ed artificiose: la prima è tipica delle età antiche, irrazionali, “ignoranti”; la seconda delle età civili, in cui la ragione ha prevalso sulla fantasia ed il tragico vero ha inibito le illusioni.

Da ciò discende che la vera poesia è ormai preclusa all'uomo moderno, il quale, però, pur dispone di una risorsa per far poesia all’uso antico: egli può scavare nella memoria le impressioni, le emozioni che la natura suscitò in lui quand'era fanciullo, e riviverle e rappresentarle con immediatezza con il loro stesso linguaggio, cioè con un linguaggio pressoché infantile, suggestivo nella sua indeterminatezza, libero il più possibile da ogni ingerenza culturale. Da ciò discende ancora che l’unico “genere” poetico che l’uomo moderno può e deve usare è quello “lirico”, dato che quelli “epico” e “drammatico” impegnano eccessivamente la ragione e la cultura del poeta.

Interessante è, a questo riguardo, ricordare la teoria leopardiana sulle lingue: le lingue nascono tutte poetiche, cioè tali da rispondere alle esigenze fantastiche  degli uomini primitivi; man mano che l’uso della ragione ha consentito all’uomo di avviare il cammino del cosiddetto progresso e lo ha reso sempre più consapevole dei fenomeni naturali, le lingue si son dovute adattare alle nuove esigenze di natura scientifica e  sono perciò divenute sempre  più razionali, precise, oggettive, fredde, impoetiche. Le lingue poetiche erano quelle degli antichi, mentre le lingue moderne sono scientifiche e razionali, inadatte alla poesia. Fra queste ultime si salva in  qualche modo quella italiana, perché l’Italia è indietro agli altri paesi europei in fatto di progresso scientifico. Tuttavia, anche nell’uso della lingua il poeta moderno ha qualche risorsa da spendere e questa consiste nell’usare un linguaggio fanciullesco, istintivo, che adoperi i vocaboli non  nel loro reale significato, ma nel significato  che  avevano nell’infanzia dell’autore, e adoperi anche vocaboli arcaici, propri dell’età fanciullesca della nazione, ormai in disuso e perciò capaci di mille sensazioni, di mille evocazioni, capaci di  creare un’atmosfera di lontananza ricca di mille suggestioni.


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