Dedicato «A Silvana che sa che uno scrittore inventa anche i fatti che vive», il
romanzo è diviso in tre parti, rispettivamente di tredici, sette e undici
capitoli numerati progressivamente. Ciascuna delle sezioni è introdotta da una
citazione, la prima da Freud: «Gli uomini non possono restare bambini per
sempre, devono andare ad affrontare "la vita ostile"».
La narrazione è polifonica: accanto a un narratore esterno, Paolo e Sena si
alternano nel raccontare la storia del loro amore. L'uomo, un professore
universitario di letteratura italiana, ha una relazione decennale con Sena, sua
ex studentessa, ora ricercatrice. Lasciato dalla ragazza in seguito a un banale
litigio, apparentemente senza spiegazioni, cerca di riconquistarla, sconvolto
dalla paura della solitudine. I tentativi di incontrarla, gli appostamenti, gli
inviti a casa di amici comuni, le incursioni in casa sua, finiscono tutti
malamente: non riesce a vederla e, se la vede, non la riconosce. Paolo indugia
nel descrivere sentimenti e riflessioni di quei giorni: dai ricordi del passato
emerge la natura particolare del rapporto con Sena, libero da vincoli formali e
fortemente segnato dall'ideologia, «un amore senza contratto di fedeltà e
perennità», che esclude il matrimonio e i figli, con la pretesa di avere dignità
letteraria, perché «vivere un amore letterario, poetico è più di scriverlo».
E di poesia, di modi letterari si nutre l'animo di Paolo, capace di osservare,
come dall'esterno, la propria vita, e di godere di un compiacimento estetico
anche nei momenti tragici del dolore o nella dolce agonia della fine dell'amore.
Così, per esempio, anche la lettera con cui rivela a Sena la propria sofferenza
appare di un'eccessiva cura formale, come se fosse scritta per essere
pubblicata.
La risposta, mai spedita, di Sena svela la duplicità dei suoi sentimenti:
l'amore per Paolo si accompagna al desiderio di non rivederlo, per non guastare
il ricordo della relazione passata, e alla sensazione che la paura abbia ucciso
il loro amore. Con rapidi cenni la donna allude a una grave colpa di Paolo: non
spiega, dice solo il dolore provato, creando un effetto di suspence che avrà
grande spazio nel libro. Accetta una borsa di studio di due mesi per Parigi, ma
non può partire senza aver incontrato Paolo: lo saluta in stazione tra baci e
lacrime e lo guarda, allontanandosi sul treno in movimento: «laggiù, un punto
fermo della sua vita».
La seconda parte si apre sull'improvvisa decisione di Paolo di raggiungere Sena
a Parigi, dove, dopo giorni di ricerche, l'uomo la vede insieme con un altro. Il
dolore provato a quella vista è paragonato a quello della nascita, una brusca e
obbligata separazione dalla madre e dalle sicurezze, simile, in qualche snodo,
anche alla morte, come spiegano le parole di Kierkegaard poste all'inizio di
questa seconda parte: «...Semplicemente persi nell'intervallo fra il grido della
nascita e la ripetizione di questo grido...».
Sena è, dunque, figura materna, e stare lontani da lei è, per Paolo, nascere e
morire insieme: così, rientrato a Firenze senza di lei, l'uomo sembra
invecchiare precocemente, dopo una sorta di prolungata infanzia, assalito com'è
da ogni "acciacco" possibile.
La riflessione psicoanalitica, che aveva accompagnato fin qui in sottofondo la
storia d'amore, prevale ora sulla narrazione, tanto da diventare quasi il motore
degli eventi, perché, come dice Paolo, «i meccanismi psicologici sono la vera
storia dell'uomo, quella profonda, quella che genera l'altra».
Dopo qualche tempo, è Sena, rientrata da Parigi, a cercare Paolo: i due tornano
improvvisamente insieme e partono per una vacanza a Ischia, dove l'uomo guarisce
miracolosamente da tutti i malanni, anche grazie all'intervento di un «mago»,
strana figura di filantropo, il quale, intuiti i più gravi problemi di Paolo -
il suo complesso edipico e la proiezione di Sena -, lo esorta ad emanciparsi.
L'apparenza di una felicità ritrovata nasconde, in realtà, problemi irrisolti,
che non tardano a manifestarsi; all'inizio della terza parte, durante un
litigio, Sena svela a Paolo il motivo del suo rancore: l'aborto cui l'uomo l'ha
costretta anni prima in nome di principi ideologici, e a cui lei ha, infine,
acconsentito, forse per amore, forse schiacciata dalla maggiore età e dal
prestigio dell'uomo. A distanza di anni, però, Sena è cresciuta, e appare
consapevole di sé e capace di idee autonome: rivendica il diritto di avere un
figlio, decisa a non «sacrificare se stessa in nome di una società ottusa», ma
sembra incapace di abbandonare Paolo e ciò che ha rappresentato per lei. Si
muove così su un terreno ambiguo, oscillando tra litigi e rappacificazioni, tra
il desiderio di vendetta - finge, per esempio, di non prendere più la pillola
per avere uri figlio -, e il dubbio che Paolo stesso rappresenti per lei il
figlio desiderato, e che perdere lui significhi perdere un altro figlio.
Un'analoga ambivalenza di sentimenti rende Paolo incapace di allontanarsi da
Sena, la donna-madre, e al tempo stesso rigidamente ancorato alla propria
ideologia. Esemplare è il racconto del naufragio in seguito al quale Sena perde
i sensi e sembra morta: a Paolo quella presunta morte - che gli sembra quella
dell'amore stesso - suscita gioia e terrore insieme.
Inesorabile arriva l'emancipazione del protagonista che ricordando i consigli
del «mago», si arrischia ad avvicinare un'altra - Silva, la donna «sterile»,
simbolo di un amore libero -, allontanandosi da Sena e da ciò che rappresenta. È
una liberazione che giunge quasi improvvisa, dopo tanti indugi e tentativi
falliti: Paolo è finalmente pronto per un amore "altruistico", affrancato dai
modelli e dai complessi edipici.
La critica si è interrogata sulla natura saggistica e narrativa insieme del
romanzo: Claudio Marabini ha parlato di una narrazione condotta con «nuovi mezzi
con la tensione intellettuale di un personaggio moderno, per il quale i
lineamenti della realtà apparente non bastano più, così come alla narrativa non
sono più sufficienti i supporti del naturalismo, inadeguati a scoprire il senso
di un'esistenza così sconvolta».
Eutanasia di un autore ha vinto il premio Bancarella nel 1977; è stato tradotto
in spagnolo e in rumeno.
Nel 1978 fu tratto dal romanzo il film omonimo di Enrico Maria Salerno;
interpreti Ornella Muti, Tony Musante, Monica Guerritore, Mario Scaccia, Enrico
Maria Salerno.
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