LETTERATURA ITALIANA: PROMESSI SPOSI

 

Luigi De Bellis

 


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RIASSUNTO
PROMESSI SPOSI






RIASSUNTO CAPITOLO 24

Lucia, risvegliatasi da poco, sente improvvisamente un «tramestio»: entrano don Abbondio e la «buona donna» che subito la confortano. L'innominato rimane sulla soglia e le chiede perdono.
Tornano tutti al paese. Anche durante il ritorno don Abbondio, in preda alla stizza e alla paura, si abbandona ad un soliloquio, in cui esprime il timore che don Rodrigo possa prendersela con lui per l'esito della vicenda e manifesta l'intenzione di tornare subito a casa, come infatti fa, appena arrivato al paese. Lucia è ospite della donna, moglie del sarto del villaggio: qui si ricorda del voto pronunciato e, dopo un attimo di smarrimento, quasi di pentimento, cerca rifugio nella preghiera e conferma la promessa. Tornano dalla funzione celebrata dal cardinale il sarto - che ha fama di uomo di lettere perché ha letto tre libri - e i suoi figli, e, ancora impressionati e commossi dalla predica, si mettono a tavola. Arriva Agnese, mandata a chiamare dal cardinale, tramite un uomo «di giudizio», che durante il viaggio ha incontrato don Abbondio: questi non ha mancato di raccomandarle il silenzio a proposito della vicenda del matrimonio. Lucia le tace il voto. Giunge in visita, nella casa del sarto, il cardinale, che ha pranzato con l'innominato e l'ha poi trattenuto con sé in un lungo colloquio: Agnese gli racconta del rifiuto di don Abbondio di celebrare il matrimonio; Lucia gli confessa il tentativo del matrimonio di sorpresa; entrambe difendono Renzo, a proposito del quale il cardinale promette di informarsi. Alla sua richiesta di ospitalità per Lucia e Agnese, il sarto, che tanto avrebbe desiderato far buona impressione su così gran personaggio, riesce solo a rispondere «Si figuri!». Nel frattempo l'innominato torna al castello e comunica ai suoi la ferma volontà di cambiare vita: solo chi vuole imitarlo può rimanere al suo servizio.
Mentre i bravi pensano alla strada che conviene ora intraprendere, va a letto: finalmente rasserenato il signore si addormenta.
È il più ampio capitolo del romanzo e il Manzoni sembra voler toccare tutte le corde dell'espressione. Nella prima sequenza della liberazione di Lucia il patetico si intreccia al comico, affidato, ancora una volta, a don Abbondio e, in particolare, alla sua apostrofe alla mula: «- Anche tu, - diceva tra sé alla bestia, - hai quel maledetto gusto d'andare a cercare i pericoli, quando c'è tanto sentiero! -» .
Segue la scena idillica di lieta e semplice intimità domestica in casa del sarto, forse l'unica famiglia completa e serena del romanzo, proprio perché, sembra sottintendere il Manzoni, umile ma non bisognosa, e quindi in grado di tradurre in opere i precetti di solidarietà cristiana, e con una certa, seppur risibile, ambizione culturale. Si pensi, per contrasto, alla famiglia di Tonio (cap. VI), umile e completa anche quella, ma bisognosa (ci informalo «sguardo bieco d'amor rabbioso» alla piccola polenta, insieme al fatto che la collana sia stata impegnata) e contrassegnata da scarsa intesa tra i coniugi.

I
l capitolo si conclude con il definitivo ritorno al castello dell'innominato, ormai convertito: nel tono solenne del discorso che rivolge ai bravi c'è tutta l'antica autorevolezza. Simile in questo a padre Cristoforo, l'uomo nuovo abbandona gli aspetti negativi dell'uomo antico, ma ne conserva i lati positivi, in questo caso l'autorevolezza e la capacità organizzativa (come vedremo anche nei capp. XXIX e XXX). Come il Manzoni, potremmo dire, che, convertendosi, non aveva abbandonato gli ideali illuministico-rivoluzionari della prima giovinezza di uguaglianza, libertà e fraternità.

2001 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it