LETTERATURA ITALIANA: PETRARCA

 

Luigi De Bellis

 


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Francesco Petrarca


Modernità nel Petrarca

Quando si parla di "modernità" relativamente a Francesco Petrarca si deve distinguere il termine in due ottiche diverse: una rispetto ai suoi tempi ed una rispetto ai nostri tempi. L'Aretino, infatti, fu ai suoi tempi un grande innovatore, suo malgrado, della tradizionale cultura medievale, ma anche un temperamento ed una coscienza di intellettuale che per molti aspetti richiama alla condizione psicologica degli intellettuali del nostro tempo.

Per quanto si riferisce ai suoi tempi possiamo anzitutto dire che egli, nonostante sentisse profondamente l'esigenza di ancorare il suo pensiero e la sua moralità in un porto di certezze assolute, in effetti non riuscì mai a trovare un punto di riferimento definitivo e brancolò sempre fra tentennamenti e contraddizioni che lo tormentarono per tutta la vita. Non per niente egli si andò gradualmente allontanando da quel filone di pensiero che attraverso S. Tommaso giungeva all'aristotelismo, per avvicinarsi al platonismo attraverso la lezione di S. Agostino. Inoltre egli per primo mise allo scoperto il secolare equivoco della interpretazione del mondo classico che dagli studiosi medievali veniva inteso come preparazione all'avvento del Cristo, mentre in realtà esso rappresentava l'ideologia pagana sostanzialmente contraria alla spiritualità cristiana. Infine il Petrarca ebbe il grande merito di intuire che non ci può essere vera cultura, non ci può essere progresso scientifico senza la possibilità di condurre i propri studi liberamente, senza la disposizione a cercare nuove avventure del pensiero e dell'azione. Egli insomma ebbe perfetta consapevolezza che la lezione degli antichi è preziosa per chi sa attingervi la capacità di andare avanti, ma che può divenire opprimente e negatrice di ogni progresso se la si vuole considerare definitiva e perfetta.

Tutto questo fervore di studi, di ricerche, di meditazioni non si esplicò, tuttavia, in una condizione di serenità e di compostezza spirituale. Esso fu agitato da un convulso dibattito interiore che tormentò l'animo del Poeta per quasi tutta la sua esistenza. Da una parte il Petrarca sentiva viva l'esigenza di approdare a certezze morali e per questo forse invidiava la costanza e la coerenza della personalità di Dante (per cui nei "Trionfi", ad imitazione del grande fiorentino, assunse Laura come simbolo di guida dell'umanità in pericolo alla ricerca della Verità e della salvezza); dall'altra parte avvertiva tutta la fragilità della propria coscienza in perenne lotta fra l'attrazione dei piaceri mondani, caduchi e fallaci, e l'aspirazione alla pace eterna. Sotto questo aspetto il Petrarca nostra una sensibilità assai vicina a quella degli intellettuali della nostra epoca, che stanno drammaticamente subendo il crollo delle vecchie ideologie ottocentesche senza avere la forza di crearne delle nuove. E del suo stato di dubbio e perplessità il Petrarca ci ha lasciato una eloquente testimonianza nel "Secretum", dove analizza le probabili cause del suo disagio intellettuale e morale, riconoscendole soprattutto nel vizio dell'accidia e nel suo amore per Laura, che rappresenta in generale il richiamo alla vanità terrena. Ebbene, anche in questa opera di acuta introspezione, il Poeta mostra di conoscere i propri difetti ma ad un tempo dichiara di non essere certo di poter mantenere la promessa fatta a S. Agostino di allontanare da sé il pensiero di Laura.

 
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