Una porta da lasciare aperta . . .

 

Dopo esserci documentati sui rapporti tra astrologia e cultura classica greco-latina da un lato e cristiana dall’altro, facendo riferimento al periodo storico oggetto di studio nel nostro curriculum scolastico, vorremmo rendere conto di una particolare interpretazione che dell’astrologia venne data dalla cultura rinascimentale, perché ci è parsa ricca di interessanti spunti di riflessione e di dibattito.

La cultura del Rinascimento rivendicò il valore della "magia" e quindi dell’astrologia che ne è compagna inseparabile, poiché l’opera "magica" venne ad assumere il significato di attività pratica in cui si esprime quella divina potenza dell’uomo a cui il Rinascimento inneggiò. Secondo la nuova concezione, l’uomo - centro del cosmo è appunto l’uomo che, afferrato il ritmo segreto delle cose, ovvero le leggi che governano la natura, si fa sublime "poeta" nel senso etimologico del termine, (da poiew = faccio, opero, creo), ovvero non solo conosce la natura, ma interviene anche in essa attivamente e opera, in virtù della conoscenza acquisita, trasformazioni, non solo esterne all’uomo, ovvero nel contesto naturale in cui è inserito, ma anche interne, cioè nell’universo psichico, agendo su quelle forze e su quegli elementi che possono provocare complessi, conflitti, tensioni, per frenarli, trasformarli, armonizzarli (cfr. Psicologia).

A questo proposito è opportuno ricordare che gli alchimisti di medievale memoria quando dicevano di voler ottenere l’oro attraverso il trattamento e la combinazione di diversi elementi chimici, si avvalevano di un linguaggio simbolico, per indicare appunto un’opera di trasformazione di se stessi.

Per valutare adeguatamente il senso del tema magico all’alba della cultura moderna, bisogna tener presente che, dopo il periodo medioevale, durante il quale tale arte era stata, sì, presente ma in forma nascosta, per paura della condanna dell’autorità soprattutto religiosa, esso venne alla luce e, assumendo un aspetto nuovo, diventò comune a tutti i grandi pensatori del tempo (per es. a Marsilio Ficino, a Giovanni Pico della Mirandola, a Giordano Bruno) e scienziati (come, per es., Leonardo da Vinci) nei quali venne come purificandosi; tutti costoro, infatti, pur polemizzando aspramente contro gli inetti cultori delle pratiche negromantiche, cioè contro quelli che si appellano a oscure forze "demoniache", trassero impulso per la loro ricerca e per i loro esperimenti dal tema magico.

Keplero vedeva le sfere celesti ruotanti sotto la guida di "spiriti", potremmo dire "mossi da un’interna intelligenza".

Leibnitz inseguì da Lullo (alchimista) a Bruno la chiave logica che aprisse ogni segreto.

Perfino Cartesio non fu fuori da questa traccia perché, se da un lato rinnegò tutti quei "cattivi" libri di magia e quelle "cattive arti", non smise di cercare il segreto della vita scrutando i cadaveri e indagando il modo di prolungare la vita e di vincere la morte.

Tutti costoro operarono nella linea del programma di T. Campanella, di riduzione della magia a scienza, alla luce di un radicale mutamento nella visione dell’uomo che fece sì che tutta quella ricca gamma di motivi che erano stati precedentemente condannati come empi e diabolici, venissero in primo piano, svelassero la loro fecondità e si purificassero ma senza perdere il loro significato originario di tentativo dell’uomo di conoscere in profondità la natura per poterla utilizzare.

La cultura rinascimentale, riscoprendo "l’arte magica" nel senso che abbiamo cercato di chiarire, espresse la volontà di connettersi con tutto ciò che la teologia medievale aveva combattuto, innanzi tutto la libertà della ricerca contro il dogma e il dogmatismo.

E in questo consistette la profondità della frattura rinascimentale con il passato.

Si riscoprì l’idea, già presente negli scritti magico-alchimistici, di un universo tutto vivo, tutto fatto di nascoste corrispondenze o legami o interazioni, tutto pervaso di energia, in mezzo al quale vi è l’uomo, unico essere che doma la terra con l’opera sua, sfida gli elementi, conosce "i demoni" (interpretiamo: "le forze più violente, anche quelle dentro di sè, come gli istinti, gli impulsi, i desideri più egoistici") e si mescola agli "spiriti" (interpretiamo: "ha anche aspirazioni, ideali elevati") e tutto trasforma .

L’uomo non ha volto perché ha tutti i volti, cioè tanti aspetti, ruoli, funzioni che espleta.

Lorenzo il Magnifico dice che la peculiarità dell’uomo rispetto agli altri esseri consiste nell’essere non tanto il centro dell’universo quanto un punto di libertà totale, e questo fa sì che tutto il mondo delle "forme" (interpretiamo: "le diverse manifestazioni dell’Uno, o Principio Superiore indistinto, nella materia") sia soggetto all’uomo, sì che egli lo possa oltrepassare sia nel senso della degenerazione verso il "demoniaco" (interpretiamo: "verso scopi personali egoistici") come nel senso "ascensionale" (interpretiamo: "verso scopi di crescita per il bene comune").

Il suo non aver volto, cioè il non essere determinato in una forma fissa, immutabile, il suo non essere condizionato totalmente e ineluttabilmente da elementi esterni e/o interni, come le cose tutte, che sono quello che furono sempre e da sempre fisse nella loro condizione (pietra, pianta, animale, astro), lo fa consistere nella sua opera che è l’impronta che lascia nel mondo operandovi.

Molte volte si ritrova in mezzo a temi magici la ripresa del motivo che per volontà dell’uomo l’universo cade o risorge, si fa regno del demonio (interpretiamo: "del male") o di Dio (interpretiamo: "del bene"). Questa affermazione è carica di un senso preciso: spezzata l’immagine di un ordine rigido che comprende anche l’uomo, l’uomo appare sostanzialmente come un essere dotato di possibilità diverse di auto-realizzazione e di intervento sulla natura e quindi estremamente responsabile.

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